DAMONE, NICOMACO, DORIA.

_Da._ Che cosa è stata questa tutta notte? come è ella ita? Tu stai

cheto. Che rovigliamenti di vestirsi, di aprire uscia, di scendere e

salire in sul letto sono stati questi, che mai vi siate fermi? Ed io,

che nella camera terrena vi dormiva sotto, non ho potuto mai dormire,

tanto che per dispetto mi levai, e trovoti che tu esci fuora tutto

turbato. Tu non parli, tu mi pari morto; che diavolo hai tu?

_Ni._ Fratel mio, io non so dove io mi fugga, dove io mi nasconda o

dove io occulti la gran vergogna nella quale io sono incorso. Io son

vituperato in eterno, non ho più rimedio, né potrò mai più innanzi

a mogliema, a' figli, a' parenti, a' servi capitare, lo ho cerco il

vituperio mio, e la mia donna me lo ha aiutato trovare, tanto ch'io

sono spacciato. E tanto più mi duole quanto di questo mio carico tu

anche ne partecipi, perché ciascuno saprà che tu ci tenevi le mani.

_Da._ Che cosa è stato? Hai tu rotto nulla?

_Ni._ Che vuoi tu che io abbia rotto? Che rotto avess'io il collo!

_Da._ Che è stato adunque? Perché non me lo di'?

_Ni._ Uh! uh! uh! Io ho tanto dolore ch'io non credo potertelo dire.

_Da._ Deh, tu mi pari un bambino! Che domine può egli essere?

_Ni._ Tu sai l'ordine dato, ed io secondo quell'ordine entrai in

camera, e chetamente mi spogliai; ed in cambio di Pirro, che sopra il

lettuccio si era posto a dormire, non vi essendo lume, a lato alla

sposa mi coricai.

_Da._ Orbe, che fu poi?

_Ni._ Uh! uh! uh! Accostaimegli secondo l'usanza de' nuovi mariti,

vollile porre le mani sopra il petto, ed ella con la sua mano me la

prese, e non mi lasciò. Vollila baciare, ed ella con l'altra mano mi

sospinse il viso indrieto. Io me le volli gittare tutto addosso: ella

mi porse un ginocchio, di qualità che la m'ha infranta una costola.

Quando io vidi che la forza non bastava, io mi vuoisi a' prieghi, e con

dolci parole ed amorevoli (pure sotto voce, ch'ella non mi conoscesse)

la pregavo fusse contenta fare i piaceri miei. Dicevole: deh! anima

mia dolce, perché mi strazi tu? Deh! ben mio, perché non mi concedi

tu volentieri quello che le altre donne a' loro mariti volentieri

concedono? Uh! uh! uh!

_Da._ Rasciugati un poco gli occhi.

_Ni._ Io ho tanto dolore ch'io non trovo loco, né posso tenere le

lacrime. Io potetti cicalare; mai fece segno di volermi, non che

altro, parlare. Ora, veduto questo, io mi volsi alle minacce, e

cominciai a dirgli villania, e che le farei, e che le direi. Ben sai

che a un tratto ella raccolse le gambe, e tirommi una coppia di calci,

che se la coperta del letto non mi teneva, io sbalzavo nel mezzo dello

spazzo.

_Da._ Può egli essere?

_Ni._ E ben può essere. Fatto questo, ella si volse bocconi, e

stiacciossi col petto sulla coltrice che tutte le manovelle dell'Opera

non l'arebbero rivolta. Io, veduto che forza, prieghi e minacce non mi

valevano, per disperato le volsi la schiena, e deliberai di lasciarla

stare, pensando che verso il dí la fusse per mutare proposito.

_Da._ Oh, come facesti bene! Tu dovevi il primo tratto pigliar cotesto

partito; e chi non voleva te, non voler lui.

_Ni._ Sta' saldo, la non è finita qui; or ne viene il bello. Stando

cosi tutto smarrito, cominciai, fra per lo dolore e per lo affanno

avuto, un poco a sonniferare. Ben sai che a un tratto io mi sento

stoccheggiare un fianco, e darmi qua sotto 'l codrione cinque o sei

colpi de' maledetti. Io cosi fra il sonno vi corsi subito colla mano, e

trovai una cosa soda ed acuta, di modo che tutto spaventato mi gittai

fuora del letto, ricordandomi di quel pugnale che Clizia aveva il di

preso per darmi con esso. A questo romore Pirro, che dormiva, si

risenti; al quale io dissi, cacciato più dalla paura che dalla ragione,

che corresse per un lume, che costei era armata per ammazzare tutti a

due. Pirro corse, e tornato col lume, in cambio di Clizia vedemmo Siro

mio famiglio ritto sopra il letto tutto ignudo, che per dispregio (uh!

uh! uh!) e' mi faceva bocchi (uh! uh! uh!) e manichetto drieto.

_Da._ Ah! ah! ah!

_Ni._ Ah! Damone, tu te ne ridi?

_Da._ Ei m'incresce assai di questo caso; nondimeno egli è impossibile

non ridere.

_Do._ Io voglio andar a ragguagliar di quello che io ho udito la

padrona, acciocché se le raddoppino le risa.

_Ni._ Questo è il mal mio, che toccherà a ridersene a ciascuno, ed a me

a piangere; e Pirro e Siro alla mia presenza or si dicevano villania,

ora ridevano; dipoi, cosi vestiti a bardosso se ne andarono, e credo

che siano iti a trovare le donne, e tutti debbono ridere. E cosi ognuno

rida, e Nicomaco pianga!

_Da._ Io credo che tu creda che m'incresca di te e di me, che sono per

tuo amore entrato in questo lecceto.

_Ni._ Che mi consigli che io faccia? Non mi abbandonare, per l'amor di

Dio.

_Da. A_ me pare, se altro di meglio non nasce, che tu ti rimetta tutto

nelle mani di Sofronia tua, e dicale che da ora innanzi e di Clizia

e di te faccia ciò ch'ella vuole. La doverebbe anch'ella pensare allo

onore tuo, perché, sendo suo marito, tu non puoi aver vergogna che

quella non ne partecipi. Ecco che la viene fuora. Va', parlale, ed io

ne andrò intanto in piazza ed in mercato ad ascoltare s'io sento cosa

alcuna di questo caso, e ti verrò ricoprendo il più ch'io potrò.

_Ni._ Io te ne prego.

[V. 3]

La mandragola - La Clizia - Belfagor · 第 74 / 81 题