Valdrigo venne condotto nelle prigioni dette dei Piombi, perchè, come
è noto, si trovavano sotto al tetto del palazzo ducale. Colà egli
aveva tutto il campo di meditare sulle sue disgrazie, e sulle umane
vicissitudini; le quali poi non sono così indipendenti dalla volontà
dell'uomo quanto vorrebbero pretendere coloro che attribuiscono troppo
sovente alla fatalità della sorte, quello che in fatto non è che
la legittima conseguenza delle loro azioni. Così Valdrigo colla sua
invincibile tendenza al dolce far niente s'era creata un'esistenza
avventurosa e da nulla, ed abbandonando il lavoro che gli avrebbe
fruttato soddisfazioni e benefizi, perdeva i giorni e smarriva
l'ingegno in vane e sterili occupazioni.
Invece il suo compagno d'infanzia perseverando nelle fatiche e negli
studi, avanzava ogni giorno d'un passo, ed aveva oramai raggiunto un
tal merito da bastare alla immortalità. Il Senato gli aveva decretata
una medaglia d'oro del valore di cento zecchini, e gli assegnava una
pensione vitalizia di cento ducati d'argento mensili, in compenso del
monumento scolpito in onore d'Angelo Emo. E mentre Valdrigo entrava in
carcere, Canova riceveva dall'ambasciatore della Repubblica presso la
corte di Roma la medaglia commemorativa. La presentazione del dono del
Senato venne fatta con molta solennità nella sala grande del Palazzo
di Venezia (residenza dell'ambasciata a Roma) fra le persone addette
alla legazione ed i più distinti personaggi invitati per la cerimonia.
L'Ambasciatore presentò al Canova la medaglia, dicendogli: — «A voi,
cittadino, onore dell'Italia, e della nostra patria, il veneto Senato
mi commette presentarvi questo ricordo, in segno del suo gradimento per
l'opera vostra, già collocata nel nostro arsenale, ove a gloria vostra
e nostra, vivrà per molti secoli a comune compiacenza e decoro»[79].