L'AUTORE: — _Davvero e proprio sul serio? O la sua trovata è di seconda

mano come tant'altre che si fanno riguardo al nostro teatro finchè non

ne abbiamo una storia intera e provata? In questo caso non ne

arrossisca: le fanfaluche, i sofismi e le cantonate d'ogni razza

sull'argomento sono così comuni che fra i loro autori si contano nomi di

scrittori superlativi, quale il Gravina che confuse tutti i comici del

500 e del 600 fra gli imitatori di Grecia e Roma, provando per tal modo

di non avere letto i quattro migliori, Aretino, Macchiavelli, Cecchi e

Porta. Muratori disse che nessun poeta comico portò maggior danno morale

del Molière. L'abate Galiani, a provare dopo il Gravina ed il Muratori

cotanto benemeriti delle nostre lettere, che si può anche essere un uomo

di spirito e dirle grosse, scrisse che «Il burbero benefico» che aveva

udito leggere dallo stesso Goldoni, è la più scipita cosa del mondo. E

per farla corta Lei la conosce a fondo questa Italia meravigliosa tanto

per la riproduzione del carattere antico, quanto per la sua

inesauribilità nel crearne dei nuovi? E la Francia la conosce.....

quanto l'Italia? Abbia pazienza; ma il nostro paese per costumi,

attitudini ed espressione di sentimenti è meno diverso nelle sue

Provincie di quello che non sia la nostra buona vicina dalla Moriana

alla Brettagna, dal Giura alla Guascogna, dall'Alsazia e dalla Lorena a

Marsiglia._

QUEL SIGNORE: — (rincarando) _E sia; ma è vano sperare intiero sulla

scena l'uomo che fuori della scena intiero non è!_

L'AUTORE: — _L'ho già intesa da altri; è una bella frase che riempie la

bocca; ma, scusi, erano intieri o già non decadevano i Greci

d'Aristofane, i Romani di Plauto e di Terenzio? Non è appunto quando gli

italiani erano più guasti che s'è scritta quella stupenda «Mandragola»

che la fortuna — me lo lasci dire — ha voluto darmi il vanto di

rimettere per il primo dopo più di tre secoli sulla scena col plauso

concorde del Pubblico e della Critica? Non è appunto quando gli Italiani

non credettero più a Savonarola che al Pontefice che sorsero i

cinquecentisti e s'ebbe poco appresso la commedia dell'arte, meraviglia

del mondo civile e privilegio d'un popolo d'improvvisatori? Ed erano

intieri gli Spagnuoli del tempo di Calderon, gli Inglesi dello

Shakspeare, i Francesi di Molière, gli Italiani di Goldoni? Se i poeti

drammatici fossero grandi in ragione diretta della interezza dei loro

concittadini e della conseguente grandezza della loro nazione,

l'Inghilterra moderna signora dei mari e potente quanto Roma antica, non

camperebbe teatralmente di raffazzonatori, e la Germania, dove un popolo

immenso disciplinato dalla volontà disperata d'una patria ha saputo

gittare ai piedi dell'ara della sua futura grandezza ogni tradizione ed

orgoglio di Provincia, dove giganteggiano uomini tutti d'un pezzo come

il Cancelliere di ferro, Moltke ed il vecchio Imperatore, avrebbe già

numerato a decine i degni successori di Lessing, di Schiller e di

Goethe. E badi che cotesti Inglesi e Tedeschi posseggono per

soprammercato due lingue fra le tre parlate in tutto il mondo!_

QUEL SIGNORE: — (sempre più in via di scoperte) _Tutto questo non prova

se non che veniamo dietro a tutti gli altri..._

L'AUTORE: — (compiendo il pensiero, ma a modo suo) _Nell'avere un giusto

criterio di se stessi. Sì, abbiamo anche noi aristocrazie frivole,

borghesie ridicole per la boria delle ricchezze e la supina indifferenza

per ogni cosa che non soddisfi la vanità e l'interesse, e plebi,

specialmente dove si campa di forestieri ch'è quanto dire di

accattonaggio, stemprate e impotenti a sollevarsi dall'unica brama dei

piaceri bestiali; ma, a guardarci bene e potendo far confronti, da noi

la boria, la frivolezza e anche la bestialità sono sempre temperate da

quella moderazione che è la vera forza del popolo italiano e che tanto

più si sente e s'ammira quanto s'è più visto e studiato in casa loro gli

stranieri. Grazie a questa moderazione in Italia ci si travaglia meno

sconsolatamente per la soluzione dei problemi sociali, e se la smania

dell'arrivare là dove spinge furiosa la cupidigia e l'ambizione è anche

qui il più cocente tormento del nostro tempo, è meno che altrove

vertiginosa e sfacciata. Così pure la cieca vanità per la nascita, il

grado e la ricchezza è da noi sempre meno pretensiosa e soverchiante che

in qualsivoglia paese, perchè aleggia tuttora nelle nostre classi

privilegiate un soffio dell'antica semplicità democratica, e nelle

infime un senso di gentilezza che educato potrebbe renderle superiori ai

pregiudizi dell'invidia e farle scampare ai politicastri, due bei

miracoli. Dia tempo al tempo, mio caro signore, e vedrà che questo

popolo appena sarà disciplinato e sicuro del proprio valore, piglierà il

suo posto e molto più in su di quanto lei creda ora, e non cesserà

intanto di fornire all'osservatore tipi ammirabili e curiosi._

QUEL SIGNORE: — (con un sogghigno infernalissimo) _Insomma Lei ci vuole

dare ad intendere che senza codesto suo disprezzo di se medesima

l'Italia riacquisterebbe subito il primato nella drammatica!_

L'AUTORE: — (colle tasche piene) _Neanche per sogno, subito: ma mentre

renderebbe il debito omaggio alle migliori composizioni d'ogni paese,

sarebbe meno facile ammiratrice di ogni minuteria forestiera e più

benigna e sollecita per gli scrittori che e nell'inspirazione e nella

forma le rimangono fedeli._

QUEL SIGNORE: — (con uno scroscio) _Lei mi fa ridere..._

L'AUTORE: — _Troppo onore!_

QUEL SIGNORE: — _Voglio dire che mi fa pensare..._

L'AUTORE: — _Allora mi confonde addirittura!_

QUEL SIGNORE: — _Alle corte..._

L'AUTORE: — _Senza la sua bontà avrei finito da un pezzo._

QUEL SIGNORE: — _Infine voglio dire che sperare si possa raccogliere in

un pensiero i migliori elementi fra autori ed attori, fare meglio

pregiata dal pubblico la comicità da cui sgorga la satira, imporre agli

scrittori della commedia lo studio della vita contemporanea, rendere

insomma onesta, seria, stimata e compensata l'arte nostrale, è da matto,

come lo sperare sopra un miracolo!_

L'AUTORE: — _Se ne fanno sempre!_

QUEL SIGNORE: — _E lei spera questo dal favore d'un Ministro?_

L'AUTORE: — _Manco per ombra!_

QUEL SIGNORE: — _Dall'accordo dei capicomici?_

L'AUTORE: — _Li conosco troppo._

QUEL SIGNORE: — _Forse da una società di autori?_

L'AUTORE: — _Che Dio ne scampi e liberi!_

QUEL SIGNORE: — _Allora spera nel dilettante?_

L'AUTORE: — _Vade retro!... Ecco, ripeto, chi può fare il solenne

miracolo quando che il voglia: Sua Altezza Serenissima il Pubblico; il

Pubblico che unico può essere il restauratore del teatro nazionale, ed a

cui ho dedicato ossequente e riconoscente queste mie commedie per quello

solo che possono valere in quanto si richiamano alle fonti vive ed

originali della drammatica. Se poi Vostra Altezza troverà che l'ingegno

corrisponde troppo di rado al desiderio di fare cosa degna di Voi, dei

Capicomici che hanno avuto fede in me, degli Artisti che mi hanno

interpretato accrescendomi, e dei Critici che mi hanno sostenuto,

lasciatemi almeno la onesta lusinga che nulla sia in esse che venga meno

alla dignità del galantuomo ed al dovere del buon cittadino._ (s'inchina

e rientra nelle quinte; il pubblico, contento che la sia finita,

applaude. Quel signore applaude anche lui, perchè osservato; ma se ne

consola disapprovando coi vicini la chiusa, troppo discorde, dice, dai

tempi nuovi...).

SCARABOCCHIO

COMMEDIA IN UN ATTO

rappresentata per la prima volta in Como dalla Compagnia drammatica di

A. Monti la sera del 27 ottobre 1875

INTERLOCUTORI

GASPARE.

CATERINA.

BERNARDETTO.

La scena in un villaggio, oggigiorno.

ATTO UNICO

La dimora di Gaspare: una poverissima stanza al piano terreno in casa di

Caterina. — Nel mezzo in fondo una porta che dà sopra la piazza: a

destra dello spettatore una scala di sei o sette gradini che guida alle

stanze di Caterina; a sinistra una finestra con inferriata, sul cui

davanzale stanno alcuni vasi di fiori. — In fondo: a sinistra, una

piccola fucina col suo mantice, la pila e l'incudine; a destra un

armadio, e dietro la scala un lettuccio. — A filo di sipario: a

sinistra, un banco da lavoro con una morsa, qualche utensile da

armaiuolo ed una pistola a rivoltella. — A destra un tavolino ed una

seggiola. — Attorno alla scena qualche seggiola di paglia. — È giorno.

SCENA I.

_All'alzarsi del sipario CATERINA appare sul pianerottolo della scala,

in abito di ricca campagnuola._

CAT. — Gaspare? _(chinandosi verso il lettuccio, a voce meno alta)_

Dormite, Gasparino? _(scende la scala)_ Mi pareva di aver sentito

rumore... ma vedo che non è ancora arrivato. Inaffiamogli intanto quei

poveri fiori che n'avranno bisogno... _(va alla pila, vi attinge acqua

con un ramaiuolo di ferro, e va ad inaffiare i fiori sulla finestra)_ Oh

povera me, come glieli hanno conciati! Pieni di terriccio e di

sassolini... E questo? Quasi svelto! E sì che c'è l'inferriata!.. Ma già

per quei malestri ci vorrebbe altro che inferriate!... Io non so che

gusto ci provino a fare tanti dispetti ad un povero disgraziato che non

fa male a nessuno, anzi che farebbe molto bene, se lo potesse...

SCENA II.

_BERNARDETTO dalla destra. DETTA._

BERN. _(fuori di scena)_. — Caterina! Dov'è la più bella delle Caterine?

CAT. — Sono qui, Bernardetto; scendete.

BERN. _(entrando e fermandosi sul pianerottolo)_. — Ah! lo sospettava

io!... Quando i vostri affari non vi trattengono di là, si può essere

sicuri che siete sempre qui! _(scende e si avvicina al banco)_

CAT. — Ero venuta per inaffiare questi poveri fiori che Gaspare mi

raccomandò tanto prima di partire.

BERN. — Già, già, i fiori!... _(prende in mano la pistola)_ Chi è il

matto che gli ha affidato un'arme come questa?

CAT. _(volgendosi)_. — Per carità, è carica!

BERN. — Carica? _(riponendo in fretta la pistola sul banco)_ E lui

lascia in casa una pistola a sei colpi carica?

CAT. — Egli stava per andarla a provare nell'orto, e me ne aveva

avvertita, quando gli arrivò quella lettera che lo invitava a recarsi

subito in città... Io che mi trovava qui...

BERN. — Per caso...

CAT. — Già, perchè non era di là, gliela lessi... e allora, addio

pistola! Ora tremava, ora rideva, e intanto gli venivano giù certi

goccioloni così... Poveretto, è da compatire: si tratta forse di

conoscere i suoi parenti.

BERN. — Dio sa che roba, poichè hanno aspettato ventitrè anni a

ricordarsi di lui!

CAT. — Chi può sapere se non c'è stata qualche fatalità di mezzo? Se dai

sentimenti del figliuolo si potessero arguire quelli dei suoi genitori,

io avrei ragione di sperare una bella riparazione... Ma Gaspare era

tanto fuori di sè dalla gioia, che appena si fu un po' riavuto, infilò

la meglio giacca, prese il bastone, e via! Ma ora che mi ricordo; se

l'avete visto anche voi, quando attraversò la piazza seguito dai soliti

monellacci, senza darsene per inteso, anzi ridendo, come non aveva mai

fatto per lo innanzi!

BERN. — Si, io mi trovava al caffè cogli amici... I monelli,

scimmiottando d'essere sciancati come lui e strombettando una marcia

alla bersagliera, se lo presero in mezzo, e marche! lo avvolsero in un

tale nuvolone di polvere che deve esser giunto alla città più infarinato

d'un sacco in molino! Ah! ah! ah!

CAT. — Bernardetto, se mi volete bene, non fate così: quel ridere mi fa

male!

BERN. — Come si fa a non ridere?

CAT. — Ma che colpa ha lui di essere così disgraziato? Se avessero avuto

carità di lui quand'era piccino...

BERN. — Già... già... la solita storia: se uno è zoppo o sciancato, è

sempre perchè lo tenevano in braccio soltanto da una parte: se è gobbo è

sempre perchè lo lasciavano affondare troppo nella culla... Insomma, a

sentirli loro, sarebbero tutti belli, se non fossero tutti brutti!

CAT. — Un bel merito avete voi di essere... diverso da lui!

BERN. — Un gran merito, poichè piaccio alla mia Caterina!

CAT. — Vanesio!

BERN. — Può essere; ma se fossi sciancato, sbilenco e rattrappito come

lui, non mi sposereste.

CAT. — Se vi volessi bene, perchè no?

BERN. — Ma non mi guardereste neanche se fossi brutto come lui!

CAT. — Chi vi dice che Gaspare sia brutto?

BERN. — E non canzono!

CAT. — Lasciamo da parte la disgrazia di quella gamba...

BERN. — Obbligataccio! E non ne ha che due: se glie ne levate una!

CAT. — Di cera non è proprio brutto... Se si facesse tagliare i capelli

come voi... la barba....

BERN. — La testa.

CAT. — Gli occhi sono dolci... Sicuro: l'avete obbligato a fuggir

sempre, a cercar sempre di nascondersi! Ma se non ci fosse la disgrazia

di quella gamba...

BERN. — Eh! gamba più, gamba meno, non importa!

CAT. — Sapete ciò che vorrei vedere io? Se Gaspare allevato come voi ed

abituato ad essere rispettato, coll'ingegno che ha... — voi stesso avete

detto che imparò prestissimo quel po' d'arte che sa dall'armaiuolo che

fu qui di passaggio, ed io aggiungo che quando non ha paura di essere

deriso, dice cose che vanno al cuore e non dicono gli altri — vorrei

vedere, diceva, se non sarebbe...

BERN. — Uno scarabocchio?

CAT. — Chiamatelo com'è battezzato, ve l'ho già detto, _(passa a

destra)_ altrimenti ci guastiamo.

BERN. — Dunque Gaspare, Gasparino, Gasparone! Ma voi convenite d'una

cosa... _(la piglia a braccetto)_

CAT. — Sentiamo...

BERN. — Considerando, primo: che voi sola in tutto il paese lo chiamate

Gaspare e non Scarabocchio come l'ha fatto mamma natura... lasciatemi

dire; secondo: che seguitate a concedergli l'uso gratuito di questa

stanza che con pochissima spesa potrebbe affittarsi come fior di

bottega...

CAT. — Terzo: che quando non sono altrove sono sempre qui.....

BERN. — Si potrebbe concludere che la bella Caterina, se non capitava a

tempo Bernardetto, avrebbe tollerato che lo sgorbio le facesse

l'occhiolino di triglia!

CAT. — Lui? Oh poveretto, che non osa quasi guardarmi! Ma siete matto?

BERN. — A parte gli scherzi, appena ci siamo sposati, aria!

CAT. — Aria? E voi credete che io possa abbandonare nuovamente alla

gente senza cuore perchè ne faccia il suo trastullo quello che mia madre

buon'anima ha raccolto? Non ci pensate neanche: sarei una cattiva

figliuola, una cattiva cristiana!

BERN. — Ebbene tenetevelo; ma non qui, laggiù in fondo all'orto sotto la

tettoia... Vuol tanto bene alle bestie: terrà compagnia al ciuco.

CAT. — Bernardo, quando si ha la fortuna di esser nati sani, robusti, e

fatti... via, in modo da essere contenti, si è come tenuti per dovere a

fare meno dura la disgrazia degli altri; e voi potete odiare un

disgraziato che è buono come il pane?

BERN. — Io lo odio? Neanche per sogno! Lo amo: mi fa ridere! Ma non

voglio che mia moglie abbia sempre sott'occhio un coso disgraziato,

disgraziatissimo, ma brutto e ridicolo.

CAT. — Bernardo, state ad ascoltarmi, mentre siamo sul discorso e siamo

sempre in tempo...

BERN. — Io non lo sono più, poichè m'avete preso l'anima!

CAT. — Io voglio che mi promettiate una cosa, ma sul serio.

BERN. — Ma mille, Rinuccia mia! _(per abbracciarla)_

CAT. — Una sola e le mani a casa che farà due. Io vedo con dolore che

avete l'abitudine di scherzare su tutto, di farvi beffa continua delle

altrui debolezze, e peggio poi delle imperfezioni del corpo...

BERN. — Per chiasso! semplicemente per chiasso!

CAT. — Or bene, io sono donna, e perciò mi sento debole anch'io; e i

vostri bei scherzi, le vostre famose burle mi dànno tutte una sensazione

dolorosa come se fossero fatte a me. Voi lo sapete, quando ammazzarono

il povero gatto di Gaspare io stetti tutto il giorno senza poter

mangiare... Sarà una cosa ridicola; ma io domando se nel petto di chi fa

queste belle prodezze possa battere un cuore per un sentimento gentile,

un cuore che mi sappia, se il Signore mi volesse mandare una disgrazia,

compatire e consolare.

BERN. — Caterina... via... sentite: appena sono vostro marito, delle

farse non se ne fa più... (E speriamo bene che non se ne faccia a me).

CAT. — Appena sarete mio marito?.. E perchè non da questo momento?...

BERN. — Per affrettare quell'altro momento che non viene mai!

CAT. — Proprio da uomo di cuore e di onore me lo promettete?

BERN. — Di cuore e d'onore.

CAT. — Allora, quand'è così, vado a mettermi un velo, e andiamo subito

colla zia da ser Agapito a combinare il giorno del matrimonio...

Aspettatemi qui.

BERN. — Ah! la più cara di tutte le Caterine!

CAT. _(salendo la scala)_. — Ma badate, fine alle beffe, o finirete per

farmi amare quelli che perseguitate.

BERN. — Inteso. _(le manda un bacio)_

CAT. — Dieci minuti e sono in ordine...

BERN. — Dieci ma non venti... _(indietreggia sino al banco per vederla

allontanarsi)_

CAT. — Ma lasciate stare quella pistola...

BERN. — Non dubitate: mi sta troppo a cuore vivere con voi, e per voi...

Uh cara!... Spicciatevi a sposarmi... o io ve la faccio a voi l'ultima

burletta!

CAT. — Matto! _(via dalla destra)_

BERN. _(mandandole dei baci)_. — Matto! mattone! mattissimo! — Ah! Ah!

Tu hai un bel dire, ma se Bernardetto è riuscito a far breccia nel tuo

cuore, nel cuore d'una ragazza buona come il pane, bella come un fiore,

e ciò che non guasta nulla nell'anno di poca grazia in cui mi trovo,

ricca come un tesoro, è perchè sono un giovane allegro, che tutti i

giorni ne sa inventare una per far dimenticare agli altri le tasse e a

me... che non ho più da pagarne! Ma, a proposito, moriva dalla voglia di

leggere la lettera che mi scrive dalla città l'amico Roberto... _(trae

di tasca una lettera suggellata)_ anche lui della confraternita del buon

umore. Ho fatto bene a tenermela in tasca, chè se Caterina si avvedeva

della cosa! mandava a monte la farsa. Ma sentiamo come è andata.

_(legge)_ «_Carissimo amico — Il tuo raccomandato mi è arrivato ieri

sera mentre io mi trovava a cena alla Corona di Spagna, secondo le

nostre intelligenze_ — Bravo! — _Sebbene non fosse prestabilito, ho

avuto carità d'un povero diavolo che aveva fatto venticinque miglia a

piedi, e gli ho fatto dare da cena_ — Benone! — _Quando ebbe mangiato e

bevuto, gli ho fatto intendere con gran mistero che io era incaricato da

persone che ad ogni costo volevano rimanere incognite, di fargli noto

che se dichiarava di rinunziare per sempre alla ricerca dei suoi

parenti, questi gli avrebbero fatto pagare per tutto il tempo della sua

vita cinquecento lire al mese. Per far corto, ti dirò che il tuo

imbecille è caduto pienamente nella ragna; ma che mi ci volle del buono

e del bello per rimetterlo in istato di ritornare a casa colla

diligenza, di cui gli ho pagato un posto perchè non avesse da cambiare i

biglietti._ — Bravissimo; io non ci aveva pensato — _Anzi, a dirti tutta

intiera la verità, sono stato lì lì per isvelargli la burla, tale e

tanta è stata l'impressione che mi ha fatto il suo stato... A rivederci

alle tue nozze e credimi, ecc._» Ma che impressione! Se tu sei di fibra

tenera non sarai mai capace di condurre a fondo una bella burla coi

fiocchi, amico mio! Ma già egli non riflette, come Caterina, che se il

ridere è quello che distingue l'uomo dalle bestie, per far rider l'uomo

necessariamente la natura ha dovuto inventare la classe benemerita degli

uomini ridicoli! Che colpa ho io se quando vedo Scarabocchio mi

dimentico subito che ci sono dei creditori? A proposito, ne ho uno che è

gobbo... Un giorno, il giorno della sua festa, scrissi una circolare a

nome suo a tutti i gobbi che c'è a tre miglia attorno, con invito a

pranzo, adattando bene inteso i pretesti alle persone... Non ne mancò

uno!... E io cogli amici in istrada a vederli arrivare all'ora fissata,

picchiare, entrare, e poi uscire furibondi... Che risate! Ma di siffatte

burle, ora non mi degno più: ora mi occupo delle mistificazioni

colossali, machiavelliche, infernali! Ma per riuscire che potenza di

calcolo! Che previdenza! Preveder tutto e non dare a veder nulla,

conservando l'aria del più perfetto minchione di questo mondo, ma colla

coscienza di fare anche onore più che non si pensi al paese...

Sissignore, onore! perchè i forestieri che vengono a visitarci, vedendo

che tutti ridono, scrivono a casa loro: gli abitanti di questo paese

sono tutti di buon umore; dunque godono tutti buona salute, dunque hanno

tutti quattrini in abbondanza, e governo e pappa a buon mercato; dunque

questo è il paese più florido, felice e potente del mondo! _(chiasso di

fuori, urli, fischi ed applausi; si sente mettere in fretta una chiave

nella toppa della porta di mezzo)_ Fischiano! È lui! _(si nasconde

dietro il fucinale)_

SCENA III.

_GASPARE dal fondo, con premura. Appena entrato si rivolge a parlare

verso la strada, non tenendo fuori della porta che il capo. DETTO._

GASP. — Fischiate, figliuoli, fischiate pure; ma per l'ultima volta,

poichè il vostro bel divertimento è finito per sempre! _(chiude in

fretta la porta e va a sedere sopra la seggiola accosto al tavolo a

destra)_ Miserabili quasi quanto me, e pur sì feroci nel deridermi! La

colpa è anzitutto dei parenti che non vi dànno buon esempio, e poi delle

autorità che tollerano, loro così permalose, che si insulti una creatura

che non fa male a nessuno... Ma non pensiamo più al passato; l'avvenire

è mio! che dico, il presente! Essa è in casa... ho sentito la sua voce

dalla piazza... mai mi parve così dolce e cara! O povero me, come il

sangue mi corre al capo! Sono sfinito dalla fatica e pure non riesco a

calmarmi... Lo credo io! comincio ora a vivere!

BERN. _(che frattanto gli si è avvicinato sulla punta dei piedi non

sentito e non visto, gli pone le mani sugli occhi standogli dietro)_

GASP. — Ah! — Chi è? — Siete voi, Caterina? _(toccando le mani di

Bernardetto)_ No... Avete le mani troppo grosse voi! Siete Bernardetto.

BERN. — Bravo, hai indovinato.

GASP. — Bel merito! Siete suo cugino, siete sempre qui... E poi chi vi

avanza nel fare delle burle?

BERN. — Te l'hai a male anche questa?

GASP. — Se non mi aveste mai fatto altra burla che questa!

BERN. — Ma ora sono finite per sempre, Gasparino mio.

GASP. — (Non mi chiama più Scarabocchio?) Perchè dite che sono finite?

BERN. — Perchè basta guardarti, si capisce subito che hai fatto

un'eredità... che hai trovato un tesoro... insomma che c'è del nuovo in

aria!

GASP. — E se anche fosse, non lo dirò a voi che me ne avete fatte tante!

BERN. — Ti ho fatto qualche burla, è vero; ma del male poi non te n'ho

fatto punto.

GASP. — Non m'ha fatto del male! Sicuro che non mi avete preso a

sassate, no; ma alle volte fa più male una parola che un sasso!

BERN. — Io t'ho chiamato Scarabocchio come gli altri... Gran che!

GASP. — Prima degli altri, e questo è peggio che una sassata!

BERN. — Prima o dopo, era per ischerzo... E se tu non eri così

permaloso, la cosa cascava da sè; ma sì, tu andavi sulle furie!

GASP. — Non aveva ragione? Sono uno scarabocchio io? Ho questo difetto

che non posso stendere la gamba come vorrei; ma quando io sto fermo sono

alto come voi, e se sono seduto...

BERN. — Non sei più che un mezzo scarabocchio! Ma ritorniamo a bomba: tu

vuoi fare dei misteri con me! ma sai a chi lo devi se sei contento? Lo

devi a me solo.

GASP. — A voi? Impossibile!

BERN. — Perchè ho riso qualche volta di te, credi che io sia capace

d'impedirti di migliorare la tua condizione?

GASP. — Voi potevate impedirmi?...

BERN. — Sicuro, tacendo! Ma sarei stato un fior di birbante, far del

male a chi m'ha fatto tanto ridere!

GASP. — Bernardo, provatemi che io debbo a voi il mio avvenire ed io vi

domanderò perdono in ginocchio del mio dubbio!

BERN. — Allora inginocchiati e subito, imbecille! _(trae di tasca due

lettere; una è quella già letta; la rimette in tasca e legge l'altra)_

Questa... questa... «_Onorevole signor Bernardetto_». Ma prima di tutto

guarda i timbri postali e la data. Tu non sai leggere; ma i numeri mi

pare che li conosca...

GASP. — Sì... arrivata qui il 26... marzo... colla posta, non c'è

dubbio.

BERN. — Il 27 ho risposto.

GASP. — Il 28 Caterina mi ha letto la lettera che m'invitava a recarmi

in città...

BERN. — Il 29 sei partito, e oggi primo d'aprile sei di ritorno. Ora

senti, _(legge)_ «_Sebbene io non abbia l'onore di essere da lei

conosciuto, me le rivolgo sicuro che vorrà compiacermi, trattandosi di

fare una buona azione, e sapendo dal negoziante Giuseppe Ferri che non

mi indirizzerei invano alla sua cortesia ed alla sua probità_». Vedi,

non ci sei che tu a credermi un uomo feroce!

GASP. — Proseguite...

BERN. _(legge)_. — «_Io sono incaricato di fare ricerche accuratissime

di un bambino che sarebbe nato in questo circondario, or sono ventitrè

anni, da una povera donna che morì in viaggio dandolo alla luce. Siccome

il bambino in questione, se è vivo, non può trovarsi che in istrettezze,

e mio còmpito è appunto d'alleviarle, Lei ha già compreso che si tratta

di aiutarmi nelle ricerche: sicuro del favore, Le anticipo i miei

ringraziamenti... Eccettera... eccettera..._». — Sei convinto?

Dedica - Scarabocchio Le Commedie, vol. 1 · 第 2 / 3 段