L'ultimo giorno della repubblica, caduto l'antico governo avanti che il
nuovo regime entrasse in funzione, Venezia fu in preda all'anarchia.
Il popolo sommosso commise violenze e saccheggi guidato da alcuni
capi frenetici ed avidi di bottino, che eccitavano gli animi con
declamazioni violente, e si trascinavano dietro una folla esaltata da
tutte le passioni sfrenate.
Si apersero le carceri, e Valdrigo si trovò liberato al grido di viva
la libertà e l'eguaglianza! e sceso in piazza fra il popolo agitato,
apprese la caduta della repubblica. I diversi partiti minacciavano la
guerra civile, e gli scaltri birboni si studiavano di approfittarne
gridando ora viva san Marco, ora viva la libertà, tanto da fomentare
le discordie, la confusione e le ire. Alcuni cialtroni indemoniati
calunniando i vinti provocavano le vendette per trarne il loro
vantaggio, e si mettevano alla testa delle orde furibonde per guidarle
al saccheggio.
Al grido — morte all'aristocratico Leoni, morte al nemico del popolo,
— Valdrigo che si era incamminato verso la sua dimora si arrestò
commosso dall'indignazione e dal raccapriccio, e mutata strada seguì
la ciurmaglia scapestrata che correva armata di picche e di fucili ad
assalire il palazzo.
Deciso di difendere la dimora del suo protettore, egli si faceva largo
fra la folla, per giungere fra i primi, e il pensiero che forse avrebbe
potuto salvare la Silvia dall'imminente pericolo, animava il suo
coraggio. Quell'orda ubbriaca di truffatori mandava urli minacciosi,
imprecazioni e bestemmie, e Valdrigo ringraziava la Provvidenza
d'averlo riservato alla sorte fortunata di esporre la vita per la donna
che dominava il suo cuore.
Trovato chiuso il portone del palazzo si misero ad abbatterlo a colpi
di martello e di scure ed ogni colpo risuonava nell'anima di Valdrigo
con dolorosa impressione.
Gettata abbasso la porta, i saccheggiatori invasero il palazzo,
Valdrigo li seguì, e penetrando di soppiatto in una stanza che
conduceva agli appartamenti di Silvia, chiuse l'uscio dietro di sè, e
si mise a correre per quelle camere deserte, senza trovare nessuno.
Allora uscito per un'altra porta salì al piano superiore, ma ogni
appartamento era deserto, che gli abitanti avvertiti in tempo erano
usciti per una porta di dietro e si erano rifugiati in casa Orseolo.
Intanto il palazzo era stato invaso da ogni parte, gli armadi venivano
infranti e depredati, ogni cosa manomessa, in preda della distruzione
e della rapina. Valdrigo vagava come forsennato, coi capelli irti
sul capo, cogli occhi spaventati, sospinto dall'onda degli invasori,
ludibrio di forze irresistibili, spettatore impotente di tanta
desolazione.
Confinato dalla folla irrompente, nel vano d'una finestra, vide con
indescrivibile spavento delle nubi di fumo uscire vorticose dal lato
della galleria.
Gl'infami predatori, non potendo forzare le porte le avevano
incendiate, e il fuoco s'era appiccato ai quadri e distruggeva le opere
preziose dei più insigni pittori.
All'anima dilaniata dalla vista delle profanazioni di tanti oggetti
consacrati dalla sua venerazione e dal suo amore, s'aggiunse lo
spettacolo dell'arte violata e distrutta dalla barbara brutalità degli
scellerati. L'amante e l'artista erano parimente colpiti.
La sua esaltazione giunse al colmo; egli sentì il delirio della collera
che gli invadeva il cervello, e gli metteva in oscillazione tutte le
membra frementi spingendolo alla vendetta.
Era disarmato, ma dato di piglio ad un brandone di legno staccato da
un mobile infranto si fece largo fra la folla, e sceso nella galleria
cogli occhi che gli uscivano dalle orbite s'arrestò nel luogo ove
pochi mesi prima aveva collocato il suo quadro dei pescatori. — La
tela era stata distrutta dall'incendio, ed appena una parte della
cornice pendeva ancora dal muro!... Il fuoco era stato spento dagli
stessi incendiari, i quali temendo di non poter uscire per l'ingombro
della folla, spaventati dall'idea di morire bruciati, ed anche spinti
dall'avidità del furto, avevano soffocate le fiamme.
Vittore, divenuto come pazzo dalla disperazione di veder distrutta
un'opera che gli costò tanta fatica, si mise a menare dei colpi
disperati nelle gambe, nelle schiene e nelle teste dei birboni, che
tagliavano le tele per distaccarle più presto dalle cornici.
Ai primi colpi, spaventati o colpiti, vollero fuggire, ma poi rianimati
dai compagni che udito il tafferuglio erano corsi in aiuto, e resi
audaci dall'isolamento dell'assalitore, gli si scagliarono contro coi
coltelli.
Mentre ferveva la lotta, alcuni cittadini, armati in fretta per
ristabilire l'ordine turbato, seguiti dai buoni arsenalotti e da un
drappello di bombardieri accorrevano al palazzo Leoni per frenare il
furore del popolo. All'intervento della forza regolare i saccheggiatori
sgombrarono dal luogo, abbandonando Valdrigo disteso sul pavimento
della galleria, privo di sensi ed innondato di sangue.