XXVII.

La gloria ha le sue sublimi soddisfazioni, ma non va esente da penosi

supplizi.

La grande modestia di Canova lo esponeva sovente alla tortura della

pubblica ammirazione, e il suo viaggetto a Possagno costò molte pene

all'illustre scultore. Egli s'era proposto di giungere tranquillo al

suo paesello, contemplando per via quei bei colli che gli rammentavano

i giorni sereni dell'infanzia, e il pensiero di gustare in pace quel

silenzio e quella solitudine era un grande conforto al suo cuore.

Vane illusioni! I bravi possagnesi volevano onorare il loro esimio

concittadino divenuto famoso in Europa. Canova giunto a Bassano in

compagnia del suo amico Antonio D'Este, trovò il Senatore Rezzonico

che lo aspettava per onorarlo con sontuose accoglienze. Le cerimonie

incominciavano a intorbidare la gioja del viaggio. A Crespano

sboccavano da tutte le vie i curiosi che accorrevano a vederlo. Colà

scese di vettura per montare a cavallo, le strade essendo impraticabili

ai ruotabili, e poco dopo s'incontrò con un drappello di giovani suoi

compatrioti che venivano a riceverlo, e fargli scorta d'onore. — Addio,

solitudine! — Erano una quarantina sopra cavalli adorni di alloro,

ed avevano il capo incoronato di fiori. Canova voleva sollevarli

dall'incomodo, ma il suo amico D'Este gli mostrava l'impossibilità di

calmare il loro entusiasmo. Bisognò dunque galoppare di conserva fra

la brigata trionfale, e giunti al confine del territorio di Crespano,

dopo il quale s'entra nel comune di Possagno, trovarono «la strada

coperta di lauro, di mirto e di fiori; e ai lati della medesima, un

folto popolo d'ambo i sessi, che con rami di lauro, battendo le palme

gridavano: _Viva il Canova.... Viva il patriotta_[11].»

A misura che avanzavano crescevano gli applausi e la folla, e giunti

finalmente al paese il popolo accorso era immenso, e il frastuono degli

evviva, e dei trasporti di allegrezza si confondeva col suono festivo

delle campane, colle allegre musiche, e lo scoppio dei mortaretti! —

Addio, silenzio!

Arrivati sulla Piazza i rappresentanti del Comune e del Clero si

fecero innanzi con grave incesso ad ossequiare la vittima della gloria,

che in quel momento avrebbe pagato la più bella delle sue statue per

trovarsi sulla cima inaccessibile della più alla montagna del globo.

Ma le patrie onoranze non erano finite, e fu costretto di subire un

discorso «commoventissimo, e molte poetiche composizioni in vari metri

che terminarono con un sonetto di Marco Bastasini in dialetto del

paese»[12].

Non mancava altro!... ma l'eco di quella festosa e cordiale accoglienza

risuonava ancora molti anni dopo la sua morte nelle pagine d'Antonio

D'Este che ne faceva un grottesco racconto[13].

Rimase due settimane a Possagno, invocando invano la pace e il

riposo. I conviti succedevano ai conviti, i versi piovevano sui

lauti banchetti, e i soliti numi dell'Olimpo scendevano dagli Elisi

ad onorare l'artista. Il ritorno attraverso l'Italia venne parimenti

onorato da continui trionfi, che pesavano a Canova, il quale lamentava

il tempo perduto e i lavori sospesi.

Ritornato finalmente in mezzo ai prediletti studi di Roma, il suo genio

riprese il volo sublime nelle regioni supreme dell'arte, e diede vita a

nuove e immortali creazioni.

Il dolce far niente: Scene della vita veneziana del secolo passato · 第 30 / 46 题