La forca.
Angelo Cornetta era un povero e ignorante suonatore d'organetto,
nativo di Serre di Persano, in provincia di Salerno, il quale in età
di ventiquattro o venticinque anni era emigrato in America, come fanno
tanti. Sei o sette anni dopo egli conviveva a New-York con una
irlandese che un giorno si ammalò e che prima di morire all'ospedale
lo accusò di averla orribilmente maltrattata.
Non essendo risultato bene dal processo se quella donna era morta di
_whiskey_--il _cognac_ nord-americano--o di bastonate, Cornetta fu
condannato a due anni di reclusione nel penitenziario di Sing-Sing.
Stava scontando la pena quando una mattina attaccò lite con un altro
prigioniero e lo uccise.
Durante il secondo processo io, che dirigevo l'unico giornale italiano
quotidiano esistente allora nell'America del Nord, andai a trovare
Cornetta nel carcere di White Plains, a trenta miglia da New-York,
bello e tranquillo paese circondato da ridenti colline e formato di
casette bianche e di gaie palazzine sepolte nella verdura.
È una strada pittoresca, che si percorre in un'ora coi treni della
_New-York and Harlem R. R._, in prossimità del fiume Hudson, il Reno
d'America; s'incontrano allegri villaggi, s'attraversano boschetti di
pini appiedi dei colli, si respira un'aria purissima.
Introdotto subito nel carcere con quella premura cortese con cui negli
Stati Uniti si ricevono i _reporters_, cominciai col domandare al
detenuto la causa della sua condanna nel penitenziario di Sing-Sing.
--Vi dirò la verità--mi rispose.--Io vivevo da qualche tempo con una
irlandese, la quale formava la mia disperazione. Giravo tutto il santo
giorno a suonare e alla sera tornando a casa, trovavo quella donna
ubbriaca. Ella spendeva in liquori i denari che io guadagnavo. Una
notte aveva bevuto tanto che, quando rincasai, al primo rimprovero che
le feci diventò furiosa e si mise a gridare come un'ossessa. Il
vicinato, tutto sottosopra, chiamò un _policeman_, il quale la fece
portare all'ospedale, dove essa morì quella notte stessa. Allora mi
arrestarono e accusarono me di averne causata la morte.
--Ma voi non la maltrattavate quando si ubbriacava?
--Ecco: io ebbi molti diverbi con quella donna. L'ho sempre
rimproverata di consumare in liquori tutti i miei risparmi, ma non
sono io che l'ha fatta morire: furono le bevande che la uccisero.
--Tuttavia vi hanno condannato,
--Sì, a due anni di prigione che stavo terminando di scontare a
Sing-Sing, quando avvenne la lite con Daniel Cash.
--Come andò?
--Mancavano due mesi soli per finire la condanna, quando per la mia
buona condotta fui mandato dai guardiani nella cucina dello
stabilimento a sbucciar patate insieme con un prigioniero americano,
di origine irlandese: il Cash. Costui mi odiava e specialmente dopo
che un mio connazionale, certo Mangano, aveva ucciso nella stessa
prigione un negro, mi colmava di ingiurie e chiamava noi altri
italiani porci e sudici. Quella mattina io non mi sentivo bene e gli
dissi: «Cash, sono mezzo ammalato, e non posso lavorare: vorrei
tornare nella mia cella e buttarmi sul letto.» Egli mi rispose:
«Lavora, lavora, italiano, se non vuoi che ti getti in faccia queste
patate.» Gli replicai: «Guardatene!» Egli, allora, si avvicinò, e,
dandomi uno schiaffo, disse: «Credi forse di farmi paura perchè sei
italiano?» Acciecato dalla rabbia, esasperato dagli insulti e dallo
schiaffo, io gli scagliai una tazza sulla testa. L'irlandese mi si
gettò addosso e col coltello mi menò un colpo che parai, riportando
una leggera ferita alla mano destra. Guardate. (E mostrò la mano che
conservava la cicatrice.) Appena vidi il sangue, brandii io pure il
coltello e glielo ficcai nel cuore. Dico la verità, io: perchè negare?
--Erano lunghi quei coltelli?
--No, erano i coltellucci con cui si mondavano le patate. Anzi non
avrei mai creduto di poter con uno di quelli causare una ferita
mortale.
La _County Jail_, cioè la prigione della contea in cui Cornetta stava
rinchiuso a White Plains, era un edifizio quadrato di tre piani, in
pietra grigia. Le quattro muraglie esterne, che invece di finestre
avevano alcune strette feritoie, formavano una specie di cinta coperta
della vera prigione di due piani, che sorgeva di dentro, come un
edifizio affatto separato dal tetto e dai muri che lo circondavano.
Cornetta si trovava al secondo piano, in una cella di quattro metri su
tre, nella quale non penetrava che una luce scialba, e che conteneva
un materasso appeso a due catene, un piccolo _water closet_ in un
angolo, un secchio d'acqua, un bicchiere di latta e una tavoletta
infissa nel muro, ad uso di scaffale, su cui giaceva un polveroso
volume del _Nuovo Testamento_: sulla parete di fronte alla porta erano
incollati i ritratti di Lincoln e di Arthur.
Cornetta aveva un viso solcato da brutte rughe, la carnagione
giallastra e gli occhi chiari, senza espressione: era di statura
ordinaria e mentre prima si sbarbava e teneva i capelli tagliati
corti, durante il secondo processo se li era lasciati crescere alla
nazarena.
Prima della sentenza si mostrava fermamente convinto che non sarebbe
stato condannato a morte.
--A morte, io?--diceva sbarrando gli occhi. Ma giammai! Non sapete che
--ho tirato a colui per difendermi? Non capite che stavo per uscir di
--prigione quando avvenne la lite? No, no: chiunque nei miei panni
--avrebbe fatto altrettanto. Dovevo farmi ammazzare come una pecora?
--Potevo subire in pace tutti gli insulti di cui quell'uomo mi
--colmava?
Quando sentì che era stato condannato a morte, montò su tutte le
furie: tentò da principio di suicidarsi tagliandosi la gola con un
pezzo di ferro acuminato che aveva strappato dalla porta della cella;
ma, sorpreso nell'atto, non si produsse che una leggera ferita. Allora
egli annunziò la sua determinazione di voler sfuggire alla forca
lasciandosi morir di fame. E per cinque giorni non si cibò e invano i
custodi lo tentarono presentandogli dei piatti appetitosi. Lo si
dovette nutrir per forza.
Man mano che si avvicinava il giorno fatale, la ragione di Cornetta
vacillava. Il condannato ora piangeva e implorava le guardie di
salvarlo, ora rideva e diceva che dovevano metterlo in libertà.
Quando mancavano sei giorni soli a quello fissato per l'esecuzione, io
andai a rivederlo, insieme con un suo conoscente e benefattore, il
negoziante Aliano di New-York.
Cornetta appariva tutto cambiato e non ci riconobbe. Mentre la prima
volta s'era confessato reo, quel dì negava tutto.
--Vi apparecchiate dunque al gran passo?--disse Aliano.
--Che passo?--fece Cornetta stralunando gli occhi.
--Eh! l'avvocato vostro tenta gli ultimi sforzi per salvarvi; ma c'è
ben poca speranza: è meglio che vi rassegniate e che vi prepariate.
--Ma che prepararmi!--gridò drizzandosi e torcendosi le mani.--Io non
devo morire: sono innocente!
--Eppure fareste molto meglio se vi preparaste da uomo e da cristiano.
--Mio caro Antonio--piagnucolò Cornetta, asciugandosi col fazzoletto
le lagrime che non uscivano--io ti giuro che sono innocente; io non
_aggio_ ucciso alcuno.
--Mi dispiace di sentirvi parlare così: vi credevo più franco e più
forte.
--Come?--disse il condannato, cambiando improvvisamente tuono e
maniere.--Voi venite dunque a trovarmi per insultarmi? Invece di
difendermi, voi prendete la parte dei miei assassini? Se continuate a
dire che sono reo, vi faccio arrestare!
E mostrò i pugni al buon Aliano, con uno sguardo feroce.
Aliano, persuaso che il disgraziato aveva l'intelletto turbato, gli
offrì una manata di sigari. Cornetta li rifiutò con piglio sdegnoso e
villano. Stavamo per uscire, quando il direttore del carcere, Duffy,
sottosceriffo ci disse:
--Domandatategli un po', _if you please_, che cos'è quella lettera che
ha ricevuto giorni fa.
--Quella lettera?-esclamò Cornetta.--Non voglio mostrarla. Nessuno
deve sapere ciò che contiene.
--Come?--disse il Duffy.--Io non voglio misteri. Ho in consegna
quest'uomo, ne sono responsabile e devo vedere quella lettera appunto
perchè la cela.
Invitato reiteratamente a porgerla, Cornetta rifiutò. Allora il Duffy,
pezzo d'uomo grande e robusto, chiamò due suoi dipendenti, aprì la
porta ed entrò nella cella.
--Volete dare quella lettera, sì o no?--chiese per l'ultima volta.
--No--fece Cornetta risolutamente.
Duffy afferrò il condannato e lo gettò sul letto. Gli altri due uomini
lo presero per le gambe e lo tennero fermo. Cornetta si dibatteva
urlando. Duffy lo frugò, trovò la lettera e ce la porse.
Era una lettera ancora chiusa, proveniente da New-York. L'aprimmo. Un
amico scriveva a Cornetta che aveva saputo la sua condanna e che gli
dispiaceva di non poterlo andar a salutare per la difficoltà di
ottenere il permesso. Nient'altro.
Tutto era già pronto, per l'esecuzione e stava per rizzarsi la forca,
quando, qualche giorno dopo la nostra visita, il Comitato giudiziario
del Senato avvertì che la Legislatura aveva approvato un _bill_, il
quale stabiliva che se un condannato, come aveva fatto Cornetta, si
appellava al _General Term_, si doveva sospendere l'esecuzione fino a
che la Corte del suddetto _General Term_ non avesse esaminato il caso
e preso una decisione in proposito.
L'esecuzione, quindi, era stata sospesa: ma ben presto si venne a
sapere che la legge citata, la quale emendava alcuni articoli del
codice criminale dello Stato di New-York, non era valida nel caso di
Cornetta, perchè votata ed approvata dopo il processo e la condanna
del Cornetta stesso. L'esecuzione, perciò, non poteva essere
rimandata. Ma, viceversa, fu accordata una dilazione, essendo sorta
una questione sull'effetto retroattivo della nuova legge.
E intanto, con queste alternative di vita e di morte, il condannato si
trovava in uno stato orribile e diventava completamente pazzo.
Infatti, quando il 5 aprile veniva condotto davanti al giudice della
Corte _Oyer and Terminer_ di White Plains per sentirsi confermare la
sentenza, portava in mano un piccolo crocifisso che teneva rivolto
verso il giudice, e richiesto se aveva qualche cosa da opporre,
pronunziava in italiano, fra pianti e sospiri, un discorso
sconclusionato che non aveva nulla da fare col processo.
Solo quando il giudice gli disse che doveva essere giustiziato il
giorno 11 maggio successivo:
--_Me not die!_--esclamò il prigioniero col suo orribile inglese.--Io
non morirò!
E mostrò al giudice il crocifisso. Si dovette usare la forza per farlo
uscire: tirava calci, mordeva sceriffo e _policemen_ con ferocia
bestiale, facendo fuggire tutti gli astanti impauriti.
Legato e rinchiuso nella cella, ora dava in terribili smanie,
imprecando contro lo sceriffo e rifiutando di cibarsi; ora stava
sdraiato, immobile sul letto, e ricusava i conforti religiosi mentre
continuava a tener sempre con sè il crocifisso.
Nelle ultime settimane s'era messo in testa che l'11 maggio, giorno
fissato per l'esecuzione, egli doveva essere messo in libertà.
Appariva così evidente che con tutte quelle lungaggini lo sciagurato
era impazzito, che alcune caritatevoli persone pregarono lo sceriffo
Horton di affidare ad una commissione medica l'esame delle condizioni
mentali del condannato. Lo sceriffo acconsentì, ma incaricò della
perizia i due medici del paese, i quali visitarono Cornetta quella
sera stessa e lo dichiararono sano!
Intanto ai preti, che lo invitavano a pensare a Dio, Cornetta
rispondeva:
--Non sono cattolico, io: sono democratico.
Alla vigilia dell'esecuzione io tornavo a White Plains insieme coi
_reporters_ dell'_Herald_, del _Sun_, del _Times_ e del _World_. Nel
cortile della _County Jail_, fra il carcere e la _Court House_, vicino
a un ponticello che unisce i due edifizi e che si chiama dei sospiri,
sorgeva la forca senza palco: le solite tre travi, due verticali e una
di traverso; una forca alta sedici piedi e larga dodici, con un
contrappeso di ferro pesante 275 libbre. Varie persone entravano ed
uscivano liberamente dal cortile ed esaminavano con curiosità il
patibolo.
Lo sceriffo ci permise di vedere il Cornetta, ma non volle che alcuno
gli parlasse. Appena lo salutammo, il condannato, pallido, cogli occhi
stravolti, si affacciò alle sbarre della porta e ci guardò fissi: non
mi riconobbe.
--Come va, Angelo?--gli dissi in italiano.
Egli salutò col capo, fu agitato da un tremito nervoso e strinse
convulsivamente i ferri della porta. Davanti alla cella stavano seduti
due uomini, le guardie della morte.
Il padre Giulio, un prete cattolico, ci raccontava che quel giorno
aveva parlato due ore con Cornetta, ma non era riuscito a convincerlo
che all'indomani doveva morire. Il condannato s'era fitto in mente che
invece del 10 quel giorno era l'11 maggio e affermava che doveva
essere messo in libertà.
E quando il prete lo esortava a pensare all'anima, rispondeva:--Mi
confesserei, padre, se dovessi essere giustiziato, ma io invece devo
essere posto in libertà.
--Insomma--ci diceva il padre Giulio--non ha la coscienza
dell'orribile posizione in cui si trova e temo che domani mattina la
scena dell'impiccagione debba riuscire raccapricciante.
--Ella è persuaso, padre, che il disgraziato sia veramente impazzito?
--Sì, e credo che lo stesso sceriffo ne sia convinto, ma ha dovuto
rimettersi al giudizio superficiale dei due medici che non parlano
l'italiano e che non capivano perciò quello che Cornetta diceva.
Ritornammo al carcere verso mezzanotte. Ci dissero che il condannato
aveva passata la serata abbastanza tranquillamente e che dormiva,
sicuro di essere liberato all'indomani.
Il villaggio era tranquillo e la notte stupenda.
* * *
La mattina dell'11 maggio, siccome si era annunziato che l'esecuzione
avrebbe avuto luogo di buon'ora, entrammo pochi minuti dopo le sei nel
cortile del carcere, dove s'erano già radunate quasi cento persone, le
quali facevano circolo intorno, alla forca.
Il boia, certo Stephen Marshall, un ometto grasso, prese una scala,
l'appoggiò al patibolo, salì, si mise a cavallo della trave
orizzontale e infilò nel buco la corda; una corda nuova, provvista di
un anello di ferro da una parte e assicurata dall'altra al
contrappeso. Poi discese e ne provò la solidità attaccandovisi,
dondolandosi e sorridendo con compiacenza.
Il cielo era nuvoloso; minacciava di piovere. Continuava a entrar
gente, e alle sette c'erano nel cortile quasi quattrocento persone,
mentre la sera innanzi lo sceriffo aveva detto che trattandosi di un
pazzo come il Cornetta, non avrebbe accordato più di cinquanta
permessi.
Quella gente fumava, rideva e chiacchierava ad alta voce, tanto che
pareva di essere a un mercato, o in attesa di uno spettacolo di
Barnum. Uno dei presenti era già completamente ubbriaco di _whiskey_,
traballava e salutava lo sceriffo dicendogli: _Helloo, Bill_! E lo
sceriffo gli stringeva cordialmente la mano.
Mentre il cortile riempivasi di questo pubblico da circo equestre, il
Cornetta si alzava. Nella sua cella, invece degli abiti ordinari,
trovò una camicia di bucato con cravatta di seta nera e un abito nero
completo.
Quando le guardie gli dissero che doveva indossare quei panni nuovi,
la sua faccia si rischiarò.
--Ah! ve lo dicevo io--esclamò--che oggi dovevo essere condotto alla
_Court House_ e messo in libertà. Vedete, è il giudice che mi manda
questo magnifico vestito. Che bravo giudice: lo voglio baciare.
E si vestì adagio, con cura, assaporando tutto il piacere di mettersi
dopo tanto tempo degli abiti nuovi.
Appena giunsero il padre Giulio e più tardi il padre Edgerton, egli li
salutò e ripetè loro le stesse parole. Inutilmente il prete cattolico
e il ministro protestante, ciascheduno alla sua volta, tentarono di
richiamare in sè l'infelice e di fargli riflettere che quella era
l'ultima sua ora; egli sorrideva loro sul viso con aria di compassione
e non mostrava altro che l'impazienza di essere accompagnato davanti
al giudice.
La sentenza di morte gli era stata letta alla vigilia, in italiano e
in inglese, senza che egli la comprendesse, cosicchè quella mattina lo
sceriffo e le guardie non avevano altro da annunziare al condannato
che l'ora dell'esecuzione; e lo fecero; ma il Cornetta protestò che
mentivano e dichiarò che li avrebbe fatti arrestare!
Allora lo lasciarono nella sua illusione e, visto che era quieto, gli
permisero di uscire dalla cella e di aspettare nel corridoio il
momento fatale.
Frattanto entrarono nel cortile il capitano Mangin con cinque
_policemen_ che si disposero intorno alla forca, facendo fare un po'
di largo: altri nove _policemen_ erano di guardia all'esterno della
prigione. Il boia salutava alcuni amici vicino alla forca. Da una
tasca gli usciva un pezzo del laccio destinato al Cornetta.
Pochi minuti prima delle sette e mezzo giunsero gli undici deputati
sceriffi della Contea e furono introdotti nel carcere. Allora il capo
sceriffo s'affacciò al cancello di ferro che dava sul cortile e chiamò
il boia e il suo assistente. Erano le sette e mezzo precise.
Il boia, il suo aiutante, il carceriere e altri due robusti
sottocarcerieri si avvicinarono a Cornetta nel corridoio interno della
prigione e gli dissero di star fermo, perchè gli dovevano legar le
braccia.
Appena Cornetta vide le corde, diventò giallo in viso, stralunò gli
occhi, strinse i pugni, diede un urlo e minacciò chiunque gli si
accostava. I cinque uomini gli si gettarono simultaneamente addosso:
due gli afferrarono le braccia, due le gambe, e il quinto, il boia,
s'accingeva a legargli i gomiti insieme dietro la schiena; ma il
condannato gridava, si torceva come un serpente e tentava di mordere
come un cane idrofobo. Altri cinque uomini dovettero intervenire e
Cornetta fu legato da dieci persone.
Egli diceva con voce altissima e lamentevole:
--Ma che fate? Che fate? Sono democratico, io! Nessuno può condurmi
alla morte. Ah! lasciatemi...
Appena fu domo e legato, il boia trasse di tasca il laccio e glielo
accomodò intorno al collo, aggiustando il nodo scorsoio sotto un
orecchio: poi gli mise in capo il cappuccio nero, lasciandogli però
scoperto il viso.
Cornetta, livido, esausto, guardò, sentì, singhiozzò e gemette: nelle
confuse parole che gli uscivano dalla gola c'era insieme come il
pianto di un bambino, l'angoscia di uno che trema e ha paura, la
rabbia di chi vorrebbe resistere ed è impotente.
Appena gli fu messo il laccio al collo vi fu un istante in cui stette
immobile fissando il boia e gli astanti. Che cosa passò per la mente
dell'infelice in quel momento? Forse ebbe un lucido intervallo,
durante il quale si vide irremissibilmente perduto. Ma fu un lampo e
tornò subito a piangere e a dibattersi furiosissimamente.
Tutto ciò avvenne in meno di quattro minuti. Alle sette e
trentaquattro minuti precisi si riaprì la porta del carcere e in mezzo
al più profondo silenzio dei presenti Cornetta apparve fra le braccia
di quattro uomini che lo trascinavano a stento.
La forca distava dalla porta del carcere quattro passi soli. Il
condannato vi fu portato sotto di peso, senza che i suoi piedi
toccassero terra, mentre si dibatteva e urlava:
--No, no, che fate? Che fate? Ah! Ah!
Giunti i quattro uomini sotto la corda, in meno che non lo si dice il
boia calò il cappuccio sul viso del condannato, attaccò il laccio
all'anello, battè il piede destro per terra, e a quel segno, tagliata
dall'assistente la corda che sosteneva il peso, tac: la massa di ferro
cadde sopra un materasso e Cornetta venne tirato su, a sei piedi da
terra.
Uno degli astanti più vicini alla forca stramazzò svenuto.
Il corpo nero del condannato pendette, rivolto verso l'occidente, il
collo si allungò e le mani si raggrinzarono. Si fermò immobile qualche
secondo e poi fu tutto agitato da una terribile contrazione; le gambe
si allungarono e tremarono parecchie volte: poi tutto finì.
Il collo di Cornetta diventò prima paonazzo, quindi livido e
finalmente nero: le mani bianche. I medici gli sbottonarono il gilè,
accostarono l'orecchio al petto, ma non dissero dopo quanti secondi
precisi Cornetta era spirato: il cadavere fu staccato dalla corda e
deposto nella cassa dopo quattordici minuti.
La giustizia americana era soddisfatta: aveva strozzato un pazzo
furioso.