XXIX.

Elisabetta Teotocchi-Marini, che fu poi Isabella Albrizzi, donna di

sangue e di bellezza greca, veneziana d'indole e di spirito, accoglieva

a circolo in sua casa un'eletta società. Le sue conversazioni di

Venezia possono compararsi ai celebrali ritrovi del famoso palazzo

Rambouillet di Parigi. Isabella Albrizzi ebbe molte rassomiglianze

colla illustre marchese, la quale, scrive Tallement de Reaux[15], fu

«bella, saggia e ragionevole.» D'Isabella scrive Ippolito Pindemonte

«saggia, bella, amabil donna, di caldo cuore e d'ingegno felice.» Un

francese[16] asserisce che la Marchesa fu «ammirabile, buona, dolce,

benefica, cortese e aveva lo spirito giusto e retto.» Un italiano[17]

assicura che Isabella aveva «l'animo benefico, e che l'avvenenza della

sua persona andava di pari passo colla coltura e colle grazie dello

spirito.»

Madama di Rambouillet, amava passionatamente gli uomini di spirito[18];

però nulla d'importante lasciò scritto; l'Albrizzi circondata sempre

dagli uomini più dotti e più stimati della sua epoca, si occupò

di letteratura nazionale e straniera, e pubblicò alcuni scritti

d'immaginazione e di critica assai stimati al suo tempo. Lord Byron

la proclamò la Staël di Venezia[19]. Dobbiamo poi osservare per onore

d'Italia, che la famosa marchesa di Rambouillet, della cui grazia

e cortesia tanto scrissero i francesi, fu di puro sangue italiano,

essendo stato suo padre Vivone Pisani, e sua madre una Savelli[20].

E quivi gioverà rilevare una cosa, fino ad ora poco o nulla rimarcata,

ed è che la tanto celebrata pulitezza dei francesi, l'eleganza,

la cortesia delle loro maniere, che pure gode ancora l'ammirazione

del mondo, essi l'ebbero, come molte altre cose, in retaggio dagli

italiani, e di questo ne conviene il celebre Vittore Cousin, il quale

dichiara che la pulitezza e la leggiadria dei costumi furono apportate

in Francia da Caterina de' Medici[21].

Alle barbare guerre civili, alla licenza dei costumi dei tempi di

Enrico IV succedette in Francia il gusto delle cose di spirito, dei

piaceri delicati e delle occupazioni eleganti. Il potente Richelieu

coltivò questo fiore rinascente delle belle lettere e dei gentili

costumi, e nel palazzo Rambouillet, giunse al sommo splendore ed alla

massima fragranza. Nella splendida sala azzurra[22] si radunavano

le persone più distinte per il bel garbo, lo spirito e la coltura, e

vi venivano accolti con pari cortesia i principi e le principesse di

sangue reale, ed i modesti letterati.

A Venezia la conversazione d'Isabella si componeva di quanto di più

illustre potevano vantare il patriziato, le scienze, le lettere, le

arti belle. La sua stanza di ricevimento era un Areopago, nel quale

sedevano a giudici e dettavano leggi non solo quanti di più famosi

vantava l'Italia, ma l'Europa.

La società del palazzo Rambouillet, giunta al sommo della grazia, cadde

nell'affettato e meritossi la sferza di Molière che colpì senza pietà

le _Preziose ridicole_. Le conversazioni dell'Albrizzi si mantennero

senza degenerare fino alla morte d'Isabella, e in mezzo agli stravizi

d'una vergognosa decadenza, furono come un'oasi di sociale urbanità e

di gentili costumi. Goldoni non trovò argomenti che si prestassero al

ridicolo nelle elette adunanze di Venezia, e dovette scendere fra il

basso popolo per iscoprire le _Donne curiose_.

Sul finire del secolo scorso le conversazioni della nobildonna

Elisabetta Marini brillavano di vivacissima luce. L'emigrazione

francese accolta cortesemente dall'ospitalità veneziana, vi univa lo

spirito di Parigi al brio garbato di Venezia.

Vispi e bizzarri caratteri forestieri, accanto di garbati e dotti

italiani formavano un circolo originale, animatissimo. La saggia

Isabella «tutta amore e indulgenza per tutti»[23], colle maniere

cortesi e la geniale sua voce, dominava quegli spiriti diversi,

trovava per ciascuno una parola gentile, frenava i troppo audaci con

uno sguardo pietoso, animava i timidi con una lode incoraggiante,

ed eccitava lo spirito di tutti con un baleno degli occhi bruni e

scintillanti.

I celebri Maury e Lally Tollendal sfogavano le loro collere contro

la rivoluzione francese, mentre un giovane visconte rovinato dalla

confisca, cercava di consolare le noje dell'esiglio facendo la corte

alle gentildonne di Venezia, colla speranza che il prestigio delle sue

sventure politiche lo attirasse nella via delle buone fortune galanti.

Ma la sua ignoranza della lingua italiana e dei costumi veneziani, lo

rendeva un personaggio ridicolo, e l'Isabella con prudenti consigli lo

compensava dei disinganni d'amore.

Crussol e Polignac consolavano colle loro promesse di prossime

vittorie la elegante marchesa De Groslier, amica calunniata della

regina Maria-Antonietta, cantata da Voltaire, il quale conquiso dallo

spirito di lei, le offerse di appropriarsi quell'oggetto della sua

dimora di Ferney, che meglio le piacesse, ed essa scelse e conservò

la penna dell'illustre filosofo. Era poetessa ammirata in Francia e

pittrice distinta, Canova la chiamò il Raffaello dei fiori. Sedeva fra

i suoi compatriotti il marchese di Maisonfort, vero tipo dell'emigrato

francese, dice Valéry, per la sua indolenza, per la leggerezza dei

costumi, e l'Isabella colla sua naturale benevolenza lo giudicava «un

francese di Luigi XIV, per la preziosa gentilezza ed urbanità, per la

vivezza e la rapidità delle idee, dotto senza intolleranza, ingegnoso

senza artifizio, fornito di squisitissimo gusto; pel cui animo

affettuosissimo, era vera morte l'indifferenza, vita l'amore»[24].

Rimarchevole fra gli originali era D'Hancarville «con parrucca in testa

per forma e per colore bizzarra, con tabarro rovescio indosso e tutto

cadente da un lato, con curva schiena e passo frettoloso....»[25]

Ignorava il suo secolo, e viveva nel passato che conosceva a

meraviglia. Prodigo ed affabile nella goduta opulenza, era sobrio ed

altero nella povertà. Antiquario, pubblicò opere erudite; sibarita

diede alla luce un libro osceno.

Il commendatore di Châteauneuf, costantemente distratto da sembrare

stupido, era invece dotto e studioso. Avido di lodi, queste non

gli sembravano mai esagerate. Spingeva la sua mania di declamare la

tragedia fino a rendersi ridicolo. Un giorno sorpreso a gesticolare fra

due porte, gli fu chiesto se si sentisse male: — non è niente, rispose,

mi agito per ispirarmi.

Il cavaliere Vivante-Denon, gentiluomo ordinario di camera di Luigi

XV e Luigi XVI, perseguitato come aristocratico in Francia, emigrò

a Venezia ove venne perseguitato come giacobino[26]. Diplomatico,

artista, letterato «ameno e felice parlatore sempre vero e naturale»

l'Isabella comparandolo a Voltaire al quale rassomigliava, trovava

comune ai due francesi «lo spirito, la vivacità, il movimento e quel

non so che di malizioso nello sguardo che tanto si teme e che pur tanto

piace[27].»

Ma lasciando nell'ombra i meno illustri stranieri, passiamo agli

italiani. Fra i primi apparisce la curiosa persona d'Ippolito

Pindemonte. Ora poeta «acceso d'estro Febeo» ora macchina di regolari

ed invariabili abitudini. Viaggiatore e misantropo, platonicamente

innamorato della saggia Isabella. «Non mai scompagnato da lieto e

soavissimo sorriso, il suo metodo di vita è così inalterabilmente

uniforme, che non si sa bene distinguere, dice l'Albrizzi[28], s'egli

siasi fatto schiavo del tempo, o se abbia reso il tempo schiavo di sè.»

Ascoltava attentamente un discorso interessante, ma sul più bello della

narrazione, udendo scoccare l'ora da lui preventivamente fissata alla

partenza, si levava ed usciva, abbandonando ad un tratto il narratore,

sbalordito ed offeso. La cortese Isabella lo scusava dicendo: — «Egli

va a dipingersi»[29], volendo dire che andava a scrivere i suoi versi,

dai quali traspariva chiaramente la sua indole mite e indolente. Reduce

da lunghi viaggi in Italia, Francia, Inghilterra e Germania, scrisse un

lungo carme per burlarsi dei viaggiatori, e persuadere la gente a non

uscire di casa propria. Egli ingenuamente confessa che «il desiderio

delle cose lontane, il tedio delle vicine e la vaghezza di raccontare

un dì sul patrio fiume le meraviglie viste, lo condusse fuori de' suoi

colli e gli fece varcare i monti nevosi. «Ahi! quale errore!...» egli

esclama, e faceva giuramento ai suoi colli romiti, alle brune foreste,

alle argentee fonti, di non più partire. Ardeva incendio di guerra

per tutto, l'Europa si destava dal lungo torpore, i popoli gridavano

all'armi! all'armi! ed egli ritiravasi «nelle valli segrete, nei

taciti boschi, fra i suoi riposi e gli ozii tranquilli, fra i buoni

agricoltori e l'innocente popolo degli augelletti e degli armenti, e in

compagnia delle celesti muse a vivere una vita secura, erma, pensosa,

e sparsa di pensieri melanconici»[30]. Però quando egli era in vena di

raccontare, rammentava le memorie delle sue peregrinazioni, il silenzio

dominava la sala, e tutti pendevano dal suo labbro gentile. Essendo

vissuto a Parigi famigliare all'Alfieri, egli narrava gli strani

capricci e gli slanci intemperanti del famoso Astigiano, e l'affabile

bontà della sua nobile amica Luisa Stolberg contessa d'Albany, che

gli raddolciva l'animo amareggiato e sapeva farsi amare teneramente da

quell'anima fiera. Il molle e verecondo Ippolito correggeva talvolta

gli scritti ardenti e robusti del tragico, il quale poi presentava il

suo censore ai conoscenti, dicendo: — «Ecco la mia lavandaja»[31].

Ippolito raccontava motteggiando come lo scrittore che tanto in prosa

che in verso declamò contro la tirannide, avesse poi fraintesa la

rivoluzione che si proponeva di abbatterla proclamando i diritti

dell'uomo. Quel movimento che doveva rovesciare tanti troni e

sconvolgere l'Europa, Alfieri lo chiamava «una tragica farsa»[32]

e si andava lamentando che «gli operai della tipografia del Didot

consumavano le intere giornate a leggere gazzette e a far leggi, invece

di occuparsi a comporre, correggere e tirare le dovute stampe delle sue

tragedie»[33]. Irritato abbandonava gli studi e correva in Inghilterra

a comperare cavalli, e ne comperava quattordici, perchè avendo

scritto quattordici tragedie, calcolava d'aver guadagnato un cavallo

per ciascheduna[34]. Ben inteso guadagnato moralmente, che del resto

pagava colle rendite delle sue terre i cavalli e le stampe, perchè col

ricavato dei suoi lavori letterari non avrebbe potuto pagare un asino,

vogliasi pure vecchio, ombroso e restio. — L'Isabella lo diceva «una

divinità corrucciata, nel cui cuore ogni passione diventa tempesta,

divenuto atrabiliare e furioso a colpa del secolo, come uomo condannato

a vivere fra le serpi e le tigri»[35].

Quando il discorso cadeva sugli illustri italiani che vivevano a

Parigi, il Denon si metteva a parlare di Goldoni che aveva conosciuto

alla corte di Versaglia. Un altro originale!... che avea paura del

calore all'inverno e del freddo all'estate[36], e che mettendosi a

letto componeva un dizionario del dialetto veneziano «per dormir

facilmente.» Del resto le principesse amavano la bonarietà del

loro maestro d'italiano, e dopo d'averlo retribuito largamente,

gl'insegnavano anche il francese per giunta.

Goldoni le faceva leggere i classici italiani, prosatori o poeti, egli

balbettava una cattiva traduzione, le principesse la correggevano

con grazia ed eleganza, e il maestro imparava più che non poteva

insegnare[37]. Quando dava la sua lezione a madama Elisabetta, sorella

del re, Goldoni le faceva leggere le sue commedie. La principessa, una

dama d'onore e una dama di compagnia, recitavano la parte delle donne,

Goldoni la parte degli uomini e ridevano di cuore[38].

In quell'epoca il Delfino essendo costantemente indisposto, questa

disgrazia unita ai meriti dell'autore delle trentadue disgrazie

d'Arlecchino, gli valse il favore d'essere alloggiato nella reale

dimora di Versaglia nella stanza dell'ostetrico, i cui servizi

diventavano inutili.

Colà Goldoni compose una cantata italiana che posta in musica venne

eseguila dalle sue reali scolare. La delfina suonava il clavicembalo,

madama Adelaide accompagnava col violino, madamigella Hardy cantava;

Goldoni ricevette i complimenti di tutta la corte, e quella sera il

Delfino cantò davanti al poeta italiano _Il pellegrino al Sepolcro_.

Qualche tempo dopo quella lieta serata il delfino moriva a

Fontainebleau, la delfina non tardava a seguirlo nella tomba, il

resto della famiglia reale finì sul patibolo o vagò ramingando per

l'Europa!... — Il povero poeta italiano morì negletto e lontano

dall'Italia nella quale non aveva trovato da vivere, malgrado le cento

cinquanta commedie colle quali si era studiato di dipingere i costumi

della patria, e di rallegrare un pubblico ingrato.

Le avventure di Goldoni mettevano il discorso sul suo competitore Carlo

Gozzi, dal quale si passava naturalmente al fratello. Allora la voce

magistrale del procuratore di San Marco Andrea Tron, prendeva la parola

dicendo: — Gaspare Gozzi e Carlo Goldoni ebbero qualche cosa di comune

in vecchiaja; entrambi furono consolati da donne francesi, Goldoni

da principesse, Gozzi da una modista, la quale però più felice delle

principesse non fu mai minacciata dal patibolo, nè amareggiata dalla

perdita violenta dei suoi cari.

Sara Cenet prodigò le sue cure al vecchio Gaspare fino all'ora estrema,

e lo pianse defunto, ma le povere principesse separate dal loro

precettore, dalla morte o dall'esiglio, dovettero abbandonarlo in balìa

del destino, ed egli forse udì tremando fra lo squallore di Parigi le

grida dei forsennati che trascinavano al patibolo i suoi protettori.

Andrea Tron rammentava le ultime lettere indirizzate da Gaspare Gozzi

alla nobildonna Caterina sua moglie[39].

L'illustre letterato si piaceva molto a Noventa, ove alla bottega del

ponte scontrava gli eleganti di Venezia, ma in mezzo al fracasso di

tante grandezze ci voleva più d'un'ora per ottenere un'acqua di limone,

pregando in ginocchioni[40].

L'Eccellentissimo procuratore Morosini, lo vedeva con molta cordialità,

ed egli attirato dal vocione dell'eccellentissimo Valaresso andava a

complimentarlo.

La marchesina arrivava colla sua carrozza, guidando ella stessa sei

cavalli «come l'aurora»[41]. Al dopo pranzo c'era il giuoco di pallone,

alla sera conversazione in casa Vendramini»[42].

Egli si compassionava di continuo, si confessava: «Un barbero zoppo che

tira coll'alzaia i burchielli[43], una delle più celebri carogne della

terra»[44].

«Un povero vecchio magagnato»[45]. Però la quiete e l'aria balsamica

dei campi gli ristabiliva la salute, e faceva le sue cavalcate «sopra

d'una rozza di quelle che tirano le barche»[46], un «suo coetaneo» come

egli diceva, «un contemporaneo al cavallo di Troia»[47].

Ridotto «coi nervi di _lasagne_ cotte»[48], «avendo tutte le coscie

come quelle di Giobbe»[49] immagrito «come le mummie del deserto,

movendosi a stento, tirando appena il fiato»[50] viveva ancora fra i

libri, la sua mente serena conservava tutto il vigore della gioventù, e

lo spirito vivace, arguto e faceto lo accompagnò fino all'ultima ora.

Ma un originale più bizzarro, era Carlo suo fratello, l'avversario

di Goldoni. Egli sosteneva che la _Putta Onorata_ del suo rivale,

non era nè onorata nè onorevole[51], e incominciò a burlarsi delle

_Spose Persiane_, delle «bestiali _Ircane_, dei sozzi _Eunuchi_,

delle _Curcume_ nefande» e pubblicò un libretto burlesco sulle

novità teatrali del giorno. Goldoni, in una composizione stampata in

omaggio del patrizio Veniero che ritornava da Bergamo ove era stato

Rettore, trattava la satira di Gozzi da «rancidume, da ululato da

cane, da spaventacchio inetto e insoffribile.» Così incominciò quella

guerra accanita sostenuta da Gozzi alla testa dei Granelleschi,

contro Goldoni e il suo teatro. La bottega del librajo Paolo

Colombani, ove si pubblicavano gli atti della famosa Accademia, era

il centro delle operazioni bellicose, e colà si radunavano i nemici

di Goldoni accusandolo di portare sulla scena le trivialità e le

bassezze popolari, e chiamandolo «logoratore di penne, e diluvio

d'inchiostro»[52]. I Goldoniani alla lor volta dichiaravano i

Granelleschi «maldicenti, ed ingiusti.»

Goldoni indicava il concorso popolare come una prova del suo merito;

Gozzi per confutarlo promise di farsi applaudire con una commedia

tratta da una fiaba che le nonne raccontavano ai loro nipotini. Scrisse

e fece rappresentare: — _L'amore alle tre melarancie_, e la gente

accorse in folla ed applaudì. Incoraggiato dal successo, Gozzi si diede

tutto al Teatro, diventò il compare del vecchio arlecchino Sacchi, e

l'amico di tutti gli attori, l'innamorato della prima donna Teodora

Ricci. Vissuto lunghi anni fra le quinte del teatro, tutto ad un tratto

gli vennero a noja le scene, e chiusa la porta in faccia ai comici,

non volle più sentirne a parlare. Ma chi non lo conosce a Venezia?

soggiungeva Andrea Tron. Grande della persona, se ne lamenta «pel molto

panno che occorre ne' suoi tabarri»[53]. Colle ciglia aggrottate,

il passo lento, cerca taciturno i passeggi solitari[54]. Litigatore

instancabile al foro, e amante dei piaceri a buon mercato, passa la

mattina in mezzo dei legali, degli avvocati, dei notaj, e poi va a

merenda alla Giudecca, a Campalto, alla Malcontenta, a Murano, e nelle

altre Isolette, con qualche amico suo pari, spendendo trenta soldoni

per testa. — Sarebbe felice, se una strana idea non gli tormentesse

il cervello. Egli ha fissato che un fatale influsso di contrattempi

preseguiti la sua esistenza. Questa stravaganza è sovente avvalorata

dai fatti. Talvolta mentre egli cammina solitario per Venezia lo

prendono in iscambio per un altro, e lo tormentano «con doglianze,

ringraziamenti, richieste, prestiti, querimonie»[55], egli giura,

protesta che non è il tale e non gli credono. Una sera egli passeggiava

in Piazza San Marco al chiarore della luna col patrizio Francesco

Gritti, si sente dare un pugno nella schiena, e trattare da asino: lo

avevano preso in isbaglio[56].

Un'altra volta lo baciano ed abbracciano con trasporto, ed egli non

può svincolarsi da quelle noiose dimostrazioni dovute ad un altro. Se

esce di casa senza ombrello, una pioggia dirotta lo coglie, si ferma

lunghe ore sotto un portico. Vedendo che il diluvio non cessa, spinto

dall'impazienza, si sottomette al destino, e corre a casa grondante

d'acqua; appena aperto l'uscio e posto in salvo, cessa tosto la

pioggia, si diradano le nubi, e il sole che risplende nel cielo, sembra

sorridere al suo lungo fastidio[57].

Se vuole studiare, persone noiose lo interrompono; quando incomincia

a radersi la barba, lo chiamano in fretta per urgenti negozii, ed è

costretto ad uscir di casa con la barba rasa per metà[58]. Sovente

sorpreso per istrada da una furiosa necessità va cercando qualche

solitaria viottola per sgravarsi del molesto bisogno, ma appena

avvicinato all'angolo tanto desiderato, si apre un uscio ed escono

due signore, passa in fretta in un altro cantuccio, s'apre un'altra

porta, escono altre signore, egli corre invano qua e là e trova sempre

contrattempi ed intoppi[59]. Ma queste piccole disgrazie non sono che

fastidiosi moscherini, egli dice; il cattivo influsso lo tormenta

in cose maggiori. Una volta fra le altre, mentre egli trovavasi in

villa nel novembre inoltrato, il patrizio Gasparo Bragadino volendo

festeggiare suo fratello creato Patriarca di Venezia, e trovandosi

ristretto di fabbricato, ebbe l'idea di gettare un ponticello dalla

sua casa in quella del Gozzi che gli dimorava dirimpetto, e diede

una splendida festa da ballo in casa del letterato assente, il quale

giungendo dalla campagna stanco e mezzo morto dal freddo e dal sonno,

trovò questa bella sorpresa, e dopo di aver ascoltate le riverenti

scuse del vicino indiscreto, è costretto di andarsi a coricare alla

locanda, e di passarvi tre giorni![60]

I Veneziani ridevano de' suoi giusti lamenti, e trovandolo per via,

collo sguardo bieco e sospettoso, se lo mostravano a dito, e questo era

l'ultimo contrattempo che affliggeva quell'uomo dabbene.

Ai viaggi del Pindemonte, alle relazioni del Denon, ai racconti del

procuratore Tron succedevano nelle conversazioni d'Isabella vivacissimi

discorsi del Dottore Francesco Aglietti, acutissimo ingegno, medico,

giornalista, bibliofilo, operosissimo, che esercitando la medicina con

una numerosa clientela, trovava ancora il tempo di pubblicare due fogli

periodici — _Il giornale per servire alla storia della medicina_, e le

_Memorie per servire alla storia letteraria e civile._ — L'Isabella

diceva «che la maschia giovialità del suo spirito, le sue universali

cognizioni, la sua facondia, fan sì che il suo conversare venga sempre

condito da preziosa amenità, egli favellava dottamente di mille e mille

cose diverse, e portava indosso tanti libri, quante aveva saccoccie

nei vestiti: — e la sua bella, vegeta e robusta sanità, era quasi

insegna d'uomo che di ricca merce abbondando, ad altri magnanimo la

dispensa»[61].

Accanto dell'erudito parlatore, sedeva sovente un «genio timido» come

lo giudicava Isabella, «un preticciuolo in abito schietto e disadorno,

freddo, taciturno, imbarazzato di sè e degli altri.»

Ma eccitato a parlare «saltava fuori con uno spirito vivo, focoso,

rapidissimo, il _dolce far niente_ gli stava sempre sulle labbra, pure

l'immaginazione sua, e la sua penna non avevano posa. Il suo idolo

era il bello morale; capo e centro de' suoi affetti l'amore. Applausi,

titoli, onori letterari erano per lui noje, imbarazzi e torture; amare

ed essere amato, ecco l'unica ambizione di quel cuore soavissimo»[62].

Avendo pubblicata una traduzione d'Omero, qualche tempo dopo giunse da

Roma un figurino che rappresentava la testa dell'antico poeta greco,

sopra un corpo vestito alla foggia francese, con sotto l'iscrizione

_Omero Tradotto_[63].

I nostri lettori hanno riconosciuto l'abate professore Melchiorre

Cesarotti, il quale un giorno presentò alla cortese Isabella un suo

scolare, autore d'una tragedia inedita, ma giovane di grandi speranze.

Essa disse di lui che pareva «un rozzo selvaggio fra i filosofi

d'allora, di fervido e rapido ingegno, nudrito di sublimi e forti

idee, adoratore delle cose patrie, disprezzatore delle straniere oltre

il giusto»[64]. Il suo nome ancora sconosciuto era Ugo Foscolo, e

così egli dipingeva sè stesso: «Di volto non bello ma stravagante e

d'un'aria libera; di crini non biondi ma rossi; di naso aquilino, ma

non piccolo e non grande; d'occhi mediocri, ma vivi; di fronte ampia,

di ciglia bionde e grosse, e di mento ritondo. La mia statura non è

alta, ma mi si dice che deggio crescere; tutte le mie membra sono

ben formate dalla natura, e tutte hanno del rotondo e del grosso.

Il portamento non scopre nobiltà, nè letteratura, ma è agitato

trascuratamente[65].»

All'età di sedici anni Foscolo parlava già «dei suoi giorni

perseguitaii ed afflitti[66];» a diciott'anni scriveva ad un amico:

«le sventure mi oppressero, le immagini di piacere si dileguarono,

e vanno languendo persin le speranze;» era nato per la solitudine,

pativa il male di melanconia[67], leggeva l'_Ossian_, la _Nina pazza

per amore_, e piangeva, si dichiarava «infelice, abbandonato, compagno

delle sciagure, e menava gli egri giorni fra la solitudine e il

pianto[68]. Il giovane Ugo amava teneramente il Cesarotti, e andava

a trovarlo per rompere le sue «cupe meditazioni»[69], e parlando di

questo suo maestro scriveva: «la luce di quest'angelo è tutelare e

vivificante, la presenza di questo uomo è consolatrice e soave»[70].

Piacque alla saggia Isabella lo strano giovinetto, e conosciuta la sua

indole, gli diede un consiglio opportuno, ch'egli ebbe a rammentare

più tardi — «volere fortemente e chiedere dolcemente»[71]. — Le donne

sublimi, hanno dei detti memorabili per le persone alle quali prendono

interesse. Felici coloro che incontrandole nel cammino della vita,

sanno meritare la loro amicizia.

Frequentava le conversazioni di casa Marini il grave e dotto abate

Morelli, eletto dai Veneti Senatori a custode della Ducale Biblioteca

di San Marco; il quale «senza essere mai uscito di Venezia, conosceva

le grandi biblioteche di tutto il mondo, i più preziosi musei

dell'antichità, i più doviziosi gabinetti di medaglie, le più insigni

gallerie di pittura, e ne parlava con profonda dottrina»[72]. Era fra i

più assidui Aurelio De Giorgi Bertola, poeta di tempra molle, amabile,

ma volubile in amore: «si direbbe, scriveva l'Isabella, che la natura

volle fare di lui un uomo perfetto, ma si pentì a mezzo lavoro»[73].

Fracesco Franceshinis seduto in un cantuccio ascoltava tutti, ed

evitava di prender parte al discorso; d'ingegno finissimo, di coltura

somma, capace di molte cose, non fece mai nulla, aspirando sempre ad

una perfezione impossibile[74].

Lauro Quirini, gentiluomo di maniere aperte e cordiali, prendeva

parte alle discussioni più animate, per consigliare l'indulgenza.

Di carattere gioviale «trovava sempre qualche bene nel male, e

niun male nel bene.» Amava tutti i piaceri facili con moderazione

discreta e sempre eguale; metteva le donne, il teatro, la tavola sullo

stesso rango, nè sospettava punto di far cosa inconveniente[75]. Il

cavaliere Zulian, uno dei primi sostenitori di Canova, parlava con

ammirazione del suo protetto, e l'Isabella, esaltando i meriti e le

virtù dell'esimio scultore lo proclamava «sommo artista, eccellente

cittadino, eccellente figlio, eccellente fratello, eccellentissimo

amico» e riteneva che non avrebbe potuto esprimere nelle sue statue

così mirabilmente tante morali virtù, se non le avesse avute tutte

nell'animo[76].

Le dame che frequentavano la conversazione erano fra le più distinte

di Venezia, amabili, vezzose, vivacissime. Che se la coltura e il brio

d'Isabella attirava di preferenza in sua casa i più illustri letterati,

molte altre gentildonne presiedevano pure a geniali ritrovi nei loro

splendidi palazzi, e spiegavano tutte le grazie del loro sesso, e

lo spirito particolare delle veneziane, ammirate non solo dai propri

concittadini, ma bensì dai più cospicui forestieri, dai principi e dai

sovrani che visitavano la gemma dell'Adriatico.

La procuratessa Tron, quando l'imperatore Giuseppe II visitò Venezia

cogli arciduchi suoi fratelli, Massimiliano, Ferdinando e il Granduca

di Toscana, invitò questi principi ad un ballo improvvisato in

ventiquattr'ore, al quale intervennero circa duecento gentildonne.

Il fascino della bellezza gareggiava in alcune col prestigio dello

spirito a tal punto che l'Imperatore rimase cinque ore in piedi

davanti a Contarina Barbarigo, assorto in una gara di galanti e geniali

discorsi.

Cornelia Barbaro-Gritti, poetessa, e madre di brioso poeta, riceveva

in casa i più illustri ingegni del suo tempo, fra i quali vantava amici

Algarotti, Frugoni, Metastasio e Goldoni. E pure di uomini preclari si

circondava la bella e briosa gentildonna Giustina Michiel-Renier, di

onoranda memoria pel caldo amore portato alla cara sua patria da lei

nobilmente illustrata col racconto delle sue feste, dei suoi costumi

e delle sue glorie. Nè si può lasciare in obblìo la vezzosa contessa

Benzoni, il modello che servì ad Antonio Lamberti per dipingere la

_Biondina in gondoletta_, nella famosa canzone. Dotata del più fino

e piccante spirito veneziano, meritò l'amicizia e gli omaggi di Lord

Byron, al quale faceva udire sovente aspre verità col gentile dialetto,

che in sua bocca acquistava una grazia incantevole.

Tanta luce di spirito e d'urbanità spandeva i suoi raggi nelle vicine

provincie che vantarono donne colte e cortesi, fra le quali resteranno

nelle memorie contemporanee, i nomi della contessa Elisabetta

Spineda di Treviso, e di Francesca Capodilista di Padova, e Verona

ricorderà sempre con giusto orgoglio le riunioni di Silvia Verza, e

dell'imcomparabile Anna Serego Alighieri. Le conversazioni di quei

tempi agevolavano i sociali rapporti, erano decoro alla città, esempio

ai giovani di modi garbati, di colti ed onorevoli costumi.

Il dolce far niente: Scene della vita veneziana del secolo passato · 第 32 / 46 题