Gli alimenti nervosi.
La signorina Mary mi dava sulla voce ogni volta che io dicevo male
degli Stati Uniti e mi rimproverava di fermarmi a considerare
solamente i difetti del paese. Dopo il ballo di Vanderbilt facemmo una
grande discussione. Ma prima di continuare il racconto bisogna ch'io
presenti ai lettori la signorina Mary.
Vi sono degli stranieri che, visitando gli Stati Uniti e osservando la
grande libertà che godono e in cui sono allevate le fanciulle, notando
la differenza dei culti e delle idee nelle signore, rilevando la vita
che conducono molte, le quali non pensano che a divertirsi con le
amiche e a visitare i magazzini di mode, s'affrettano a scrivere ai
loro amici:
--Le signore nord-americane sono belle, spiritose, disinvolte, ma noi
altri del vecchio continente non le piglieremmo per ispose.--
Giudizi superficiali. Negli Stati Uniti non si può parlare di una
donna americana tipo, come si potrebbe fare in Europa della russa o
dell'inglese, perchè nell'Unione, e specialmente nelle grandi città
della costa atlantica, si trova nelle donne una varietà di tipi e di
caratteri straordinaria.
Vi sono le donne nate nell'America del Nord da americani ricchi o
poveri, vi sono quelle nate da genitori europei, vi sono quelle
sbarcate negli Stati Uniti da bambine; e ciascuna di esse, secondo la
razza, la nazionalità e la famiglia da cui è uscita, e secondo
l'educazione avuta, presenta una fisionomia speciale, un tipo che più
o meno si scosta da quello delle altre.
In generale è vero che le ragazze non crescono negli Stati Uniti come
nel vecchio continente, sempre attaccate alle gonnelle della mamma;
sono più franche, più ardite, più coraggiose; escono sole di casa e
vanno pei fatti loro senza bisogno di farsi accompagnare; e nondimeno
riescono spose e madri che non hanno nulla da invidiare alle nostre,
anzi curano di più l'educazione pratica, la pulizia e l'igiene dei
figli, e sono più amanti del _comfort_ della casa.
La signorina Mary, nata a New-York da genitori italiani emigrati poco
dopo il matrimonio (suo padre era un distinto architetto), aveva
diciassette anni. Di statura ordinaria, possedeva bellissime forme,
aveva i capelli e gli occhi grandi e neri e la carnagione un po'
pallida, come quella di quasi tutte le donne nate a New-York: era
intelligentissima e studiosa, e frequentava i corsi dell'ultimo anno
del principale collegio normale della città come studente libera.
I genitori, cresciuti nella religione cattolica, lasciavano ai figli
la scelta delle loro credenze. Mary era libera pensatrice, e, senza
alcuna affettazione, senza sparlar mai della fede altrui, alla
domenica assisteva alle conferenze che sul libero pensiero facevano a
New-York gente di gran talento, come il prof. Adler.
Sebbene la sua famiglia fosse di agiata condizione, attendeva molto
volentieri al disbrigo delle faccende domestiche. Sapeva cucire e
ricamare magnificamente, ma era anche buona cuoca. Solo ogni tanto
l'assalivano delle velleità da bambina. Quando fioccava la neve,
indossava improvvisamente il _waterproof_ e correva in istrada a farsi
tirare in una piccola slitta dal fratello minore e a baloccarsi
insieme con alcune amiche.
Non assumeva mai quelle arie sentimentali che hanno spesso le
fanciulle d'Europa appena arrivate alla pubertà; era anzi allegra,
vivacissima, e si abbandonava sovente a risate rumorose che mettevano
in mostra i suoi bellissimi denti.
Si recava alle lezioni del collegio sola, come tutte le compagne, coi
suoi bravi libri sotto il braccio, viaggiando nell'_Elevated
Railroad_, la strada ferrata che attraversa la città. Vestiva con buon
gusto senza civetteria ed amava i fiori, ma preferiva i confetti.
Quando io la conobbi non sapeva forse ancora esattamente ciò che fosse
l'amore. Probabilmente ne sentiva già il bisogno senza volerlo e fra
un capitolo della breve storia degli Stati Uniti e un problema
aritmetico, intravvedeva qualche paio d'occhi neri e di baffetti
nascenti. Forse non ci aveva ancora pensato e il giorno in cui avesse
trovato la cosidetta incarnazione dell'ideale sotto le forme di un bel
giovinotto, avrebbe perduto gli ultimi giocondi vestigi della
fanciullezza e il suo carattere avrebbe subito qualche modificazione,
come avviene in tutte le giovinette quando il loro cuore s'apre per la
prima volta all'ignoto dio.
Intanto rideva e studiava, e i suoi giorni trascorrevano lieti e
sereni.
--Ebbene?--mi disse quando ci rivedemmo dopo il ballo di Vanderbilt.
--Ohimè!--feci io--dove sono andati i tempi semplici e patriarcali di
Washington e di Franklin?
--La costituzione della nostra repubblica dice però ancora oggi che
nessun titolo di nobiltà sarà concesso dagli Stati Uniti.
--Sì, voi non avete principi, duchi, marchesi, conti o baroni. Molte
giovani ricche acquistano un titolo col mezzo del matrimonio; ma,
all'infuori di quelle che si vendono a un nobile spiantato straniero
per sentirsi dire contesse o marchese e farsi ricamare una corona sul
fazzoletto, non potete vantarvi di avere neppure un meschino
cavalierato come quello che viene conferito in Inghilterra a mercanti
di candele arricchiti o a sarti in voga, le cui mogli hanno
l'ambizione di essere chiamate _my lady_.
--E dunque?
--Con tutto ciò avete anche voi la vostra aristocrazia. La ricchezza
guadagnata, non importa come, prende il posto del merito o del sangue
turchino. Come nessuno domanda da noi se gli antenati di un conte
abbiano rubato del bestiame, così qui nessuno chiede se il padre d'una
milionaria abbia rubato delle ferrovie. Ho veduto da Vanderbilt che
quando un americano conta le sue ricchezze a centinaia di milioni,
prende il suo posto alla testa della società, precisamente come il
duca di Norfolk ha la precedenza, nella sua qualità di primo duca e
conte, alla Corte d'Inghilterra. Ho veduto a quel ballo che, per
appartenere all'aristocrazia americana, una signora può avere le mani
rosse, la pelle ruvida, la voce rauca, i modi più volgari, ma deve
essere molto ricca e vestire sfarzosamente. Allora può entrare nella
migliore società e ricevere gli omaggi del mondo americano.
--Queste sono eccezioni--fece la signorina Mary.
--Sì, ma quando in un paese la coltura e la virtù non contano nulla e
tutto è l'oro, visto che col danaro solo si ottiene quello che si
vuole, si fanno pazzie per cercare di arricchirsi rapidamente. L'altro
giorno un medico mi diceva che è incredibile la quantità di morfina
che si usa a New-York per lavorare con attività febbrile.
--Questo è vero, pur troppo.
--Il caffè, il the, il tabacco, mi raccontava, e tutti gli altri
alimenti nervosi, narcotici ed eccitanti di cui si contentavano finora
gli uomini, non hanno più alcun effetto sopra i nervi malati di
moltissimi nostri giovani. Essi ricorrono all'oppio e alla morfina.
Cominciano coll'iniettarsi piccole dosi di quest'ultima quando hanno
l'emicrania, l'insonnia o il mal di denti, e poi finiscono per
prenderne tutti i giorni, aumentandone la quantità, vivendo in uno
stato di benessere fattizio, sparito il quale si sentono spossati,
malinconici, tristissimi. Quel medico mio amico conosce parecchi di
questi infelici i quali hanno la pelle delle braccia tutta
bucherellata dall'ago con cui si fanno le iniezioni. Un giorno gliene
capitò uno in ufficio, pallido, cogli occhi semispenti. Lo pregò di
dargli della morfina, ne prese una fortissima dose sottocutanea e gli
confessò: «Non avevo più denaro per comprarne, e non posso più vivere
senza questo narcotico.»
--È proprio così--appoggiò Giorgio, il fratello di Mary.--Abusano
degli alimenti nervosi coloro specialmente che lavorano col cervello:
vi sono giornalisti e pubblicisti che ricorrono all'oppio per trovare
l'energia e la forza d'ingegno che non hanno; scrivono con maggior
facilità sotto l'influenza della droga asiatica, ma finiscono poi col
logorarsi le cellule e diventano ben presto incapaci di fare quello
che facevano prima di ricorrere all'oppio.
--Guai--disse il signor Antonio, l'architetto padre di Mary e di
Giorgio--se l'emigrazione non versasse sulla costa atlantica dei veri
torrenti di sangue fresco e sano!
--Gli americani--continuò Giorgio--sono il popolo più nervoso che
esista. I costumi, le faccende politiche, finanziarie, sociali ed
intellettuali contribuiscono a mantenerli in uno stato di eccitabilità
permanente. Noi (essendo nato qui posso parlare in plurale) abbiamo la
sensibilità dei francesi senza la loro elasticità, la serietà del
temperamento inglese senza la sua flemma; come razza siamo
trascuratissimi per tutto ciò che riguarda le abitudini sistematiche
della vita. La maggior parte dei decessi succede relativamente fra i
giovani, e la causa deve ricercarsi nell'esaurimento del sistema
nervoso. Quando abbiamo spinto a forza i nostri nervi nello stato
cronico di un'incessante e dolorosa irritabilità, allora cominciamo «a
medicarci». E ricorriamo sempre a casaccio a certi narcotici (io pure
mi lasciai tentare dalla morfina e mi ci volle una gran fatica a
smettere per quanto il vizio non fosse in me radicato), a certi
eccitanti della cui natura poco o nulla sappiamo. Se non ci sembra di
soffrire sotto i loro effetti, ne soffrirà la prossima generazione.
--Avete notato--riprese il signor Antonio--il tipo uniforme che vanno
prendendo i giovani americani della classe media? Sono per lo più
magri, dal collo sottile, dalle mani e dai piedi lunghi...
--Chicago feet!--interruppe Mary ridendo, alludendo all'opinione
corrente a New-York che gli americani dai piedi più lunghi siano
quelli di Chicago.
--Pare--continuò il signor Antonio--che dalla mescolanza delle razze
emigrate nell'America del Nord stia per uscire una razza nuova. È
stato notato che dopo la seconda generazione il yankee mostra segni
del tipo indiano; più tardi la pelle diventa secca, il colore
vermiglio delle guancie sparisce e dà luogo, negli uomini, ad una
tinta terrosa, e nelle donne ad una livida pallidezza. La testa
diventa più piccola, rotonda e persino acuminata; si osserva un grande
sviluppo degli zigomi; le fosse temporali si fanno più profonde, più
massiccie le mascelle, e gli occhi giacciono in occhiaie incavate e
molto vicine: le ossa lunghe si allungano, specialmente nelle membra
superiori...
--Tant'è vero--interruppe nuovamente Mary che in nessun altro paese,
--neppure in Inghilterra, che è tutto dire, si fabbricano guanti dalle
--dita lunghe come negli Stati Uniti.
--Il clima--seguitò il signor Antonio--deve forse entrare per qualche
cosa nella formazione di questo nuovo tipo e nella fretta nervosa
degli americani del Nord. Ne possiamo far fede noi europei, che
diventiamo qui più attivi e irritabili, che cambiamo professione con
tanta facilità e che acquistiamo il mutabile istinto girovago, la
febbre degli affari e delle cose nuove. Eppure, a parte il clima, gli
alimenti nervosi e la vita che conducono, io sono persuaso che una
causa della magrezza dei giovani nord-americani sia il loro genere di
alimentazione. Da noi (il signor Antonio era oriundo milanese e
conservava il culto del patrio risotto) si fanno dei pasti regolari,
abbondanti, si mangiano delle buone minestre fatte col brodo, dei
pollastri e della carne, e si beve del buon vino; qui si fanno delle
refezioni che sembrano apparecchiate per bambini: fettoline di pane
spalmate di burro, piattini dolci, piattini di riso con lo zucchero,
piattini di verdura, acqua ghiacciata e the o caffè alla mattina, a
mezzogiorno, alla sera e prima di andare a letto. Non hanno di buono
che il _roast-beef_. Se dite ad un popolano di scegliere fra un
_beefsteak_ da venticinque soldi e un pezzo di pasticcio dolce da
dieci soldi, vi lascerà il _beefsteak_ e si rassegnerà ai _fish balls_
(polpette di pesce) per godersi l'_home made pie_ (pasticcio di mele
cotte o d'altre frutta conservate).
--Nella mia qualità di newyorkese--osservò Giorgio--io devo farvi
notare che per la razza, non può prendersi come modello la città di
New-York, la quale sopporta la maggior parte dei danni e gode la
minima parte dei vantaggi dell'emigrazione europea. Gli emigranti che
hanno qualche soldo, passano e vanno nell'interno: qui, nel porto,
restano i miserabili e i viziosi. Il 25 per cento rimane e il resto
procede oltre. New-York è stata giustamente paragonata ad un filtro,
attraverso il quale si purifica il fiume dell'emigrazione nel suo
corso verso l'ovest.
--Avete mai veduto New-York--mi domandò la signorina Mary--in tutta la
sua lunghezza percorrendola coll'_elevated railroad_ dal Battery Park
fino ad Harlem? È una gita molto interessante: vi sono da vedere delle
cose curiose, ignorate dagli stranieri. La faremo insieme dopodomani,
che è domenica?
--Con vivissimo piacere--risposi, desideroso com'ero di studiare la
grande città.
* * *
Dopo la China, l'America del Nord è oggi il paese dove si fuma la
maggior quantità di oppio. Secondo le statistiche della dogana di San
Francisco, dopo il 1879 gli Stati Uniti hanno cominciato ad importare
ogni anno dalle 140 alle 150 mila libbre d'oppio preparato, per le
quali l'amministrazione delle gabelle incassa da 880 a 900 mila scudi
di tassa.
Fino a pochi anni addietro l'oppio si fumava liberamente negli Stati
dell'Unione, ma, dopo essersi accorte dei danni che produceva, le
autorità fecero chiudere tutte le sale chinesi dove si fumava la droga
perniciosa. Tuttavia si continua a fumare egualmente in segreto e il
vizio va diffondendosi.
A San Francisco, a New-York e nelle altre principali città della
repubblica, malgrado il divieto della polizia, esistono sale
clandestine pei fumatori eleganti e luoghi sotterranei per la gente
poco denarosa, dove per un dollaro o due nei posti migliori, e per
cinquanta soldi nei più bassi, si può abbandonarsi allo snervante
letargo.
Il peggio si è che i chinesi si servono spesso dell'oppio per condurre
nelle loro spelonche molte ingenue ragazze, le quali finiscono poi col
non tornare più ai loro genitori, per darsi completamente alla mala
vita.
Un giorno si trovò in Pell Street, a New-York, una cantina dove le
fanciulle dai dieci ai venti anni venivano indotte a entrare da
qualche donna loro conoscente già corrotta; là, dopo alcune pipe
d'oppio, perduta la ragione, le disgraziate si abbandonavano al primo
capitato.
Una volta gustato l'oppio, dopo aver superato le prime nausee, le
infelici non hanno più la forza di astenersene, e, anche condotte a
casa dai loro parenti, fuggono alla prima occasione per procurarsi i
piaceri inebbrianti della droga fatale.
Il signor O'Brien, presidente di un Comitato costituitosi per fare la
guerra ai ridotti dei fumatori d'oppio, mi raccontava che questi
andavano prosperando e crescendo in modo spaventevole. I chinesi, non
solo pagavano fitti enormi, ma, per entrare in possesso di un nuovo
locale, sborsavano forti indennità agli inquilini, i quali,
naturalmente, le accettavano e andavano a stare in un altro quartiere,
lasciando così il posto libero ad una nuova sentina di corruzione.
Quando io mi trovavo a New-York non passava quasi settimana senza che
i giornali registrassero o la scoperta di un nuovo _salon_ o i casi
toccati alla gente annoiata e disutile che si dà all'uso della droga
chinese. Eccone qualche saggio.
Una sera un giovane americano entrò in una sala pei fumatori d'oppio
in Bowery. Quando si svegliò, s'accorse che durante il sonno gli erano
stati rubati i cento dollari che aveva in tasca. Contemporaneamente
s'avvide della presenza di una donna che giaceva addormentata sul sofà
accanto al suo. Sospettò che essa fosse la ladra e la denunziò alla
polizia. Ma la donna, che era una pallida giovanetta, ammise di essere
un'arrabbiata fumatrice d'oppio, respingendo però l'accusa di furto. E
siccome i denari rubati non si trovarono nelle sue tasche, si dovette
rilasciarla libera.
Una notte, il capitano di polizia Petty essendosi assicurato che,
all'ultimo piano della casa N. 8 Pell Street, un certo Ah Foo,
chinese, teneva un ridotto pei fumatori d'oppio, vi entrò con alcuni
agenti e fece arrestare quanti vi si trovavano, cioè il padrone, la
moglie e quindici fumatori.
Di questi ultimi, tre erano donne di malaffare, sei uomini chinesi e
sei bianchi, fra cui un attore del teatro di Union Square. Quasi tutti
gli arrestati avevano indosso una piccola bottiglia d'oppio; uno
teneva un limone la cui scorza era bucata in vari punti per saturarlo
d'oppio. Sul tappeto giacevano molte pipe e una provvista di oppio da
fumare, che il capitano raccolse e portò seco come corpi di reato.
Un'altra notte il dottor Cowles notificava alla polizia che in un
vasto fabbricato, al N. 98 Mott Street, vi erano due appartamenti che
servivano da ridotti pei fumatori d'oppio. Erano tenuti da chinesi,
rimanevano chiusi tutto il giorno e si aprivano alle sette di sera.
Nelle ore tarde vi entravano donne giovani, signorilmente vestite, e
molti chinesi. La cosa continuava già da parecchi mesi.
Oltre che nei ridotti segreti, si era trovato modo di fumare l'oppio
anche nelle pubbliche vie. In certe botteghe si vendevano in eleganti
scatolette delle piccole sigarette fatte col tabacco più fino esposto
al fumo dell'oppio ardente sopra un braciere, finchè si era impregnato
ben bene degli effluvi della droga. I vecchi fumatori usano
scientemente tali sigarette allo scopo di poter abbandonarsi alla loro
passione in pubblico senza destar sospetti.
Un giorno avevo deciso di entrare in un _Opium Saloon_ a fumare il
narcotico famoso per provarne e descriverne le sensazioni. Ma ne fui
dissuaso con una semplice osservazione.
--La prima volta--mi si disse--non sentireste piacere di sorta;
l'oppio, anzi, vi causerebbe nausee ed emicrania. Se per abituarvi lo
fumaste poi a piccolissime dosi, aumentandole volta per volta, non
provereste da principio alcuna sensazione piacevole, e quando poi
foste arrivato a gustarlo, sareste perduto. Diventereste un vizioso
incorreggibile e non vi curereste più di analizzare l'ebbrezza.
Per queste ragioni non ho mai provato a fumare una sola pipa d'oppio e
mi contentai di interrogare qualche magro e pallido fumatore,
ottenendone risposte molto laconiche.
--È impossibile--mi disse un giovane, vittima del vizio
fatale--parlarvi dell'effetto che fa l'oppio. È come se un cieco nato
domandasse ad uno che ci vede che cos'è la luce. È tutto un mondo
nuovo che mi si schiude davanti quando ho fumato; sotto l'influenza
del narcotico possiedo tutto quello che un uomo può desiderare; e
quando mi sveglio, mi sento così fiacco, la vita reale mi sembra tanto
meschina e noiosa, che non vedo il momento d'immergermi nuovamente nel
letargo.
--Ma non pensate che vi rovinate il corpo, che vi logorate il
cervello, che diventate una mummia e v'accorciate la vita?
--E che m'importa? Non vi sono molti che se si sentissero offrire un
patrimonio colossale a patto di dover morire dopo otto o dieci anni di
una vita da nabab, accetterebbero con entusiasmo? Ebbene, nello stesso
modo io preferisco vivere pochi anni nelle ebbrezze che mi procura
l'oppio, di quello che passare una vita ordinaria, regolare ed
insipida. _The opium is the key of paradise!_ (L'oppio è la chiave del
paradiso!)
Così i fumatori non ignorano che dopo il periodo dei godimenti viene
un momento in cui il narcotico non produrrà loro che degli spasimi;
sanno che allora raddoppieranno, triplicheranno, moltiplicheranno le
dosi per non averne in compenso che il delirio e la morte; ma non si
curano dell'indomani.
La maggior parte, invece di fare confessioni umilianti ai profani,
negano il loro vizio. Una sera, ricordo, un giovane che cercava la
sorella fuggita di casa da alcuni giorni, accompagnò la polizia in una
retrobottega di Mott Street. Là, distesi per terra sulle stuoie,
c'erano dieci o dodici chinesi e cinque o sei donne bianche, fra le
quali la sorella del giovane.
Parte fumavano l'oppio, parte ne erano già inebriati e dormivano. La
stanza era piena d'un fumo che tramandava un odore forte ed acre.
Condotta dal fratello alla stazione di polizia, la giovane negò
freddamente di essere una fumatrice disse che, condotta da un'amica,
visitava per la prima volta un _opium eden_ per semplice curiosità.
Dopo pochi giorni fuggiva nuovamente di casa per non tornarvi mai più.