XXXVII.

Rosa e Maddalena, appena udita la liberazione dei prigionieri, erano

accorse verso le carceri per incontrare Valdrigo. Giunte in Piazzetta,

lo cercarono inutilmente fra la folla, ed avendo inteso parlare

d'una ciurma minacciosa che s'era indirizzata al palazzo Leoni,

congetturarono tosto che si fosse recato colà per prestare la mano alla

difesa. Vi giunsero qualche tempo dopo l'arrivo de' soldati, mentre

un medico assistito da qualche altra persona, collocava Valdrigo sopra

un letto, apportato nella stessa galleria, non giudicando prudente di

trasportare il ferito. È più facile immaginare che descrivere la loro

desolazione, però la necessità del momento le obbligò a soffocare ogni

dolore per darsi all'assistenza del povero giovane, che aperti gli

occhi parve consolarsi della vista della madre e della fanciulla, come

della apparizione di due angeli discesi dal cielo in suo ajuto.

Ripararono alla meglio il disordine del locale in parte saccheggiato,

in parte guasto dalle fiamme, in parte ancora adorno di stupendi

dipinti.

Essendo infrante le invetriate, chiusero le finestre colle porte

degli appartamenti vicini, e con dei frammenti di tappeti, lacerati

dagli invasori, cercarono d'impedire l'ingresso dell'aria. Il chirurgo

medicando le gravi ferite scuoteva il capo in alto di sfiducia; Rosa e

Maddalena gli prestavano la più affettuosa assistenza. Alcuni cordiali

opportunamente somministrati parvero giovare alquanto al malato, e la

speranza ravvivò lo spirito affranto delle povere donne.

Sulla sera, Silvia accompagnata dai suoi parenti dai quali s'era

ricoverata nel momento del pericolo, rientrò nel suo palazzo

scompigliato dal saccheggio, attristato dalle lagrime e dal sangue,

e accorse subito a visitare il ferito che alla sua vista atteggiò il

pallido volto ad un mesto sorriso, che pareva volesse esprimere il

seguente pensiero:

— Sono lieto di morire, perchè non sono stato degno di vivere....

Silvia pensando con raccapriccio al passato, ai pericoli incorsi

nella sua vita, ed alla tremenda catastrofe del giorno, osservava con

pietoso sentimento lo sguardo eloquente di Vittore, e pareva che gli

rispondesse col muto linguaggio dell'anima:

— Tutto svanisce nella mia vita!... il primo, l'unico amore! — la

gioventù — la speranza di giorni migliori — la patria e le glorie degli

avi, calpestate dal furore del popolo.... non ho serbato che una cosa

sola, la virtù!... essa mi darà la forza di sopportare ogni disgrazia,

e di aspettare senza rimorsi.... il giorno del riposo.... l'eternità!

Alla notte le tre donne si chiusero nella galleria, e vegliarono

intorno al letto dell'infermo, rischiarate da una lampada che mandava

una languida luce su quella scena di dolore.

Valdrigo con l'occhio del moribondo guardava ora l'uno ora l'altro

di quei volti che assistevano con tanta pietà alle sue pene. Gli si

leggevano i pensieri sui lineamenti sparuti, agitati a seconda delle

sensazioni.

Fissava la Rosa con un'espressione d'affanno. La madre gli ricordava

la famiglia, le gioje innocenti dell'infanzia, la pace serena dei

campi illuminati dal sole, l'alito della vita che moveva le piante

e gli animali con un fremito arcano, sottomessa alla sublime volontà

della natura. Rivolto a Silvia, l'occhio semispento si animava d'una

scintilla, le labbra tremolavano d'un fremito convulso. Essa gli

rappresentava l'amore sublime, l'aspirazione perenne della sua anima

verso una felicità inarrivabile, il pensiero animatore della sua

esistenza. Guardando la Maddalena egli volgeva la testa verso il quadro

distrutto, ed una lagrima inumidiva le sue ciglia. Essa era stata per

lui il tipo perfetto dell'arte, il modello de' suoi studi, la causa del

suo trionfo d'artista. — Tutto era perduto!... Le gioje della vita, la

felicità dell'amore, le glorie dell'arte!...

Il moribondo chiudeva gli occhi, e il rantolo dell'agonia gli opprimeva

il respiro. — Allora forse un rimorso gli mordeva la coscienza e

amareggiava i suoi ultimi istanti. — L'apatia, l'indolenza, l'inerzia

avevano dominata la sua vita e soggiogato il suo genio! — La natura

lo aveva dotato di rari doni, egli li aveva sprecati. Nell'arte voleva

raggiungere la perfezione, nell'amore aspirava all'impossibile, della

vita non coltivava che le chimere ed i sogni!...

La contemplazione inoperosa, il dolce far niente, gli rendeva amara

la morte, il pensiero di non avere recato alcun vantaggio colla sua

esistenza, di non lasciare veruna traccia del suo passaggio sulla

terra, era il tormento della sua ultima ora. Alla mattina aperse

gli occhi, e quando il sole salutava i campi coi primi suoi raggi,

egli coll'estremo anelito della vita proferiva queste parole che

riassumevano il suo destino: — Ho aspirato a cose troppo sublimi! — e

abbandonato il capo sull'origliere, spirava.

Il dolce far niente: Scene della vita veneziana del secolo passato · 第 40 / 46 题