Un giorno il nostro pittore s'era seduto in faccia al quadro dei
pescatori, e lo andava contemplando. — Non ci sarebbe troppo male!...
egli ripeteva fra sè, ma ci vorrebbe il coraggio di finirlo. Chi mi
darà questo coraggio?... e sospirava.
Alcuni colpi vigorosi del battente di casa lo scossero dai suoi
pensieri, e udendo una voce che chiedeva di lui, saltò in piedi, corse
precipitosamente ad aprire la porta della stanza.... e vide Antonio
Canova.
Reduce da Roma ove aveva scolpito il Teseo sul Minotauro, una statua
di Marte, un Amorino, Venere che inghirlanda Adone di rose, la Psiche,
vari bassirilievi e finalmente il grandioso Mausoleo di papa Clemente
XIII, collocato nella basilica di san Pietro, lo scultore era venuto
a Venezia per rivedere gli amici, e recarsi a respirare l'aria nativa
dei suoi colli di Possagno, per ristorare le forze affrante dalle
lunghe fatiche. Il Doge ed il Senato lo avevano accolto come un figlio
prediletto, e i più illustri patrizii andavano a gara per onorarlo
come una nuova gloria della patria, e gli allogarono il monumento
dell'illustre capitano Angelo Emo.
Fedele alle sue affezioni d'infanzia, Canova volle abbracciare
Valdrigo, e lo sorprese nel suo alloggio. Quella visita inaspettata
sbalordì Vittore, stupefatto ad un punto dalla gioia e dalla vergogna.
La fama gli aveva narrate le opere dell'amico; che cosa aveva egli
da contrapporre a tante insigni produzioni?.... nulla! Il piacere di
stringere fra le braccia un antico collega era dunque avvelenato dal
rimorso del tempo perduto fra le passioni dell'amore e della politica.
L'inerzia arrossiva davanti al lavoro. Partiti entrambi da uno stesso
punto, con eguali attitudini, uno aveva proseguito il cammino con
perseverante costanza, superando con coraggio gli ostacoli, l'altro
s'era arrestato ad ogni scabrosità del terreno.
Scambiate le prime espansioni, lo scultore cercò un punto opportuno
per contemplare il quadro dei pescatori, e il pittore movendo il
cavalletto verso la luce si poneva da un lato, studiando l'espressione
della fisonomia dell'amico, ed aspettando trepidante il suo imparziale
giudizio.
Canova collocato a qualche distanza fissava attentamente quella tela,
ora concentrando la luce con le mani raccolte intorno agli occhi,
ora retrocedendo d'un passo, mettendosi in fianco per giudicare
un effetto, o avanzandosi per osservare da vicino alcuni tocchi di
pennello; esaminò attentamente ogni singola figura, ogni accessorio,
il prossimo terreno e l'orizzonte lontano, e poi raccogliendo i vari
gruppi in uno sguardo sommario, per vedere se l'armonia delle varie
parti corrispondesse all'insieme, studiò l'effetto generale del quadro,
e colla testa alta e gli occhi semichiusi stette lungamente immobile e
muto a guardarlo.
Finalmente cessando tutto a un tratto dall'esame coscienzioso e severo,
si slanciò al collo dell'amico, e baciandolo in volto con affettuosa e
sincera affezione gli disse: — Vittore, il tuo quadro è un capolavoro.
Prendi i pennelli e compi l'opera, e fra pochi giorni il tuo nome
sonerà con elogio in Venezia, e tu sarai stimato nuovo decoro alle
arti.
Valdrigo piangeva, e confessava ingenuamente i suoi slanci sublimi e
le lotte colle tetre nubi della vita che gli oscuravano gli orizzonti
sereni dell'arte, e il continuo ondeggiare fra i lampi delle sue
ispirazioni, e le tenebre d'una molle apatia la quale spegneva a
poco a poco il sacro fuoco del genio che si sentiva ardere in cuore
ed affraliva la sua volontà con una colpevole accidia che lo rendeva
inetto al lavoro.
Allora Canova confortava di nobili consigli quell'anima addolorata,
e gli ripeteva le massime che guidarono la sua gloriosa carriera
e che vennero scrupolosamente raccolte e conservate da Antonio
d'Este suo intimo amico, e da Melchiorre Missirini suo ammiratore
e biografo, e che noi riportiamo testualmente ad onore del nostro
grande concittadino, e per guida dei giovani artisti che vogliono
seguire le sue traccie immortali. — «Il decoro e la grandezza del nome
d'Italia debbono sempre starci fissi nella mente. Gl'Italiani sono
stati destinati dalla provvidenza a condurre a fine ogni gran cosa.
Essi fanno uscire nella luce del mondo capolavori d'ogni maniera, e
si acquistano il merito di essere a tutti insegnatori e maestri per
solo spontaneo irresistibile impulso del loro genio, recato a creare
grandi cose senza emulazione, senza premio e molte volte senza lode,
anzi per mezzo tutti gli ostacoli e le contrarietà delle opposizioni
dei governi, e delle censure fra loro medesimi, e fra le allettatrici
distrazioni di un cielo mite e di un'aria benigna che ne consiglia e
sospinge alle ricreazioni e ai diporti...»
«Compiango quei giovani che credono poter comporre piaceri d'ogni
maniera coll'arte. L'arte sola deve stare in cima al pensiero
dell'artista, e per essa vivere e volgere in essa ogni sua cura. Non
devesi sviare l'intelletto nè abbattere il corpo.»
«Chi è stanco della musica, della veglia e del ballo, del passeggio,
della cena, come mai di buon mattino potrà recarsi allo studio
per lavorarvi con quell'ardore che vi bisogna? Quindi si diviene
neghittosi, e all'ignavia vien dietro la noncuranza della gloria e
l'appagarsi della mediocrità. La vita dell'artista debbe essere un
continuo studio, non v'ha cosa più preziosa del tempo. Il grande
artista deve pensare a vivere più nel futuro che nel presente...»[10].
Queste gravi e solenni parole colpirono profondamente il cuore commosso
di Valdrigo, che promise di mettersi con fermezza a terminare il suo
quadro, seguendo i consigli dell'amico, che lo assicurava delle supreme
consolazioni del lavoro, come farmaco infallibile che risana ogni
dolore dell'anima, e consola il cammino della vita.
In mezzo a questi propositi si separarono, fra le scambievoli
dimostrazioni di amicizia e di stima, e Canova parti per Possagno.