XXXII.

La prudenza consigliò Valdrigo ad astenersi per qualche tempo dalle

visite in casa Leoni, malgrado l'ardore sempre crescente della

sua passione. Maddalena lo sorvegliava da vicino, studiava i suoi

andamenti, leggeva nella sua fisonomia i desideri repressi, e le

inquietudini d'un'anima esaltata. L'amore che essa teneva celato

nei più profondi penetrali del cuore si nudriva di speranze future,

e infiammava la sua gelosia irritata dalle fatte scoperte. La cieca

gelosia si nutre di chimere, e guida a fatali consigli.

La povera fanciulla, incoraggiata dal felice risultato della sua prima

resistenza, diceva a sè stessa. — Bisogna ch'io perseveri.... Bisogna

che io continui ad attraversare i suoi progetti, ad impedire ad ogni

costo i progressi d'una passione fatale, bisogna ch'io trovi il modo

di rompere gli anelli d'una catena che lo trascina alla perdita della

sua felicità, che lo allontana dal mio cuore; i continui ostacoli

devono stancare la sua pertinacia, compromettere la Dama, risvegliare i

sospetti del marito... egli sarà costretto di rinunziare all'impresa...

La ferita sarà dolorosa, ma il tempo sana ogni piaga, io consolerò le

sue pene raddoppiando le cure, cercherò di ricondurlo al lavoro, alla

pace... aspetterò che gli anni calmino le sue passioni violente...

e forse un giorno, troverò nella sua felicità la ricompensa degli

affanni, coi quali, senza avvedersene, mi avvelena la vita.

E nelle lunghe notti insonni, rivolgendosi nelle coltri affaticate,

meditava uno stratagemma che riuscisse a tagliare il nodo gordiano

con rottura irreparabile, senza gravi pericoli per nessuno, senza che

si potesse scoprire la mano che colpiva. Dapprima pensava di mettersi

d'accordo con la Rosa, di farlo chiamare a Saltore con un pretesto,

per allontanarlo da Venezia, ma egli avrebbe tosto scoperto l'inganno

e sarebbe ritornato. Un nuovo avviso al conte non voleva arrischiarlo,

era cosa pericolosa, ed aveva tremato troppo della sua prima imprudenza

per volerla tentare di nuovo, dal lato della signora non vedeva nessuna

cosa possibile.

Di tutti i suoi progetti quello di allontanarlo da Venezia le pareva

il più opportuno, ma non trovava il modo di mandarlo ad effetto, e

poi temeva che il pittore uscito una volta dalla sua casa, potesse non

tornarvi mai più, o stabilirsi in altri paesi, e perderlo per sempre.

Avrebbe voluto poterlo chiudere nella sua stanza, e tenerlo tutto

per sè, ma siccome la cosa non era fattibile, cercava come si potesse

rendergli impossibile l'accesso alla Dama, senza troppo allontanarlo da

sè, e qui stava appunto la difficoltà.

Mettendo il cervello alla tortura coi più strani pensieri, finì

a coltivare un'idea, che le pareva avere del buono e del cattivo

come tutti gli altri progetti, ma che presentava un incontrastabile

vantaggio, ed era di mettere il Consiglio dei Dieci in alleanza colla

sua gelosia. Ecco come ragionava la fanciulla: Una falsa accusa

farebbe mettere Valdrigo in prigione, e l'accusa essendo falsa la

prigionia non potrebbe oltrepassare la durata del processo. L'innocenza

dell'accusato, e la giustizia dei giudici renderà impossibile ogni

pericolo di condanna, ma forse il semplice fatto della prigione,

basterebbe ad allontanare per sempre il Valdrigo dal palazzo Leoni

anche dopo la sua liberazione, perchè l'esalazione del carcere rimane

sempre indosso a tutti i prigionieri di Stato, innocenti o colpevoli,

nè l'alterigia patrizia può ammettere nella sua società un uomo

sospetto di congiura, liberato per sola mancanza di prove.

Il piano dunque le sembrava magnifico, ma teneva la sua decisione

in sospeso, a motivo delle privazioni alle quali avrebbe esposto

Vittore. Veramente aveva sentito dire che mentre dura il processo

i prigionieri non sono da paragonarsi ai condannati, pure sentiva

dentro di sè una voce tormentosa che biasimava i suoi pensieri, e

le minacciava le amarezze del rimorso. Nella calma della ragione

essa vedeva che provocare l'arresto di Valdrigo era un delitto, che

privava ingiustamente un uomo della libertà, che gettava un innocente

nella tristezza e nelle miserie del carcere, e pensando ai timori

del giovane, alla dolorosa solitudine, alla privazione d'aria e di

luce, al silenzio senza interruzione, ai dolori senza conforto, alle

sofferenze senza lenimento, malediceva il suo progetto, si strappava i

capelli dall'affanno, e giurava di frenare una passione violenta che la

trascinava a colpe tanto crudeli.

Ma quando Valdrigo usciva di casa, galante e profumato come un

gentiluomo, con l'aspetto ardito e l'occhio scintillante, con un'aria

di provocazione e di conquista, allora la ragione taceva, allora i

buoni sentimenti svanivano, e i più dolorosi sospetti entrando nel

cuore, risvegliavano le furie della gelosia e la brama d'arrestare

ad ogni costo il trionfo d'una pericolosa rivale. I più forsennati

progetti le ripullulavano in mente, nessuna pena le sembrava soverchia

pel colpevole, avrebbe pagato col suo sangue una catena, il truce

aspetto delle porte ferrate, dei grossi chiavistelli e delle doppie

sbarre sorrideva al suo spirito agitato, come le promesse di un amico

sicuro.

Esitante sul partito da prendersi, spiava ogni passo di Valdrigo, e

porgeva attenta orecchia ai discorsi del popolo che incominciando ad

inquietarsi sui destini di Venezia, mormorava sotto voce del governo

e d'alcuni nobili, fra i quali ritornava sovente in campo il nome

del conte Leoni, detestato dai partigiani delle nuove idee, come

il più accanito nemico d'ogni transazione e il più tenace difensore

dell'antico sistema.

Le passioni represse fermentavano, un ardente desiderio di novità e

di riforma lottava contro i difensori della Serenissima Repubblica,

della quale vantavano le glorie passate e amavano le presenti dolcezze,

il vivere beato e pacifico, i continui passatempi, il libertinaggio

protetto dalle abitudini e dalla tolleranza del governo. Il lungo

abbandono delle armi e la vita molle avevano infiacchita la fibra del

popolo e della nobiltà, e abbassato il livello dei caratteri. Perduta

ogni morale dignità ed ogni nobile sentimento nazionale, l'egoismo

signoreggiava i magistrati del governo ed i privati cittadini.

I principî della rivoluzione francese che proclamavano i diritti

dell'uomo alla libertà ed all'eguaglianza, si chiamavano il _gallico

veleno_, ed era perfino proibito di parlarne. Intanto i francesi

entravano in Italia, e i Savj seguitavano a chiudere le orecchie

ai consigli più assennati, e continuavano a far la corte alle dame

ed a frequentare i pubblici spettacoli colla maschera sul volto.

All'invasione delle idee, il governo si opponeva colla proibizione

degli scritti; alla invasione delle armi straniere, rispondeva colla

neutralità disarmata. In conseguenza di ciò, mancavano le armi e i

soldati, le piazze forti erano sguarnite nè si pensava gran fatto

alle difese, nè ad accrescere la flotta, nè ad acquistare le armi

o fabbricare la polvere; per riscontro si vietavano in Teatro le

tragedie perchè sollevavano e concitavano gli animi. Le rivelazioni

più importanti dei residenti alle Corti straniere e i dispacci

degli ambasciatori veneti in Francia, che annunziavano i disordini,

le minaccie e i pericoli imminenti, non venivano nemmeno letti al

Senato per non turbare il sonno ai patrizii, e per ordine degli

eccellentissimi Savj di settimana, tutte le carte risguardanti tali

argomenti si passavano nella _Filza delle comunicate non lette_[77].

Volevano ad ogni costo la pace, il riposo ed il sonno, e dichiaravano

la guerra alle mode di Parigi, ai bottoni, ai ventagli rivoltosi,

alle foggie giacobine; spendendo ragguardevoli somme per ispiare la

condotta dei soggetti. Lo spionaggio era una delle basi del governo, ed

i magistrati dopo d'aver spiati i sudditi si spiavano fra loro. I Tre

spiavano i Dieci, i Dieci spiavano i Tre, l'Avogador del Comun spiava

gli uni e gli altri. Le spie frequentavano tutti i luoghi pubblici,

le vie, i teatri, le chiese, e perfino le private dimore, e i loro

servigi venivano retribuiti con salvacondotti temporanei, con denaro,

con esenzione dalle tasse, con privilegi, impieghi, onori e impunità

di delitti. Malgrado però di questa rigorosa sorveglianza e della

severità delle leggi, la Voce della libertà trapanava da ogni parte

e la si sentiva ondeggiare per l'aria come i profumi della primavera.

Entravano furtivamente in Venezia, libri, fogli, programmi, gazzette,

coccarde, ed ogni altro incentivo. Il Villetard, segretario della

legazione francese, tendeva la mano ai malcontenti, favoreggiava le

congiure e fomentava gli spiriti più audaci. I fucili e i cannoni della

rivoluzione erano ancora lontani, ma penetravano in Venezia le massime,

i pensieri, le idee che precedono ogni mutamento sociale, apparecchiano

il terreno delle riforme, minano gli antichi propugnacoli e segnano le

fondamenta dei nuovi edificii.

Maddalena passando una mattina per una calle remota, vide un gruppo di

persone che ciarlavano con aria misteriosa, guardandosi intorno. Erano

suoi conoscenti e vicini; si mise dunque in loro compagnia per udire

le notizie del giorno. La fanciulla non potendo suscitare sospetti,

essi continuarono i discorsi. Uno fra loro mostrava i pugni in atto di

minaccia e diceva:

— Ancora un poco e dovranno deporre la toga, i parrucconi!... Cosa

sono i nobili più di noi?... I francesi vengono avanti... avanti...

avanti...

Uno degli uditori voltava la testa con aspetto pauroso e mandava fuori

un soffio prolungato che voleva dire — Bagattelle!...

Un altro interrompeva il narratore con un — tss — tss! — e indicava con

l'occhio un balcone, dal quale un individuo sospetto faceva capolino.

— Eh! non abbiate più paura!... continuava il narratore, sono appena

due giorni che alcuni detenuti per sospetto di congiura contro la

repubblica, vennero rilasciati in libertà per l'influenza d'un alto

personaggio della legazione francese....

— Come? chiedeva il più timido, non li hanno condannati?...

— Non hanno osato torcer un capello a nessuno!... guai se lo avessero

fatto!... eh! non sono più i tempi delle violenze tenebrose.... bisogna

che ci pensino due volte....

Maddalena pensava dentro a sè: — La mia idea è dunque buona, e posso

salvarlo senza pericoli. — L'egoismo delle passioni è sì grande

che sovente confonde il proprio interesse con l'altrui. E la povera

fanciulla traviata da una furente gelosia, aveva smarrito il buon

senso.

Interamente dominata dal fatale pensiero che preoccupava il suo

spirito, non ascoltava più che macchinalmente le declamazioni del

narratore, quando il nome del conte Leoni la scosse dall'astrazione che

aveva invaso il suo spirito e tendendo attentamente l'orecchio udì le

seguenti parole:

— Il conte Leoni partirà fra due giorni per Vienna con una missione

diplomatica.... il dispotismo si lega al dispotismo, egli è il

degno sostenitore degli abusi, ma verrà il giorno della giustizia ed

allora....

Maddalena non volle ascoltare più oltre, e se ne andò ferita da un

nuovo colpo nel cuore. Le parole: il conte Leoni partirà fra due

giorni per Vienna — le si erano scolpite nelle mente come una tremenda

minaccia. Il momento fatale era giunto, l'impunità degli amanti

assicurata. I vapori della gelosia le salivano al cervello, come i

fumi del vino ai bevitori. Vacillava e non vedeva innanzi a sè che

un velo che le offuscava la luce. Poi le ritornavano alla mente le

altre parole: — I prigionieri sospetti di congiura vennero liberati.

— Bisogna decidersi ad agire con risoluzione, essa pensava fra sè, il

tempo stringe e fra due giorni sarebbe troppo tardi!

Con tali idee giunse a casa, si chiuse nella sua stanza, e vi stette

lungamente vaneggiando coi fantasmi della gelosia e dell'amore che le

passavano davanti lo spirito come una coorte d'anime dannate confuse

cogli spiriti eletti. Erano sogni d'ineffabili dolcezze turbati dalle

minacce d'una possente rivale, che apparecchiava il suo trionfo, erano

promesse di giorni lieti e sereni, disperse dai nuvoloni d'un vicino

uragano, solcato da lampi spaventosi, e dal guizzare del fulmine.

La sua mente malata delirava, passando da un pensiero ad un altro

senza transizione ragionevole, e portando le immagini agli eccessi

dell'esagerazione. Ora si figurava tutti gli orrori, tutte le miserie

del carcere, le torture della mente e del cuore, le tenebre, la nudità

delle pareti, e Valdrigo pallido e malato in un canto, abbandonato alla

vendetta di giudici implacabili, condannato per la sua accusa a finire

i giorni in una tomba senza luce.... egli che amava tanto il sole e la

libertà, il soave profumo dei campi e l'ampio spazio del mare!...

Allora, disperata e furente, si batteva la fronte, si lacerava le

vesti, si scopriva il seno palpitante, apriva le finestre, respirava

l'aria a buffate come chi soffoca dall'oppressione dell'asma o dalle

perniciose evaporazioni dei carboni incandescenti. La calma della

laguna, il cielo sereno, le fresche brezze della sera scendevano come

un balsamo sopra quell'anima desolata, e la voce della coscienza

parlando al suo cuore il linguaggio dell'onestà, il rimorso degli

insani progetti riprendeva il suo dominio e le lagrime del pentimento

le inumidivano il ciglio e le solcavano le guancie.

Ma non passava guari di tempo che una bruna gondoletta solcando

l'acque davanti alla sua finestra, lasciava intravedere dagli aperti

finestrini, un giovine ed una fanciulla che stretti in amplesso

affettuoso si scambiavano un lungo bacio sulla bocca.

Quella scena esaltava nuovamente il suo spirito, faceva palpitare il

suo cuore con violenza, e il canto del gondoliere che conduceva la

coppia felice ai freschi della laguna, risuonava alle sue orecchie come

una voce di scherno e d'ironia, riaccendeva la sua collera, avvelenava

i suoi sospetti e faceva tacere i rimorsi della coscienza. Si figurava

di vedere Silvia e Valdrigo, suggellare con un bacio il lunghissimo

amore, e giurarsi una fedeltà a tutte prove, immersi nelle delizie

della solitudine, fra il lusso dei ricchi appartamenti del palazzo

Leoni. Chiudeva la finestra, e la luce del crepuscolo che tingeva in

rosso il firmamento penetrava nella sua stanza cogli ultimi chiarori

che invitano la mente ai pensieri melanconici. Una profonda tristezza

invadeva i sensi affaticati della povera fanciulla, e un sopore pieno

di visioni succedeva alle lotte dolorose del giorno.

All'indomani Valdrigo le appariva lieto e raggiante come un uomo

che si aspetta una sicura fortuna. Ella leggeva nel volto di lui il

presentimento d'un trionfo vicino, e ne fremeva di sdegno; la stanza di

lui esalava un leggiero sentore di essenza d'ambra, profumo sospetto a

Maddalena, perchè emanava dalle sue vesti dopo la vendita del quadro,

e appunto era incominciato al tempo delle visite in casa Leoni.

Rovistando fra le carte del giovane scoperse un ritrattino di Silvia,

lavoro condotto di memoria dal pittore innamorato, e una tale scoperta

inasprì la sua piaga, e fomentò la gelosia che dilaniava il suo cuore.

Ma ciò che mise il colmo al suo furore, fu un viglietto profumato

all'indirizzo di Valdrigo, apportato da un gondoliere. Appena uscito il

messo, sospinta da' suoi sospetti, essa stava per aprire il foglietto

suggellato, quando entrando Vittore glielo vide fra le mani e se lo

prese. La fanciulla con uno sguardo scrutatore interrogò il volto del

giovane, e le parve di vedere in un bagliore degli occhi un lampo di

felicità.

Era troppo!... Divenuta cieca dalla gelosia, fremente dalla collera,

eccitata da tante circostanze, e spinta a provvedere dall'imminenza

del pericolo, salì rapidamente alla sua stanza, e preso un foglietto di

carta, con la mano tremante, e le vertigini, si mise a scarabocchiarvi

sopra le seguenti parole: — Vittore Valdrigo congiura contro il

governo. — La sua inesperienza dello scrivere la obbligava a tracciare

le lettere una per volta, ora grandi ed ora piccole, alte e basse come

le onde del mare in burrasca, che indicavano perfettamente lo stato del

suo animo, e in capo ad una mezz'ora aveva finito la sua delazione,

col relativo indirizzo dell'accusato. La solita voce della coscienza

la mordeva fortemente, e forse la avrebbe condotta a distruggere

l'infame foglietto, quando la melodia del violino di Valdrigo le

giunse all'orecchio come un preludio di divina dolcezza, come il canto

dell'anima accesa dall'amore e dalla speranza che inneggiava alla

divinità una sublime rivelazione.

Postosi un fazzuolo sul capo, usci col viglietto nascosto in seno,

e attraversò rapidamente la via, senza vedere i passanti. C'erano in

quel tempo in Venezia alcune cassette collocate in vari luoghi, che

rappresentavano una testa di leone nella cui bocca si gettavano le

denunzie segrete. Giunta davanti ad una di quelle tremende cassette, si

guardò d'intorno, e trovandosi sola, gettò il biglietto nella bocca del

leone, e partì.

È facile immaginare come abbia passato la notte che seguì la sua fatale

risoluzione; punta dal rimorso, turbata dalla paura, ad ogni piccolo

rumore trasaliva nel letto e le pareva udire gli sgherri che venissero

ad arrestare Valdrigo. Ma la notte passò senza che si avverassero i

suoi presentimenti, e il mattino sereno e tranquillo precedette un

giorno di pace, senza avvenimenti che agitassero il suo spirito. Alla

seconda notte, nuove paure vennero a funestare le lunghe ore delle

tenebre, e l'insonnia manteneva sul trasudato origliere tutte le

torture dell'incertezza, e tutte le palpitazioni dello sgomento. Al

terzo giorno Valdrigo uscì come al solito, ma non rientrando alla ora

consueta, i sospetti incominciarono a bazzicarle pel capo e pensava —

sarà stato arrestato per via — ed allora sentiva un dolore intenso che

soffocava i suoi sospiri, ma poi si rimetteva pensando che forse era

andato in casa Leoni — allora sarebbe corsa ella stessa fra gli sgherri

a strapparlo dalle braccia della rivale fra le quali lo dipingeva la

sua fantasia riscaldata.

Finalmente Valdrigo ritornò a casa canterellando come era solito, e

preso il violino gli fece uscire delle note misteriose e gementi, che

parevano singhiozzi fra le lagrime. — Sembra il canto d'un prigioniero

— disse fra sè la fanciulla, e proruppe in dirottissimo pianto. —

Ma poi si consolò pensando che erano già passati tre giorni dalla

delazione, e quindi essa diceva: — Non avranno fatto calcolo della mia

accusa — tanto meglio! — e ringraziava il cielo con fervore.

Il violino con uno dei trabalzi che erano nelle abitudini dell'artista,

cambiò metro ad un tratto, e si mise a suonare una danza brillante che

era la franca e briosa espressione della gioja.

Il sole tramontava quando deposto il violino Valdrigo cambiava i

suoi abiti usuali con gli abiti nuovi. Maddalena che stava sempre in

agguato, guardava per il buco della serratura, e seguiva i movimenti

del giovane. Egli pettinava i suoi capelli con una accuratezza

straordinaria, li andava lisciando col cosmetico, e rivolgendo con

arte studiata in modo da scoprire tutta l'ampiezza della fronte. Poi

guardava se i manichini staccati formassero una cadenza regolare, e

se le lattughe della camicia presentassero delle piegue aggraziate

ed ammodo. Metteva le scarpette lucidissime colle fibbie d'argento, e

tirava le calze di seta con tanta cura che non facevano una piega, e

parevano una seconda pelle che coi suoi lucidi riverberi dava maggior

risalto a tutti i movimenti dei muscoli.

La gelosia si riaccendeva nel cuore di Maddalena. Il conte Leoni doveva

essere partito, quella era dunque la sera fissata d'un abboccamento con

Silvia.

La fanciulla si torceva le mani, e rientrando nella sua stanza

malediceva l'indolenza del governo, e mormorava fra i denti: — Cosa

fanno questi balordi d'inquisitori di Stato?... perchè non mandano ad

arrestare un accusato?... a che servono le bocche del leone?... a cosa

servono le denunzie segrete?

Ma intanto che ella fremeva dalla collera, dopo d'aver assistito agli

apparecchi di una spedizione galante, la notte scendeva propizia agli

innamorati, e prometteva di proteggere colle tenebre i loro misteriosi

ritrovi.

Valdrigo era all'ordine, ed uscito dalla sua stanza, ne chiudeva

l'uscio e scendeva tranquillamente le scale, e la povera fanciulla

ascoltava i passi di lui coll'ansia affannosa dell'avaro che sente il

rumore dei ladri che si avvicinano allo scrigno, e si apparecchiano ad

involargli tesori.

Giunto alla porta di strada mentre egli teneva in mano il bottone del

chiavistello per aprire, dall'altra parte suonavano il campanello.

Valdrigo aprì, e si trovò in faccia di quattro persone di sinistra

fisonomia, una delle quali gli chiese: — Il signor Vittore Valdrigo?...

— Sono io — rispose il giovane, cercando di dissimulare una vaga

inquietudine che lo assaliva. — Allora favorisca rientrare, io sono

il _fante dei cai_[78] e vengo per ordine degli eccellentissimi

inquisitori di Stato. — Gli altri erano, Messer Grande e due birri. La

forza morale dei fanti, esecutori degli ordini dei tribunali, era così

grande in Venezia, che bastava il loro nome per far abbassare la testa

e tremare.. Rimontarono le scale, entrarono nella stanza di Valdrigo

e l'obbligarono ad aprire tutte le cassette e gli armadi. Rovistarono

il letto, misero sossopra ogni suppellettile, indagarono accuratamente

ogni ripostiglio segreto, ogni angolo, ogni accessorio della mobilia, e

batterono sui quattro lati del muro ascoltando se il suono manifestasse

dei vuoti nelle pareti. Raccolte tutte le carte rinvenute le involsero

in un foglio, e dopo di averlo suggellato con molta attenzione,

invitarono Valdrigo a seguirli. Egli chiese in grazia d'avvertire

i suoi ospiti, e questo gli venne concesso. Entrò nella stanza di

Maddalena, sempre accompagnato dai quattro inseparabili compagni, e

trovò la ragazza sfigurata a tal punto che ne sentì più compassione che

della propria sventura. Essa aveva udito ogni cosa, voleva accorrere,

ma le mancarono le forze, e cadde sopra una sedia, pallida come un

cadavere, cogli occhi infossati, i capelli irti sulla fronte, la bocca

arida ed amara, i denti serrati, il cuore palpitante, le membra distese

dalla rigidezza dei muscoli, le mani chiuse con violenza. Valdrigo si

fece a consolarla alla meglio, dicendole: — Fatevi animo, Maddalena,

deve essere un errore, e ci rivedremo fra breve.

Poche altre parole potè aggiungere, che essa quasi nulla intendeva, e

lo guardava fisso con due occhi incantati che parevano di vetro.

La vecchia Marta era accorsa in aiuto della nipote, Beppo era assente,

il fante intimò la partenza. Valdrigo commosso per la pietà della

fanciulla le si avvicinò accorato e con l'affetto d'un fratello le

depose sulla fronte fredda un bacio d'addio, ed uscì senza volgersi

indietro perchè gli mancavano le forze. — A quel bacio la fanciulla era

caduta come colpita dal fulmine.

Il dolce far niente: Scene della vita veneziana del secolo passato · 第 35 / 46 题