Quando un paese subisce gli ordini degli stranieri, l'ora della sua
morte è vicina. La neutralità disarmata, cioè il dolce far niente,
abbandonava Venezia inerme in balìa dei francesi. Spento l'antico
valore nei baccanali, e ammollite le fibre dei cittadini nella lunga
pace, nelle abitudini effeminate, nei piaceri d'una vita dilettosa,
l'indolenza aveva preso il posto dell'operosità, e la paura succedeva
al coraggio. I tempi delle guerre di Costantinopoli, Candia, Cipro
e Morea erano tramontati per sempre. Colla morte d'Angelo Emo erano
spenti gli eroi della tempra di Enrico Dandolo, di Vittor Pisani, di
Carlo Zeno, di Francesco Morosini. La vecchiaia aveva rimbambito la
Repubblica, le altere minaccie che avrebbero animato gli antichi alla
lotta, facevano piangere l'ultimo Doge. Spento ogni vigore di governo,
la città si divideva in partiti.
I sostenitori delle antiche leggi e degli aviti costumi, si stempravano
in lamenti imbelli e odiavano i francesi; ma alle armi che invadevano
lo Stato, rispondevano con impotenti proteste. I partigiani entusiasti
delle nuove idee spingevano la patria alla rovina, colla stolta fidanza
di trovare la libertà nella perdita della indipendenza. Fra questi
estremi in lotta si agitava il partito che si solleva in tutte le
rivoluzioni, come la schiuma nel mare burrascoso, e barcheggiando fra
gli uni e gli altri, cerca di cavarne il denaro, e gli onori.
Il governo mandava deputati a Bonaparte vincitore, il quale rispondeva:
— «Io sarò un Attila per lo Stato Veneto. Non voglio più Senato, non
voglio più inquisizione. Verrò io a rompere i piombi, barbarie dei
tempi antichi... le opinioni devono essere libere!» —
Tutto era perduto!... Mancava la forza per resistere e il genio per
governare; dovevasi aprire la porla alla libertà, e chiuderla in faccia
agli stranieri. Hanno fatto tutto al contrario!...
Il giorno 12 maggio 1797 fu l'ultimo per la repubblica che da Paolo
Lucio Anafesto a Lodovico Manin visse quattordici secoli indipendente e
gloriosa!
Una colonia di famiglie sfuggite alle stragi dei barbari venne a
piantare le sue tende sulle isolette deserte della laguna. Povera,
ma laboriosa fabbricò le sue piccole dimore di legno, e le modeste
barchette necessarie alla sussistenza dei pochi abitanti.
Crebbe a poco a poco col traffico, abbellì la sua modesta dimora
col frutto degli onesti guadagni. Aumentata la popolazione e la
ricchezza, ampliò le case fino a che giunse a fabbricarle coi marmi
dell'Oriente, ad abbellirle colle statue della antica Grecia; le
barchette pescareccie diventarono forti navigli, che percorsero i mari,
e tornarono in patria onusti di tesori e di gloria. Dapprima marinaia,
commerciante e guerriera, fu poi madre e nutrice di sapienza e d'arti
gentili.
Ma l'acquisto di Cipro le apportò colla ricchezza l'amore della
voluttà, le morbidezze di corrotti costumi; la scoperta d'America le fu
fatale al commercio. Giunta all'apogeo della fortuna s'arrestò a godere
la conquistata grandezza.
Ma chi s'arresta è sorpassato da chi avanza. Venezia cinta del gemmato
diadema si adagiò mollemente sul manto ducale, e immersa in voluttuosi
pensieri mentre il leone ammansato dormiva ricevette gli omaggi del
mondo che ammirava lo splendore della sua bellezza. Nei giorni del
pericolo la sua spada irrugginita e il braccio infiacchito rifiutarono
il loro uffizio, essa non aveva più forze, il suo leone non aveva più
ruggiti. Allora fidente nella costanza della fortuna e nel prestigio
de' suoi vezzi, si cinse di fiori, e assopita dal dolce far niente,
chiuse gli occhi... — Quando li riaperse lo scettro e il diadema erano
scomparsi, i fiori s'erano mutati in catene, il leone, ferito nel
cuore, spirava... Fece uno sforzo per difendersi, ma troppo tardi!...
la regina era divenuta una schiava...