Alberto Mario a New York.
Fino dai primi tempi in cui stavo a New-York, cercai di raccogliere
notizie intorno al viaggio che nel 1858 fece negli Stati Uniti il mio
concittadino Alberto Mario insieme con sua moglie, la signora Jessie
White.
E seppi che poco dopo essere sbarcato dal _Kangaroo_, verso la metà di
novembre di quell'anno egli fece a New-York, in una _Hall_ della
Quarta Avenue, fra la 19^a e la 20^a strada--ora demolita--una
conferenza in lingua italiana sulle condizioni d'allora e sulle
speranze dell'Italia. Vi assistettero tutti gli italiani più colti di
New-York, oltre parecchi americani amanti del nostro paese e profughi
stranieri. L'introito fu da Alberto Mario mandato a Mazzini.
Avendo sentito dire dai più vecchi italiani residenti a New-York che
il discorso era stato stupendo, e che a loro pareva sempre di vederlo
il giovane e biondo patriota, che parlava con l'accento di una
profonda fede nella libertà della patria, che affascinava coi suoi
grandi occhi e con la bellissima voce, provai un acuto desiderio di
ricercare quel discorso ed ebbi la fortuna di rintracciarne una
copia--l'unica, probabilmente, esistente--appunto fra le carte della
famiglia della signorina Mary.
La madre di Mary, che aveva assistito alla conferenza, mi diceva che
doveva essere stata scritta dall'autore durante la lunga traversata
dell'Atlantico. A me è sembrata così interessante che, trattandosi
anche di uno scritto inedito che è un vero documento storico, chiedo
ai lettori il permesso di farne un sunto, citandone testualmente
qualche brano.
La conferenza era intitolata: _L'Italia_, e portava questa epigrafe di
Seneca: _Vivere, mi Lucili, militare est_. (Traduzione libera:
_Vivere, o fratelli, è pensare, patire e fare_).
Cominciava così:
«Signore e signori: vi venne mai fatto d'incontrarvi in qualche
patrizio di stirpe antichissima e gloriosa, presentemente decaduta e
nella povertà? Ebbene; l'avrete veduto indolente e altiero, imbelle e
millantatore: non vi avrà parlato che degli emblemi della sua arme
gentilizia e vi avrà detto:--Questo berretto che sovrasta all'arme è
il corno ducale; perchè io sono nipote di dogi: queste bandiere e
queste lancie avviluppate, ricordano due miei arcavoli che mossero in
Palestina guerrieri crociati. Ebbi fra gli avi miei magistrati
integerrimi, letterati insigni, capitani che morirono sulle mura della
patria. Sangui illustri per un lungo ordine di generazioni si
mescolarono col sangue de' miei maggiori. Non vi dirò nè dei palagi,
nè delle ville, nè delle campagne che facevano straricca la mia
famiglia.
«E voi, suppongo, avrete interrotto l'orgoglioso ripetitore
dell'inventario gentilizio chiedendogli:--Ma tu che possiedi ora?
quali sono le opere tue?--Ed egli:--Ma gli avi....--Che avi! parla di
te, e rispondi.--E il pover'uomo avrà confessato mormorando:--Nulla!
«Ed a costui le genti straniere assomigliano l'Italia, e la chiamano
patrizio spiantato e inetto, e le dicono con sorriso maligno: sta
bene, ci hai affaticate le orecchie da lungo tempo narrandoci le tue
glorie passate....»
Qui l'oratore, con uno squarcio mirabile in cui sono condensate le più
belle pagine della nostra storia, diceva che gli stranieri ricordano
che l'Italia, erede della civiltà greca, l'ha diffusa con le sue
conquiste nel mondo noto agli antichi, traducendone il pensiero
dall'ordine speculativo nella realtà delle istituzioni politiche e
municipali, nella pratica delle discipline legislative alle quali
tolse il carattere di ineguaglianza civile, che rompeva la società in
frammenti gli uni sovrapposti agli altri gerarchicamente, e così si
fece precorritrice dell'eguaglianza morale predicata dal
cristianesimo.
Nei giorni crudeli e dolorosi in cui la decrepita razza latina si
rifondeva nel violento rimescolamento con quelle truci orde venute
dall'Asia, l'Italia, col mezzo dei suoi primi pontefici, ha
alleggerite le sofferenze agli oppressi, inculcando nel cuore dei
tormentatori le pietose dottrine del vangelo, disarmandone le ire e
ridicendoli a propositi più miti, e diede asilo segreto nei monasteri
a quei tesori di sapienza antica che per poco si sottrassero alle
devastazioni della barbarie armata; ha fatto conoscere, che mentre
l'Europa dormiva il profondissimo sonno dell'ignoranza, ella,
splendida di genio e di dottrina, sorgeva iniziatrice della civiltà
moderna con quel miracolo di ingegno che fu Dante Alighieri, il quale
non solo ebbe aperti nuovi mondi e vie inusitate alla poesia ed alle
arti, ma sorse a formulare la più virile protesta pronunciata da
labbro mortale contro il papato degenere e diventato principalissima e
perpetua calamità degl'italiani.
Dietro quel Nume della sua letteratura ha fatto conoscere, come astri
di corteggio intorno al sole, una schiera di spiriti pellegrini che
svilupparono i germi del pensiero moderno raccolti e chiusi nella
sintesi dantesca: Petrarca
.....Quel dolce di Calliope labbro
Che Amore, in Grecia nudo e nudo in Roma,
D'un velo candidissimo adornando,
Rendea nel grembo a Venere celeste;
al quale e al Boccaccio l'Europa è debitrice del primo saggio di
restituzione delle opere greche e latine, di quel tesoro che,
annotato, commentato e volgarizzato, si diffuse mercè le tipografie
italiane: imperocchè fino dal 1465 le cento città tramutaronsi in
officine ove si sudava alla perpetuazione delle idee.
In tal guisa richiamata l'attenzione e l'interesse del genere umano al
mondo reale, esso fu sottratto al suicidio a cui lo avrebbe trascinato
il trionfo della dottrina cattolica, la quale insegna che noi siamo
qui di passaggio, che la nostra patria è il cielo, che i maggiori
nostri nemici sono il mondo e la carne, che la virtù vera, l'ideale
divino consistono nel celibato, nella macerazione del corpo e nella
verginità custodita in mezzo ai chiostri.
E la letteratura fino a Torquato Tasso fu uno scroscio di risa a
questa dottrina, che risuonarono sin entro ai tabernacoli del
santuario cattolico; dal Decamerone del Boccaccio alle Novelle di
Franco Sacchetti, al Morgante del Pulci, all'Orlando dell'Ariosto, che
riassume e sigilla quest'epoca luminosa del Risorgimento; e dopo
quelle risa il Cattolicismo non ha più potuto parlare sul serio per
gl'intelletti illuminati, imperocchè evidentemente esso aveva compiuta
la sua missione sul cammino del progresso universale; e quelle risa
prepararono il terreno ed affrettarono l'ora solenne della Riforma; e
apostoli primi e primi martiri della Riforma furono cittadini delle
gloriose repubbliche italiane: Arnaldo da Brescia, i Catari e i
Paterini, e Girolamo Savonarola, che volevano ridurre la Chiesa Romana
alle massime dell'Evangelio, e porre in accordo la fede colla ragione;
Arnaldo da Brescia sino dai primi anni del secolo undecimo corse la
penisola a propagarvi le teorie dell'avvenire che si incarnarono nelle
democrazie comunali del medio evo, aiutò Crescenzio a stabilire la
repubblica in Roma, dichiarò dal Campidoglio decaduto il papa dal
dominio temporale, e fu bruciato vivo dal papa più tardi alla Porta
del Popolo: i Catari e i Paterini formavano una grande associazione di
repubblicani nel Lombardo-Veneto, e furono scannati in massa dal papa;
Gerolamo Savonarola era capo della democrazia pura in Firenze, al
letto di morte di Lorenzo il Magnifico gli rifiutò la assoluzione
perchè non volle restituire la libertà alla repubblica, ch'egli aveva
usurpata, inalberò primo la bandiera «Dio e Popolo,» Savonarola fu
fatto gettare sul rogo dal papa.
L'Italia ha fatto conoscere--seguitava l'oratore con un crescendo di
eloquenza meraviglioso--che diede all'Europa i primi e più perfetti
modelli delle costituzioni politiche; dal meccanismo complicato e
sorprendente della Repubblica di San Marco, agli istituti radicali di
Firenze, ove si degradava un cittadino malvagio facendolo nobile e si
rimunerava il nobile virtuoso iscrivendolo nell'albo dei lanaiuoli e
dei tintori, ove fu ideato e praticato il principio di vera giustizia
distributiva sociale, cioè a dire la imposta unica e proporzionata sul
capitale.
Ha fatto conoscere, che sue sono le massime invenzioni commerciali--la
bussola, le banche, i contratti di assicurazioni marittime--e suoi i
trovati dei Monti di Pietà; che opera sua furono i grandi e molteplici
viaggi e la navigazione; opera sua gli emporî e le corrispondenze
commerciali in Europa, in Asia e in Africa, tutte sistemate e protette
con trattati e consolati e statuti, i quali costituivano un genere di
potenza sconosciuta e che fu estesa per tutto il globo; ha fatto
conoscere, che introdusse in Europa, con Leonardo Fibonacci, le cifre
arabiche e l'uso dell'algebra, che ha creata la meccanica e
ricostrutta dalla base l'astronomia con Galileo, scoperta la
circolazione del sangue con Fra Paolo Sarpi, stabilite le fondamenta
della matematica sublime con Cavalieri, sciolti i maggiori problemi di
algebra con Tartaglia, Cardano, Ferrari, e d'architettura con
Brunellesco e Michelangelo, rilevata di pianta l'anatomia con
Malpighi, aperte nuove e interminabili regioni alla fisica con la pila
d'Alessandro Volta, della quale la telegrafia elettrica non è che una
delle numerose applicazioni, ridotta a scienza la legislazione con
Accorso, Alciato e Filangieri, spenti i roghi e rotte le funi con
Cesare Beccaria, ridotta a scienza l'economia politica con Antonio
Genovesi, con Intieri e con Galiani, l'arte militare con Raimondo
Montecuccoli e con Napoleone Bonaparte, la politica con Macchiavelli,
e la storia con Giambattista Vico, ammonì che tanto importante fu la
opera del Vico, e così straordinario prodotto della mente umana, che
essa caratterizza le tendenze intellettuali del nostro secolo.
Ha fatto conoscere, che fu maestra solenne nelle arti del disegno e
della musica e nominò Ghiberti, Buonarroti, Raffaello, Cellini,
Tiziano, Canova, Pergolesi e Rossini, a ciò che ogni uomo s'inginocchi
e adori le divine sembianze del genio; ha fatto conoscere, che la
filosofia moderna è uscita dalla sua grande scuola filosofica del
secolo XVI e XVII, la quale liberò il pensiero umano dall'aristocrazia
di Aristotile che lo teneva prigioniero in un circolo vizioso di
arzigogoli teologici e lo svigoriva con una ginnastica improduttiva di
sillogismi e di entelechie, pasticcio filosofico noto sotto il nome di
filosofia scolastica, di cui, com'è naturale, fu patrocinatrice la
Chiesa romana; perchè era supremo interesse, era questione di
esistenza per la Chiesa romana di perpetuare l'ignoranza, ovvero (che
è peggio), non potendo riuscirvi, di evirare lo ingegno con
sottigliezze e con metafisicherie, le quali, assurde nella loro base,
non possono condurre a nessun risultato pratico, a nessuna utile
applicazione.
Sorse Bernardino Telesio, soggiunse, e insegnò che la sola esperienza
e il metodo induttivo possono guidare alla conoscenza del vero:
Tommaso Campanella sulla traccia di Telesio tentò una ricostruzione
enciclopedica delle scienze filosofiche nei loro rapporti
cogl'Istituti politici, sociali ed economici; poi in un altro libro
segnò le prime linee della società futura, ove sono adombrate alcune
idee fondamentali dei socialisti moderni: e quel libro--intitolato «La
città del sole»--è la repubblica di Platone presieduta da Cristo.
Il cancelliere Bacone da Verulamio non fu che un continuatore di
Celesio, più celebre e più applaudito, ma meno grande di Campanella.
Pietro Pomponazzi e Lucilio Vanini si posero intorno ai dogmi, alla
dottrina e alla morale del Cattolicismo e assoggettati alla critica
della ragione, incominciarono la demolizione scientifica e furono i
fondatori di quel metodo che si chiama criticismo filosofico, e i
primi maestri di Pietro Bayle, di Voltaire, degli Enciclopedisti
francesi. Giordano Bruno nelle sue speculazioni sublimi si distaccò
affatto dal sovrannaturalismo, cioè dalla rivelazione immediata divina
(onde precorse a Cartesio), e costrusse un sistema di filosofia ove
sollevò l'uomo, sino allora depresso, decaduto e maledetto, alle
altezze della divinità, fece dell'uomo, di Dio e del mondo un tutto
che si manifesta con forme o con rappresentazioni differenti, ma
sostanzialmente identiche. L'oratore trovò trasfuso quel panteismo in
varia misura nelle opere di Spinosa, di Mallebranche, di Leibnitz, di
Hobbes, di Shelling e di Hegel, e conchiuse: quel Panteismo, diventato
subbiettivo con Fichte, è il genio della filosofia moderna.
Ha fatto conoscere, che nella giornata di Legnano, fiaccata
l'oltracotanza dell'imperatore Barbarossa, guarentì l'esistenza delle
due repubbliche; che in Sicilia vendicò l'onta di un'oppressione
insolente uccidendo tutti, senza eccezione, i francesi insultatori al
suono dei vespri immortali; che la sua Venezia, con una costanza di
lotte secolari, ha salvata l'Europa dalla barbarie musulmana; che in
Napoli, sotto i piedi della sua plebe, calpestò l'orgoglio di Spagna;
che a Genova i suoi popolani (pagina di gloria insuperata) cacciavano
ignominiosamente 44 mila austriaci dalle loro mura, e poscia
vittoriosamente e per lunghi mesi ne sostennero l'assedio, comechè
quegli eterni nemici suoi fossero aiutati dal loro vecchio alleato il
re di Piemonte; che combattè con valore antico con le bandiere
napoleoniche, e nella disfatta di Russia salvò le reliquie della
grande armata francese che, senza gl'italiani, sarebbero tutte cadute
sotto la lancia del cosacco; che il suo popolo di Milano sostenne
quasi inerme cinque giorni di duello immortale contro 16 mila
austriaci e finì col gettarli in isbaraglio talmente, che malconci,
disordinati, avviliti, spossati impiegarono la metà di un mese ad
arrivare fino a Verona; che in pochi giorni ne cacciò 60 mila dal
Lombardo-Veneto e li costrinse fra l'Adige e il Mincio; che il 24
maggio 1848, in Vicenza, 15 mila furono messi in fuga da 8 mila
italiani; che nel settembre un pugno di patriotti rompeva più
battaglioni di loro in Mestre, faceva centinaia di prigionieri,
prendeva sei cannoni, e, quel che più vale, una bandiera giallo nera a
viva forza; che un altro pugno di italiani, il 30 aprile 1849,
cacciava le baionette nelle reni di francesi fuggitivi.
Alberto Mario continuò:
«Tutto codesto, o Italia, ci facesti conoscere, dicono le genti
straniere, e ci ripeti tuttodì, con mille bocche, e tutto codesto è
gloria, grandezza, magnanimità, genio; e sta bene. Ma che possiedi
ora? Rispondi.
«Dove sono le tue arti? Dove la tua letteratura? Dove le tue scuole
filosofiche? Dove i tuoi sapienti che procedano sulle tradizioni di
quei grandissimi dianzi rammentati? Dove il frutto delle tue scoperte,
delle tue invenzioni, delle tue conquiste? Dove il commercio, le
industrie, gli avventurosi veleggiamenti, e le navi temute, e la
bandiera formidabile e rispettata?
«Vediamo una bandiera a tre colori sulle fortezze del re Savoiardo, ma
quei colori sono impalliditi e guasti da un quarto colore che non è
tuo e da uno stemma regio che non è tuo, imperocchè tu non hai altro
stemma che la corona di torri, e quella bandiera oggi è fatta cencio e
raccolta dietro l'aquila nera dello tsar di Russia, e dietro l'aquila
usurpata e infame dello tsar di Parigi. Di'.... Rispondi.... Che sei
oggi?
«Schiava invilita tolleri l'onta di un re di Napoli che la storia
ricorderà col soprannome di Bomba, il quale flagella i tuoi figli al
cavalletto, li tortura con la cuffia del silenzio, e li fa morire di
sete nelle carceri, nutrendoli di aringhe salate, per istrappar loro
di bocca una rivelazione; l'onta d'un re, che un uomo di Stato
inglese, Gladstone, chiamò _negazione di Dio_.
«Tolleri l'onta peggiore di un prete padre della menzogna che siede
principe sulle teste di tre milioni d'italiani, insanguinate da
quattro armate straniere; di un prete empio che in nome di Dio taglia
le ali al pensiero e soffoca le aspirazioni della coscienza.
«Tolleri l'onta di due tirannucci--quel di Modena e quel di
Parma--crudeli quanto sono piccini.
«Tolleri l'onta del soldato austriaco che ti rapisce ogni anno 16 mila
de' tuoi figliuoli più eletti, divine speranze del tuo avvenire, che
ha bastonate a Venezia e a Milano pubblicamente le tue donne quasi
ignude e che ti degrada al cospetto del mondo incivilito. Su via,
rispondi. Ma che puoi rispondere? O levati di dosso l'ignominia della
schiavitù, ovvero soffri e taci.»
Così l'oratore riassumeva il linguaggio degli stranieri sulla patria
nostra, linguaggio per verità, egli stesso diceva, troppo severo e in
qualche parte non giusto, perchè, disotto all'apparente quiete di
sepolcro che pesava sull'Italia, la sua gioventù generosa e devota
stava apparecchiando in mezzo al popolo gli elementi della
risurrezione, e ogni qual volta quella falange sacra era scemata di
qualche caduto nelle mani del vigile tormentatore, e il quale
ascendeva il patibolo gridando: «Viva l'Italia», il posto per lui
vacante veniva occupato da altro che immediatamente gli succedeva; e
quella falange di apostoli e di martiri evangelizzava la parola di
salute col discorso e con la stampa; acquistava e distribuiva armi,
raccoglieva continuamente i patriotti in isquadre e in reggimenti
invisibili all'oppressore, e di tempo in tempo alcuni di loro
insorgevano e lo assalivano per mostrare all'Italia il suo dovere e il
suo diritto, per additarle la via unica di compierlo e di esercitarlo
per significare ai suoi manigoldi che la battaglia non era punto
terminata, e al mondo che l'Italia era schiava per la cospirazione del
dispotismo europeo, ma schiava fremente e indomata e che oggi o
domani, o più tardi, ma infallibilmente, si sarebbe sollevata ad
affermare luminosamente la propria personalità nazionale.
E quella sacra falange, non solo si componeva di patriotti che
vivevano nella penisola, ma di quanti dannati all'esilio serbavano in
cuore intatta la religione della patria e sentivano l'obbligo
imperioso di non istarsene spettatori inerti del lavoro, degli sforzi
e della virtù cittadina dei loro fratelli, e coi gomiti sulle
ginocchia e la faccia tra le mani, di non attendere che la libertà
cadesse dal cielo come le quaglie agli ebrei nel deserto, ovvero che
venisse regalata dai re e dalla diplomazia, che ne sono gli avversali
naturali e perpetui.
Nè quelle audacie, quel martirio e quell'esempio riuscirono infecondi.
Il fremito di patria dei pochi magnanimi oggimai si riappalesava nelle
moltitudini, e si capiva che non doveva tardar guari a risuonare la
campana a martello del popolo.
--Però--continuava Alberto Mario--finchè rimane il fatto che l'Italia
è serva, quel fatto ci vieta di rispondere vittoriosamente alle accuse
e ai rimproveri degli stranieri; e siamo costretti a mormorare loro
come quel patrizio--_avete ragione_. Se non che, è in nostra facoltà
di poter soggiungere ciascuno e tutti: _ma lavoriamo acciocchè quel
fatto cessi_. E potete voi affermarlo dal canto vostro? Se l'Italia,
la santa madre nostra vi domandasse: _O voi presenti, che fate per
me?_ Quale risposta potreste darle? Non basta dire: «Laggiù si lavora
a quest'uopo»; ognuno di noi è parte d'Italia; e vuolsi che la
coscienza di ciascuno di noi ci ripeta: _anche io adempio al mio
dovere di cittadino_.
Quindi raccomandava agli italiani residenti a New-York di non pensare
alla distanza che li separava dalla patria, di associarsi e di porsi
in comunicazione con quanti si affaticavano pel suo riscatto: la sola
adesione morale sarebbe una forza aggiunta al cumulo delle forze che
si stavano ragunando ed organizzando contro l'oppressione.
--Propagate la dottrina del dovere fra i vostri fratelli--diceva--
ridestateli alla santa carità della patria se mai fosse muta nei loro
petti: formatevi in compagnie, in battaglioni, in reggimenti,
addestratevi alle armi: date il vostro obolo mensile per acquistarle:
qui nel paese più libero del mondo, potete fare apertamente ciò che
altrove ai fratelli vostri è interdetto. Provvedete così di trovarvi
pronti alla prima chiamata del paese. Colla parola e coll'esempio
mostratevi degni della libertà che volete conquistata alla vostra terra
materna. Questo libero popolo americano non vedrà più in voi una gente
dispersa sulla faccia del mondo senza tenda e senza intento come
l'Ebreo errante, ma un sodalizio di confessori di un'idea, di sacerdoti
d'una causa sacra e vi avrà in considerazione e rispetto e vi
fortificherà della sua adesione morale e forse anche del suo aiuto.
* * *
Nella seconda parte del suo discorso Alberto Mario esaminava la
questione di sapere come e sotto quale bandiera l'Italia si sarebbe
alzata a combattere la battaglia per l'unità nazionale e la sua
indipendenza.
Si accusavano gli italiani di essere discordi; da ogni lato loro si
predicava l'unione, perchè, secondo il vecchio proverbio, l'unione
costituisce la forza.
--Ma, per avere la forza--diceva l'oratore--vuolsi l'unione di
elementi omogenei, se no, in sua vece avremo miscuglio e confusione
che generano la debolezza e l'impotenza. Vuolsi una bandiera che
rappresenti l'idea nazionale, segni la via che conduce alla meta, e
tolga le incertezze, le perplessità e i governi provvisori che
partoriscono necessariamente la sconfitta. Si è mai veduta unione più
meravigliosa di quella degli italiani nel 1848? Tutti ripetevano ad
una voce: «Non si discuta ora di nulla! prima fuori lo straniero, poi
c'intenderemo sul da farsi!» e furono veduti re, cortigiani,
commissari di polizia, spie, preti, papa e popolo tutti in un mucchio
per cacciare lo straniero, e dappertutto governi provvisori e bandiera
neutra. E il risultato? L'Italia più schiava di prima. E perchè?
perchè quella era un'unione bastarda, un accozzamento assurdo di
elementi eterogenei e intrinsecamente nemici.
E qui esaminava codesti elementi e per giudicare il carattere e le
tendenze del popolo italiano, ne indagava la vita anteriore. Qual è,
domandava, la vita passata del nostro popolo, quale la sua tradizione
storica? La risposta si compendia in un motto: la repubblica.
Non andrò, diceva, così lontano da cercarvi le prime radici della
tradizione italiana nelle trentasei Lucumonie etrusche, gloriosissima
federazione repubblicana che comprendeva oltre due terzi d'Italia,
quanto è chiuso tra il Ticino, le Alpi, il Po, l'Arno, il Tevere--da
Ercolano e Pompei alla città di Adria:--non nelle repubbliche della
magna Grecia e di Sicilia; non nella Repubblica Romana e nell'Impero,
degenerazione, o meglio trasformazione della Repubblica Romana, ove
l'imperatore era elettivo, nè osò mai chiamarsi re, e imperatore
significava comandante di eserciti, e durante l'Impero si è gettata
una delle basi del principio repubblicano avvenire--l'uguaglianza
sociale.
La Repubblica aveva dichiarata l'uguaglianza fra gli Dei, e aperse il
Pantheon a tutti indistintamente.
Stabilito questo principio, doveva derivarne logicamente l'uguaglianza
fra gli uomini, perchè la società umana è sempre un raggio riflesso
della sua religione. I Cesari, pertanto, furono gli esecutori
necessari e forse inconsapevoli del programma religioso della
repubblica romana. Studiate Tacito e ravviserete nei Cesari due
persone distinte--il mostro e il legislatore.--E voi forse stupirete
udendo che Augusto assicura la libertà e la dignità delle donne;
Tiberio stabilisce in nome dello Stato il credito fondiario senza
interesse; Nerone rende gratuita la giustizia e propone di abolire le
imposte, difende la causa degli affrancati contro la nobiltà, e
Domiziano ne assicura l'uguaglianza coi cavalieri, e Claudio rende
inviolabile la vita degli schiavi; Adriano Commodo e Alessandro
proteggono lo schiavo dalla prostituzione, dall'abbandono e persino
dall'ingiuria, e Caracalla sorpassa il pensiero dei Gracchi
riconoscendo l'uguaglianza sociale in tutto il mondo romano, tanto è
grande, nota Edgardo Quinet, la potenza di un nuovo dogma quando
comincia a penetrare le istituzioni sociali, che i mostri stessi vi
obbediscono! I Cesari, che sembravano altrettante barriere
all'innovazione, ne divengono gl'istrumenti servili. Taluno di quei
feroci trascina ruggendo il carro dell'umanità. Ma lasciando in
disparte queste epoche remotissime, benchè si rapportino alle
posteriori e recenti per una catena di nessi, per una sequela di germi
sviluppatisi più tardi e che sfuggono agli osservatori superficiali,
basta limitare le osservazioni all'età moderna.
Sino dal secolo dodicesimo l'Italia cominciò ad essere popolata di
repubbliche da Torino ad Amalfi, tutte d'indole popolare, compresa la
stessa Venezia, che serbossi democratica per 700 anni, uscite quasi
magicamente di sotto al turbinìo delle trasmigrazioni barbariche,
mentre in tutto il resto dell'Europa non ne derivò che il
feudalismo--seconda edizione con aggiunte della barbarie.
Dante e Macchiavelli, Enrico Dandolo e Sarpi, Lercaro e Colombo,
Giotto e Michelangelo, quanto insomma vi ha di grande negli ingegni,
nei monumenti, nei fatti, sino all'età nostra, nacque, crebbe e cessò
con le repubbliche.
Ma una cancrena irreparabile erasi infiltrata anticipatamente nel
cuore istesso della penisola: e vietò a quelle repubbliche di sentirsi
sorelle, figlie d'una madre comune, l'Italia, di stringersi insieme a
rendere inaccessibile altrui il mare e le Alpi; _inutili Alpi_, come
le disse Carlo Cattaneo malinconicamente e profondamente. E questa
cancrena fu il papato.
I papi dominando sui cuori, sugli intelletti e sulle azioni del mondo
occidentale con autorità assoluta ed infallibile derivata dallo
Spirito Santo dal quale, ad udirli, pigliavano ogni mattina la parola
d'ordine per reggere le pecore umane, cosicchè disponevano a loro
talento delle corone dei re e delle sorti dei popoli, i papi
spiegarono nel modo seguente la dottrina di Cristo.
Cristo ha detto--il mio regno non è di questo mondo: dunque,
soggiunsero i papi, questo mondo appartiene al suo vicario. Stabilita
la massima pensarono all'applicazione e riuscirono.
Ma la sovranità morale sulla terra, comechè conquista gravissima e
preziosa, non soddisfaceva la loro cupidigia. Volevano qualche cosa di
reale, di effettivo e che si toccasse con mano, perchè i papi, del
resto, benchè vivano in una mistica conversazione col Paracleto,
furono sempre uomini pratici.
Volevano uno Stato e una corona, volevano cioè armi, soldati,
pubblicani, birri, ergastoli, forche, carnefice e un popolo da
mugnere, scorticare e impiccare, e il tutto a maggior gloria di Dio e
della sua santissima religione. E se l'ebbero dagli stranieri che per
dieci secoli eglino stimolarono senza posa e affannosamente a
irrompere sull'Italia ogni qualvolta il loro regno pericolava, e vi
chiamarono successivamente Franchi, Sassoni, Inglesi, Angioini,
Spagnuoli, Ungheresi, Turchi, Svizzeri, Francesi, Austriaci per essere
protetti dalle impertinenze dei sudditi che considerando il _papa-Dio_
un impostore;--e il _papa-re_ un usurpatore e un tiranno, non
avrebbero tardato un'ora, senza quegli angeli custodi, a metterlo alla
porta e peggio.
Se non che non si accontentarono di flagellare l'Italia con tutti gli
stranieri possibili: perchè il giuoco atroce sarebbe stato ben presto
interrotto dalla resistenza concorde delle repubbliche; ma--e qui sta
il danno maggiore--posero ogni studio nel suscitare, risuscitare e
invelenire l'idra della discordia fra quelle repubbliche, spingendole
a sbranarsi l'una coll'altra, e impedendo che germogliasse nel loro
animo l'idea salvatrice che tutte erano individui di una stessa
famiglia, membra d'uno stesso corpo.
E i papi riuscirono, e Dante, Moroni e Macchiavelli che pensarono e
patirono per la unità d'Italia, sono morti inascoltati. Laonde venne
fatto allo straniero di piantarvisi definitivamente; le repubbliche a
una per una perirono, e l'Italia sin dal 1530--dalla caduta di
Firenze--rimase immutabilmente rotta in sette od otto principati,
retti da dinastie straniere o bastarde di papi, stabilitevi dagli
stranieri e loro vassalle obbedientissime.
Dopo lo stabilimento finale delle monarchie, dopo cioè il 1530,
l'Italia cessa di essere un popolo e diventa una mera espressione
geografica; non più moto, nè vita politica, nè gloria.
Tutto isterilisce e muore al soffio avvelenato della reggia, come gli
alberi e i fiori al vento del deserto: il Papato coi suoi 500.000
frati, colla Compagnia di Gesù, allora allora fondata, e col Concilio
di Trento, le uccide l'anima e l'intelletto; lo straniero la depaupera
colle imposte e le rapine; i principi vassalli suoi manigoldi le
uccidono il corpo con le torture e i patiboli.
Abbiamo veduto, per esempio, organizzare un massacro periodico contro
i Valdesi, e quando non si impiegava l'esercito ai servigi
dell'Austria o di Francia o di Spagna, sfrenarlo a dar la caccia a
quei poveri e pacifici valligiani che non credevano all'infallibilità
del papa; e ridurre i poveri sudditi a tale stadio d'ignoranza, che
nel secolo scorso istituitasi una Università italiana, narra il
Denina, storico ultra monarchico, dovettersi cercare tutti i
professori nelle altre parti d'Europa.
Dopo lo stabilimento delle monarchie adunque non più arti, nè lettere,
nè storia, nè filosofia.
Dante si è trasformato in Metastasio, il poeta che cantò Cola da
Rienzi nell'abate Chiari, Macchiavelli in Algarotti, e Michelangelo
Buonarroti in Michelangelo da Caravaggio; le lettere, le arti e la
filosofia non vivono che sotto le grandi ali della Libertà. E se
qualche poeta o storico o filosofo in nome dell'inviolabilità della
ragione è sorto apostolo di verità e di progresso, morì martire;
Galileo torturato, Paolo Sarpi pugnalato, Pietro Carnesecchi, Giordano
Bruno, e altri bruciati vivi dal Papa; Macchiavelli torturato dai
Medici, Campanella torturato sette volte e tenuto in carcere
ventisette anni dal proconsole spagnuolo in Napoli, Pietro Giannone
dannato a prigione perpetua.
E se in questi tre secoli di lutto e di degradazione qualche raggio di
vita gloriosa ha solcato il cimitero d'Italia, non è certamente uscito
dalle aule dei re o dal Vaticano, ma dalle viscere stesse del popolo.
Fu il popolo che scosse il giogo spagnuolo in Napoli nel 1647--e
nell'anno medesimo, capitanato da Giuseppe d'Alessio, operaio
battiloro, cacciò Los Velez vicerè e tutti gli spagnuoli da Palermo e
nel 1746 ributtò gli austriaci da Genova.
Fu Venezia repubblica, comechè decrepita e oligarchica, che fece
risuonar alto il nome italiano dalle acque di Candia ove vinse i
turchi in due battaglie navali, e dalle mura della città ove sostenne
un assedio lunghissimo ed eroico.
Finalmente suonò l'ora della resurrezione universale dei popoli. La
rivoluzione francese del 1789 diede il segnale del riscatto. La testa
di Luigi XVI rotolata ai piedi del patibolo dimostrò che il diritto
divino e l'umano appartengono agli oppressi, dopo di cui la storia
rovesciò il volume e cominciò a scrivere il cominciamento della fine.
D'allora mutarono i protagonisti del gran dramma della vita: prima
erano i re, poi principiarono ad essere le nazioni: scoppiata la lotta
definitiva fra queste e quelli, fu una vicenda di disfatte e di
vittorie.
A questo punto Alberto Mario domandava:
--Quale è stata la condotta dei re nostri in Italia? Tutti in
compagnia dell'Austria, loro naturale sostegno, studiarono di opporsi
al torrente delle nuove idee. Il re di Piemonte cercò d'impedire il
passo delle Alpi ai repubblicani francesi: vinto e minacciato anche
dal popolo, fuggì in Sardegna; il papa fu fatto prigioniero e il re di
Napoli riparò in Sicilia. Poco di poi piegate le sorti in loro favore
si vendicano atrocemente da Napoli sino a Torino, e migliaia di
patriotti periscono per mano del carnefice, e fra essi gli uomini più
eminenti d'Italia, o agonizzano nelle segrete, o errano sulla via
dolorosa dell'esilio. Nel 1820 e 21, ridestatosi nel popolo il
sentimento dell'indipendenza nazionale, egli ne commette l'incarico ai
principi che simularono di partecipare, ed è tradito tanto a Napoli
come altrove da re i quali passarono in Ispagna sotto le armi francesi
a combattere quella medesima costituzione che avevano giurata dinanzi
a Dio ed agli uomini. E quivi comincia la tragedia dello Spielberg.
Continuava ricordando che nel 1831 questo popolo insorge di nuovo e
crede nel duca di Modena. Il duca svela il disegno all'Austria, fugge
in Mantova, trascina seco Ciro Menotti, depositario di tutto il
segreto e capo della cospirazione, ritorna e lo impicca.
Nel 1833 nuova illusione, un re italiano offre all'Austria, in
espiazione dell'antica macchia di _carbonaro_ non abbastanza lavata al
Trocadero, un'ecatombe di patrioti, e onde cattivarsela con nuovi
segni di sincera amicizia dà la mano di suo figlio a un'arciduchessa.
Nel 1848 il popolo sorge con tale unanimità di sforzi, con propositi
così risoluti e con auspici tanto favorevoli che parve anche agli
stessi nemici il tempo segnato dal dito di Dio per la libertà
d'Italia, anzi per la libertà europea.
Un'altra volta il popolo italiano, immemore delle terribili lezioni
avute, generoso sempre sino ad essere incauto, ne affida il còmpito
sublime a due dei suoi re ancora tiepidi del sangue dei fratelli
Bandiera, di Vochieri e di Effisio Tola: al granduca di Toscana
austriaco e al papa che non ha patria. Che ne consegue? Il papa, alla
vigilia della vittoria finale, disapprova la guerra con una
lettera-enciclica, e santamente intenerito, stringe in un amplesso
paterno i croati suoi figliuoli in Cristo; il granduca cospira
occultamente con l'imperatore, e intanto spreme sugo di papaveri sulla
Toscana commossa, e più tardi fugge; il re Bomba pensa a massacrare la
Sicilia, richiama le truppe dal teatro della guerra nazionale,
insanguina Napoli co' suoi svizzeri, e spergiuro e scellerato
riconfermasi re assoluto.
L'altro re stassi spettatore indifferente alla lotta ciclopica dei
milanesi, e arresta al Ticino la gioventù ligure-piemontese che
correva a dividere con Milano i cimenti e la gloria. Cacciati gli
austriaci dal popolo, il re costretto dalla minacciosa attitudine dei
propri sudditi, passa il Ticino cinque giorni dopo la vittoria
lombarda, collo scopo reale dichiarato alle potenze europee di
soffocare lo sviluppo della rivoluzione e con quello apparente
dichiarato agli italiani di aiutarli fraternamente all'espulsione
degli austriaci oltralpe.
Intanto lascia libera la ritirata agli Austriaci che poteva tagliare
per la via di Piacenza e di Cremona, si accampa fra l'Adige e il
Mincio; in vari scontri col nemico, vince ma non profitta mai della
vittoria, e così spegne l'entusiasmo e scema il valore mirabile delle
sue truppe, rifiuta il sussidio dei volontari, ammorza l'ardore del
popolo, ordina alla sua flotta di non attaccare l'austriaca, lascia
aperta la porta del Tirolo, non si cura punto del Veneto, offre agio
al nemico di rimpolparsi con nuovi rinforzi, viola i patti preliminari
di decidere le sorti interne a guerra vinta, volendo che i
Lombardo-Veneti si fondano nel suo regno.
Ottenuta la fusione il 29 maggio, lascia massacrare nel giorno
medesimo quasi sotto ai propri occhi in Curtatone e Montanara 5000 fra
Toscani e Napoletani che combatterono un giorno intiero contro 16.000
Austriaci. Attaccato egli pure il giorno appresso in Goito, comechè i
Piemontesi fossero inferiori di numero sul campo di battaglia,
rovescia e sbaraglia Radetzki, che disfatto si ritira in Verona.
E qui il sovrano invece di profittarne inseguendo il nemico, si
arresta in Goito e dà un crollo mortale alla fede e alla disciplina
dell'esercito, e fa dire al Parlamento in Torino, per bocca di
Franzini, ministro della guerra, che non venne perseguitato il nemico,
perchè pioveva, quasi che per gli Austriaci il cielo fosse stato
sereno. Nella giornata di Goito ebbe anche Peschiera resasi per fame.
Intanto Radetzki passa nel Veneto, si unisce a Welden e con tutte le
sue forze, 44.000 uomini, dieci giorni dopo assalta Vicenza che gli
resiste per diciotto ore.
L'occasione era suprema. Si sarebbe potuto decidere le sorti d'Italia
valicando l'Adige sgombero, e piombando alle spalle del nemico con
quindici o ventimila uomini.
Nulla, nulla di tutto ciò.
Radetzki ritorna trionfante a Verona, e il re raccolto il nerbo della
sua armata nelle paludi di Mantova per bloccarla e disteso il resto
sino a Rivoli, l'assottiglia con le febbri e le scema la virtù con
l'inazione.
Ma che voleva egli adunque? Aspettava la fusione di Venezia.
Avuta Venezia il 4 luglio, la offre all'Austria il 7 come prezzo della
sovranità di Lombardia. Così rimanevano ancora deluse le speranze dei
patrioti italiani.
Intanto Radetzki ricevuti i debiti rinforzi gettasi unito sui
Piemontesi e li rompe. Il re, fallitogli il disegno di aver la
Lombardia, pensa unicamente a mettere in sicuro la Corona consegnando
al maresciallo Milano che era il cuore della rivoluzione: così
ammansato il nemico, salvasi dalla temuta invasione oltre il Ticino.
Ritornato nel proprio regno, si lusinga nel sollecito ritorno dello
_statu quo_.
Ma 20.000 milanesi, e più di 50.000 delle provincie Lombarde esulati
ne'suoi domini, fomentano l'ardore del popolo piemontese di vendicare
la umiliazione dell'armistizio di Salasco e di ispazzare l'alta Italia
dall'ultimo soldato straniero. E tanto crebbe questo fermento che il
re forzato nuovamente alle armi, sguainò la spada unicamente per
vedere di stipulare coll'Austria una pace onorevole.
Senonchè i reazionari, ossia i bigotti della monarchia, vedendo, in
una vittoria qualsiasi dell'esercito piemontese, risuscitata più
gagliarda che mai la rivoluzione in tutta la penisola, e quindi
riconoscendo impossibile di venire a patti col nemico quando al re
fosse piaciuto, perchè la volontà della nazione risollevata e in armi
sarebbe stata più forte della volontà del re e avrebbe travolto il
regno nella gran tempesta che sarebbe scoppiata, si accinsero a
sfabbricare la disciplina dell'esercito con tutti i mezzi e riuscirono
a far nominare un generale straniero, Ciarnowski, esecutore delle sue
mene segrete.
Furono adunque disposte le cose in maniera che parte dell'esercito
fosse messo fuori di combattimento, parte fuggisse e si disperdesse;
ed è quanto avvenne ad eccezione di alcuni reggimenti.
Così Carlo Alberto fu vittima dei suoi cortigiani e dovette abdicare:
e la Monarchia Sarda tuttavia pagava nel 1858 una pensione come
generale al Ciarnowski.
Siffattamente in tre giorni finiva la seconda campagna regia, e
Vittorio Emanuele re successore firmava un trattato coll'Austria nel
quale la riconosceva legittima padrona del Lombardo-Veneto, le
prometteva pace e buona amicizia, le pagava 75 milioni di franchi per
buona mano, accettava che i croati facessero la sentinella nella
fortezza di Alessandria, e fra lui e l'imperatore eravi un ricambio di
croci e di decorazioni.
* * *
Dopo questa fiera requisitoria contro le monarchie, Alberto Mario
chiedeva:
--Ora vi pare che i duchi, i granduchi, i re e i papi sieno elementi
nazionali che il popolo italiano deve tesaurizzare e coi quali deve
unirsi nuovamente per iscuotersi di dosso gli austriaci e diventare
una nazione signora e sovrana dei propri destini? No per fermo.
E affermava quindi che l'unione, di cui aveva tenuto antecedentemente
parola, doveva consistere in un'associazione di pensiero e di azione
del popolo italiano, la quale avesse per oggetto di abbattere i duchi,
i granduchi, i re e il papa come nemici naturali dell'indipendenza
italiana, e di scacciare lo straniero coi mezzi e colle forze che
allora erano nelle mani di quei granduchi, di quei re e di quel papa.
--Ma qualcuno--seguitava--mi farà l'obbiezione seguente: non più patti
col papa, col re di Napoli e coi duchi, e la ragione è evidente; ma la
Monarchia Sarda vuolsi eccettuata, perchè ci pare rinsavita: da dieci
anni, in mezzo al turbine della reazione europea, conserva uno statuto
liberale, tiene in piedi un'armata valorosa, dà asilo agli esuli
politici delle altre parti d'Italia, e mostra buona intenzione per la
guerra nazionale.
Rispondeva l'oratore che l'obbiezione era apparentemente grave. Egli
aveva vissuto nove anni continui negli Stati sardi e si trovava in
grado di dare alquanti schiarimenti su quello scrupolo di coscienza.
Dopo la disfatta di Novara due vie erano aperte alla Monarchia Sarda
per l'avvenire: la ristaurazione dell'assolutismo o il mantenimento
dello statuto. La prima le rapiva per sempre ogni speranza
d'ingrandimento allineandola fra i nemici aperti dell'emancipazione
italiana, tanto più che nel marzo del 1849 il moto rivoluzionario
europeo era ben lungi dalla sua fine.
Per l'Ungheria erano quelli i più bei giorni della sua lotta
gigantesca contro l'Austria; la Toscana si reggeva a popolo, gli Stati
Romani del pari; la Sicilia combatteva contro il Borbone, e Venezia
stava incolume in mezzo alle sue lagune cogli allori di Cavallino e di
Mestre, e nel marzo 1849 veruno poteva seriamente temere il crimine
del 2 dicembre 1851 per la Francia, ove la repubblicana assemblea
costituente ancora esisteva.
--La Monarchia Sarda, adunque--conchiudeva--provvide largamente ai
propri interessi conservando lo Statuto.
Aggiungeva che per abbattere lo Statuto volevasi o l'uso delle armi
proprie contro i cittadini, che l'avrebbero difeso, e queste armi
furono disperse a Novara, e le poche rimaste si adoperavano a
bombardar Genova; ovvero volevasi il sussidio degli Austriaci; ma la
Francia non avrebbe permesso alle schiere dell'Austria di avvicinarsi
alle Alpi, ed all'uopo valicarle per domar la Savoia ove questa fosse
sorta a propugnare il nuovo Patto conquistato dalla rivoluzione sulla
monarchia; in ogni modo la Corte di Sardegna invocando i soccorsi
austriaci avrebbe perduta l'indipendenza.
--Fu adunque--ripeteva--accorto consiglio conservare lo Statuto. Lo
Statuto porta i seguenti vantaggi alla Casa di Savoia: dapprima
seminando speranze di futura riscossa fra gli italiani delle altre
parti della Penisola, e inducendoli a confidare in lei che si vanta di
spiare l'occasione propizia a ricominciare la guerra contro l'Austria,
tiene lontana per quanto è possibile l'insurrezione nazionale; ed è
facile trovare partigiani quando si dice loro: Voi non avete altro
ufficio che di starvene tranquilli, voi non correte pericolo di sorta,
perchè il mio esercito incomincerà la battaglia; allora voi verrete
esercito di riserva e formerete la guarnigione dei forti, delle piazze
e delle città; il momento opportuno per me di scendere in campo non è
giunto, ma verrà; intanto voi accrescerete con la propaganda pacifica
le vostre file. In tali termini sta la situazione della Monarchia
Sarda.
--Così--continuava--i suoi seguaci possono fare del patriottismo a
buon mercato. Così mentre s'illudono di essere liberali e patriotti,
sono nel fatto, e forse inconsapevolmente, egoisti. Che se l'Italia
non avesse dovuto confidare se non nelle proprie forze e nel proprio
diritto, puossi senza illusione congetturare che invece di disperdere
i tesori morali guadagnatisi alle barricate di Milano, ai bastioni di
Roma, ai forti di Venezia, a Vicenza, a Bologna, a Brescia, seguendo
una fallace fantasima, non avrebbe sopportata per dieci anni la
tirannide atroce dell'Austria, del papa e dei loro vicari, nè sarebbe
solcata da due partiti, ma, animata da un solo pensiero, sarebbesi con
forze compatte affrettata alla riscossa.
--In secondo luogo--diceva l'oratore con sentimento profetico--ove,
o emersa dalle viscere istesse della nazione, o procurata
dall'esempio di un altro popolo oppresso, la rivoluzione finalmente
scoppiasse--Casa di Savoia, mercè dello Statuto, si renderebbe
possibile col nuovo ordine di cose. Casa di Savoia potrebbe dire
all'Italia con le solite amplificazioni: «Mira, per trent'anni in
mezzo alla reazione universale, fra mille spinose difficoltà mi
conservai fedele alla tua causa, ho fatto rispettare sulle mie torri
il tuo stendardo, ho ammaestrato alla guerra il mio esercito in
Crimea, affinchè potesse affrontare vittoriosamente i tuoi perpetui
nemici. Eccomi armata e pronta a suggellare col trionfo la battaglia
da te incominciata. Io ti precedo, seguimi.» E l'Italia immemore del
passato, sorda agl'insegnamenti della storia, e alle lezioni
dell'esperienza, la seguirebbe probabilissimamente e le confiderebbe
i suoi fati.
Esaminato il passato e il presente della Monarchia Sabauda, che
restringeva la libertà di stampa, che non cambiava i codici, che anche
si alleava con quell'imperatore francese che occupava Roma
militarmente, che poneva mano alla restaurazione del murattismo, Mario
insisteva nel sostenere che la insurrezione doveva precedere l'aiuto
sardo e che chi amava l'Italia doveva unirsi a coloro che consacravano
tutti gli sforzi a preparare quell'insurrezione.
--La bandiera che questi spiegheranno nel giorno della sollevazione,
sarà la bandiera a tre colori, la bandiera che non rappresenta nè un
partito, nè una classe, nè una tendenza esclusiva, ma la bandiera di
ventisei milioni, che rappresenta la sovranità della nazione. Chi si
rifiuterà di seguirla, di combattere e di morire per essa? E quando
dinanzi a questa bandiera saranno scomparsi il re di Napoli, il papa e
i duchi, quando tutta l'Italia meridionale e centrale padrona di sè e
delle proprie forze, rovesciandosi sovra gli Austriaci e suscitando
l'insurrezione Lombardo-Veneta, o rafforzandola se scoppiata, li avrà
ributtati oltre le Alpi, a Roma l'Assemblea nazionale liberamente
delibererà come la nazione dovrà essere amministrata. E se il re Sardo
avrà gagliardamente partecipato a quella lotta, l'Italia, se il
crederà opportuno, gl'imporrà sul capo la corona di torri.
Ma l'insurrezione, ripeteva, non nasce, nè si sviluppa da sè come i
fiori del prato; è indispensabile apparecchiarla. E già essa stavasi
alacremente organizzando per opera di patrioti sparsi da Palermo a
Milano, in Grecia, nelle isole Jonie, a Costantinopoli, a Smirne, in
Alessandria, a Tunisi, in Barcellona, in Inghilterra, a Buenos-Aires e
a New-York.
--Or bene--concludeva--io non vi ho qui invitati per dirvi soltanto
parole; le parole sono suoni vacui e inutili ove non si traducano in
fatti. E il fatto che voi dovete compiere è di unirvi agli altri
fratelli vostri, di prestar loro il vostro concorso al riscatto della
patria comune. Venite dunque a questa tribuna a dare il vostro nome.
Vi invito in nome dell'Italia nostra, schiava e insultata, in nome dei
nostri fratelli morti per essa sul patibolo e nell'esilio, in nome dei
centomila che per essa tuttora gemono nelle carceri dei nostri
tormentatori.
* * *
Quella conferenza, come si disse, fruttò seduta stante parecchie
centinaia di dollari che furono subito spedite a Giuseppe Mazzini.