Beppo rientrando in casa trovò la Maddalena a letto col medico da una
parte, e la Marta dall'altra. Il suo svenimento aveva durato quasi
un'ora, e la povera vecchia, credendola morta, aveva gridato con voce
disperata e chiesto ajuto dalle finestre.
Accorse le donnicciuole delle case vicine, prodigarono le prime cure
alla fanciulla, e cercarono il medico.
Intanto la notizia dell'arresto di Valdrigo s'era sparsa per la calle,
e diffusa per la città, e tutti fantasticavano sui misteriosi motivi
d'una tale misura. Cogli animi concitati dagli avvenimenti politici
tutti discutevano gli atti del governo, e ciascheduno spiegava le
cose a suo modo. I timidi rientravano in casa sospettosi, bruciavano
le carte e i giornali proibiti, e accusavano d'imprudenza i turbatori
della pubblica quiete.
Beppo rimasto con Maddalena volle che sua sorella gli raccontasse
esattamente i particolari dell'arresto, e quando udì che avevano
trasportate le carte del giovane si cacciò le mani nei capelli
esclamando: — Egli è perduto!...
Maddalena, quantunque abbattuta da un'eccessiva prostrazione di forze,
alla parola del fratello balzò sul letto spaventata, e rizzandosi
a sedere gli chiese con voce fioca ed affannosa, il motivo di tale
giudizio.
Allora Beppo, dopo essersi assicurato che la porta era ben chiusa,
e che nessuno ascoltava, avvicinandosi alla fanciulla tremante le
disse all'orecchio: — Valdrigo è frammassone! cioè affigliato ad una
società segreta, che congiura contro il governo, egli aveva carte e
libri proibitissimi; faceva la propaganda fra il popolo, dei principi
d'eguaglianza fra gli uomini, e predicava la libertà e la distruzione
dei privilegi!...
Ad ogni parola ascoltata, Maddalena mandava un gemito profondo, il
suo seno agitato palpitava con trabalzi interrotti dall'asma, con una
mano nervosa serrava il braccio del fratello, e finalmente ricadde
sull'origliere, con un singulto tanto profondo, e continuato che pareva
il rantolo della morte. Beppo si pentiva ma troppo lardi delle sue
rivelazioni, accorreva a chiamare la Marta, ritornava dal medico, ma il
male era fatto. Si dichiarò una febbre violenta con vaneggiamenti, nei
quali la povera fanciulla pronunciava voci sconnesse prive di senso,
chiamava Valdrigo.... e balbettava sovente la parola perdono.
Intanto si spargeva anche a Treviso la notizia dell'arresto del giovane
pittore, e la povera Rosa andando al mercato, udì la triste novella.
Ritornata in fretta a Saltore, trovò la casa in iscompiglio e il marito
nella desolazione.
Avendo scoperto un tumore in un bue, Zammaria era corso a chiamare
il veterinario, il quale aveva dichiarato l'animale affetto da _spina
ventosa_, incurabile.
L'annunzio dell'arresto di Vittore accrebbe la disperazione di
Zammaria, il suo cervello non era suscettibile di sopportare due
disgrazie in un punto senza gravi conseguenze.
Alla prima contrarietà egli diventava muto, alla seconda imbecille.
Oppresso dall'affanno per i pericoli del figlio, minacciato di perdere
un bue, e il migliore della stalla, sbalordito dal discorso della
moglie, egli se ne stava colle mani in tasca, il naso in aria, la bocca
spalancata, gli occhi stralunati, come trasognato e smarrito. Le sue
idee erano confuse, egli non vedeva più chiaro, il bue malato e la
prigione di Venezia, suo figlio, gl'inquisitori di Stato, e la spina
ventosa gli trottavano per la testa in una nube misteriosa; il boia e
il veterinario gli stavano davanti minacciosi, e la moglie spaventata
aumentava i suoi terrori con le sue lagrime, e i suoi lamenti.
La Rosa si decise a partire per Venezia, e raccomandando alle cure di
Osvaldo gli affari di casa, il bue ammalato e il marito istupidito, si
mise in via per Mestre, e colà entrata in una barca giunse sulla sera
alla casa degli ospiti di suo figlio.
Venne ricevuta dalla vecchia Marta e da Beppo colle lagrime agli
occhi, e tosto la introdussero nella stanza di Maddalena. La povera
malata entrava in convalescenza dopo lunghe sofferenze, superate per le
cure della nonna, per l'assistenza delle amiche, ma più di tutto per
l'influenza d'un pensiero che dominava il suo spirito e sosteneva le
sue forze. Passata la prima violenza del male, essa aveva pensato con
rimorso alla commessa imprudenza, aveva meditato ai modi di riparare la
colpa, al dovere d'adoperarsi in vantaggio dell'infelice prigioniero,
e di tentare ogni via per salvarlo. Il sentimento d'un tal dovere le
era penetrato talmente nel cuore, che secondava i consigli del medico
per ristabilirla in salute. L'energia della gioventù e la forza della
volontà sono due potenti rimedi per ogni malattia. Vedendo entrare
la Rosa, le parve che il cielo le inviasse un'alleata, e dopo d'aver
sfogato colle lagrime l'espressione del cuore, promise alla buona madre
di assisterla nelle sue supplicazioni in favore del giovane; e promise
a sè stessa di prestarsi a salvarlo a costo d'ogni sacrificio.
Le loro espansioni affettuose e le reciproche promesse invigorirono
il coraggio e la speranza d'entrambe, e incominciarono subito a far
progetti ed a stabilire un mezzo che si mostrasse favorevole allo
scopo. Ognuna manifestava le sue idee, la Rosa desiderava presentarsi
alla contessa Fulvia degli Orseolo, gettarsi a' suoi piedi, muoverla
a pietà, intercedere la sua valida protezione. Maddalena dimenava la
testa lentamente in segno di disapprovazione e stringeva le labbra come
chi dubita d'una cosa, ma non vuole opporre un'assoluta negativa.
Discussero lungamente sull'importante soggetto, ma la fanciulla
meditava un piano che le sembrava infallibile, e temporeggiava
soltanto ad annunziarlo per misurare le sue forze. Essa pensava che al
mondo non c'è che una cosa sola d'irresistibile — l'amore. — Questa
passione, essa diceva fra sè, può spingere a degli eccessi, può fare
dei miracoli. Se una persona può salvare Valdrigo questa è Silvia
Leoni, essa lo ama, essa troverà il modo di liberarlo. — Ma bisognava
raccogliere le forze tutte del cuore e della mente, bisognava disporsi
ad una annegazione completa di sè, bisognava rinunziare ad ogni
aspirazione, ad ogni speranza, ad ogni gelosia. Questa era però una
espiazione necessaria, la giusta punizione della colpa, colle stesse
sue armi.
Quando le parve di sentirsi forte abbastanza per affrontare l'impresa,
comunicò il suo piano alla Rosa, che vi aveva già pensato, ma non
osava proporla per un riguardo istintivo verso la fanciulla della
quale indovinava l'affezione, e sospettava la gelosia. Lieta però
della decisione secondò il progetto, e fissato il giorno della visita,
si disposero tutte due a sostenere la loro parte in modo da ottenere
l'intento, la madre pensando a quanto avrebbe detto per intenerire
la signora, la Maddalena studiandosi di domare la sua ripugnanza
verso la rivale e di dominare la sua passione, sagrificando sè stessa
all'interesse del giovane amato.
Giunta la mattina stabilita si misero in via, ed entrambe col cuore
agitato da diversi sentimenti entrarono nel palazzo Leoni. Avendo
chiesto di parlare alla padrona, un servo gallonato, le introdusse in
un'ampia anticamera dicendo: — Accomodatevi qui ed aspettate.
In simili circostanze l'aspettativa è un supplizio, i minuti sono
lunghi come le ore, e i pensieri tristi si accumulano nello spirito e
pesano gravemente sul cuore.
Finalmente il servo ricomparve, aperse una porta, e tenendosi indietro
disse: — Venite pure avanti....
Le donne entrarono in una stanza resa oscura dai pesanti cortinaggi
delle finestre, ed esalante un leggiero profumo d'essenza d'ambra che
salì al cervello di Maddalena come l'emanazione d'un veleno. Chiusa la
porta dal domestico che rimase di fuori, si avanzarono lentamente, e si
arrestarono dirimpetto ad un ampio seggiolone sul quale sedeva la dama.
Silvia, vestila a bruno, e più pallida del solito pareva oppressa da
una profonda tristezza, ma quando riconobbe la Rosa si alzò in piedi,
la accolse con pietosa dolcezza, se la fece sedere da presso e le disse
con voce compassionevole:
— Povera Rosa!... m'immagino il motivo della vostra visita. — La Rosa
scoppiò in un dirotto pianto, e dimenticò le belle espressioni che
aveva apparecchiate per intenerire il cuore della signora, ma le sue
lagrime erano più eloquenti di qualunque altro discorso.
Silvia indicò una sedia a Maddalena che si teneva in piedi cogli occhi
bassi, e continuò:
— Siamo in tempi funesti per tutti, povera Rosa.... i torbidi delle
provincie, le minaccie degli stranieri, l'audacia dei nemici del
governo, rendono i giudici più severi.... ma qui si arrestò, perchè
s'avvide che con tali parole raddoppiava il dolore della povera madre,
e soggiunse: — fatevi coraggio, io non ho aspettato la vostra visita
per occuparmi in favore di vostro figlio, ma vi ripeto, i tempi sono
cattivi....
E mentre parlava andava esaminando attentamente la fanciulla che non
conosceva, la quale sentendosi osservata arrossiva, e non osava alzare
gli occhi, finalmente spinta dalla curiosità Silvia chiese alla Rosa:
— Chi è questa ragazza che vi accompagna?...
La Rosa esitava a rispondere, ma poi si decise, e disse con voce
singhiozzante:
— È la nipote della padrona di casa di mio figlio....
Silvia e Maddalena si scambiarono un colpo d'occhio eloquente. La prima
pareva che chiedesse con amaro sospetto: — saresti forse una innamorata
di Valdrigo? — l'altra con fiero cipiglio sembrava dire: — Conosco i
segreti del vostro cuore.
— State in casa con Vittore?... chiese Silvia con apparente
indifferenza.
— Sì, signora.... rispose Maddalena, con un'aria di trionfo.
Allora Silvia, come per investigare dalle espressioni del volto,
gl'interni sentimenti della fanciulla, soggiunse:
— Si potrebbe forse ottenere la liberazione di Vittore, dal carcere, ma
sarebbe impossibile di salvarlo dalla espulsione dal territorio....
— Tanto meglio!... saltò fuori a dire Maddalena, che non seppe frenare
la sua gioia. E la Silvia che studiava coll'istinto della donna i
lineamenti della fanciulla sospetta, indovinò dall'atteggiarsi del
volto e dall'improvvisa risposta, l'amore e la gelosia.
Allora, desiderosa di mettere alla prova l'intensità di
quell'affezione, e forse anche di punire l'audacia d'una rivale dal
cui amore sentiva offesa la sua dignità, continuò il suo discorso
indirizzandosi alla Rosa, ma osservando sottecchi ogni movimento della
fanciulla:
— Se potessi ottenere il suo esiglio, egli potrebbe andare in Carinzia.
Io devo passare di là per recarmi a Vienna a raggiungere mio marito, e
lo prenderei volontieri con me. A Vienna potrei giovarlo molto colle
relazioni dei nostri amici. — Maddalena si mordeva le labbra, e le
vene della sua fronte ingrossavano. — Silvia osservava ogni movimento
di quel volto alterato, e continuava con apparente tranquillità: — È
certo che l'esilio chiude per sempre le porte della patria, ed egli non
potrebbe più entrare nei domini della repubblica.... ma piuttosto che
marcire in una prigione, piuttosto di non vedere più il sole....
La povera Rosa teneva le mani giunte, e cogli occhi gonfi, infiammati,
e pieni di lagrime, levava la fronte verso il cielo, che metteva
compassione a vederla. — Maddalena lottava fra l'amore e la gelosia,
fra il desiderio ardente di salvare Valdrigo, e il dolore di vederselo
rapito per sempre. Ma alle ultime parole di Silvia, fatto come uno
sforzo sovrumano sopra sè stessa, ruppe il silenzio, ed esclamò:
— Purchè sia salvo dalla prigione vada pure in esilio, purchè sia
libero e possa rivedere il sole e la campagna che egli ama tanto...
parta pure da Venezia... e... sia felice... e sia fatta la volontà di
Dio!... Voleva dire: — e siate felici, ma si avvide che non conveniva,
e mutò la frase.
Silvia intenerita da tanta annegazione, pensò: — lo ama più di me! — e
stesa la mano alla fanciulla, volle tener stretta la destra di lei in
atto di perdono e di simpatia, e le disse con sincera espressione:
— Siete una buona fanciulla... e il cielo vi proteggerà...
Questa specie di capitolazione istantanea stravolse i pensieri della
povera Maddalena, che non trovando più la forza di frenare le sue
emozioni proruppe in singhiozzi affannosi, ed in lagrime abbondanti.
Silvia avvicinatasi alla fanciulla la consolava con dolci parole, e
Maddalena sempre più intenerita, le ripeteva fra i singhiozzi e le
lagrime: — Salvatelo... salvatelo ad ogni costo... voi sola potete
salvarlo.
Così fra le varie e strazianti commozioni rimasero lunga ora, piangendo
insieme, pregando e promettendo a vicenda, sperando, e sospirando
quando un domestico venne ad annunziare alla signora che Sua Eccellenza
il conte Orseolo la aspettava nel gabinetto del conte Leoni per una
comunicazione importante.
Silvia si levò, e congedandosi dalle donne, disse loro: — Consolatevi,
mio padre deve essere andato alla legazione francese per parlare
in favore di Vittore... Ahimè! pur troppo il Serenissimo Doge,
l'Eccellentissimo Senato, e tutti i Magistrati della Repubblica, sono
oramai i vassalli della Francia nostra nemica, e dipendono dalla sua
possente volontà... a rivederci un'altra volta... Rosa, sperate...
e voi pure, Maddalena... un giorno sarete forse felice... ed io
vi prometto di cooperare alla vostra felicità, perchè sento che la
meritate... e ne avete più diritto di... di altre persone. — Voleva
dire più di me, ma corresse la frase prima di pronunciarla.