Rimpatriando.
M'imbarcai sul _Rhynland_ della _Read Star Line_ una mattina di
gennaio, mentre nevicava. Non eravamo a bordo che in cinque
passeggieri di prima classe e in cinque di seconda, la maggior parte
dei quali appena si prese il largo, essendo il mare molto grosso, si
dovettero mettere a letto. Ben presto non rimase più a farmi compagnia
a tavola e nello _smoking-room_ che il dottore, un inglese dalla barba
rossa, molto amante dei liquori e della birra.
Dopo tre giorni, oltrepassati i banchi di Terranova, il tempo si
rasserenò un poco e qualche passeggiero sbucò dalle cabine; ma ben
presto tornò la tempesta; il _Rhynland_ riprese le sue danze; l'acqua
spazzava ambedue i ponti. Per respirare un po' d'aria e contemplare le
ascensioni e le discese del piroscafo, dovetti farmi legare con una
corda, dopo aver indossato l'impermeabile, a un albero: era un piacere
nuovo quello di sentirsi coprire dalle onde altissime e di sparire di
tanto in tanto per un momento sotto il liquido elemento.
Ma per lo più bisognava stare tappati sotto il ponte e io approfittavo
della solitudine per riandare il passato e vedere ciò che avevo
imparato. Ero stato quasi cinque anni negli Stati Uniti, tre dei
quali, gli ultimi, fermo a New-York; sentivo di essermi spogliato di
molti pregiudizi, di rimpatriare con criteri più pratici e positivi di
quelli con cui ero partito e non vedevo l'ora di arrivare in Italia
per fare dei confronti ed esaminare i contrasti che più mi avrebbero
dato nell'occhio.
Dodici giorni dopo la partenza dal porto di New-York il _Rhynland_
passava al largo di Lizard Point ed entrava nell'English Channel,
pieno di nebbia: dopo mezzogiorno si vedeva a occhio nudo la prima
striscia di terra inglese. Erano alcune roccie che scendevano a picco
nel mare. Al tredicesimo giorno si entrava nella Schelda e l'Olanda ci
si presentò sotto forma di alcuni mulini a vento: nel pomeriggio il
_Rhynland_ gettava finalmente l'àncora nel porto di Anversa.
Il treno diretto internazionale Bruxelles-Strasburgo-Basilea mi
portava il giorno seguente a Milano. Passate alcune settimane presso i
parenti che non vedevo da tanto tempo, intrapresi un breve giro in
Italia, per visitare alcune città, come Roma, che non avevo mai visto
prima di emigrare in America.
Andrei troppo per le lunghe se dovessi descrivere minutamente tutte le
impressioni provate. La prima--provenendo dagli Stati Uniti, paese di
settanta milioni di abitanti, dalle grandi città dove il movimento dà
le vertigini--è che l'Italia pare un bel cimitero. Con le scarse
vetture, coi rari _trams_, con la mancanza di ferrovie nell'interno,
le nostre maggiori città mi sembravano silenziose e come addormentate.
Le strade poi mi apparivano strette in un modo straordinario. Abituato
alle ampie _avenues_ dai doppi filari di alberi, quelle che passano
qui per le vie più comode mi parevano calli veneziane. Il Po, l'Adige,
il Tevere erano diventati per me fiumiciattoli dopo aver attraversato
il Missouri e il Mississipì. Trovavo tutto piccolo, gretto, meschino,
così negli uomini, come nelle cose. Solo Roma mi presentava qualche
cosa di grande; memorie però, del passato; avanzi, come le Terme, i
quali dimostrano quanto gli antichi romani fossero più puliti di noi,
che non abbiamo oggi nella capitale un grande stabilimento di bagni,
riscaldato internamente all'inverno, dove si possa fare una doccia
senza buscarsi un raffreddore.
Ma la cosa più brutta di Roma sono le strade selciate così male e per
lo più senza marciapiedi, che quando piove si riempiono d'acqua. Aveva
ragione Nathaniel Howthorne, nei suoi _Italian Note Books_, di
chiamarle _indescribably diseagreable_. E la mancanza di
_water-closets_? Il non trovarne di decenti neppure nei caffè più
eleganti, pare incredibile al forestiero.
Gli è che da noi si cura più l'apparenza della sostanza. Così abbiamo
una quantità di gente che non guadagna dieci lire al giorno e che
vuole vestire, frequentare i teatri, tener la casa come se ne
guadagnasse venti o trenta. Come faranno costoro? O dei gran debiti o
dei gran digiuni.
E l'apparenza non la si ritrova solo nei falsi eleganti, che vogliono
vestire meglio di quello che la loro condizione comporterebbe, ma nei
discorsi e negli atti più insignificanti della vita. Quanti
complimenti, quante chiacchiere inutili!
Un'altra cosa, che in Europa e specialmente in Italia e in Francia fa
una sgradevole impressione, è il pullulare dei periodici pornografici,
la mostra pubblica delle fotografie di _cocottes_, di attrici o di
ballerine seminude. Un popolo giovane, forte e lavoratore rifugge
dalla corruzione. E a proposito di effeminatezza, fa un curioso
effetto l'uniforme dei giovani ufficiali con la giubba tanto corta.
Una pessima impressione si riceve poi dalla moneta in circolazione,
dalla scarsezza dell'argento, dalla mancanza dell'oro, dall'uso dei
grossi soldi di rame e dei piccoli biglietti da cinque e da dieci
lire. Il corso del centesimo e dei pezzi da due centesimi da
specialmente nell'occhio come un segno di grande miseria.
Una spiacevole impressione fa altresì la caccia che i giovani della
piccola borghesia danno all'impiego meschinamente retribuito, invece
di dedicarsi all'industria, al commercio, all'agricoltura.
Che dire poi della politica! Si trova che tutto in Italia si fa alla
rovescia. Alla vita pubblica dovrebbe prender parte la maggioranza dei
cittadini col mezzo del voto, e invece una parte è privata di quel
diritto e l'altra, sfiduciata, se ne disinteressa e lascia brigare una
piccola minoranza di ambiziosi. All'epoca delle elezioni invece di
gran comizi di elettori che, secondo il partito, scelgano i candidati
che accettino il loro programma, si vedono dei candidati che si
presentano da loro a piccole riunioni facendo essi il programma:
precisamente il contrario di ciò che dovrebbe logicamente avvenire.
Tutto alla rovescia, dicevo. Le cure principali dello Stato, delle
provincie e dei comuni in un paese come l'Italia dovrebbero essere
dedicate alla pubblica istruzione e all'agricoltura, e invece i
bilanci di questi due ministeri sono appunto i più poveri e
trascurati: e mentre tanti sono i disoccupati che soffrono la fame, si
spende un milione e mezzo al giorno nell'esercito e nella marina da
guerra, si ha la vanità di costruire dei bastimenti più grandi di
quelli dell'Inghilterra e si commette il gravissimo, imperdonabile
errore di sperperare milioni in un lembo d'Africa che le potenze più
ricche d'Europa hanno sempre sdegnato di occupare.
Si capisce che la causa principale della nostra rovina, dell'abbandono
in cui lasciamo l'agricoltura e le industrie è l'esercito permanente.
Ma--si dice tutti i giorni--finchè l'Europa intiera non si mette
d'accordo per disarmare gradatamente e simultaneamente, chi è che può
commettere la pazzia di farlo isolatamente?
E perchè? replica chi viene da un paese senza esercito. Se l'Italia è
in pace con tutti e non ha alcuna idea, almeno per ora, di andar a
molestare chicchessia, chi è che le potrebbe impedire di sostituire in
breve tempo all'esercito permanente tutta la sua gioventù liberamente
addestrata al tiro a segno?
Anzichè una imprudenza, non sarebbe, da parte della nazione più
giovane, un atto di saggezza e un buon esempio?
Chi può supporre sul serio che un altro popolo da noi non provocato
venga a occupare il nostro territorio? E se ciò pure potesse accadere,
chi può credere per un solo momento che la gioventù italiana
sopporterebbe un invasore in casa? Giusto gli Stati Uniti, nella
guerra di secessione, hanno dimostrato come un popolo sa battersi
valorosamente anche senza essere regolarmente reggimentato. Ma, senza
ricorrere a esempi stranieri, non abbiamo veduto i giovani volontari
di Garibaldi? Avevano essi forse imparata la manovra in piazza d'armi?
Lo straniero in Italia! Vedrebbero i paurosi come risorgerebbero i
Balilla!
A chi viene da lontano pare veramente strano che per le beghe che la
Francia può avere con la Germania o l'Austria con la Russia, l'Italia
debba essere alleata con una o due di queste potenze e mantenersi in
piede di guerra come esse, levandosi il pane di bocca, indebitandosi
fino agli occhi! Sembra poi un colmo il vederla alleata precisamente
con la potenza che tiene ancora sotto di sè un lembo di territorio
italiano.
Davanti a simili _rebus_ chi viene dagli Stati Uniti pensa subito che
eserciti permanenti e alleanze come sono oggi non esistono per il bene
e per la sicurezza dei popoli, di cui anzi sono la rovina, ma per il
solo interesse delle dinastie quasi tutte imparentate fra loro.
Disgraziatamente la maggioranza del popolo mantenuta sempre
nell'ignoranza--poichè anche la pubblica istruzione è regolata più a
vantaggio dei ricchi e delle fabbriche di avvocati, che dei
poveri--non ha potuto ancora accorgersi che nel nostro bel paese tutto
procede alla rovescia; ed è il guaio peggiore, poichè invece di
pacifiche e progressive trasformazioni nel meccanismo politico e
amministrativo, avremo così un giorno, inevitabilmente, le scosse
violente.
In luogo di cittadini istruiti che si mettano tranquillamente
d'accordo per modificare lo Statuto e porlo in armonia con le
aspirazioni e i bisogni dei tempi nostri, che sono ben differenti da
quelli del '48, salteranno pur troppo fuori i barbari, gli unni e i
vandali indigeni di cui si parlava con Mary.
A meno che coloro che stanno in alto non aprano gli occhi alla verità
e all'amore del prossimo. Come diventerebbero, allora, sul serio, i
padri della patria e come oltrechè al bene pubblico provvederebbero
anche al proprio.
Ma, sì; andate, parole al vento!