La danza dei milioni.
Quella orribile esecuzione era stata uno dei primi spettacoli a cui
avevo dovuto assistere nella mia qualità di giornalista negli Stati
Uniti: mi fece, naturalmente, una tristissima impressione.
--Ma si può impiccare un pazzo?--dicevo alla sera in una famiglia
italiana stabilita da ventiquattro o venticinque anni a New-York.--Che
modo è questo di amministrare la giustizia? Si fissa la data
dell'esecuzione, poi si accorda una dilazione, si perdono settimane su
settimane e il condannato impazzisce.
E dopo aver descritto la scena, domandavo:
--Quando si è visto che un condannato ha perduto la ragione, deve
essere permesso in un paese civile di impiccarlo?
--E che cosa avreste voluto che si facesse?--m'interruppe uno degli
interlocutori, un giovane mio amico di ventidue anni, figlio di
genitori italiani, ma nato negli Stati Uniti.--Metterlo in un
manicomio, curarlo perchè guarisse e, appena il disgraziato avesse
riacquistato l'uso della ragione, condurlo sulla forca in tutta la
pienezza dei suoi sentimenti? Dal momento che qui si mantiene la pena
di morte, che in Italia dite di aver abolito, ma che conservate ancora
nell'esercito, e posto che Cornetta era stato condannato a morte, fra
il giustiziarlo col cervello sconvolto e il giustiziarlo con le idee
ben chiare e ordinate, mi pare anzi più umano l'averlo soppresso
quando non capiva nulla.
--Infatti Cornetta aveva la fissazione che oggi doveva essere liberato.
Ma dovreste considerare che pazzo significa malato moralmente. Se un
condannato, supponiamo, alla vigilia dell'esecuzione, fosse malato
fisicamente, avesse il tifo o qualche cosa di simile che gli impedisse
di alzarsi dal letto, lo si impiccherebbe? Io non capisco come voi
americani o americanizzati trattiate i pazzi come i malvagi sani. Se vi
fu mai un assassino col cervello guasto era certo l'uccisore del
presidente Garfield, Guiteau, affetto da mania religiosa, che si
credeva inviato da Dio e che in prigione sorrideva dolcemente
contemplando nel soffitto il seggio di gloria e l'aureola luminosa che
l'attendevano nella Nuova Gerusalemme. Ora neppure per Guiteau si volle
riconoscere che un manicomio era più opportuno della forca.
--Ah! sì, il manicomio! Se non si sbrigavano a impiccarlo, sarebbe
stato linciato!
--Eh! già: ricordo che vi fu perfino uno, il sergente Mason, che gli
tirò una revolverata mentre lo conducevano dal carcere al tribunale. E
appena fu fissato il giorno dell'esecuzione, quanti cittadini si
offrirono di sostituire il boia! Fu spedita a Washington una vera
collezione di corde per il collo di Guiteau; le signore americane
mandarono una cappa nera, filettata di rosso con le loro mani, per
incappucciare il condannato! E il dì dell'impiccagione fu giorno di
gioia in tutta l'Unione. Alla mattina, di buon'ora, in diverse città,
Guiteau veniva anticipatamente impiccato in effigie da una folla
entusiasta. Ve ne ricordate? I birrai distribuivano gratis
_lager-beer_ ed _ale_ per celebrare l'esecuzione dell'assassino
presidenziale che saliva il patibolo gridando con voce ferma e
inspirata: _Gloria, gloria, alleluia!_
--Ebbene?--fece il giovane italo-americano--e non è meglio sbarazzarsi
di simili pazzi più presto che si può? I buoni _yankees_ credono che
non valga la pena di mantenerli in un carcere o in un manicomio:
sarebbero denari spesi molto male.
--Oh! volete finirla con questi lugubri discorsi?--saltò su a dire in
inglese, perchè l'italiano lo parlava con imbarazzo, la signorina
Mary, sorella del mio amico, nata essa pure a New-York, una giovane
diciottenne molto colta e intelligente, che studiava nel _Normal
College_.--Se parlaste un po' invece del gran ballo in costume che
darà domani W. K. Vanderbilt, uno dei più famosi milionari newyorkesi,
nella sua residenza di Fifth Avenue, lo splendido palazzo la cui sola
costruzione costò cinque milioni di dollari?
--Io ho potuto procurarmi un biglietto--disse il fratello.--Venite
anche voi--continuò rivolgendosi a me--coll'invito che avrà ricevuto
il vostro giornale: così dopo domani sera avremo cose più allegre da
raccontare a mia sorella e ai miei genitori.
--Da parecchi giorni--seguitò la signorina Mary--non si parla d'altro.
Si dice che sarà una festa di cui non si è veduta mai l'uguale nella
metropoli; che il ballo storico dato a New-York qualche anno fa da
Augusto Belmont non reggerà al confronto con questo di Vanderbilt, il
quale servirà a dimostrare l'enorme progresso della società
nordamericana in fatto di buon gusto e di eleganza. Si citano le grosse
somme prodigate in fiori e si assicura che i milleduecentocinquanta
invitati vedranno splendori degni del conte di Montecristo e delle
_Mille e una notte_.
La signorina Mary m'aveva messo addosso una grande curiosità e la sera
appresso non mancai di recarmi alla gran festa con suo fratello.
Alle dieci e mezzo centinaia e centinaia di carrozze cominciavano ad
arrivare davanti alla reggia di Vanderbilt e ne uscivano dame e
cavalieri vestiti di ricchissimi costumi di tutte le epoche, dai
colori smaglianti, carichi di gioielli, di collane, d'anelli
preziosissimi. Man mano che giungevano, le coppie salivano il
principesco scalone sovra il quale le statue e i busti di pietra di
Caen guardavano in basso con quella stupida tranquillità che Mark
Twain attribuiva alle mummie egiziane; imboccavano i vasti corridoi
illuminati da migliaia di candele di cera ed entravano negli sfarzosi
saloni.
Per la maggior parte degli invitati l'ingresso nel palazzo Vanderbilt
tutto decorato internamente in istile gotico medioevale e
_rénaissance_ costituiva un vero avvenimento: a New-York sono ben rari
gli interni artisticamente lavorati. Era la prima volta che uno
sfoggio reale di ricchezza architettonica veniva gettato in faccia
all'_high-life_ della città.
Un artista avrebbe condannato la soverchia ornamentazione delle sale e
notato che se tutte indistintamente le pareti non fossero state
dipinte a quadri, l'insieme ci avrebbe guadagnato. Ma gli intervenuti
non erano tipi da preoccuparsi di ciò: per essi anzi la confusione
degli stili e l'eccesso degli ornamenti davano maggior pregio al
palazzo; si accorgevano di questo solo, che la ricchezza era buttata
là a piene mani e ne rimanevano sbalorditi.
E passando dall'esame delle sale a quello di loro stessi, gli
invitati, anzichè ai costumi, badavano prima di tutto ai milioni di
dollari che erano rappresentati al ballo,
--Vogliamo provare a fare il conto?--diceva uno in un
gruppo.--Cominciamo dal padrone di casa. W. K. Vanderbilt, venticinque
milioni di dollari; suo fratello più giovane, due; gli Astor,
duecento; Russel Sage, sessantacinque; Josè Navarro, dieci; Cyrus
Field, quindici; George Pulmann, venti; i Lorillard, quaranta; i
Belmont, quindici; D. O. Mills, dieci; la signora Stevens, otto; gli
Iselin, la famiglia Fish, Sidney Dillon e Henry Clews, dieci milioni
di dollari per ciascheduno; i Goelet, venticinque...
--Senza contare--aggiunse uno--i patrimoni da cinque milioni di
dollari, come quelli di Horace Porter, di Galloway, di J. B. Houston,
di Livingstone, dei Schermerhorn, e trascurando tutti quei _gentlemen_
che valgono quattro, tre, due, un milione di dollari.
--E pensare--osservò il mio amico--che quasi tutta questa gente lavora
e commercia sempre, e che nei loro negozi di Broadway domani possiamo
comperare due metri di tappeto o un'oncia di tabacco! Vedete là quella
signora alta, magra, col naso rosso? È una milionaria anch'essa, che
va in persona a esigere i fitti delle sue case e bestemmia peggio di
un facchino del porto.
Quella aristocrazia nord-americana non era che una congrega di
giuocatori di borsa, di speculatori, di mercanti arricchiti; ebbene,
cosa curiosa, la maggioranza dei costumi indossati rappresentava la
nobiltà storica europea: erano tutti re e regine, imperatori e
imperatrici, principi, duchi, conti e marchesi; Enrichi VIII e conti
di Guisa; Franceschi I e Marie Antoniette; cardinali Mazzarino e
regine Elisabette; Marie di Borgogna e Marie Stuarde; Luigi XV e Kings
Lear; Don Carlos e Luigi XII; Enrichi IV e Carli IX: pochissimi i
vecchi Knickerbockers, cioè i veri nobili americani, le famiglie
blasonate d'Europa emigrate sulla costa dell'Atlantico quando gli
attuali Stati Uniti erano colonie inglesi.
In mezzo a quella strana ricerca della nobiltà del vecchio mondo una
circostanza mi colpì: Arthur, allora presidente della repubblica,
passò quasi inosservato nella festa; ottennero un maggior successo di
curiosità certe rose fresche, che costavano dieci lire l'una.
W. H. Vanderbilt, padre del padrone di casa, arrivò tardi, ed evitando
la folla salì inosservato al secondo piano del palazzo. Me lo additò
il mio amico, facendomi notare come le spalle del vecchio milionario
apparissero più curve del solito e come i di lui occhi sembrassero
inquieti.
--Chissà--mi diceva il fratello di Mary--che egli non tema di vedere
la figura arcigna di suo padre, il rozzo barcaiuolo di Staten-Island,
guardare con sarcasmo queste pompe; o chissà che non pensi al fratello
suicida, o non deplori l'acquisto forzato della _Nickel Plate
Railroad_, che in un giorno solo creò sei milionari. Forse si augura
semplicemente che la sua puledra prediletta, _Maud S._, la cavalla più
veloce che si conosca, vinca anche alle corse di domani. Comunque sia,
quest'uomo che _vale_ (come si dice) duecentotrenta milioni di dollari
d'oro, cioè millecentocinquanta milioni di lire italiane, è di cattivo
umore e non mostra di divertirsi.
* * *
Meno di cinquant'anni fa non si aveva idea a New-York di tante
ricchezze.
Da una curiosa statistica, pubblicata nel 1846 negli uffici del _Sun_,
si rileva che allora il più ricco americano del Nord era John Jacob
Astor, che possedeva per circa venticinque milioni di beni stabili a
New-York. Venivano quindi i patrimoni di Van Rensealeur, valutato
dieci milioni, e di William B. Astor, cinque. La lista dei cittadini e
dei patrimoni valutati ciascuno mezzo milione o meno d'un milione
conteneva appena quarantacinque nomi.
Allora non si parlava nè di Bennett, nè di Cyrus Field, nè di Jay
Gould, nè di Russel Sage. Dopo il 1846, la maggior parte di coloro che
trovavansi nella lista, sono diventati molto più ricchi, essi o i loro
discendenti; ma nel frattempo si formarono altre fortune enormi, la
cui origine è meravigliosa quanto la nascita di Minerva dal cervello
di Giove.
I soli patrimoni riuniti di Jay Gould e di Vanderbilt costituiscono
più del doppio delle ricchezze, di tutti i milionari e mezzo milionari
della metropoli di cinquant'anni fa.
--Come mai--domandavo quella notte al mio amico uscendo dal
ballo--hanno potuto questi individui accumulare tanto rapidamente
ricchezze così enormi?
Non era difficile la risposta: con le speculazioni più arrischiate,
con la frode e con le corruzioni. La vita di tutti i re della Borsa e
dei magnati ferroviari americani, non è che una storia di imbrogli. È
impossibile mettere insieme dal nulla, con mezzi onesti e in
pochissimi anni, simili sostanze. Il più meschino dei predetti magnati
delle ferrovie è molto più ricco dell'opulento ed arrogante Marco
Crasso, la cui fortuna veniva considerata la più colossale della
Repubblica Romana.
I fondatori delle dinastie reali degli Asburgo, degli Hohenzollern e
via dicendo erano briganti o soldati di ventura, ma almeno
arrischiavano continuamente la vita per la fama e per la fortuna. La
nuova aristocrazia americana, invece, ha sostituito la scaltrezza al
coraggio, la frode e le arti della corruzione nella politica ai
pericoli del campo di battaglia.
La maggior parte di questi milionari si sono insomma arricchiti
ingannando il pubblico e corrompendo le persone alle quali il popolo
aveva affidata la legislazione degli Stati e della Nazione.
--Certe operazioni di Borsa--mi diceva il mio amico, pratico di Wall
Street--sono così immorali che quando si verificarono ultimamente
alcuni grossi fallimenti, avendo la stampa gridato allo scandalo, il
governo ordinò una inchiesta sui _corners_ e sui _futures_.
--Che cosa significano queste parole?
--Sono colpi di mano che gli speculatori più furbi e più pratici fanno
a danno dei piccoli capitalisti: sono nuovi imbrogli non preveduti dai
codici. Il Comitato incaricato dell'inchiesta credette bene di
cominciare le sue investigazioni chiedendo informazioni e schiarimenti
ai giuocatori più famosi e fortunati, a Vanderbilt, Gould e Hatch, tre
colossi di Wall Street, la trinità che impera sulla Borsa di New-York.
Figurarsi se costoro, che s'ingrassano di _corners_ e di _futures_,
hanno dato al Comitato risposte tali da provocare una legge contro le
loro speculazioni!
--Mi pare che sia come se un agente di polizia incaricato di una
investigazione sulle gesta di una banda di briganti, si rivolgesse per
avere spiegazioni ai capi della banda stessa!
--Precisamente. I milionari interrogati risposero scherzando. Essi
sapevano che l'inchiesta sarebbe finita in nulla. Gli speculatori, che
rovinano spesso tante famiglie, che riducono tanti giuocatori a farsi
saltare le cervella, sono gente fuori delle leggi. Basta pensare che
le ferrovie degli Stati Uniti sono valutate sei miliardi di dollari e
che meno di una ventina di individui amministra a suo talento più
della metà di questo immenso capitale. Non c'è da meravigliarsi se
questi signori spadroneggiano anche nei tribunali. Le amministrazioni
stesse degli Stati si trovano alla loro mercè, poichè nella maggior
parte degli Stati i loro impiegati sono abbastanza numerosi per
eleggere i pubblici funzionari. Venti dei principali direttori di
strade ferrate se si coalizzano possono decidere delle principali
elezioni per mezzo degli impiegati di cui regolano i voti.
--Vedo, pur troppo, che tutto il mondo è paese.
--Sapete come fa spesso il presidente o uno dei principali azionisti
di una società di ferrovie o di altre imprese per assicurarsi il voto
del Consiglio amministrativo? Col mezzo di uno speciale servizio di
polizia segreta, egli si procura un archivio nel quale è documentata
la vita di ciascun membro del Consiglio stesso. Siccome quasi tutti
questi signori speculatori all'ingrosso hanno qualche magagna sulla
coscienza, venuto il giorno in cui si ha bisogno del loro voto, se
qualcheduno è contrario, riceve all'improvviso la visita di un
misterioso _dectetive_, il quale gli dice: «Domani dovete dare il
vostro voto al tale progetto: se non lo farete saranno pubblicate
queste interessanti notizie di cui vi rilascio copia.» E gli consegna
un manoscritto in cui il ricattato trova esattamente narrati con nomi
e date certi fatti che lo riguardano, che egli credeva ignorati da
tutti e che divulgati causerebbero scandali e processi.
--Sembrano fantasie da romanzo!
--Eppure vi assicuro che queste sono cose comuni in Wall Street e che
molti milionari sono legati in tal modo come schiavi ai carri di
speculatori milionari più astuti di loro. Vedete: quando Jay Gould e
altri pezzi grossi come lui si recano alla Borsa, sono sempre pedinati
da parecchie guardie in borghese che non li lasciano un minuto senza
sorveglianza. Gould e compagni si sono straordinariamente arricchiti
usando tali arti e riducendo alla disperazione tante persone, che
temono di trovare ad ogni angolo di strada qualcheduna delle loro
vittime con un revolver in mano.
* * *
Eppure la vita di alcuni di questi briganti della Borsa e del
monopolio ci presenta un esempio meraviglioso di attività, di ingegno,
di audacia e di perseveranza.
Ecco qui, per esempio, brevemente, quella di Jay Gould, il colosso
delle finanze nord-americane.
Egli nacque miserabile, nel 1836, in Roxbury, Stato di New-York, da
una famiglia di contadini che possedeva poche vacche, e la sua prima
occupazione fu quella di aiutare le sorelle a pascolare e mungere le
bestie. A quattordici anni disse a suo padre che non amava la vita dei
campi e che voleva partire per procurarsi una buona educazione e
cercar fortuna.
Il padre lo lasciò libero di fare a modo suo e il ragazzo, andatosene,
trovò in una vicina città di provincia un fabbro ferraio il quale
acconsentì di dargli vitto ed alloggio, purchè nelle ore in cui era
libero dalla scuola gli tenesse i libri di bottega.
A quindici anni il futuro milionario diventava commesso in un piccolo
negozio in cui doveva fare di tutto: servire gli avventori, badare ai
conti, spolverare e scopare il locale. Il suo lavoro cominciava alle
sei del mattino e finiva alle dieci di sera. Siccome però aveva una
grande passione per la matematica, si alzava alle tre e studiava fino
all'ora di aprir bottega.
Ben presto ne seppe tanto da ottenere la patente di agrimensore e si
mise, per venti scudi al mese, come assistente al servizio di un
ingegnere incaricato di rilevare le mappe della Ulster County. Questi
lo mandò in campagna a eseguire certe misure e a tracciare dei
disegni, dicendogli di prendere a credito lungo la strada ciò che gli
abbisognava: egli lo avrebbe seguito a pochi giorni di distanza e si
sarebbe incaricato di pagare.
Jay Gould partì, ma il terzo giorno essendosi presentato in una
osteria, non trovò credito nè per il pranzo nè per l'alloggio: gli fu
detto che il suo padrone aveva fallito tre volte ed era pieno di
debiti per tutto il paese.
Gould, che non aveva un centesimo, continuò la strada molto
mortificato: a un certo punto si buttò sull'erba e si mise a piangere
dirottamente; ma ben presto si vergognò e decise d'andare avanti.
Poco distante trovò una fattoria dove una buona donna gli offrì del
pane e del latte: stava per partire ringraziando, quando la contadina
gli domandò se sapeva disegnare una meridiana. Il giovane rispose di
sì e fece immediatamente quanto gli veniva richiesto. Col dollaro che
gli diede la massaia per tale lavoro, pagò il pane e il latte; poi
proseguì contento il suo cammino: aveva trovato un'industria lucrosa.
Così continuò tutta l'estate a girare per la contea, rilevando le sue
mappe e pagando le sue spese col disegnar meridiane sulle case di
campagna. Verso la fine del giro, l'ingegnere fallì per la quarta
volta e Gould perdette tutto il suo stipendio, sul quale non aveva mai
ricevuto un soldo di acconto: ma da tale fallimento cominciò la sua
fortuna.
Due ricchi ingegneri furono incaricati di continuare il lavoro delle
mappe, e, conoscendo la capacità di Gould, gliene affidarono la cura,
accordandogli una parte d'interesse nell'operazione. Gould, poi,
assunse simili lavori per altre contee, e in breve tempo mise da parte
cinque mila dollari.
Con questa somma si associò con un conciatore di pelli, e i suoi
affari prosperarono in modo che quando sopraggiunse la crisi economica
del 1857 egli ebbe credito abbastanza per comperare tutte le azioni
della piccola ferrovia _Rutland-Washington_, cadute al dieci per
cento, senza sborsare un soldo.
Sotto la sua abile amministrazione la ferrovia prese un nuovo
sviluppo; egli la estese fino a metterla in comunicazione con la linea
_Rensslaer-Saratoga_, ed avendone così aumentato enormemente
l'importanza ed il valore, rivendette al 120 per cento le azioni
comperate al dieci: e realizzò una somma vistosissima.
D'allora in poi Gould non s'occupò d'altro che di comperare, vendere e
costruire ferrovie: e la sua fortuna continuò ad accrescersi con
rapidità vertiginosa. Avendo danari alla mano in un'epoca di terribile
disagio economico, potè fare ciò che volle; tutti i possessori di
azioni ferroviarie, stretti dal bisogno, minacciati di bancarotta ad
ogni istante, vendevano a rotta di collo, pur di avere il danaro per
far fronte ai loro impegni. Così pochissimi poterono attraversare la
crisi senza naufragare; molti finirono col farsi saltar le cervella.
Fu in tale occasione che Jay Gould comperò al quindici per cento tutte
le azioni della _Union-Pacific_, rappresentanti una somma enorme al
valore nominale. Quando le rivendette valevano il centoventi ed erano
ricercatissime. Un simile aumento, è giusto riconoscerlo, non si
doveva solo alla cessazione della crisi, ma anche all'abilità, alla
pratica, al colpo d'occhio di Jay Gould in affari ferroviari. Una
linea passiva diventava presto produttiva nelle sue mani; le azioni
considerate prima quasi prive d'ogni valore, salivano sempre sotto la
sua direzione a prezzi superiori a quelli d'emissione, e in tal modo
Gould non investì mai i suoi capitali senza almeno triplicarli:
qualche volta li decuplicò.
Col medesimo successo egli si è dedicato negli ultimi anni anche alla
costruzione di linee telegrafiche e alla speculazione sulle azioni
delle medesime. Fece da principio costruire la linea _Atlantic and
Pacific_ perchè fosse una rivale della _Western Union_; ma vedendo che
la concorrenza tornava più rovinosa a lui che alla _Western_, seppe
adoperarsi con tanta scaltrezza che la _Western_ acconsentì a
consolidarsi, come si dice nel gergo della Borsa, colla _Atlantic and
Pacific_, si rialzarono le tariffe, e il pubblico dovette
sottomettersi a pagare tutto ciò che gli si chiese.
Per dare un'idea della tenacia di questo milionario, basti l'aneddoto
seguente. Quando fu operata la fusione delle due grandi compagnie or
ora nominate, Gould credeva che un suo intimo amico, il generale
Eckert, sarebbe stato nominato direttore dell'unione delle compagnie
stesse. Invece non lo fu, e allora Gould volendo ad ogni costo che il
suo amico si trovasse alla testa di quella grande amministrazione, si
mise a costruire una nuova linea, la _American Union_, e ne affidò la
direzione al generale Eckert. Dopo poco tempo, come doveva accadere,
l'_American Union_, entrò nel consorzio delle altre due compagnie e il
generale Eckert fu nominato direttore delle tre linee consolidate.
Io ebbi occasione di conoscere Jay Gould all'epoca di un grande
sciopero dei telegrafisti della colossale compagnia _Western Union_,
sciopero che durò parecchie settimane con danno gravissimo del
commercio, del pubblico, della compagnia e degli scioperanti.
I telegrafisti sostenevano giustamente che la fusione delle linee
telegrafiche (negli Stati Uniti queste non sono nelle mani dello
Stato) e di gran parte delle ferroviarie, levando la concorrenza che
prima esisteva fra esse, rendeva pochi individui (direttori delle
gigantesche compagnie monopolizzatrici) arbitri assoluti tanto di
fissare la paga giornaliera delle molte migliaia d'uomini e di donne
che erano al loro servizio, come di imporre ai privati e al commercio
quei prezzi che essi volevano pei trasporti e per le comunicazioni.
Il pubblico era in favore degli scioperanti e sperava che questi
l'avrebbero spuntata, perchè non si credeva possibile che la Compagnia
potesse sostituire subito un numero così grande di esperti impiegati.
Durante lo sciopero il servizio telegrafico sulle linee della
_Western_ era fatto in modo così lento che conveniva meglio servirsi
della posta anzichè del telegrafo e sembrava che i reclami e
l'indignazione del pubblico avrebbero dovuto forzare i monopolisti a
capitolare. Invece accadde il contrario. La Compagnia, enormemente
ricca, fece orecchie da mercante ai lamenti della popolazione ed
aspettò che gli impiegati ribelli fossero costretti ad arrendersi per
fame.
Quando i poveretti ebbero esauriti i fondi loro e quelli delle
associazioni per sostenere lo sciopero, dovettero curvare la fronte e
tornare al lavoro alle stesse condizioni di prima.
Questo fatto provocò un'inchiesta. Un comitato di senatori dello Stato
fu incaricato di vedere quanto di vero e di fondato vi fosse nei
lamenti della classe lavoratrice, e quali fossero i rimedi che, senza
offendere le leggi nè i diritti individuali di chicchessia, si
potessero adottare per impedire che poche persone o corporazioni
giungessero ad accumulare nelle loro mani la maggior parte dei
capitali del paese e diventassero in tal modo padroni di imporre la
loro volontà, non solo al numeroso personale da essi dipendente, ma
anche all'intiera popolazione.
Jay Gould, W. H. Vanderbilt, Cyrus Field, Russel Sage e pochi altri
rappresentanti il monopolio causa dello sciopero, furono interrogati.
Per tutta spiegazione, Jay Gould raccontò al Comitato e ai _reporters_
presenti la sua storia e quella della sua fortuna, come furono
brevemente riassunte in questo capitolo. In quanto poi all'ultimo
conflitto fra capitale e lavoro, egli emise delle opinioni che non
nutriva certamente quando batteva le campagne per disegnar mappe e
meridiane. Disse, per esempio, che qualora si elevasse il salario
degli operai e degli impiegati, i capitalisti e fabbricanti
troverebbero maggior convenienza nel far eseguire i loro lavori
altrove: non aggiunse però se egli sarebbe andato a costruire ferrovie
o linee telegrafiche in Europa.
Concluse il suo interrogatorio con questa bella trovata: le grandi
corporazioni finanziare non sono monopolii, perchè non impediscono ad
alcuno di formarne altre consimili!
In occasione di quello sciopero vi fu una interessante polemica.
Qualche giornale espresse l'opinione che non costituendo gli
scioperanti che una minima parte del pubblico, non avevano alcun
diritto di far danno a tutto il pubblico. Se non piaceva loro di
lavorare per la _Western Union_, potevano cambiare. Dal momento che le
ferrovie ed i telegrafi devono essere sempre al servizio del pubblico,
bisogna che gli impiegati pensino a questa necessità prima di entrare
a lavorare per le compagnie ferroviarie o telegrafiche.
C'è questa differenza, rispondevano i giornali difensori degli
scioperanti, che le Società telegrafiche ricevono dal pubblico grandi
e speciali vantaggi, e necessariamente devono avere verso il pubblico
speciali obbligazioni: mentre invece gli impiegati, nulla ricevendo
dal pubblico, nessuna obbligazione devono avere. Vengono pagati dalle
Società, non sono responsabili che verso le Società, non hanno da
trattare per il loro lavoro che con le Società.
In altre parole, la questione non era fra gli impiegati e il pubblico,
ma fra gli impiegati e le compagnie che sono una minima frazione del
pubblico. Il pubblico era davanti al fatto che gli impiegati volevano
essere pagati discretamente e che le Società volevano pagare troppo
poco. A chi la responsabilità?
--Non si può ammettere--venne fuori a dire la _New-York Tribune_--che
da un momento all'altro un comitato di scioperanti possa alzare
audacemente la mano e guastare, se non rompere del tutto, il delicato
organismo di una grande impresa nella quale esso non ha alcun
interesse personale.
--Che non abbiano alcun interesse si fa presto a dirlo--replicarono in
coro quasi tutti gli altri giornali, amici e difensori delle classi
lavorataci--eppure gli uomini che compongono questo comitato
rappresentano qualche cosa; essi rappresentano venti mila operai, come
il Consiglio della _Western Union_ rappresenta alcuna migliaia di
azionisti; essi rappresentano il loro pane quotidiano e quello dei
loro compagni, come gli amministratori rappresentano il loro dividendo
e quello dei loro cointeressati.
--Voi--disse allora la _New-York Tribune_--siete colpevoli di una
vergognosa indifferenza verso gli interessi commerciali del vostro
paese.
--Gli interessi commerciali di chi?--esclamarono i telegrafisti.--Noi
pure siamo dei commercianti e vendiamo il nostro lavoro alle Società
telegrafiche. Nei giorni passati trovammo che il nostro lavoro non
veniva pagato abbastanza e lo togliemmo dal mercato. E ciò facemmo per
favorire i nostri interessi, poichè nel commercio ognuno cerca innanzi
tutto il proprio tornaconto. Il pubblico non ci ha accordato nulla e
nulla noi dobbiamo al pubblico, come non gli devono nulla i calzolai o
i muratori. Tutti i nostri doveri sono verso i nostri padroni e il
pubblico non può ritenere che i padroni responsabili di una
interruzione di servizio causata da una contestazione a proposito di
salari.
Dopo lunghe e inutile trattative con la Compagnia, lo sciopero era
cominciato una mattina, dietro un segnale telegrafico convenuto, dato
da un giovane telegrafista dell'ufficio centrale, nello stesso minuto,
i ventimila impiegati avevano abbandonato tutti il loro posto.
Ora, durante quella lotta, mentre il servizio rimaneva sospeso, io
dovetti notare che lo Stato non si sognò mai di intervenire in
qualsiasi modo; si lasciarono tenere tutti i comizi che si vollero e
se ne tennero da migliaia di cittadini non telegrafisti anche contro
la Compagnia, alla quale fu detto che coi suoi lauti guadagni poteva
pagar meglio la sua gente.
Molti fili telegrafici vennero tagliati da ignoti amici dei
telegrafisti, ma la _Western Union_ non chiese alla polizia l'arresto
dei capi scioperanti e non pensò di ritenere i suoi impiegati
responsabili dei guasti.