La gloria ha le sue sublimi soddisfazioni, ma non va esente da penosi
supplizi.
La grande modestia di Canova lo esponeva sovente alla tortura della
pubblica ammirazione, e il suo viaggetto a Possagno costò molte pene
all'illustre scultore. Egli s'era proposto di giungere tranquillo al
suo paesello, contemplando per via quei bei colli che gli rammentavano
i giorni sereni dell'infanzia, e il pensiero di gustare in pace quel
silenzio e quella solitudine era un grande conforto al suo cuore.
Vane illusioni! I bravi possagnesi volevano onorare il loro esimio
concittadino divenuto famoso in Europa. Canova giunto a Bassano in
compagnia del suo amico Antonio D'Este, trovò il Senatore Rezzonico
che lo aspettava per onorarlo con sontuose accoglienze. Le cerimonie
incominciavano a intorbidare la gioja del viaggio. A Crespano
sboccavano da tutte le vie i curiosi che accorrevano a vederlo. Colà
scese di vettura per montare a cavallo, le strade essendo impraticabili
ai ruotabili, e poco dopo s'incontrò con un drappello di giovani suoi
compatrioti che venivano a riceverlo, e fargli scorta d'onore. — Addio,
solitudine! — Erano una quarantina sopra cavalli adorni di alloro,
ed avevano il capo incoronato di fiori. Canova voleva sollevarli
dall'incomodo, ma il suo amico D'Este gli mostrava l'impossibilità di
calmare il loro entusiasmo. Bisognò dunque galoppare di conserva fra
la brigata trionfale, e giunti al confine del territorio di Crespano,
dopo il quale s'entra nel comune di Possagno, trovarono «la strada
coperta di lauro, di mirto e di fiori; e ai lati della medesima, un
folto popolo d'ambo i sessi, che con rami di lauro, battendo le palme
gridavano: _Viva il Canova.... Viva il patriotta_[11].»
A misura che avanzavano crescevano gli applausi e la folla, e giunti
finalmente al paese il popolo accorso era immenso, e il frastuono degli
evviva, e dei trasporti di allegrezza si confondeva col suono festivo
delle campane, colle allegre musiche, e lo scoppio dei mortaretti! —
Addio, silenzio!
Arrivati sulla Piazza i rappresentanti del Comune e del Clero si
fecero innanzi con grave incesso ad ossequiare la vittima della gloria,
che in quel momento avrebbe pagato la più bella delle sue statue per
trovarsi sulla cima inaccessibile della più alla montagna del globo.
Ma le patrie onoranze non erano finite, e fu costretto di subire un
discorso «commoventissimo, e molte poetiche composizioni in vari metri
che terminarono con un sonetto di Marco Bastasini in dialetto del
paese»[12].
Non mancava altro!... ma l'eco di quella festosa e cordiale accoglienza
risuonava ancora molti anni dopo la sua morte nelle pagine d'Antonio
D'Este che ne faceva un grottesco racconto[13].
Rimase due settimane a Possagno, invocando invano la pace e il
riposo. I conviti succedevano ai conviti, i versi piovevano sui
lauti banchetti, e i soliti numi dell'Olimpo scendevano dagli Elisi
ad onorare l'artista. Il ritorno attraverso l'Italia venne parimenti
onorato da continui trionfi, che pesavano a Canova, il quale lamentava
il tempo perduto e i lavori sospesi.
Ritornato finalmente in mezzo ai prediletti studi di Roma, il suo genio
riprese il volo sublime nelle regioni supreme dell'arte, e diede vita a
nuove e immortali creazioni.