DEDICA — SCARABOCCHIO
LE
COMMEDIE
DI
VALENTINO CARRERA
..... Se voeren sti poetta
Ciappottan i passion, moeven el cœur,
Hann de toccann i tast che ne diletta,
Ciapann, come se dis, dove ne dœur;
Senza andà sui baltresch a tirà a man
I coregh e i scuffion gregh e roman!
CARLO PORTA.
VOLUME PRIMO
TORINO
TIPOGRAFIA L. ROUX E C.
1887
_L'editore e l'autore, osservati tutti gli obblighi, intendono di fruire
di tutti i diritti della proprietà sia per la riproduzione e la
traduzione, che per la rappresentazione._
(918)
LA DEDICA
In teatro; un teatro quale lo sogna chi abbia studiato la drammatica non
meno dal palco scenico che dalla platea: elegante con semplicità,
armonico, commodo per ogni verso, bene aerato e sempre in giusta
temperatura; col pavimento delle corsie di platea, dei corridoi dei
palchi e delle gallerie coperto di stuoie fitte; senza porte che
cigolino o sbatacchino, coi servi puliti e zelanti, i siparisti astemî,
la platea divisa dall'ambulatorio da doppie porte soppannate che
impediscano di entrarvi tanto quella piccola corrente d'aria fredda che
potrebbe ridurre allo zero il poco calore degli spettatori per la
commedia, quanto le chiacchiere, spiritosissime del resto, fra le
maschere che raccolgono i biglietti e la mutria dell'amministratore
della Compagnia. Il teatro è pieno, ma non pinzo, di gente tutta a
sedere, colla digestione bene avviata, esigente ma garbata, senza
preconcetti, senza impazienze e senza tosse. Nè balie, nè bambinaje con
fantocci; nè cani, sia in platea che sul palco scenico, bel caso. Ogni
spettatore è dunque tanto a suo agio e in così conveniente luce da
dovere nello stesso tempo rispondere di sè e non avere alcun motivo di
far scontare all'autore ed agli attori il disagio solito dello stare in
piedi o del sedere incommodo. Nei palchi, delle signore belle, e, se non
guasta, un pochino colte; delle signorine amabili e vivaci e pure
attente; delle matrone spiritose e tuttavia discrete: qualche celebrità
di qualsivoglia mondo, tanto per crescere prestigio alla serata e dare
un mezzo ai giornalisti di dire che c'era il solito fior fiore di tutte
le aristocrazie, da quella della nascita, la più minchiona ed
indulgente, a quella dell'ingegno, la più superba e procace. In platea e
su nelle gallerie, in misura contemperante, un po' d'ogni viva classe, e
magari degli studenti: le donne ascoltano, mentre si recita, e tacciono,
e gli uomini non fumano, sebbene non sia vietato che dal galateo.
Nella Compagnia che recita non ci sono soltanto degli attori come in
troppe altre; ma parecchi comici, e, per giunta, anche qualche vero
artista. Il Direttore, che non è nè attore, nè impresario, ha fatto
scrivere a lettere cubitali sulle pareti del palco scenico: _non si può
dare vita a qualsiasi parte se non si sa a memoria_.
E nelle quinte non c'è caso che attori ed attrici stiano ripetendosi la
sera quanto già si sono detto il giorno alla prova, il gran bene che si
vogliono, poichè lo stesso Direttore, sapendo che la vanità e la
puerilità dei comici sono assai più fiere nemiche dell'arte che non sia
l'indifferenza apparente del pubblico, non tralascia occasione per
dimostrare coll'efficace eloquenza delle multe i miracoli di Santa
Disciplina. Poco repertorio ha questa Compagnia; ma spiegato e studiato
con amore e allestito ammodo. Gli è che il capocomico ha proprio di suo,
non par vero, due capitali, quattrini e intelligenza; così la sua nave
veleggia sicura, attesa in ogni porto, lodata da chi se ne intende e
gradita, che è meglio, a chi non se ne intende e paga il suo bravo
biglietto. Ma l'abile orchestrina a cembalo ed archi ha ormai terminato
la suonata di prefazione, e Tita è già nel suo buco, sebbene non abbia
per ora da rammentare, e tanto meno poi da suggerire... Ecco, da una
quinta, prima che si levi il sipario sulla commedia, l'Autore in
persona, in giubba, con un libro nella destra e il cappello a soffietto
nella sinistra, che s'avanza al proscenio inchinandosi al PUBBLICO, come
al SUO SOVRANO...
Si sente a volare quella certa mosca.
L'AUTORE: — _Altezza Serenissima! La nuova edizione in cui raccolgo i
miei meno peggio componimenti non può essere dedicata che alla ben degna
Erede della più antica e sicura Dinastia, di quella che fra i suoi fasti
gloriosi può sola vantarsi di avere inspirato la vita al più intero e
nobile portato delle lettere e delle arti, la drammatica._
_Questa dedica non dovrebbe veramente esservi fatta che nel lieto
ricorrere della giocondissima fra le feste dei campi, la vendemmia,
quando i colli trionfano, e gli uomini lieti per la larga ricompensa
ritornano per un paio di settimane quali li ha fatti madonna natura, più
inclinevoli all'amore ed alle canzoni che non alle torbide suggestioni
dell'avarizia, della vanità e dell'invidia, poichè è proprio la
vendemmia la solennità in cui è nata per non morire mai più quella
Commedia cui il canto dei vignaiuoli e delle vendemmiatrici fu il primo
coro, il mosto la prima maschera, e l'avvicendarsi scoppiettante delle
botte salaci e delle risposte argute fra garzoni e maschiotte versanti
nelle bigoncie i panieri ricolmi di grappoli, il primo dialogo scenico,
saporito e vivace e rapido._
_Oh il bel natale che è stato questo della Commedia! E se questa potesse
essere l'opera d'un uomo solo, io credo ch'egli potrebbe ritenersi senza
peccato quale un Dio creatore di una seconda vita assai più bella della
reale, poichè nella sua sintesi rapida e logica non presenta che azioni
sempre rispondenti alle premesse, gioje più intere e dolori più brevi e
con un termine così sicuramente lieto che basta il suo spettacolo ad
aiutarci a sopportare i guai nostri._
_Ad ogni modo la gloria di aver dato la prima forma a questa Commedia
così benemerita dell'umanità e sempre viva e fresca quanto la tendenza
dell'uomo al vendicarsi delle proprie debolezze ridendo e satireggiando
le altrui, è splendidissima gloria nostra nè più nè meno di quelle altre
minori di avere inventato la farsa, l'opera ed il ballo._
_Nè vi sia discaro che io aggiunga che la Commedia, che è un giocondo
contrasto di caratteri e di passioni, di volontà e di accidenti, è nata
dove doveva nascere, nella terra dei maggiori contrasti, la Campania,
paradiso di sopra e inferno di sotto, felicissima per splendore di
orizzonti, fecondità di campi e mitezza di mare, in mezzo ad un popolo
la cui prima memoria istorica è una solenne risata ed una vittoria: la
risata dell'esercito romano quando lo vide scendere contro di lui in
campo vestito di bianco, coll'elmetto di feltro e lo scudo inargentato,
un quissimile di Pulcinella camuffato da Capitan Fracassa. Ma il popolo
Osco era sceso dai monti al piano e s'era ingentilito alla dolce cote
delle civiltà Fenicia, Greca ed Etrusca senza rimetterci il tipo
d'origine, elastico ma resistente, e così mentre la risata mollava i
muscoli ai Romani, i Campani poterono farsi loro addosso con tanta furia
da obbligarli a correre alle navi con troppo maggior fretta che non
comportasse la dignità Quirite....._
_E questo popolo, che portava poi a Roma la sua Atellana per vincere
un'altra volta ma in meno disuguale palestra i vincitori del mondo,
anche oggi è su per giù quello stesso che descrissero nei libri, sulle
pareti e nelle ceramiche scrittori e pittori da diciotto a ventiquattro
secoli fa: un popolo piuttosto pronto alle mandòle ed alle chitarre che
alle coltella, chiassoso ma docile, sensuale e pur frugale, facilmente
millantatore e tuttavia rispettoso, più credenzone che bugiardo, più
apatico che avido; un insieme di nobili entusiasmi e di paure ridicole,
di malizie e di ingenuità, di arroganze e di abbandoni, di cinismo e di
finezze, assai migliore, sopratutto nel popolino, della sua fama; un
popolo insomma cui non mancò per arrivare i Greci nelle arti e nella
filosofia che la loro febbre di sogni, la loro profonda passione per
ogni alto ideale; il popolo, comecchessia, per il linguaggio, il gesto,
le improvvisate e le antitesi, più comico di tutta la nostra Italia
comicissima._
_Dunque la Commedia allegra, la Commedia di carattere necessariamente
basata sulla satira e sulla parodia e pure in ogni sua espressione
temperata dall'antica severità dei costumi, è cosa italica e non
importata di Grecia, come tante buone e brave persone suppongono per
pigrizia, e parecchie che non furono mai nè buone nè brave tacciono per
quello scellerato furore di negazione e di avvilimento che strappa così
spesso agli italiani le penne maestre ad ogni volo._
_Codesta gente, poca di numero e di virtù, ma sfacciata per cento,
coll'aria di novatrice ma in fondo di quell'Arcadia che in Italia non
muore mai, tace dell'Atellana maestra di Plauto; tace che gli antichi
italiani insegnarono ai Greci con Epicarmo a perfezionare la Commedia
così che si nutrisse essenzialmente del ridicolo dei contemporanei e si
sostenesse più sui caratteri che sui viluppi e sugli equivoci; omette di
sana pianta che la Commedia moderna trae la sua inspirazione nel
nostralissimo Boccaccio, e che anche quando la maledetta fregola
dell'erudizione e dell'imitazione tarpa le ali all'originalità paesana
ed impedisce ad Ariosto di darci una rispecchiatura shaksperiana del
tempo, la singolarità nativa rifulge ancora in P. Aretino, Macchiavelli,
Cecchi e G. B. Porta — e basterebbe Macchiavelli, saldissimo anello fra
Plauto e Goldoni; — dà di frego con disinvoltura pari alla buona fede a
quella Commedia dell'arte che ha divertito per più di due secoli tutta
Europa, maestra allo stesso Molière d'intreccio, di movimento, di
dialogo e di teatralità, e dato uno sgambetto al Goldoni liberatore
dell'Italia dai Goti e rievocatore del buon gusto in Francia, come se
non avesse, unico fra i più insigni, il vanto di poter presentare dopo
un secolo e mezzo la bellezza di venticinque Commedie tutte
rappresentabili con sicurezza di successo, butta nel cestino il nostro
teatro popolare, continuatore della tradizione atellana, scarso ma
originale e invidiabile da ogni altra nazione, e per vuotare il sacco,
finisce per sentenziare a faccia tosta che gli italiani, grulli, non
hanno mai avuto una Commedia, nè possono averla._
_Ma perchè tant'ira contro il nostro povero teatro?_
_Il perchè io lo farò dire a Vostra Altezza Serenissima dal Cavaliere
senza macchia e senza paura, Massimo D'Azeglio. Il quale narrandoci nei
suoi mirabili Ricordi come Luigi Vestri gli respingesse la sua prima ed
unica Commedia, si lascia ingenuamente scappare che se ne consola
facilmente col riflettere che torna affatto inutile pensare a scrivere
commedie in Italia, «non essendovi nè lingua, nè attori, nè pubblico»,
quasi che due milioni di toscani non provassero che la nostra lingua è
così piena di nervi, di muscoli e di grazie da essere sufficientissima,
se non n'avanza, per sognare, far all'amore, insegnare, discorrere,
canzonare e bestemmiare chiarissimamente per ogni italiano!... Quasi che
non avessimo al tempo istesso della triplice bugia attori quali il
Vestri e Gustavo Modena insuperabili, e anche ora altri da non essere di
leggieri superati, quando il vogliano, dove che si sia!... Quasi che il
nostro pubblico non fosse suscettibile di tanto progresso nella via del
buon gusto da parermi talvolta più indipendente dalla moda e più largo
nell'accettare forme e concetti di quello istesso cotanto vantato di
Parigi!_
_Basta adunque un'offesa all'amor proprio, un'amara delusione perchè un
gentiluomo fior di cortesia e di onestà sia tratto fuor dei gangheri a
dichiarare che se nella commedia non c'è riescito lui, non è per altro
se non perchè non ci si può riescire in nessun modo da anima nata!...
Figuratevi poi quando cotesto strappo è dato all'orgoglio di gente che
in troppe cose non arriva alle calcagna del D'Azeglio, e per giunta, per
dirla colla felicissima trovata di Yorick che spiega da sola tutte le
rabbie della stizza e dell'invidia, è rifischiona! Allora cotesta gente
lascia in disparte il sonetto ed il romanzo per fare della critica, una
critica nuova e seria che non ha nulla che fare, s'intende alla prima,
con quella che da anni accompagna paziente e amorosa il travaglioso
saliscendi del teatro nazionale. Da quell'istante tutti gli antichi che
si sono riguardati come maestri nella commedia e nella tragedia sono
dichiarati ferri vecchi, e tutti gli altri più o meno felici
continuatori delle tradizioni goldoniane ed alfieriane, indegni di
essere citati se morti, odiosi addirittura se per loro dabbenaggine
vivi. A critica nuova un'arte nuova. Dopo la bella prova che quei
messeri hanno fatto nella commedia, la comicità non è più indispensabile
alla commedia quanto il sole alla primavera e l'amore alla gioventù,
diventa anzi virtù volgare; così l'archeologia, non importa se incapace
di trarre un sorriso od una lagrima, piglia il passo alla commedia viva
e festosa che attinge la sua ispirazione dall'osservazione della vita
contemporanea. Premesso che la più scipita farsa straniera vale meglio
della più indovinata commedia italiana, la fama si nega o si
distribuisce a seconda della parrocchia letteraria e senza via di mezzo:
o alle stelle o alle stalle... bene inteso che se mandano alle stelle
lassù è per goder presto il loro più gradito degli spettacoli, quello
d'Icaro e di Fetonte precipitanti._
_O che bel libro curioso ed onesto si potrebbe scrivere intorno a quello
che gli stranieri, dopo averlo studiato, ci invidiano — e io penso
sopratutto a Carlo Goldoni il cui nome cresce, oltralpi, ogni giorno più
nell'ammirazione universale — e noi senza degnarci di guardare
disprezziamo, forse perchè il nostro scetticismo di gente pigra ed
invidiosa ci impedisce di avere in alto concetto altro che il nostro
valore individuale!_
_Gli è adunque proprio il momento buono di mandar fuori tre o quattro
volumi di commedie!!_
_Ma io sono, o Altezza Serenissima, di un ottimismo incorreggibile, e
come uomo navigato in questo mare burrascoso so per qualche prova che
quando si è sentito una volta la lusinga di poter vedere una folla
agitarsi, fremere, ridere od intenerirsi sotto il nostro pensiero, è
assai improbabile che passato lo sgomento del primo insuccesso non si
ritenti l'esperimento, a costo di pigliarci quella febbre di cui non si
guarisce più... In questo caso io sono sicuro che appena cotesti
detrattori sistematici della nostra drammatica saranno riesciti ad
ottenere il più modesto applauso, muteranno di punto in bianco registro
non altrimenti che i detrattori del giornalismo appena possono leggere
su per le gazzette il dolcissimo fra i nomi, il loro._
_Dunque io spero tuttavia che Vostra Altezza Serenissima, che già si
degna di fare buon viso a questi componimenti quando vi sono
rappresentati, voglia pure gradire la dedica che con spontaneità d'animo
riconoscente vi faccio della nuova edizione che li raccoglie a stampa...
(un movimento nel pubblico...)_
_Capisco: Vostra Altezza è lì per dirmi: pigliate abbaglio; io sono il
Pubblico, un cliente, un giudice, quel che vi pare, non mai un Mecenate;
i vostri Mecenati naturali, secondo la sanzione della tradizione e della
leggenda, sono i Principi, i Ministri, i Prelati ed i Patrizi; e
lasciate stare anche il titolo, più conveniente ad un discendente di
Caio Cilnio, se vi riesce di trovarne, che a me buon democratico
imbevuto di idee di eguaglianza..._
UNA VOCE: — _Bravooo!_
L'AUTORE: — _Circa l'eguaglianza rispondo: speriamo che si trovi
dinnanzi al diritto come al dovere in tribunale, allo sportello
dell'agente delle tasse e dinnanzi al pericolo; ma cercarla in teatro,
dove ognuno è così geloso del suo posto quanto l'attore della sua parte,
lasciamola lì!... Non è punto a caso o per capriccio che ora che al
teatro italiano si nega anche il Pubblico, io mi rivolgo contro ogni
usanza cortigiana a Voi invece che ai Mecenati del buon tempo antico:
per quanto mi guardi attorno per trovare un protettore cortese, generoso
e duraturo, non mi riesce di vederne uno per ogni verso meglio disposto
e conveniente di Voi, senza pericolo alcuno per la mia dignità._
_Non mancano certo e Principi e Prelati e Ministri e Patrizi: ci sono
per soprappiù i cresi della banca e della borsa, e giammai ci fu tanta
ricchezza in tanti e sì ardente brama di farla ammirare; giammai si
parlò tanto di coltura, di arti belle, di civiltà._
_Eppure è bell'e passato il tempo in cui Alberto Nota, sebbene italiano
e non più valoroso di Riccardo Shéridan — che poteva col solo successo
di due o tre commedie conquistare le più illustri amicizie, la direzione
del primo teatro drammatico, un posto nel Parlamento e poi una tomba in
mezzo ai Re della corona e del pensiero — era dapprima assunto a
segretario di Carlo Alberto, quindi fatto Barone, allora, Prefetto di
una Provincia e socio, nientemeno, dell'Accademia delle Scienze; nè
possono più esserci gli equivalenti delle compagnie assoldate nella
prima metà del secolo dalle Corti d'Italia: ai Principi deve bastare
ora, quando non ne hanno d'avanzo, la commedia politica che sono
obbligati a giulebbarsi, anche quando fa stomaco._
_Tutto quello che possono fare per la drammatica, dicesi, è lasciar
cascare qualche commenda che ahimè! non ci farà più commendevoli,
qualche ordine di cavalleria che ci lascerà a piedi e terra terra come
prima!_
_I molto reverendi nostri Prelati poi fanno anche meglio: ignorando che
il teatro risorse per solo merito del Clero nelle Cattedrali e conta
nella sua istoria non solo Cardinali e Pontefici favorevoli, ma Santi
Comici e Drammaturghi, involgono in un commodo disprezzo anche
quell'arte che parve poter essere onesta ed utile allo stesso filosofo
Aquinate._
_I Patrizi o non possono più essere Mecenati o non sanno; e potendolo o
sapendolo, temerebbero di essere mistificati dai farinelli che
s'intruderebbero fra loro e i protetti per ingrassarsi alle spese degli
uni e degli altri._
_Quanto ai Ministri, bisogna loro rendere questa giustizia, di dieci in
vent'anni domandano in qual modo la possa campare questa benedetta
drammatica, e questa sollecitudine così consona alle antiche tenerezze
democratiche per la commedia aristofanesca, deve bastare. Non
negherebbero fors'anche, a chi lo implorasse con un foglio di carta
bollata da mandare all'archivio un sussidio; ma non è ancora bene
assodato se la limosina farebbe più onore al Ministro od alla dignità
dello scrittore. I membri del Parlamento, e più i molti che
amoreggiarono poco corrisposti con Talìa, alieni da ogni favore verso la
commedia, forse perchè trovano troppo facile la loro._
_I Comuni, aboliti premj e scuole per la drammatica, serbano, al pari
delle Accademie, le loro tenerezze per i pittori, non cerchiamo se
giustificate, e per le ballerine, giustificatissime. La maggior parte
dei milionari poi non ha l'aria di amare le arti che non concorrono al
mobilio della casa, e meno che mai i libri: non può forse dimenticare di
essere riescita nelle sue imprese senza aprirne uno. Tirati i conti,
s'arriva a questo che ogni ragione è buona per non far nulla per il
nostro teatro, e se si spende ancora qualche cosa per i commediografi
che non associano in adultero connubio l'arte colla burocrazia o la
politica dalle mani viscose, più che per nutrirli è per seppellirli._
IL PUBBLICO: — (ride e sta per applaudire...)
UN SIGNORE: — (da un palco al proscenio, di scatto) _Domando la parola!_
(risata generale) _È per fare un'osservazione nell'interesse del
Pubblico istesso che domando la parola!_
L'AUTORE: — (cui si rivolge ogni sguardo) _Per me se la pigli._
QUEL SIGNORE: — (all'autore) _Le sue sono di gran belle parole..._
L'AUTORE: — _Troppo buono!_
QUEL SIGNORE: — (attaccando sicuro, da conferenziere versato, gestendo
per tre e cianciando per dieci, con aria di castigamatti e polmoni da
avvocato...). _Ma io mi permetto di far notare come questa sua dedica e
gli argomenti per cui il Pubblico potrebbe lusingarsi di essere ormai il
solo Mecenate possibile dell'arte drammatica, stonano maledettamente con
tutto quello che del Pubblico medesimo dissero e scrissero loro poeti,
drammaturghi e comici._ (stendendo una mano verso l'autore per non
essere interrotto, lui) _Difatti, per non andare più in là, Plauto e
Terenzio, come poco dopo Orazio, andarono a gara nell'asserirmi o
puerile o distratto e sempre pretensioso e grossolano, più vago degli
spettacoli maneschi in cui trionfa la forza che non degli intellettuali
in cui ha ragione la grazia e lo spirito. Non sarò io che difenderò il
Pubblico romano dall'accusa di aver spento nell'arena sanguinosa dei
circhi ogni sentimento di gentilezza e di umanità; ma il gusto indegno
ora di un beccaio, di stare a vedere da seduti chi si batte, strazia e
macella a gara, non l'ebbero i Romani soltanto, ma anche i Ravennati, i
Senesi, i Pisani ed i Bolognesi, mentre in queste città non c'era caso
di poter dire che al popolo vincitore del mondo occorreva più vasto e
fiero spettacolo della commedia. E i Santi Padri inventori dei Misteri
che cosa non dissero del Pubblico che si consolava della rovina dei
circhi con un baccanale di allegre parodie delle usanze antiche come
delle nuove, delle cerimonie pagane come delle cristiane? E Dante, di
cui nessuno potè fischiare la Commedia Divina, non chiamò forse il
Pubblico «strupo di pecore matte?» E lo Shakspeare, che cito per fare il
paio coll'Alighieri in autorità, non osò forse dire che il Pubblico è
addirittura «una razza d'oche?». Ma fra Dante e Shakspeare, ecco che
rispunta sul nostro orizzonte il sole d'una nuova civiltà italiana; ecco
che dalle riaperte arche del sapere si diffonde una nuova splendidissima
luce. La Commedia plautina e la terenziana si rinnovano nella volgare, e
subito i Principi più famosi per ischiatta e per valore, i Prelati più
colti e generosi, le Gentildonne più cortesi e belle, vanno a gara
nell'accettarne la dedica, nel favorirne la rappresentazione col
chiamarvi, per adornarla di ogni bell'arte, i più insigni pittori ed
architetti. Credete che ne venga loro lode? Al contrario! Si dura per
trecent'anni a dar loro la colpa degli strappi che i commediografi fanno
ad ogni riguardo, convenienza e buon costume, quasi che e Pontefici e
Cardinali e Principi e Gentildonne non potessero gustare quelle commedie
che in ragione della crudezza acerba della favola, della licenza del
linguaggio e dell'oscenità del gesto.... Già la colpa è tutta dei
costumi rotti del Pubblico, quasi che il Pubblico a quelle
rappresentazioni otto su dieci seccantissime non si fosse rotto e
seccato nulla! Così il Tatio scrive fin d'allora: «ai nostri tempi
vengono ascoltate solamente quelle commedie nelle quali sono inserte
mille sciocchezze e diverse parole disoneste et altre cose molto
vituperabili.» Carino tanto! Così i poeti comici scrivono le cose
sciocche, disoneste e vituperabili e poi si fa colpa al Pubblico se le
sente! E quanto è bello quel «solamente» come se allora delle commedie
ce ne fosse delle altre parecchie gioconde quanto «La Mandragola», ma
più oneste! E io mi domando se con questo andazzo di dare ad ogni modo
addosso al Pubblico non si sarebbe detto peggio se il Pubblico d'allora,
vale a dire le Corti dei Principi e dei Prelati ed i Patrizj, avessero
chiuso le porte delle reggie e dei castelli ai comici scrittori ed
attori!_ (un mezzo respiro e poi via subito, tutto d'un fiato):
_È bensì vero che lo stesso Giustinopolitano si lascia poi sfuggire che
cotesti comici, quali «inimici di ogni politica civile et d'ogni nobile
conversatione» debbono essere cacciati da ogni bene ordinata città come
la «vera origine della corruttione de' costumi et male creanze», e che
Ottaviano Garzoni, poco più tardi, non dubita di asserire che appunto
«per cagion di costoro giace sepolta nel fango l'arte comica!»_
(all'autore che si è mosso credendo che il signore arrivato
all'impertinenza abbia come di regola finito) _Aspetti che non ho
finito!_ (l'autore incrocia sul petto le braccia rassegnato quanto alla
lettura d'una tragedia) _Non è soltanto in Italia che c'è il mal vezzo
di pigliarsela con noi dopo di avere esaurito, bene inteso, ogni arte
per avermi dalla loro. Giusto nel tempo in cui lo Shakspeare rincarava
la dose della botta dantesca contro il Pubblico, il maggior genio
letterario della Spagna, Cervantes, quello in cui si riflette più
limpida, arguta ed originale la vita della sua epoca — vede che non gli
nego giustizia — asserisce, per fare la terna, che il Pubblico «non
sente entusiasmo che per le stravaganze», e che dopo di averlo studiato
intus et in cute «non sa ancora se sia più sciocco o più ignorante». Nè
meno grave è il carico che gli si fa in Francia riguardo al Molière, il
suo maggior scrittore. Il quale avrebbe avuto dalla sua, e basterebbe,
il Re che aveva dello spirito anche per gli altri, Corneille e Racine,
due Regine, il Principe di Condé, La Fontaine e La Chapelle, non la
borghesia di cui è pure alla stretta dei conti il poeta, e meno che mai
il popolo indifferente e qualche volta ostile, quasi che il Pubblico
d'allora non fosse ancora la Corte e l'aristocrazia, quasi che potesse
dirsi ed essere Pubblico l'orda di mascalzoni che avrebbe fatto Dio sa
quale sacrilego insulto alla salma istessa dell'autore del «Tartufe»
quando la vedova non gli avesse gettato nelle canne ingorde l'offa di un
sacco di quattrini! Da Molière vengo dritto al Goldoni: così non dirà
che mi faccio commodo di citare soltanto degli ignoti o dei
guastamestieri: da Plauto, Terenzio, Orazio agli inventori santificati
del mistero; da Dante a Macchiavelli il cui prologo della «Mandragola»
dimostra il pochissimo conto in cui tiene il Pubblico; da Shakspeare a
Cervantes, a Molière, a Goldoni. Ebbene il Goldoni, anima serena e sole
di ottimismo, ebbe a dire che si gusta di più «Arlecchino finto
principe» che non le commedie più fine, argute ed eleganti. Poco dopo
Goldoni, ma assai meno discreto e cortese, il Goethe dice in Alemagna:
«Bisogna guardarli da vicino questi Mecenati: o freddi, o rozzi, o
disattenti, o svogliati e sempre vaghi di novità soltanto; vera
ciurmaglia fluttuante, più cupida di vedere che di sentire, che si può
abbagliare e non mai soddisfare, per cui è proprio un delitto
l'incommodare le muse! Basta esaminarli da vicino, dico, per sentir
subito venir meno ogni inspirazione e sentirsi spinti verso un abisso di
volgarità!». Il Giove olimpico ha parlato così schietto che non monta
sapere quanto si dicesse poco prima in Francia sull'argomento da
Voltaire, Rousseau e Diderot; vediamo piuttosto se quell'altro astro
splendentissimo del nostro firmamento che è il Manzoni abbia fulminato
il Pubblico che non si vergognava di fischiargli l'«Adelchi» ed il
«Carmagnola». Il Manzoni si contenta di dire con calma antica che il
Pubblico non ha criterio: se un lavoro gli pare cattivo, non ha misura
nel buttarlo a terra; se invece non sa farci un appunto, se ne sbriga
con un «gh'è minga mal», aspettando che dai compari dell'autore gli si
dia in mano un verdetto bell'e fatto. In fondo il giudizio non è meno
acre dell'invettiva del Goethe. Intanto, mentre Lord Byron afferma che
«nessun uomo di animo delicato e gentile può commettersi all'arbitrio
d'una folla di spettatori», altri meno illustri e più arroganti
affermano che questa è «sempre essenzialmente ipocrita, poichè rigorista
fino all'assurdo colla prosa, tollera ogni più sconcio laidume in versi;
perchè mentre pretende che la commedia rispetti le convenienze e le
convenzioni sociali, corre nei teatrucoli dove l'arte si fa compiacente
mezzana d'ogni foja e sguaiataggine». Sthendal e Berlioz colgono ogni
occasione per dirla «vaga soltanto di scipitaggini e di platealità».
Dumas figlio pubblicò pochi anni sono che «non si va al teatro se non
dove si fa più chiasso e c'è maggior possibilità di stordirsi»; che
«agli spettatori si può domandar tutto, meno l'attenzione», e che dessi
«non chiedono all'arte che la sensazione di un momento». Altri loro
appunta di correre, novelle pecore di Panurgo, dove picchia più forte la
gran cassa, e altri invece rimprovera loro «di arrivare sempre troppo
tardi, magari alla fine del primo atto, di chiacchierare mentre si
recita, di ridere più allo sboccato che all'arguto e di sottolineare col
meno onesto cachinno ogni scellerata allusione, salvo poi a pigliare,
appena calato il sipario, la prima maschera di Catone da strapazzo che
loro capiti sotto la mano, per disapprovare..... se stessi».
Finalmente...._ (respiro unanime dell'autore, della stampa e del
pubblico) _a dare il resto del carlino e a darlo proprio al Pubblico
italiano, ecco messer Hans De Bülow, scrittore musicale, concertista e
battista in Italia di quel Messia che chiamò i nostri più ammirati
maestri compositori da chitarra... averne noi e loro! Questi non potendo
comportare la leggerezza con cui il Pubblico aveva accolto «la morte per
lo Czar» del povero Glinka, dette in ciampanelle, non ricordò che lo
stesso Pubblico non s'era dimostrato più riguardoso colla «Gazza ladra»,
la «Norma» ed il «Mefistofele», e gli scaraventò di botto tre micidiali
imputazioni, accusando prima l'aristocrazia di «preferire, incurante
d'ogni buona cosa paesana, alla divina musica del linguaggio nazionale
il francese più sgrammaticato, cupida soltanto di vaudevilles e di
operette come d'ogni altra frivolezza pur che straniera»; quindi
scagionando la borghesia d'ogni responsabilità coll'affermarla «troppo
povera e pigra per essere colta», e infine sentenziando «la plebe non
essere bramosa che di scandali»... L'invidia essendo nel cuore italiano
tanto potente quanto deve essere umiliante la coscienza della nostra
impotenza, l'esito di ogni componimento teatrale dipende dal
campanilismo o da una camorra, o dall'intonazione che si assumerà di
dare al verdetto del Pubblico quel biricchino di ogni età e condizione
che secondo il tedesco insatanassato sarebbe una delle maledizioni «di
cui l'Italia ha il triste privilegio...» Nient'altro, e festa. Ultima,
una Regina di spirito e di bellezza — e ne ho serbato la sentenza in
fondo — Elisabetta di Rumenia, dice che «il Pubblico è come il mare» —
meno male che il paragone è lusinghiero — «porta e sostiene l'arte e gli
artisti» — ci si rende giustizia finalmente! — «per poi
inghiottirli»..... Tombola! Ma io sarei indiscreto se non concludessi
subito....._
TUTTI GLI ALTRI: — (in cuore) _Sissignore._
QUEL SIGNORE: — _..... e concludo che mentre questi, fra scrittori ed
attori, mi manda a scuola di garbo e discrezione, quell'altro mi accusa
di applaudire soltanto quando non capisco; quegli di fare della
politica, che come si sa è una porcheria poco pulita dappertutto, e di
farla in teatro; questo qua, e m'ha l'aria di essere un vecchio comico,
assicura che ho così poco criterio d'arte da bastare, per farmi salire
all'entusiasmo, un passaggio repentino dal pianto dirotto alla risata
più sgangherata — una cosa fra le tante che non si vedono che sulla
scena — o il crescendo d'apostrofi a prova di polmoni, non importa se
contro ogni verosimiglianza di situazione e di ambiente; Tizio dice che
sono un tardigrado dalla pelle d'ippopotamo, col cervello privo di
discernimento e il cuore con tanto di pelo; Caio che se non sappiamo
essere che un sinedrio meticoloso coi valorosi ed un bimbo di anime
senza entusiasmo coi genj, gli inetti ed i mediocrissimi sono sempre
sicuri della nostra indulgenza più larga. Così tirati i conti, il
Pubblico che si chiama inclito e colto sui cartelloni, finchè non ha
pagato il suo biglietto, appena è in teatro se non è la «mala bestia», è
l'«orbetto» o, alla meno peggio il «grand'asino!»._
_E con questo voglio dire che se in ogni tempo scrittori ed attori hanno
sempre cercato con ogni artifizio il nostro concorso e il nostro
suffragio, hanno sempre finito col morderci la mano, sia che la
stendessimo larga di applausi e di corone, o che la ritraessimo
sdegnosa. Mecenati noi? Non ci mancherebbe altro per crescere la
burletta!_ (s'inchina al Pubblico, volgendo sdegnoso le spalle
all'autore, e aspettando un applauso per sedere: il Pubblico intontito
sta per applaudire; ma l'autore s'inchina al signore in atto di tanto
ossequio e gratitudine che l'effetto della filippica si sbianca in una
clamorosa risata).
L'AUTORE: — _Mille grazie sentitissime._ (al Pubblico) _Plinio il
giovane consiglia come il migliore dei mezzi per acquistare la grazia di
un Mecenate quello di spiattellargli intera la verità; ma davvero io non
sarei arrivato neanche ad un terzo della correntina che ha fatto
prendere al signore l'onesta premura di tener Vostra Altezza informata
di tutte le bestemmie che hanno fatto profferire contro di Lei la stizza
o la disperazione. So benissimo che per lo più le dediche non hanno
altro scopo che trovare un Cireneo per le gravi spese della stampa; che
servono assai più che alla lode del Mecenate al gonfiamento dell'autore,
e qualche volta, fra una confidenza ed un'insinuazione, alla stroncatura
dei rivali; che se n'è fatte d'ogni risma e colore, agli amici ed ai
nemici, ai vivi ed ai morti, a Domineddio come a messer Belzebù, ai
Sovrani dispensieri delle grazie come a Mastro Impicca..._
QUEL SIGNORE: — (interrompendo come per un fatto personale) _Domando la
parola!_
L'AUTORE: — (avvezzo) _Parli, ma non più d'un'ora._
IL PUBBLICO: — (atterrito) _No! Basta! Alla porta!_
QUEL SIGNORE: — (piglia due cappelli e poi la porta).
UNA VOCE: — (mentre si ride) _Lo metta in commedia._
L'AUTORE: — _Mette il conto? — Signore belle e gentili, signori cortesi
e discreti, nulla può essere tanto vilipeso quanto quegli di cui
s'invoca più ardentemente il favore: testimonj le donne e gli Dei. Ma nè
io ho mai cercato con arti vili il vostro suffragio, nè vi ho morso la
mano quando si ritraeva da me sdegnosa; no, neanche nei momenti
nuovissimi in cui viene a meno ogni più sottile speranza di arrivare in
porto, mi sono mai sognato di affibbiarvi la responsabilità del
naufragio._
_E qui bisogna che vi dica in confidenza che se voi conosceste quei
momenti accogliereste con un sorriso pietoso gli sfoghi di chi vorrebbe
aver l'aria di disprezzarvi perchè si sente privo della vostra grazia,
dopo di aver cercato di meritarla o sperato almeno di ottenerla
comecchessia; direste con noi: oh quanto è difficile quest'arte quando
si propone di soddisfare ad un tempo la folla, il bel mondo ed i
pensatori! quante debolezze non ispiega e scusa nei suoi cultori la sua
incessante ed infinita esigenza!_
_E davvero si ha un bel conoscere il palco scenico con tutti i suoi
spedienti dell'ottica e della meccanica, le botole e le trappole, le
scalette ed i corridoj, da quello che striscia giù sotto le tavole fino
al buco del rammentatore a quello che s'arrampica lassù al balconcino
dei siparista, le stanghe che attraversano il cammino e le cantinelle
che pendono sul capo minacciose, le mille cordicelle pioventi dal
pajuolo come le fila d'una tela di ragno a reggere e governare tutto il
leggero edifizio di carta che un fischio come una favilla possono mandar
per aria in una mutazione di scena od in una fiammata; si ha un
bell'aver passato sopra queste tavole delle mezze giornate nel lavoro
struggente del mettere in iscena, averle attraversate in tutti i versi
di giorno e di notte, e più d'una volta, di sera, a sipario alzato ed a
teatro pieno ed abbagliante, col sorriso sulle labbra ed il cappello in
mano, senza inciampare, riconoscente e dignitoso, si ha un bel possedere
il segreto del far ridere e del far piangere che è il segreto dell'arte
o l'arte medesima, un bel conoscere quasi di persona il Pubblico e quale
la sua corda da far vibrare più sonora e quale convenga meglio lasciar
muta; quale la sua passione, la moda, la debolezza od il capriccio del
momento; in quale tono si sia più sicuri e in qual altro meno; si ha un
bell'avere appreso gli artifizi e le malizie e i tratti di genio di
tutti quelli che vi hanno preceduto..... Eppure ecco che ad un tratto,
dove meno lo si supponeva, le tavole traballano sotto i piedi; ecco che
con tutto il congegno intellettuale e manuale della scena vi viene meno
il favore del Pubblico!_
_Da quel momento, Altezza, non capite più nulla, non sapete più nè dove
siate, nè quello che vi facciate: la gola arsa e serrata come nel pugno
d'un manigoldo, lo sguardo che sfugge l'altrui sguardo come se si avesse
commesso un delitto, il passo vacillante come se si fosse ubriaco di
vino cattivo, andate innanzi fra le stonazioni e le papere più assurde,
gli sbadigli più sganasciati, le tossi più ribelli, le ammirazioni più
ironiche, come si va in mezzo ad una tempesta alpina, di notte, senza
guida e senza lanterna, sopra un ghiacciaio irto di creste e di
crepacci, quando i lampi vi spalancano il pericolo senza farvelo
cansare._
_Da quel momento non c'è più testa di bulletta in cui non s'inciampi,
non quinta o capretta in cui non si dia del naso: sentite che state per
cadere dinnanzi ad un bel migliaio di persone, a quel fiore
dell'intelligenza e del buon gusto che la cortesia dei giornali ha
invitato alla festa. Festa, sì giusto; ma di quelle orrende che
finiscono con un sacrifizio umano, il vostro. Allora pensate con terrore
che questo sacrifizio vi ucciderà tutto intero, peggio associerà il
vostro nome al ridicolo. Ma che nome, che passato? Tutta un'illusione
come la vostra pretesa intuizione teatrale. Guardate quel servo di scena
che aspettava col fine della commedia il vostro trionfo e la mancia,
nella prima quinta, di rimpetto a voi; quel servo dalla faccia scialba e
lo sguardo ebete, che v'ha sempre fatto ridere per il contrasto della
sua livrea troppo ampia e gallonata colle scarpaccie e le calze bucate
sui magri stinchi, ora vi fa paura. Non vi sorride più; vi guarda come
un uomo che lo ha tradito. E quel bisbiglio che v'arriva dal fondo della
platea come lo distinguete in ogni sua interlocuzione attraverso al
dialogo fra gli attori? Dicono di sicuro: senti che spropositi! Che
sciocchezze pretensiose! Neanche il senso comune! Fischiarlo? Legnate! E
lasciarlo morto sul tiro! Allora il vostro pensiero corre in un lampo la
rassegna dei vostri successi incontrastati, quasi in appello per
l'ultima difesa..... Ahimè, dessi non pajono più a voi stesso che un
effetto di combinazioni passeggere. E non ne avrete più mai; siete
finito e finito in un fiasco scandaloso. Ma perchè ve ne state qui a
masticarvi l'anima in questo spasimo di berlina? Tanto non c'è miracolo
di caso o d'arte che vi possa salvare; via, via subito, per la scaletta
del palco scenico. No, non potete più fuggire: dovete morire qui, dopo
un'agonia che vi lascia comprendere che la vostra morte sarà senza
dignità e pudore, ridicola. Giù! Giù! gridano. Bisogna che caschiate
giù, di peso, tal quale un sacco di cocci, tal quale un pagliaccio da
circo atterrato da una formidabile pedata; giù dinnanzi a tutto il
Pubblico, giù proprio a quella scena dove gli attori vi dicevano che
sareste salito sul carrettino trionfale; giù lungo e disteso in mezzo ad
un'immensa saettata di risa e di fischi di quella stessa folla che v'ha
tante volte applaudito, che v'ha detto tante volte che i vostri lavori
erano belli ed onesti; come se nato per così dire di voi medesimo non
aveste costrutto voi senza duca o maestro e pietra su pietra questo
piccolo ma sudato edifizio della vostra riputazione a furia di volere e
di studiare, come se invece di essere alla peggio un povero mattoide,
foste una forca di borsaiuolo colto in sul fatto dai carabinieri!_
_E voi, disperato, vorreste uscire sulla scena a dire al pubblico:
questa non è una giustizia, è un insulto, una vigliaccheria, perchè io
non merito di essere insultato personalmente, direttamente,
pubblicamente! E per insultare me paralizzate l'attore e gl'impedite di
essere il mio interprete e vendicatore? Siete anche sciocchi; sì, vili e
sciocchi, e chi se l'ha a male, venga su che l'aspetto!....._
_Ebbene a me queste sparate neroniane non mi sono neanche passate per il
capo. Ho sentito anch'io, e come! la mazzolata fra capo e collo, le
fischiate trapassarmi acutissime gli orecchi e il cuore; ma poi passato
il primo intontimento, appena uscivo all'aria e potevo, rimasto solo coi
miei pensieri, fare nel nuovo e tardo e pur non inutile rigore della mia
coscienza il lungo e minuto esame del mio peccato, io, senza
dissimularmi gli sguardi di ironica pietà, i me ne duole ipocriti, le
spallucciate ed i pettegolezzi che avrei dovuto sorbirmi dalla marmaglia
farisaica che sta attorno al teatro, non solo non me la pigliavo più con
voi, non solo non vi mandavo più l'usato semplicissimo accidente, ma a
poco a poco finivo per meravigliarmi che foste stato così longanime,
finivo per andarmene a casa, a letto, e per addormentarmi, sul mattino,
certo non lieto nè tranquillo, ma senza rancore, anzi convinto e
persuaso che se la malaugurata commedia invece che mia fosse stata
vostra, io, parola d'onore, v'avrei fischiato molto di più!_
_Ad ogni modo la lezione non veniva nè invano nè senza appello, e così
mentre posso dire di non essermi mai unito agli infallibili che soliti a
pigliare il Pubblico sotto gamba lo coprono di vituperî tutte le volte
che non dà loro del turibolo sotto il naso, non ho dimenticato che voi
siete stato il primo a compatirmi, a darmi coraggio, e qualche volta, lo
debbo dire? m'avete fatto così contento da compensare in tre ore ogni
passato studio e travaglio._
_Oh non nego di avere qualche volta provato la tortura di vedere la
drammatica così bella e nobile fatta trastullo di mestieranti e di gente
senza gusto, e peggio forse di non trovare negli spettatori quei
criterii sui quali lo scrittore possa dare una base sicura al suo
lavoro! Ma tirati i conti, data la tara alle debolezze ed ai capricci
d'un momento, sarebbe stoltezza il dimenticare che nel Pubblico italiano
si può ancora trovare quella somma serenità che proviene dall'indiscusso
pontificato di Virgilio e di Orazio, di Dante e di Boccaccio, di Ariosto
e di Leonardo, di Allegri e di Rossini e di Verdi; serenità che procede
tanto dalla temperanza della nostra filosofia quanto dalla bellezza
delle donne, della terra e del mare, dalla mite temperie quanto dallo
splendore del cielo, dal bisogno pacifico e continuo di bellezza, di
espansione e di cordialità, e più ancora da quella larghezza
nell'accettare ogni forma, pur che inspirata a verità, che deriva forse
dal trovarsi l'Italia fra la Grecia che ci attira verso la seducente
squisita bellezza delle sue arti, e l'Occidente che ci attrae verso
l'osservazione e l'umanità....._
_Per questo voi siete, o Altezza, il migliore degli efficienti del
nostro teatro, ed io vorrei, solo per fare più degna di voi questa
pubblica dimostrazione di riconoscenza, che in me fosse pari alla
volontà e l'ingegno e la fortuna._
_Vorrei avere uno di quegli ingegni pronti e vivaci che mentre hanno il
privilegio di saper dare l'atteggiamento e la movenza ad ogni pensiero
più alto, scintillano e fiammeggiano di spirito inesauribile
nell'espressione della vita comune, e arrivano così a lumeggiare ogni
movimento d'idee e di passioni..... Vorrei sopratutto aver il talento
del cogliere il vero in sul fatto che hanno avuto quei maestroni di
rispecchiature che sono Carlo Goldoni, Carlo Porta e Gioachino Belli. E
s'intende che colla lingua meglio appropriata, semplice e spontanea,
senza riboboli e leccature, evidente ed elegante, possederei il segreto
prezioso di quella forma schiettamente nostrale che aggiunge tanto
prestigio ad ogni lavoro, e che deve tornare in onore anche sulla scena
vituperata da così lungo tradimento di traduttori: allora sì che il
dialogo mi riescirebbe naturale, saporito e frizzante e sempre
rispondente ai personaggi ed alle situazioni; allora sì che le mie
favole avrebbero semplicità, vigore e rapidità precipitante di
avvenimenti e i caratteri aggetterebbero vivi e parlanti; allora sì che
le mie commedie potrebbero avere il vanto supremo di rappresentare
nell'osservazione e nella satira tutta la vita del mio tempo!_
_Nè mi farebbero difetto i soggetti; non nei libri, ma guardando attorno
a me nelle case e nelle chiese, nei tribunali e negli uffici, nei
parlamenti e nelle caserme, nei palazzi e nei tuguri, per le vie e per
le piazze, dappertutto dove si vive e si muore, dappertutto dove si ride
e si piange; dal dramma tragico alla farsa; dagli eroi meravigliosi
dell'amore e dai campioni della civiltà ai miserabili odiosi o ridicoli,
impantanati nel vizio o nel delitto, poichè l'arte, fatta ora più intima
e nello stesso tempo più vasta, può abbracciare tutto, purchè faccia
passare tutto attraverso a quell'analisi spassionata ma severa in cui
tendono a purificarsi la società, le leggi e la stessa filosofia
religiosa. E guardando, mi avvedrei che nel trionfo fulgoreggiante della
civiltà moderna più d'una voce si leva a sfrondarne gli allori ed a
turbare i vincitori coll'imporre loro gravi, imprescindibili doveri; mi
avvedrei che nella moltiforme lotta per l'esistenza ci sono delle anime
in su e in giù da difendere; che nella bufera di negazione che
imperversa, quasi che le vittorie della scienza svincolassero gli uomini
dai doveri, ci sono anime da sorreggere, le anime semplici, pietose,
ingenue, che paiono deboli perchè non sono ribelli e sono invece i più
forti baluardi della società, le arche della virtù antica, i capisaldi
della famiglia e della patria, gli eroi del dovere e dell'abnegazione: a
costoro la gloria che si merita chi in tanto germogliare di sterili
vanità, in tanta gara di ignobili ambizioni ci ritempra collo spettacolo
della sua fede gagliarda e della sua calma forte e rassegnata contro
ogni dolore: gloria! gloria!_
_Mi ricorderei che la miseria incolpevole, ultima forma della barbarie,
è il problema insoluto d'una società che ha più indulgenza per il
farabutto che ammirazione per il galantuomo: carità e giustizia!_
_E canzonerei allegramente la molta gente più avida di chimica che di
filosofia, di voluttà che di gioie profonde; satireggerei acre il
venusto sensualismo paganeggiante che ha l'apparenza di non essere
entusiasta che per l'arte, e in fondo è fior d'egoismo feroce; sferzerei
a sangue il sentimentalismo isterico che declama molto e non fa mai
niente; staffilerei la gioventù pretensiosa e nulla, senza passioni e
senza entusiasmi; morderei le donne belle dal cervello d'oca, la testa
piena di cattivi romanzi ed il cuore vuoto, carne e non anima, carne
destinata a far le spese della commedia dell'amore, la meglio
rappresentata dagli uomini dopo la politica, che è quella in cui
riescono anche quelli cui la teatrale fece cilecca, e mi divertirei,
divertendo, collo smascherare gli ipocriti d'ogni altezza come d'ogni
colore... E da tutta cotesta materia, or comica sino alla parodia
sbardellata, or tragica fino alla terribilità, trarrei fuori la
commedia, o limpida favola ridanciana o turbine violento di satira, ma
sempre fermo nel voler far trionfare un'altra volta sulla scena la
bellissima causa della verità, sempre senza dimenticare che il teatro
deve anzitutto divertire, e, per questo, che il popolo, il creatore
della commedia, quello che ha conservato viva l'Atellana attraverso
ventiquattro secoli, è la fonte più abbondante e limpida di inspirazioni
e di trovate, di scatti di passione e di impreveduto, di sentimento e di
originalità: e così rammentando e più guardando, troverei....._
QUEL SIGNORE: — (dal lubbione lassù con un ruggito) _Un bel nulla!_
IL PUBBLICO: — (guardando all'insù fastidito) _Ancora?_
L'AUTORE: — (stanco quanto il pubblico) _E perchè di grazia?_
QUEL SIGNORE: — (trionfante) _Perchè l'Italia non ha come la Francia una
società che possa fornire fatti e caratteri prettamente suoi._