Un alito del genio alacre di Canova, aveva dato l'impulso al genio
inerte di Valdrigo. Ripreso il lavoro, e richiamati i modelli, non
deponeva la tavolozza che poche ore, per cibarsi o dormire, non usciva
più di casa e pareva dominato da uno spirito creatore che sostenesse
le sue forze. Serio, concentrato, intento a trattare i pennelli con
un'attenzione sostenuta, pareva isolato dal mondo, e reso insensibile
ad ogni impressione che non avesse un'influenza diretta al suo scopo.
Maddalena raggiante di gioja gli stava di rimpetto silenziosa per non
turbare quel sublime raccoglimento, e mentre egli dava gli ultimi
tocchi alla tela, essa ammirava sul volto del pittore le traccie
d'un'anima soddisfatta dalla coscienza del proprio valore.
Un giorno aveva radunato nella stanza tutti i modelli che collocati
nella rispettiva posizione presentavano l'aspetto generale del quadro;
tutto ad un tratto Valdrigo saltando in piedi sullo scanno sul quale
stava seduto gettò in aria la tavolozza e i pennelli e gridò — basta!
A tal grido, Maddalena che conosceva le ubbie del pittore divenne
pallida pallida, e stava certo per cadere svenuta dal dolore d'un nuovo
capriccio del bizzarro suo ospite, quando egli soggiunse: — basta, ho
finito!
Un profondo sospiro sollevò il cuore oppresso della povera fanciulla,
ed una lagrima di gioja le bagnava le guancie, mentre le sue labbra si
atteggiavano al più soave sorriso.
I pescatori circondavano il quadro, guardandosi ed ammirandosi
riprodotti sulla tela, e lodando il pittore che sempre in piedi sullo
scanno dominava le loro teste e rideva allegramente delle ingenue
osservazioni, e degli applausi sollevati dal più sincero entusiasmo.
Poi saltando sul pavimento li baciava tutti dalla gioja incominciando
dalla nonna Marta, e terminando colla Maddalena, la quale al tocco di
quelle labbra sentì una burrasca interna e il capogiro, ma egli come
al solito non avvedendosi di nulla, stava vuotando le sue tasche sul
tavolo, dalle quali uscivano gli ultimi ducati, una bella giustina
d'argento, un'osella cogli orli frastagliati e alcuni traeri anneriti e
consunti, e invitando Beppo a raccogliere questo suo fondo di cassa gli
diceva:
— Invito tutti a pranzo, va a provvedere i bocconi più ghiotti, i vini
più morelli, evviva l'arte e l'allegria!... — Evviva Evviva! ripetevano
i convitati fra gli applausi universali, e le risa sgangherate che
facevano tremare le pareti; e tutti se ne andarono lieti e contenti
aspettando l'ora del banchetto; il quale non è a dirsi se fu allegro e
clamoroso. Basti il sapere che tutti erano soddisfatti, e il vino buono
e abbondante.
Quando la tela fu asciutta, Valdrigo vi distese sopra una bella mano di
vernice che fece risortire le velature, e le luci, ed avendo trovato da
un intagliatore una magnifica cornice dorata, potè ottenerla a credito
colla promessa di pagarla dopo venduto il dipinto, che collocato al suo
posto produceva un effetto veramente meraviglioso.
Pochi giorni dopo, il quadro colla sua cornice figurava al balcone
d'una delle più belle botteghe di Piazza San Marco, con sotto il
nome di Vittore Valdrigo, e attirava da ogni parte i curiosi, che si
affollavano per contemplarlo e applaudirlo.
Il pittore penetrava spesso fra la gente, e s'inebbriava del trionfo,
maledicendo gli anni sprecati a far nulla. Maddalena volle vedere il
quadro esposto al pubblico, v'andò in segreto con una amica, godendo,
degli elogi fatti all'artista come d'un bene suo proprio, ma dovette
allontanarsi in fretta dagli sguardi delle persone che avevano subito
riconosciuto il modello principale, e gli scoccavano degli epigrammi un
po' troppo arguti e indiscreti.
Intanto il nome di Valdrigo si diffondeva per Venezia, e l'esposizione
del quadro era divenuta un piccolo avvenimento. La folla attirava la
folla, tutti volevano vedere l'opera della quale avevano uditi gli
elogi, gli artisti discutevano fra loro sui meriti del disegno e del
colorito, il popolo ammirava i suoi costumi nazionali riprodotti con
inusata verità, e i nobili nelle loro radunanze esaltando il talento di
Valdrigo, onoravano la loro classe che lo aveva tratto dalla oscurità,
e protetto nei primi passi dell'arte. E si diceva da per tutto: —
i nobili sono i benefattori degli artisti, i Falier hanno sostenuto
Antonio Canova, gli Orseolo hanno assistito Vittore Valdrigo. — Il
museo Farsetti ha cooperato allo sviluppo di due geni che saranno nuova
gloria alla patria, i patrizi veneziani mostrarono sempre un amore
vivissimo alle arti belle, ne siano prova le chiese, i palazzi e le
gallerie che formano di Venezia una meraviglia del mondo.
Molli ricchi patrizi entrarono nella bottega per acquistare il dipinto,
il negoziante scriveva il loro nome e rispondeva: — Non so se il quadro
sia già venduto, in ogni modo farò noto al pittore il desiderio di
vostra eccellenza.
La lista degli aspiranti all'acquisto venne infatti presentata a
Valdrigo, il quale; percorrendola rapidamente, si arrestò tutto ad
un tratto davanti al nome del conte Alberto Leoni. Era evidente che
acquistando il primo lavoro di Valdrigo, il conte Leoni subiva una
influenza. Naturalmente gli Orseolo gli avevano lasciato ignorare la
scena del boschetto, e Don Lio celebrando nel suo Epitalamio il candore
della sposa, era convinto della necessità d'usare una tale licenza
poetica, ma ne sogghignava maliziosamente sottecchi.
Ma certo il nobile carattere di Silvia consigliando al marito
l'acquisto del quadro, intendeva soddisfare un dovere di giustizia,
dimostrando a Vittore che essa non era complice della calunnia che lo
aveva colpito. — Il sentimento delicato della donna riparava i torti
dell'altero casato, riabilitando l'onestà offesa ingiustamente, e
rendendo omaggio al genio derelitto che trionfava d'ogni ostacolo colla
sola forza del proprio valore.
Che se scrutando i più reconditi ripostigli di quel cuore generoso,
si avesse scoperto un istinto più intimo che animava i suoi nobili
impulsi, la purezza d'un tale sentimento non avrebbe punto offuscata la
virtù, nè scemato il pregio della Sua nobile condotta.
Valdrigo comprese il significato di quel nome, ne fu commosso nel
profondo del cuore, e ordinò che il quadro venisse subito portato in
casa del conte Leoni.
All'indomani il giovane pittore riceveva un bel gruppetto di zecchini
accompagnato da una lettera di elogi, che terminavano colla preghiera
al pittore, di volersi recare al palazzo Leoni per collocare egli
stesso il suo quadro nella luce più vantaggiosa.
Dopo lunghe meditazioni sulle sue nuove fortune, Vittore pensò a
sua madre, a' suoi ospiti, a sè stesso. Mandò a Saltore del denaro
e dei doni, fece un bel presente a Maddalena, e chiamato un sarto
che vestiva i più eleganti damerini di Venezia, gli commise un
vestito completo d'ultimo gusto, coi bottoni diamantati. Uno dei
millecinquecento parrucchieri[14] che in quell'epoca acconciavano le
teste dei veneziani, gli pettinò una zazzera incipriata da zerbinotto
vaporoso, un calzolajo rinomato gli calzò un pajo di scarpini colle
fibbie, un cappellajo gli fornì una leggiadra schiaccina da tenere
sotto il braccio, ed ecco in pochi giorni un uomo rifatto e degno della
più eletta società. Alcuni suoi conoscenti, che pochi giorni prima
scontrandolo per via lo salutavano appena, vedendolo in così splendido
arnese gli facevano delle profonde riverenze, e i suoi fornitori
che dapprima lo tormentavano per un minimo credito, gli andavano
poi incontro per offrirgli del denaro. Così va il mondo! malgrado il
proverbio che l'abito non fa il monaco.
Trovatosi in tutto punto, Valdrigo accorse trepidante al palazzo Leoni.
Nel salire le ampie scale gli vacillavano le ginocchia per modo che
dovette arrestarsi alquanto a prender lena. Il cuore gli palpitava con
violenza e gli battevano i polsi al punto da offuscargli la vista. Un
servo lo condusse dall'entrata all'anticamera, era un vecchio cameriere
in gran livrea gallonata, gli si fece incontro con un profondo
inchino, e chiestogli il nome gli aperse l'uscio della stanza vicina,
annunziando:
— L'illustrissimo signor Vittore Valdrigo.
Vittore si avanzò lentamente, il cameriere chiuse l'uscio. Un
soavissimo profumo dominava la tiepida atmosfera, debolmente
rischiarata da una luce rosea, trapelante attraverso pesanti
cortinaggi. Nel fondo della stanza, Silvia stava seduta in un ampio
seggiolone e leggeva. Il libro le cadde dalle mani, mentre Valdrigo
rispettoso s'inchinava e con voce tremante balbettava un complimento.
Essa con un cenno della mano lo invitava a sedere, quando aprendosi
una porta, entrò il conte Leoni. Silvia presentò il pittore al marito,
il quale fattosegli incontro col tratto d'un gentiluomo avvezzo alle
maniere di Corte, animò la timida esitazione del giovane colla più
benevola accoglienza, e lo colmò d'elogi e d'incoraggianti promesse.
Dopo breve conversazione lo condusse a visitare la galleria, ove
Valdrigo collocò il suo dipinto; e invitandolo a pranzo per un altro
giorno, lo accompagnò fino alla porla della scala, ove prese congedo
con un cortese complimento.
Il giorno del pranzo si trovò in un'ampia sala in mezzo alla più
scelta nobiltà, fra la quale gli Orseolo, come lo avessero lasciato
amichevolmente il giorno prima, lo trattarono con famigliare cortesia,
e Don Lio che adorava sempre l'astro nascente, volle onorare il pittore
riabilitato, con un sonetto, nel quale chiamava Valdrigo figlio di
Minerva, e lo invitava a salire sul Pegaso per recarsi in Elicona a
visitare Apollo e le Muse. Valdrigo lo ringraziava colle labbra, ma col
cuore lo mandava al diavolo co' suoi sonetti granelleschi e mitologici.
Ritornava spesso al palazzo colla speranza d'incontrarsi solo con
Silvia, ma la trovava sempre circondata dalle visite o dai parenti;
fosse il caso o un progetto meditato, questo poi era un mistero.
Maddalena sapeva molte cose dallo stesso Valdrigo ed altre ne
indovinava, e fremeva. Ma con quale diritto sarebbesi ella opposta
alle visite del pittore in casa Leoni?... Chiudeva dunque in seno il
dispetto e la gelosia e sperava che la condizione elevata di Silvia
l'avrebbe tenuta sempre lontana dall'intimità del pittore, il quale
stanco delle vane aspirazioni e umiliato dal disinganno, avrebbe
finalmente aperti gli occhi e trovato nella sua condizione una creatura
degna di lui, ambiziosa del suo affetto, che ad altro non aspirava che
a renderlo felice e beato coi trasporti dell'amore, colle gioje della
famiglia.
Ma ben altre speranze alimentava l'amore di Valdrigo, irritato dagli
ostacoli superati, acceso dalle nuove probabilità, fomentato dalle
frequenti visite, nelle quali i suoi occhi incontrandosi con quelli di
Silvia si scambiavano delle ferite invano dissimulate da lei, sotto
un aspetto di affettata indifferenza. Per aumentare le occasioni di
vederla, Valdrigo s'era dato intieramente alla vita della migliore
società, e si faceva presentare nelle case frequentate dalla famiglia
Leoni, e fra le altre ebbe la somma fortuna di conoscere e di
apprezzare la più distinta riunione di quei tempi, la conversazione
d'Elisabetta Marini.