L'irresistibile attrattiva di tanti nomi illustri, e di tanti bizzarri
caratteri, ci trattenne forse soverchiamente nella conversazione della
gentildonna Marin, ove Valdrigo ebbe campo di conoscere gli uomini più
celebri del suo tempo; ma ciò ch'egli ricercava di preferenza in quelle
scelte e numerose riunioni, erano gli occhi di Silvia, le stelle del
suo firmamento, le luci che illuminavano la sua vita.
Ai suoi sguardi concentrati in un punto solo sfuggivano le curiosità
della sala. Egli non osservava la puntualità minuziosa di Pindemonte,
nè la flemma di Cesarotti, nè la parrucca d'Hancarville che eccitava
l'ilarità degli astanti; nè poteva apprezzare le grazie d'Isabella, nè
i tratti di spirito che volavano per l'aria come fuochi d'artificio.
L'innamorato non vede al mondo che una donna.
Silvia, accortasi più volte dell'assiduità di Valdrigo, incominciava
a temere che l'imprudenza del giovane potesse comprometterla agli
occhi del mondo, e aspettava un'occasione favorevole per consigliarlo
a vegliare sopra sè stesso e a non dimenticarsi ch'ella era la moglie
del conte Leoni. Ma o l'occasione le mancava, o giunto il momento
propizio le veniva meno il coraggio e si taceva. D'altra parte
Valdrigo aspirava ardentemente a un lungo abboccamento, e sentiva un
bisogno irresistibile di dare sfogo ai sentimenti repressi del suo
animo, ma quando per qualche istante giungeva a sedersele vicino gli
mancavano le parole e rimaneva muto. Però le cose erano giunte a un tal
punto, che una spiegazione era diventata necessaria. Ad un torrente
ingrossato bisogna opporre in tempo degli argini affinchè non abbia
a traboccare con danno irreparabile, rompendo i troppo tardi ripari.
È vero che gli occhi avevano parlato e le anime compreso, ma quel
linguaggio misterioso è talora uno slancio irrefrenato, una promessa
vaga e indeterminata, un'imprudenza lontana dal pericolo che poi la
ragione condanna ed il labbro sconfessa. Bisognava dunque spiegarsi,
ma era evidente che le spiegazioni non sarebbero nè brevi nè calme.
Silvia amava Vittore, ma non voleva convenirne, conosceva di essersi
tradita e voleva protestare, negando colle parole l'espressione degli
occhi; Vittore aveva espresso il suo affetto coll'intensità degli
sguardi, e voleva ad ogni costo confermare colla voce i sentimenti del
cuore. Dunque entrambi erano decisi di metter fine all'ansietà che li
opprimeva, e mentre Vittore meditava il modo di chiedere un colloquio,
Silvia lo aspettava, ben decisa di accordarlo. — Ci sarà una lotta,
diceva Silvia fra sè, ma avrò il coraggio e la forza di combattere e
vincere. — Ci sarà una lotta, pensava Valdrigo, ma essa mi ama e il
trionfo è sicuro!
La difficoltà stava nel trovare il tempo necessario e il luogo
opportuno, perchè il palazzo Leoni era costantemente frequentato dalle
visite e il conte andava e veniva per la casa a tutte le ore coi suoi
amici di Venezia, e con gli ospiti illustri che gli arrivavano di
continuo dalle più cospicue città dell'Europa.
Il carnevale venne a proposito a facilitare il desiderato abboccamento.
Il carnevale di Venezia!... cioè il turbinio confuso delle passioni e
dei piaceri della vita, che col mistero della maschera agevola ogni
incontro, protegge ogni abuso, copre ogni disordine, che sotto un
volto impassibile di tela cerata asconde i rossori della modestia e
rende gli occhi più vivaci e la parola più ardita, che colla certezza
dell'incognito rispettato, autorizza le espressioni più audaci, infonde
ai timidi il coraggio, ai pusilli lo spirito, e involge di arcano
prestigio le confidenze susurrate all'orecchio! Il carnevale di Venezia
erigeva in diritto la licenza dei costumi, col delirio della pazzia
autorizzava tutte le ebbrezze, scioglieva ogni legame di famiglia,
esponeva i sensi a tutte le provocazioni del linguaggio, e spingeva
l'innocenza e la virtù sul margine di tutti gli abissi. Il carnevale
di Venezia gettava il popolo fra i tripudii, e trascinava la gioventù
ai baccanali, mentre le armate tedesche e francesi si contendevano il
suolo d'Italia, e decidevano dei nostri destini.
Valdrigo ottenne finalmente da Silvia un appuntamento ad una festa da
ballo mascherata nelle sale del Ridotto. Gli accordi erano i seguenti:
Vittore sarebbe in tabarro e bauta con un nastro azzurro scendente
dalla spalla sinistra. Silvia e la sua cameriera sarebbero mascherate
in veste e zendado, con una rosa sul crine, a diritta. Il conte Leoni
le accompagnerebbe da lontano, senza maschera, ma certo si sarebbe
seduto a qualche tavoliere di giuoco, e allora uniti insieme, uscendo
dal ridotto, sarebbero andati a passare un'ora nel casino che il conte
teneva presso a San Gallo; Silvia ne avrebbe chiesta la chiave per
avere un rifugio ove riposarsi in caso di bisogno.
Era costumanza di quei tempi che molte famiglie ricche oltre al palazzo
tenevano anche un piccolo ma elegante casino in vicinanza della piazza,
e colà andavano a riposarsi dal passeggio o invitavano a cena gli amici
dopo il teatro, senza cerimonie e in piena libertà. Naturalmente alcuni
mariti se ne servivano per dei ritrovi misteriosi, senza l'impiccio
della moglie, e alcune mogli facevano altrettanto senza l'incomodo dei
mariti. In apparenza quei casini erano una stazione centrale per gli
affari o i comodi della vita, e in realtà una succursale della casa per
ogni uso segreto, per ogni stravizzo.
Il conte Leoni possedeva uno di quei fantastici ricoveri nel quale egli
aveva prodigato tutto il lusso delle arti. Pendevano appesi alle pareti
dei preziosi dipinti di Canaletto, dei quadretti di soggetti veneziani
del Longhi, ed alcuni bei pastelli di Rosalba Carriera. Gli stucchi
del Vittoria si raggiravano capricciosamente intorno a dei graziosi
medaglioni entro ai quali erano dipinte delle scene amorose di ninfe
ritrose e di pastori procaci. Le pareti ed il soffitto d'un gabinetto
erano ricoperti da splendidissimi specchi, ed un caminetto di marmo
bianco collocato dirimpetto a un molle divano sosteneva dei candelabri
di bronzo dorato. Il salotto per pranzare era mobigliato con delle
poltroncine antiche d'intaglio, coperte di damasco, e degli scaffali
d'egual lavoro, contenenti delle stoviglie di Faenza e dei vetri di
Murano, e dal soffitto pendeva una magnifica lumiera di cristallo. Dei
morbidi tappeti coprivano i pavimenti, e pesanti e doppii cortinaggi
scendevano sulle finestre.
Valdrigo aspettava la sera dell'appuntamento come il giorno più solenne
della sua vita, nè poteva pensarci senza che un brivido gli percorresse
il corpo dalla estremità dei capelli alla punta dei piedi.
Una mattina, chiamata Maddalena in disparte, la pregò di volergli
trovare a nolo un vestito nuovo da maschera, tabarro e bauta, e di
fargli l'acquisto d'un bel nastro azzurro di seta da collocarsi sulla
spalla sinistra, e tutto questo per il prossimo ballo al Ridotto.
Maddalena non poteva rifiutarsi a servirlo, e quantunque la commissione
le pungesse, dissimulò le interne agitazioni, e finse di prestarsi
di buon animo, ma il nastro azzurro le trottava per la testa, perchè
comprendeva in aria che esso significava un segnale. E andava fra
sè fantasticando quali intrighi potessero preoccupare il pittore già
tanto distratto dalla gloria, dai zecchini ricavati dal quadro, e dalla
vita mondana nella quale s'era slanciato col solito entusiasmo. Nuovi
amorazzi!... essa pensava, sarà già stanco della gentildonna Leoni,
e ingolfato in qualche nuova avventura perde il tempo nell'ozio, e
impiega il suo talento nelle imprese galanti!... e sospirava. Al giorno
si sedeva a lavorare alla finestra che guardava la laguna, e mentre
le dita conducevano l'ago a rammendare pannilini, il suo pensiero
vagava in traccia di tormenti pel cuore, e qualche lagrima le cadeva
sulla mano. Le acque tranquille e il cielo sereno le rammentavano i
bei tempi delle gite sul mare, la partenza per Saltore, l'entusiasmo
del lavoro dopo la visita di Canova, i giorni della speranza e della
pace. Ora tutto era mutato, il giovine pescatore che amava le fatiche
del mare, il pittore che passava i giorni coi pennelli alla mano, era
diventato un cicisbeo perduto fra i ritrovi dispendiosi e le donne
galanti!... Ai giorni pensierosi e melanconici succedevano le notti
insonni e irrequiete, e l'accesa fantasia le dipingeva allo spirito
mille fantasmi tormentosi, e le immagini di fortunate rivali laceravano
il suo cuore e accendevano la sua gelosia.
Le disposizioni sul ballo del Ridotto fomentarono le pene segrete,
e vogliosa di vedere coi suoi occhi il nuovo oggetto che occupava
Valdrigo decise di unirsi ad una amica, e di assistere mascherata
a quel ballo. Le fu facile il trovare la compagna colla quale si
apparecchiò di nascosto.
Una semplice veste, una gonnellina fiorita cinta ai fianchi e
rovesciata sul capo secondo il costume delle donne di Chioggia,
fornirono gli abiti da maschera alle due fanciulle del popolo.
Fissarono che appena uscito Valdrigo si sarebbero vestite, e il segnale
del nastro azzurro avrebbe servito a scoprirlo nelle sale del ballo.
Venne finalmente la sera desiderata; Valdrigo uscì mascherato, e poco
dopo Maddalena e la sua compagna attraversavano Venezia per spiare la
sua condotta e scoprir le sue tresche. La folla entrava a fiotti nelle
sale del Ridotto, riboccanti di maschere.
I doppieri delle pareti e le lumiere appese ai soffitti gettavano
una luce rossastra sul turbinìo della calca variopinta e strillante.
Era un andirivieni tumultuoso, un agitarsi di piume, e di sonagli, un
fruscìo di vesti di seta e di velluto gallonate d'oro e d'argento, un
urto di guardifanti schiacciati nella pressa, uno scialacquo di pizzi e
di fiori, uno sdruccio di ricchi costumi, che strappati dai movimenti
disordinati, coprivano il suolo di frammenti. Il gridìo confuso
delle maschere, era dominato dal frastuono dell'orchestra, e un'afa
soffocante toglieva il respiro.
A chi ama l'aure pure del mattino, sotto un cielo sereno, e le voci
della natura, le ebbrezze dei baccanali notturni entro alle chiuse
sale sembrano aberrazioni della follia, o frenesie di anime dannate. Ma
l'onda delle passioni getta l'umanità nei tumulti della vita, ove molti
cercano la lotta, alcuni l'oblìo, pochi trovano il diletto, nessuno la
felicità.
Le anime frivole seguono l'andazzo, come le piume travolte dai
raggiri del vento, e trasportate nel vortice si agitano per l'impulso
ricevuto. Poche menti sane chieggono alla ragione i consigli della
vita, e cercano la felicità nelle tranquille soddisfazioni del cuore,
e nell'adempimento dei propri doveri. L'umanità è un mare in continua
burrasca, e le sue onde non trovano la calma, che in qualche seno
riparato dagli uragani, in qualche angolo nascosto agli sguardi
volgari.
Le appariscenze d'un ballo mascherato, ascondono le piaghe sociali
sotto ai volti di cera e i bizzarri abbigliamenti. Tutte le passioni
disordinate prestano il loro concorso a quello spettacolo dell'umana
intemperanza, e la Maddalena che andava in traccia di Valdrigo, non
aveva certo nel cuore i fremiti della gioja, ma sibbene tutte le
amarezze della gelosia. Invano ella cercava nella folla la maschera
avidamente desiderata, ed alla sua anima tormentata dall'inquietudine,
si aggiungeva la nausea provocata dai riboboli degli arlecchini, e
dalle facezie grossolane dei pagliacci e dei pantaloni.
Finalmente dopo lunghi e faticosi raggiri per le stanze che
circondavano la sala, vide da lontano una bauta con un nastro azzurro
sulla spalla sinistra e un sussulto del cuore l'avvertì, che quella
maschera ascondeva Valdrigo.
Si fece largo da quella parte, e dopo qualche lotta coi gomiti,
assistita dalla compagna che s'interessava vivamente alla sua
curiosità, lo raggiunse di fianco, e lo seguì. La folla calcava
talmente le persone che Maddalena si trovò spinta alle spalle di
Vittore, con immediato contatto.
Egli si teneva in mezzo a due graziose mascherette in veste di seta
nera e zendado con una rosa sul capo, ma indirizzava il discorso ad una
sola, e le diceva:
— Se possiamo arrivare alla scala, sarebbe meglio uscire addirittura da
questa babilonia.
— No, rispondeva la mascheretta, è troppo presto, vediamo piuttosto di
penetrare nella stanza del giuoco....
E andavano passo passo camminando dietro agli altri fra le spinte
degl'indiscreti, e le grida acute dei mascheroni, con Maddalena e la
compagna dappresso, le quali studiavano ogni mossa, ed ascoltavano
ogni parola. Valdrigo non si permetteva veruna intimità colla sua
mascheretta, le parlava anzi con rispetto, e la difendeva dagli urli
dei vicini con ogni delicata attenzione.
Attraversate tre stanze in linea retta, nella quarta presero una
porta a sinistra, ed entrarono in un locale ove intorno a dei tavolini
coperti di monete d'oro e d'argento, si tenevano i giocatori di faraone
e bassetta.
La folla diradata lasciava libero il respiro, il rumore cessava,
e s'udiva solo il suono del denaro deposto e raccolto. I giocatori
parevano di marmo, cogli occhi intenti sulle carte, collo sguardo
animato dalla speranza, o abbattuto dal disinganno. Alcuni grandi
personaggi giocavano freddamente, e guadagnavano o perdevano colla
stessa indifferenza, e fra questi stava seduto il conte Leoni. Le
mascherette condotte da Valdrigo gli passarono da vicino colla massima
indifferenza, e attraversata la stanza entrarono sul pianerottolo in
capo alla scala.
— Dunque usciamo, diceva Valdrigo, con una voce supplichevole....
La mascheretta pareva esitante, soggiungeva: «aspettiamo ancora.... più
tardi....»
Ma questi rifiuti sembravano agitarlo, e con voce alterata egli
ripeteva:
— Ve ne prego, Silvia, non mi rifiutate il favore di parlarvi senza
testimoni, non vi chieggo che qualche istante; sono lunghi anni che
tengo chiuso nel seno un segreto che mi soffoca, permettete che vi dica
una parola.... e poi basta!...
— Andiamo!... disse la maschera con una risoluzione istantanea, e
scendendo rapidamente le scale scomparvero.
Maddalena voleva seguirli, ma le mancarono le forze, essa aveva tutto
compreso. Quella maschera era Silvia Leoni, quell'amore di tanti anni
era ancora una passione segreta. Valdrigo non s'era mai trovato solo
con Silvia, quali ostacoli avessero potuto impedire una dichiarazione
d'amore, in tante visite fatte dal pittore al palazzo Leoni, questo
era un mistero per Maddalena, ma le parole di Valdrigo non ammettevano
un dubbio. — Fosse virtù di donna onesta, o mancanza d'occasione
propizia, o timore di vendette terribili, il fatto stava che Valdrigo
non aveva ancora aperto il suo cuore. Tante rivelazioni in un minuto
avevano stravolte l'idee della povera innamorata, avevano colpito il
suo cervello con una sorpresa istantanea, avevano animati i suoi sensi
con una arcana speranza, quando ad un tratto, quella rapida decisione
di Silvia l'aveva nuovamente colpita sul vivo. La lunga aspettativa
aveva raggiunto il suo termine, la donna cedeva alle preghiere d'una
intervista segreta, la sicurezza del marito lontano accresceva il
pericolo, la passione svelata avrebbe sormontato ogni ostacolo, la
notte avrebbe protetto ogni oblìo. Le memorie della prima giovinezza,
il fuoco rinchiuso, la costante resistenza, tutto rendeva quella
passione violenta e irresistibile, e una volta consumato il sacrifizio,
Silvia non era donna da capriccio, ma da tenace fermezza... Valdrigo
era perduto per sempre!...
Tutte queste idee attraversarono rapidamente il suo spirito, le
paralizzarono le forze, la resero immobile e stupida. Il fuoco della
gelosia venne a risvegliare la sua mente, allora volle inseguirli,
arrestarli par via, smascherarli, e scese precipitosamente le scale
si trascinò dietro la compagna che invano si studiava di calmarla,
coi consigli della ragione e della amicizia. Maddalena non udiva le
sue parole, e non ascoltava che gl'impeti d'una passione esaltata.
Giunte sulla via, le maschere che andavano e venivano dal Ridotto
impedivano il passo, i venditori di melarancie confondevano la loro
voce strillante coi fischi dei birichini, colle risa dei gondolieri,
col variato gorgheggiare dei venditori ambulanti che accrescevano la
confusione e il rumore della strada.
Uscite da quel miscuglio di gente si trovarono in una calle più
tranquilla, ove poterono levarsi la maschera, asciugarsi il sudore
del volto, e riprendere un po' di lena, l'aria fresca e salina che
spirava dalla laguna rinnovava il respiro. Maddalena irrequieta non
voleva fermarsi, e pretendeva inseguire i fuggitivi, ma la compagna la
calmava, mostrandole le strade deserte, le traccie perdute, il rispetto
prescritto verso le maschere, il nessun diritto di agire, l'insulto ad
una donna dell'alta nobiltà, e finalmente la collera di Valdrigo, il
suo odio e la sicura vendetta. Ma essa ascoltava ogni consiglio come
trasognata, e piuttosto di dar retta all'amica, pareva che pensasse ai
mezzi per mandare ad effetto il suo funesto pensiero.
Veduta l'impossibilità d'inseguirli, si rimise la maschera e volle
ritornare al Ridotto. La compagna che la teneva per braccio sentiva
un tremito in tutti i muscoli della povera fanciulla, sorda ad
ogni preghiera, e dovette seguirla macchinalmente, sperando che le
distrazioni del ballo avrebbero calmati i suoi sensi.
Risalite le scale, e penetrata nuovamente nella stanza del giuoco,
essa andava vagando trascinata dalla passione e guidata da un pensiero
che dominava il suo spirito. Pareva che cercasse taluno nella folla,
finalmente svincolandosi dall'amica, si avanzò verso un tavoliere di
giuoco, e avvicinandosi al conte Leoni che teneva le carte fra le mani
gli disse all'orecchio:
— Conte, vostra moglie è uscita or ora dal ballo, appoggiata al braccio
d'un uomo mascherato...
Il giuocatore rivolgendo rapidamente la testa, squadrò la maschera per
bene, e con volto serio rispose:
— E che importa a voi questo?...
— A me niente... conte... ma a voi deve importare moltissimo!...
— E se questa maschera fosse suo fratello, che avreste da dire?...
— Se non conoscessi chi si asconde sotto la maschera, non sarei venuta
ad incomodarvi, ma ho creduto rendervi un servigio...
— Sette a due zecchini... diceva il conte attento al giuoco... e
perdeva. Fante a sei zecchini... e perdeva. Paroli, e perdeva il
doppio. Allora muto e freddo in apparenza, ma dentro iracondo e
ostinato, ripeteva asso a tre zecchini...
— Ci va del vostro onore, gli sussurrava Maddalena all'orecchio, ed
egli:
— Asso, quattro zecchini...
— Conte, una amica della vostra casa voleva salvarvi l'onore, scusate
l'incomodo... addio...
— Aspettate un momento, rispondeva irritato il conte, afferrando con
una mano convulsa le vesti di Maddalena, e gridando... dieci zecchini
sull'asso di spade!...
— Buona fortuna, signore!... e lasciatemi andare... Ripeteva la
maschera.
— Vi chieggo un momento per cortesia... il due di bastoni a quattro
zecchini... aspettate ancora un giro e parleremo...
— Sarà troppo tardi!...
La passione del giuoco teneva il conte inchiodato davanti al tavolino,
la gelosia lo agitava fortemente e l'interna lotta si manifestava sul
suo volto contratto dalla impazienza e dalla collera. Deciso di levarsi
da sedere, la comparsa d'una carta lo ripiombava sulla sedia, e mentre
con l'occhio intento seguiva le vicende del giuoco, colla attenta
orecchia ascoltava gli eccitamenti della maschera che gli diceva:
— Peccato!... un angelo di bellezza... accogliere di notte in sua casa
un amante all'insaputa del marito!..
— Li raggiungo fra un istante... aspettatemi... quattro zecchini sul
cinque di bastoni...
— Per quattro zecchini... esporsi a perdere un tesoro... esporsi alla
vergogna... al ridicolo...
— Sono con voi... Paroli...
— Troppo tardi!... È già un'ora che sono partiti... forse fuggiti da
Venezia...
— Fuggiti!... e gettando le carte sul tavolo, con gli occhi stralunati
e scintillanti di collera, si levò ad un tratto, gettò a terra la sedia
e presa sotto al braccio la maschera la trasse in un canto della sala.
La folla si restrinse intorno al tavolo, e il suo posto venne occupato
subito da un altro, come nelle battaglie quando si chiudono le file per
riempire i vuoti lasciati dai morti.
Allora il conte, esaminando attentamente la maschera, voleva ad ogni
costo scoprire la persona che si permetteva d'insultarlo in quel modo
e di provocare la sua collera e la sua gelosia. Vani tentativi. Allora
sospettando ancora un qualche imbroglio, un raggiro immaginato con
uno scopo secondario, e dubitando della sincerità della maschera, le
chiese:
— Potreste dirmi il nome della persona che accompagnava mia moglie?...
— Certamente!... il suo primo innamorato di Villa Saltore... il pittore
Valdrigo...
— Basta così!... rispose con cupa fisonomia il conte Leoni, e senza
proferire altra parola si allontanò dalla maschera, e uscendo dalla
stanza scese rapidamente le scale.
Maddalena e la compagna lo seguivano ad una certa distanza, ma appena
liberato dalla folla, si mise a camminare con passi tanto frettolosi
che volto il canto d'una via lo perdettero di vista nell'oscurità della
notte fra il labirinto delle calli.
La compagna che aveva assistito a tutta la scena, invano tirando per la
veste Maddalena, o stringendole le braccia, e susurrandole all'orecchio
le parole — basta — prudenza — trovandosi finalmente sola con l'amica,
le disse con un accento di paura:
— Che cosa hai fatto mai!... Maddalena!...
— Ho salvato Valdrigo da una relazione colpevole... Con una donna
troppo superiore alla sua condizione... da una maledetta passione...
— Lo hai perduto!... rispose la compagna affannata; hai esposto la sua
vita al più grande pericolo... forse...
— Taci per carità!... mio Dio... se il conte Leoni lo ammazzasse!...
Allora arrestandosi per trovare un appoggio al parapetto d'un ponte,
si asciugava i sudori del volto e mandava lampi dagli occhi. La sua
fantasia le dipingeva il conte Leoni con un coltello alla mano, in
traccia dei colpevoli... apriva una porta... li trovava abbracciati...
Allora ritornando alla collera ed alla gelosia che le ardeva nel cuore,
soggiungeva:
— Ebbene, li ammazzi tutti e due... e col braccio levato in aria
faceva segno di ferire, e raddoppiava i colpi con un sogghigno di gioja
spaventosa, ripetendo ogni volta — li ammazzi... li ammazzi!...
Ripresero il cammino verso il loro quartiere conversando concitate
per via sulle avventure della notte, e sui timori delle conseguenze
probabili.
Essendo vicine di casa si congedarono all'uscio, e ciascheduna entrò
nella propria dimora. Maddalena entrata nella sua stanza, si spogliò
in fretta e gettandosi macchinalmente sul letto incominciò a pensare
a' suoi casi. Ora si sentiva dilaniare dal rimorso, ora la collera le
accendeva lo spirito e la spingeva a desideri di vendetta e di sangue.
— Che cosa sarà succeduto?... chiedeva a sè stessa... e si cacciava
le mani nei capelli, e sospirava e piangeva. Poi riteneva il fiato e
ascoltava tremando. Ogni persona che passava per via risvegliava i suoi
sospetti... se venisse a casa ferito!... e pensava non senza una certa
gioja alle cure che gli avrebbe prodigate, alla guarigione sicura, al
pentimento, e, chi sa!... forse avrebbe aperto gli occhi e conosciuto
il suo amore... poi tornava a tormentarsi con più gravi paure... se lo
portassero a casa moribondo!... mio Dio!... per causa mia!... la sua
morte!... sua madre!... povera Rosa... e piangeva, affranta dal dolore.
Le ore battevano lentamente all'orologio della chiesa vicina, il
silenzio regnava nella strada, non si sentiva che il tonfo dei remi
di qualche gondola che passava nel canale, e la voce del gondoliere
— _stali_ — _premi_ — all'atto di sboccare in laguna. I minuti le
parevano infiniti... il cervello in ebollizione la trascinava da
un pensiero ad un sogno, da una reminiscenza ad un timore, senza
transizione regolare, colla confusione del caos. Gli orecchi le
tintinnavano ancora della musica da ballo e del gridio delle maschere,
vedeva l'oro dei tavolieri del giuoco, e poi pensava ad una stanza
silenziosa, a due innamorati, ad un bacio, ad una donna svenuta in
un'estasi d'amore e d'obblio... e poi vedeva gli occhi ardenti del
conte Leoni, un coltello... un lago di sangue! Finalmente le parve di
riconoscere un passo lontano, tese l'orecchio con attenzione sostenuta,
il passo si avvicinava, e il cuore le diceva — è Valdrigo. — Poco dopo
udì che s'arrestava alla porta, e la chiave che entrava nella toppa.
Aperto l'uscio, Valdrigo saliva le scale ed entrava tranquillamente
nella sua stanza.