— Non c’è male per una piccola contadina.
Un’altra rispose:
— Sì, ma ha l’aria goffa.
Il mio cuore si serrò.
Al mio entrare nel mondo, vi era ricevuta dal disprezzo e dal sarcasmo.
Restai in piedi, muta, immobile, sentendo il rossore della vergogna
salirmi alla fronte.
— Bambina, mi disse una terza, va a dire alla masseria che ci si
portino le uova ed il latte.
Il mio orgoglio si rivoltò.
— Scusate, signorina, le dissi, io non sono, parmi, la domestica di
alcuna di voi.
— No, ma siccome vostra madre è quella della masseria, disse la prima
che avea parlato, ella avrà, spero, la bontà di servirci. Noi abbiamo
fame.
Mia madre esciva in quell’istante: mi gettai fra le sue braccia
piangendo: ella mi chiese donde venissero le mie lagrime.
In due parole le narrai il tutto.
La castalda ci ascoltava: ella si avvicinò alle alunne.
— Signorine, diss’ella, la mia fattoria non è un albergo: io vendo
le mie uova, il mio latte ed il mio burro al mercato, ma non qui. A
preghiera della mia amica madama Lyon io era felice di offerirvi tutto
ciò, ma se l’ospitalità ha i suoi doveri, ha eziandio i suoi diritti,
ed uno di questi è il non essere insultati. Reclamo io dunque questo
diritto, e per me, e per tutte le persone che fan parte della mia casa.
— Ben detto, madama, disse la direttrice, vi ringrazio della lezione
che io stessa stavo loro per dare, ma non l’avrei data sì buona. Quelle
fra queste signorine, che vorranno mostrarsi degne dell’onore che voi
fate loro, andranno elleno stesse a prender la loro colezione; e vi
ringrazio anticipatamente in nome di tutte le vostre convitate e mio;
— quelle che non andranno, faran senza della refezione: — ecco tutto,
signorine. Chi mi ama mi segua.
E la direttrice, che chiamavasi mistress Colmann, diede l’esempio,
dirigendosi verso la casa seguita dalle alunne, meno le tre che mi
avevano rivolta direttamente o indirettamente la parola.
Un momento dopo madama Colmann uscì dalla masseria tenendo da una mano
un cestellino pieno d’uova, e dall’altra un’immensa scodella di latte
fumante.
Le due sotto-maestre la seguitavano portando ognuna com’ella uova e
latte.
La massara e mia madre venivano lor dietro con due enormi pani dalla
corteccia bianca e appetitosa.
Ogni alunna portava il suo piatto, la sua forchetta, il suo cucchiaio
ed il suo coltello.
Tutte sedettero sull’erba attorno a madama Colmann ed alle due
sotto-maestre.
Le tre ribelli sole in piedi formavano un gruppo a parte.
— Madama Davison, dissi io alla massara, volete voi darmi sei uova in
un cestellino, una scodella di latte caldo, e tre tazze?
Ella comprese la mia intenzione, e baciandomi in fronte, mi diede ciò
che io le chiedevo.
Uscii dalla fattoria portando il mio cestellino, la scodella e le tre
tazze alle tre espulse.
— Signorine, lor diss’io, volete voi perdonarmi di essere la cagione
del castigo datovi?
— Grazie, rispose la maggiore delle tre, non abbiamo fame.
— Emma, disse la direttrice, venite ad abbracciarmi e sedermi vicina:
voi siete una buona fanciulla.
Io posai il cestino d’uova, il latte e le tazze appiè delle tre
renitenti, ed andai a sedermi accanto a mistress Colmann.
Ella avea detto il vero; sì, io era una buona bambina. — È colpa mia
o del mondo se sono divenuta la perversa creatura, che si prostra ora
dinanzi a voi, o mio Dio!