XXIV.

Silvia era diventata la stella di Venezia. La nascita cospicua e

l'illustre maritaggio l'aveano collocata al primo rango della nobiltà,

la grande opulenza del conte Leoni la metteva al pari colle più ricche

famiglie, le grazie della persona, e i vaghi lineamenti del volto le

assicuravano il primo posto della bellezza, ed era infatto riconosciuta

da tutti come la più bella fra le belle.

Quando compariva nelle pubbliche feste colla fronte sfolgorante di

brillanti che davano un singolare risalto al languore degli occhi

trasparenti e profondi, vestita di ricche stoffe ricoperte di pizzi

preziosi e di gemme, la folla rispettosa le cedeva il passo e un

confuso mormorio d'ammirazione irresistibile seguiva il suo passaggio.

Un sorriso misterioso muoveva le sue labbra esprimente la bontà

rassegnata d'un'anima priva di letizia, e un velo di melanconia

cresceva la bella espressione de' suoi sguardi.

Dal giorno che l'abbiamo lasciata fanciulla, vittima d'un ingenuo

impulso del cuore, lunga sarebbe la storia de' suoi intimi pensieri,

breve quella dei fatti.

La natura e l'educazione, l'istinto e il pregiudizio lottarono nella

sua candida coscienza con tutta la forza d'una passione segreta. Un

arcano misterioso s'era svelato con un bacio, il bacio del perdono era

divenuto il bacio dell'amore, e quelle labbra congiunte per un minuto

avevano lasciata una traccia indelebile. Quel bacio era un nodo stretto

dalla natura, rotto istantaneamente dagli uomini; quella lacerazione

aveva prodotto una piaga e un intenso dolore; i farmachi impiegati per

sanare la ferita la inasprivano, non erano balsami ma fiele; l'ironia,

lo scherno, la minaccia.

La fanciulla offesa aveva nascoste le sue pene nei più impenetrabili

recessi dell'anima, decisa di custodire le sue sensazioni per sè, di

cedere al mondo quello che il mondo reclama, le apparenze esterne,

il sorriso delle labbra, le parole di convenzione. — La sua mente

perspicace, illuminata dai discorsi dei parenti, dagli esempi e dai

consigli delle amiche, le dimostrava chiaramente l'inutilità d'una

lotta colla famiglia, e colle convenzioni sociali, lotta ineguale,

impossibile; che cosa avrebbe potuto ottenere una voce del cuore contro

il sistema sociale e politico, contro le tradizioni dei secoli, contro

l'autorità assoluta dei genitori, e la loro onnipotente volontà?

D'altronde una opposizione tenace l'avrebbe confinata in un chiostro, e

quale sarebbe il vantaggio di tanto sagrifizio?... la tomba prima della

morte!...

Che cosa chiedeva il suo animo?... un affetto per Vittore. Che era

l'affetto?... Un pensiero perenne, un'arcana aspirazione, una tenerezza

misteriosa, un'adorazione sublime... e tutto questo era possibile

nell'intimo segreto della vita interna, senza turbare l'andamento delle

cose terrene e l'irrefragabile volontà del destino.

Visse dunque sommessa in apparenza, ma ribelle nel fondo alle

leggi della sua classe, aspettò il conte Leoni, come si aspetta la

fatalità, come si aspetta la morte, e pensò a Valdrigo come si pensa

all'impossibile, o alle cose d'un altro mondo, all'eternità, al

paradiso.

Era sorvegliata col rigore dei prigionieri di Stato, non parlò mai più

con Valdrigo; non lo vide che rare volte, da lontano, alla finestra

per un secondo, o di passaggio alla chiesa. Nessuno se ne avvedeva,

soltanto i due giovani si scambiavano uno sguardo, un lampo!... ma

quel lampo teneva vivo il fuoco sacro, ed equivaleva ad un linguaggio

sublime, il quale bastava ad occuparli intiere settimane nella

traduzione talora impossibile dei concetti trasmessi.

Così passarono dei mesi, e il tempo, che distrugge gl'imperi e le

nazioni, esercitava la sua lenta ma inevitabile potenza anche sul

cuore di Silvia. Il tempo scema ogni dolore e medica ogni piaga, ed

ogni malato deve sottomettersi al supremo destino di guarire o morire.

Silvia non guarì interamente, ma la piaga divenne cicatrice segnando un

solco profondo e incancellabile.

Intanto il conte Leoni, terminata la lunga missione diplomatica che

lo teneva lontano da Venezia, ritornò in patria, si presentò alla

futura sposa, e vennero fissate le nozze. Quest'uomo era immerso nella

politica segreta, e nei raggiri diplomatici di quei tempi minacciosi.

Conservatore per educazione e per nascita, apparteneva a quel partito

che non voleva transigere colle novità della Francia, e giudicava un

pericolo la minima concessione. Passava quindi per implacabile nemico

d'ogni più ragionevole riforma, ed era odiato dai partigiani della

libertà, e dalle sètte che volevano abbattere i privilegi e proclamar

l'eguaglianza. Di ricco censo, avvezzo al lusso delle Corti e splendido

per le avite tradizioni, egli presentò alla sposa i doni nuziali colla

prodigalità d'un principe, e gli Orseolo avevano apparecchiata una dote

degna dell'illustre prosapia, gareggiando collo sposo nella sontuosità

degli arredi e delle gemme; di modo che il proemio al matrimonio non fu

per Silvia che una lunga tortura di sartore e modiste che le provavano

le vesti, e spiegavano davanti ai suoi sguardi le magnificenze delle

arti, che più solleticavano la vista. I preziosi smanigli, le filze di

perle, i diademi di brillanti, gli abbigliamenti di broccato, i rasi

ricamati, gli sciamiti di seta doppia trapunta d'oro, i pizzi e i veli

trasparenti e leggiadri per vaghezza di disegno, i nastri, le nappe,

le pelliccie, ed una varietà innumerevole di pannilini d'ogni foggia e

d'ogni uso.

Il dire che Silvia rimanesse indifferente davanti a tante meraviglie,

non sarebbe l'espressione del vero, che anzi assorta nella

contemplazione di tali accessorii, essa dimenticava il principale.

Cosicchè il giorno delle nozze giunse come improvviso, e la pompa

solenne parve un sogno alla fanciulla sbigottita dagli omaggi delle

matrone e dei patrizii, e sbalordita dalle cerimonie religiose e

domestiche. Alla consacrazione davanti l'altare succedettero senza

posa i rinfreschi, il banchetto, le danze, la musica, e la sua mente

vacillava confusa fra il bagliore delle faci, il fruscio delle vesti,

il bisbiglio misterioso e confuso della folla elegante.

All'indomani della festa, un'infelice di più imprecava alla amara

sorte riservata alla nobiltà ed alla ricchezza, e invidiava i modesti

sponsali del popolo consigliati da reciproche attrattive e consolati da

un amore concorde.

Ma il popolo alla sua volta, mancando spesso del necessario, invidiava

il superfluo dei nobili e così pochi erano contenti. Questa è la sorte

comune della società, e ancora non si è trovato un sistema di governo

che renda tutti felici, e crediamo non si troverà così presto; quindi

la rassegnazione è stata sempre e sarà ancora per lunga pezza una delle

più belle ed utili virtù.

Silvia, che certo non mancava del superfluo, fra il quale considerava

anche l'epitalamio di Don Lio, si trovava priva del necessario, che per

lei era un cuor giovane e amoroso che rispondesse a' suoi sentimenti.

Legata per legge divina ed umana ai destini d'un estraneo al suo

affetto, essa soffriva il matrimonio come una malattia della sua razza

e ne cercava qualche rimedio adottando francamente la vita di Venezia

che moltiplicando le veglie, i piaceri e le feste, teneva lontani i

mariti, e liberava le mogli dalle loro noiose assiduità, giudicate

ridicole dai costumi eleganti, e assolutamente proscritte dalla società

dei patrizii e rilegate tra le abitudini volgari del popolo.

Così essa trovava la libertà nei legami del matrimonio, tanto è vero

che le leggi che si allontanano dai dettami di natura non ottengono

lo scopo che si propongono, e si conservano apparenti nella forma, ma

illusorie nel fondo. Di tale libertà però Silvia non abusava, chè se

i tempi corrotti autorizzavano e rendevano facili gl'intrighi, l'amor

vero non ha mai congiurato contro l'onore per deliberazione spontanea,

ed è rimasto sempre il guardiano del pudore e della virtù. Chi ama non

ardisce, e chi ardisce non ama, disse un sapiente scrittore, e appunto

Silvia amava, e non ardiva confessarlo a sè stessa. Però schiava del

dovere e dell'onestà, non poteva nè voleva raffrenare la libertà del

pensiero, il quale correva senza ostacoli alle memorie del passato,

e nelle ore di solitudine vagava in traccia d'un'anima sorella nel

dolore e nelle aspirazioni, del pari solinga e abbandonata dall'avverso

destino!... Infatti Silvia pensava sovente a Valdrigo.

Il dolce far niente: Scene della vita veneziana del secolo passato · 第 27 / 46 题