XIV.

Rimpatriando.

M'imbarcai sul _Rhynland_ della _Read Star Line_ una mattina di

gennaio, mentre nevicava. Non eravamo a bordo che in cinque

passeggieri di prima classe e in cinque di seconda, la maggior parte

dei quali appena si prese il largo, essendo il mare molto grosso, si

dovettero mettere a letto. Ben presto non rimase più a farmi compagnia

a tavola e nello _smoking-room_ che il dottore, un inglese dalla barba

rossa, molto amante dei liquori e della birra.

Dopo tre giorni, oltrepassati i banchi di Terranova, il tempo si

rasserenò un poco e qualche passeggiero sbucò dalle cabine; ma ben

presto tornò la tempesta; il _Rhynland_ riprese le sue danze; l'acqua

spazzava ambedue i ponti. Per respirare un po' d'aria e contemplare le

ascensioni e le discese del piroscafo, dovetti farmi legare con una

corda, dopo aver indossato l'impermeabile, a un albero: era un piacere

nuovo quello di sentirsi coprire dalle onde altissime e di sparire di

tanto in tanto per un momento sotto il liquido elemento.

Ma per lo più bisognava stare tappati sotto il ponte e io approfittavo

della solitudine per riandare il passato e vedere ciò che avevo

imparato. Ero stato quasi cinque anni negli Stati Uniti, tre dei

quali, gli ultimi, fermo a New-York; sentivo di essermi spogliato di

molti pregiudizi, di rimpatriare con criteri più pratici e positivi di

quelli con cui ero partito e non vedevo l'ora di arrivare in Italia

per fare dei confronti ed esaminare i contrasti che più mi avrebbero

dato nell'occhio.

Dodici giorni dopo la partenza dal porto di New-York il _Rhynland_

passava al largo di Lizard Point ed entrava nell'English Channel,

pieno di nebbia: dopo mezzogiorno si vedeva a occhio nudo la prima

striscia di terra inglese. Erano alcune roccie che scendevano a picco

nel mare. Al tredicesimo giorno si entrava nella Schelda e l'Olanda ci

si presentò sotto forma di alcuni mulini a vento: nel pomeriggio il

_Rhynland_ gettava finalmente l'àncora nel porto di Anversa.

Il treno diretto internazionale Bruxelles-Strasburgo-Basilea mi

portava il giorno seguente a Milano. Passate alcune settimane presso i

parenti che non vedevo da tanto tempo, intrapresi un breve giro in

Italia, per visitare alcune città, come Roma, che non avevo mai visto

prima di emigrare in America.

Andrei troppo per le lunghe se dovessi descrivere minutamente tutte le

impressioni provate. La prima--provenendo dagli Stati Uniti, paese di

settanta milioni di abitanti, dalle grandi città dove il movimento dà

le vertigini--è che l'Italia pare un bel cimitero. Con le scarse

vetture, coi rari _trams_, con la mancanza di ferrovie nell'interno,

le nostre maggiori città mi sembravano silenziose e come addormentate.

Le strade poi mi apparivano strette in un modo straordinario. Abituato

alle ampie _avenues_ dai doppi filari di alberi, quelle che passano

qui per le vie più comode mi parevano calli veneziane. Il Po, l'Adige,

il Tevere erano diventati per me fiumiciattoli dopo aver attraversato

il Missouri e il Mississipì. Trovavo tutto piccolo, gretto, meschino,

così negli uomini, come nelle cose. Solo Roma mi presentava qualche

cosa di grande; memorie però, del passato; avanzi, come le Terme, i

quali dimostrano quanto gli antichi romani fossero più puliti di noi,

che non abbiamo oggi nella capitale un grande stabilimento di bagni,

riscaldato internamente all'inverno, dove si possa fare una doccia

senza buscarsi un raffreddore.

Ma la cosa più brutta di Roma sono le strade selciate così male e per

lo più senza marciapiedi, che quando piove si riempiono d'acqua. Aveva

ragione Nathaniel Howthorne, nei suoi _Italian Note Books_, di

chiamarle _indescribably diseagreable_. E la mancanza di

_water-closets_? Il non trovarne di decenti neppure nei caffè più

eleganti, pare incredibile al forestiero.

Gli è che da noi si cura più l'apparenza della sostanza. Così abbiamo

una quantità di gente che non guadagna dieci lire al giorno e che

vuole vestire, frequentare i teatri, tener la casa come se ne

guadagnasse venti o trenta. Come faranno costoro? O dei gran debiti o

dei gran digiuni.

E l'apparenza non la si ritrova solo nei falsi eleganti, che vogliono

vestire meglio di quello che la loro condizione comporterebbe, ma nei

discorsi e negli atti più insignificanti della vita. Quanti

complimenti, quante chiacchiere inutili!

Un'altra cosa, che in Europa e specialmente in Italia e in Francia fa

una sgradevole impressione, è il pullulare dei periodici pornografici,

la mostra pubblica delle fotografie di _cocottes_, di attrici o di

ballerine seminude. Un popolo giovane, forte e lavoratore rifugge

dalla corruzione. E a proposito di effeminatezza, fa un curioso

effetto l'uniforme dei giovani ufficiali con la giubba tanto corta.

Una pessima impressione si riceve poi dalla moneta in circolazione,

dalla scarsezza dell'argento, dalla mancanza dell'oro, dall'uso dei

grossi soldi di rame e dei piccoli biglietti da cinque e da dieci

lire. Il corso del centesimo e dei pezzi da due centesimi da

specialmente nell'occhio come un segno di grande miseria.

Una spiacevole impressione fa altresì la caccia che i giovani della

piccola borghesia danno all'impiego meschinamente retribuito, invece

di dedicarsi all'industria, al commercio, all'agricoltura.

Che dire poi della politica! Si trova che tutto in Italia si fa alla

rovescia. Alla vita pubblica dovrebbe prender parte la maggioranza dei

cittadini col mezzo del voto, e invece una parte è privata di quel

diritto e l'altra, sfiduciata, se ne disinteressa e lascia brigare una

piccola minoranza di ambiziosi. All'epoca delle elezioni invece di

gran comizi di elettori che, secondo il partito, scelgano i candidati

che accettino il loro programma, si vedono dei candidati che si

presentano da loro a piccole riunioni facendo essi il programma:

precisamente il contrario di ciò che dovrebbe logicamente avvenire.

Tutto alla rovescia, dicevo. Le cure principali dello Stato, delle

provincie e dei comuni in un paese come l'Italia dovrebbero essere

dedicate alla pubblica istruzione e all'agricoltura, e invece i

bilanci di questi due ministeri sono appunto i più poveri e

trascurati: e mentre tanti sono i disoccupati che soffrono la fame, si

spende un milione e mezzo al giorno nell'esercito e nella marina da

guerra, si ha la vanità di costruire dei bastimenti più grandi di

quelli dell'Inghilterra e si commette il gravissimo, imperdonabile

errore di sperperare milioni in un lembo d'Africa che le potenze più

ricche d'Europa hanno sempre sdegnato di occupare.

Si capisce che la causa principale della nostra rovina, dell'abbandono

in cui lasciamo l'agricoltura e le industrie è l'esercito permanente.

Ma--si dice tutti i giorni--finchè l'Europa intiera non si mette

d'accordo per disarmare gradatamente e simultaneamente, chi è che può

commettere la pazzia di farlo isolatamente?

E perchè? replica chi viene da un paese senza esercito. Se l'Italia è

in pace con tutti e non ha alcuna idea, almeno per ora, di andar a

molestare chicchessia, chi è che le potrebbe impedire di sostituire in

breve tempo all'esercito permanente tutta la sua gioventù liberamente

addestrata al tiro a segno?

Anzichè una imprudenza, non sarebbe, da parte della nazione più

giovane, un atto di saggezza e un buon esempio?

Chi può supporre sul serio che un altro popolo da noi non provocato

venga a occupare il nostro territorio? E se ciò pure potesse accadere,

chi può credere per un solo momento che la gioventù italiana

sopporterebbe un invasore in casa? Giusto gli Stati Uniti, nella

guerra di secessione, hanno dimostrato come un popolo sa battersi

valorosamente anche senza essere regolarmente reggimentato. Ma, senza

ricorrere a esempi stranieri, non abbiamo veduto i giovani volontari

di Garibaldi? Avevano essi forse imparata la manovra in piazza d'armi?

Lo straniero in Italia! Vedrebbero i paurosi come risorgerebbero i

Balilla!

A chi viene da lontano pare veramente strano che per le beghe che la

Francia può avere con la Germania o l'Austria con la Russia, l'Italia

debba essere alleata con una o due di queste potenze e mantenersi in

piede di guerra come esse, levandosi il pane di bocca, indebitandosi

fino agli occhi! Sembra poi un colmo il vederla alleata precisamente

con la potenza che tiene ancora sotto di sè un lembo di territorio

italiano.

Davanti a simili _rebus_ chi viene dagli Stati Uniti pensa subito che

eserciti permanenti e alleanze come sono oggi non esistono per il bene

e per la sicurezza dei popoli, di cui anzi sono la rovina, ma per il

solo interesse delle dinastie quasi tutte imparentate fra loro.

Disgraziatamente la maggioranza del popolo mantenuta sempre

nell'ignoranza--poichè anche la pubblica istruzione è regolata più a

vantaggio dei ricchi e delle fabbriche di avvocati, che dei

poveri--non ha potuto ancora accorgersi che nel nostro bel paese tutto

procede alla rovescia; ed è il guaio peggiore, poichè invece di

pacifiche e progressive trasformazioni nel meccanismo politico e

amministrativo, avremo così un giorno, inevitabilmente, le scosse

violente.

In luogo di cittadini istruiti che si mettano tranquillamente

d'accordo per modificare lo Statuto e porlo in armonia con le

aspirazioni e i bisogni dei tempi nostri, che sono ben differenti da

quelli del '48, salteranno pur troppo fuori i barbari, gli unni e i

vandali indigeni di cui si parlava con Mary.

A meno che coloro che stanno in alto non aprano gli occhi alla verità

e all'amore del prossimo. Come diventerebbero, allora, sul serio, i

padri della patria e come oltrechè al bene pubblico provvederebbero

anche al proprio.

Ma, sì; andate, parole al vento!

Nel paese dei dollari Tre anni a New-York · 第 23 / 25 题