Rosa e Maddalena, appena udita la liberazione dei prigionieri, erano
accorse verso le carceri per incontrare Valdrigo. Giunte in Piazzetta,
lo cercarono inutilmente fra la folla, ed avendo inteso parlare
d'una ciurma minacciosa che s'era indirizzata al palazzo Leoni,
congetturarono tosto che si fosse recato colà per prestare la mano alla
difesa. Vi giunsero qualche tempo dopo l'arrivo de' soldati, mentre
un medico assistito da qualche altra persona, collocava Valdrigo sopra
un letto, apportato nella stessa galleria, non giudicando prudente di
trasportare il ferito. È più facile immaginare che descrivere la loro
desolazione, però la necessità del momento le obbligò a soffocare ogni
dolore per darsi all'assistenza del povero giovane, che aperti gli
occhi parve consolarsi della vista della madre e della fanciulla, come
della apparizione di due angeli discesi dal cielo in suo ajuto.
Ripararono alla meglio il disordine del locale in parte saccheggiato,
in parte guasto dalle fiamme, in parte ancora adorno di stupendi
dipinti.
Essendo infrante le invetriate, chiusero le finestre colle porte
degli appartamenti vicini, e con dei frammenti di tappeti, lacerati
dagli invasori, cercarono d'impedire l'ingresso dell'aria. Il chirurgo
medicando le gravi ferite scuoteva il capo in alto di sfiducia; Rosa e
Maddalena gli prestavano la più affettuosa assistenza. Alcuni cordiali
opportunamente somministrati parvero giovare alquanto al malato, e la
speranza ravvivò lo spirito affranto delle povere donne.
Sulla sera, Silvia accompagnata dai suoi parenti dai quali s'era
ricoverata nel momento del pericolo, rientrò nel suo palazzo
scompigliato dal saccheggio, attristato dalle lagrime e dal sangue,
e accorse subito a visitare il ferito che alla sua vista atteggiò il
pallido volto ad un mesto sorriso, che pareva volesse esprimere il
seguente pensiero:
— Sono lieto di morire, perchè non sono stato degno di vivere....
Silvia pensando con raccapriccio al passato, ai pericoli incorsi
nella sua vita, ed alla tremenda catastrofe del giorno, osservava con
pietoso sentimento lo sguardo eloquente di Vittore, e pareva che gli
rispondesse col muto linguaggio dell'anima:
— Tutto svanisce nella mia vita!... il primo, l'unico amore! — la
gioventù — la speranza di giorni migliori — la patria e le glorie degli
avi, calpestate dal furore del popolo.... non ho serbato che una cosa
sola, la virtù!... essa mi darà la forza di sopportare ogni disgrazia,
e di aspettare senza rimorsi.... il giorno del riposo.... l'eternità!
Alla notte le tre donne si chiusero nella galleria, e vegliarono
intorno al letto dell'infermo, rischiarate da una lampada che mandava
una languida luce su quella scena di dolore.
Valdrigo con l'occhio del moribondo guardava ora l'uno ora l'altro
di quei volti che assistevano con tanta pietà alle sue pene. Gli si
leggevano i pensieri sui lineamenti sparuti, agitati a seconda delle
sensazioni.
Fissava la Rosa con un'espressione d'affanno. La madre gli ricordava
la famiglia, le gioje innocenti dell'infanzia, la pace serena dei
campi illuminati dal sole, l'alito della vita che moveva le piante
e gli animali con un fremito arcano, sottomessa alla sublime volontà
della natura. Rivolto a Silvia, l'occhio semispento si animava d'una
scintilla, le labbra tremolavano d'un fremito convulso. Essa gli
rappresentava l'amore sublime, l'aspirazione perenne della sua anima
verso una felicità inarrivabile, il pensiero animatore della sua
esistenza. Guardando la Maddalena egli volgeva la testa verso il quadro
distrutto, ed una lagrima inumidiva le sue ciglia. Essa era stata per
lui il tipo perfetto dell'arte, il modello de' suoi studi, la causa del
suo trionfo d'artista. — Tutto era perduto!... Le gioje della vita, la
felicità dell'amore, le glorie dell'arte!...
Il moribondo chiudeva gli occhi, e il rantolo dell'agonia gli opprimeva
il respiro. — Allora forse un rimorso gli mordeva la coscienza e
amareggiava i suoi ultimi istanti. — L'apatia, l'indolenza, l'inerzia
avevano dominata la sua vita e soggiogato il suo genio! — La natura
lo aveva dotato di rari doni, egli li aveva sprecati. Nell'arte voleva
raggiungere la perfezione, nell'amore aspirava all'impossibile, della
vita non coltivava che le chimere ed i sogni!...
La contemplazione inoperosa, il dolce far niente, gli rendeva amara
la morte, il pensiero di non avere recato alcun vantaggio colla sua
esistenza, di non lasciare veruna traccia del suo passaggio sulla
terra, era il tormento della sua ultima ora. Alla mattina aperse
gli occhi, e quando il sole salutava i campi coi primi suoi raggi,
egli coll'estremo anelito della vita proferiva queste parole che
riassumevano il suo destino: — Ho aspirato a cose troppo sublimi! — e
abbandonato il capo sull'origliere, spirava.