Era di primavera. Le prime fogliette spuntavano dagli alberi, e l'aria
tiepida esalava il soave profumo delle prime violette. La giovane
veneziana non era mai uscita dal suo nido, la sua infanzia s'era
passata sulle rive della laguna, in un'aria pregna di emanazioni
saline, commista all'ingrato tanfo dei canali ed alle esalazioni
di pece delle barche. I suoi occhi avvezzi all'azzurra superficie
dell'acqua, o al freddo aspetto dei muri, non si erano mai posati sopra
una vasta campagna. Essa non aveva mai contemplato la natura rurale che
nei prodotti degli orti delle isole, esposti nei cestoni dell'erberia;
e i pochi alberi dispersi fra le case, e i modesti vasi di garofani
e geranei della sua finestra, erano per lei i soli rappresentanti del
regno vegetale.
Il movimento continuo della città, il canto dei gondolieri, le ciarle
delle donnicciuole, le baruffe dei facchini, le diverse grida dei
pescatori e dei vari venditori ambulanti che annunziano per le strade
le loro merci avevano sole risuonato alle orecchie della fanciulla, con
l'accompagnamento delle musiche dei menestrelli vagabondi, e del suono
delle campane, tutti rumori che confusi fra loro danno un certo suono
generale che si potrebbe chiamare la voce delle calli di Venezia.
Al Saltore la scena era affatto diversa, il silenzio della notte non
era interrotto che dal canto dei grilli e da qualche latrato dei cani,
al giorno era la canzone degli uccelletti fra gli alberi, le varie voci
degli animali domestici, lo stormire delle fronde agitate dagli aliti
della primavera.
Il verde tappeto dei prati si smaltava di bianche margherite, e gli
armenti vaganti per la campagna mandavano i loro muggiti, come un
saluto alla pace che regnava dovunque.
Nella rustica dimora, l'abbondanza prodigava i suoi doni. Non era più
come a Venezia, ove ogni cosa si misurava in proporzioni meschine, ove
sul tavolo della cucina si vedeva una libbra di farina, un bicchiere
di latte, un cavolo, un pollo, un piattello d'insalata; nella cucina
del colono entravano ampi catini di latte, cesti ricolmi di erbaggi,
il farinaio riboccava di farina, gli scaffali di formaggi, e dalle
travi affumicate pendevano i salami ed il lardo. Il cortile brulicava
di polli, e il bravo Osvaldo aveva introdotto sotto al portico alcuni
alveari che gli davano ogni anno un miele dorato, eccellente.
Rosa faceva gli onori della casa alla sua ospite meravigliata di tanta
agiatezza, sorpresa del nuovo spettacolo dei costumi campagnuoli.
Durante l'assenza della moglie, Zammaria era un uomo impacciato e
disperato. La casa gli pareva un deserto, i polli erano inquieti, il
majale grugniva dalla fame, il gatto miagolava, il cane da guardia
giaceva malinconico in un angolo del cortile, dopo d'aver invano
cercato la sua padrona da ogni parte. Il ritorno di Rosa fu una vera
festa per tutti, il cane le saltava addosso urlando ed abbajando dalla
gioia, tutti gli animaletti le correvano incontro, il maiale dava
segni evidenti di soddisfazione, i figliuoli la baciavano, e Zammaria
sbalordito rimaneva immobile in mezzo del cortile, si cavava la beretta
di lana per inchinare Maddalena, e rideva colla bocca, mentre due
grosse lagrime di consolazione gli correvano giù per le guancie.
La Rosa gli corse fra le braccia, lo baciò in viso e tutti entrarono in
cucina. Allora disfatti i bagagli saltava fuori una bella giacchetta
pel marito, una berretta col fiocco per Osvaldo, e fazzoletti rossi e
variopinti per gli altri. Poi vennero i rinfreschi, il latte, le frutta
per la bella veneziana, che tutti guardavano colla bocca spalancata e
gli occhi sorridenti.
Maddalena osservava quel quadro di felicità, e pensava come sarebbe
bella la vita in questa pace, accanto all'uomo amato, in mezzo ad
una famiglia contenta! La Rosa presso a poco pensava egualmente, e
rifletteva che per Vittore una signora sarebbe una vera disgrazia,
una contadina troppo poco, e faceva i suoi castelli in aria. Si
potrebbe, diceva fra sè, restaurare la casa con poca spesa, Vittore
farebbe dei bei santi per le chiese, Maddalena lo renderebbe felice,
e mi assisterebbe nelle faccende di famiglia, saremmo tatti uniti!
e si proponeva di mandare alcune candele alla Madonna della Neve per
ottenere questa grazia.
Vittore per sua parte pensava: — Silvia è la più divina creatura che
abbia vissuto sulla terra, i suoi sguardi mi sono fitti nel cuore con
indelebile fermezza, mi par sempre di vedere quell'occhio limpido e
profondo, azzurro come il cielo, veggo sempre la sua bocca soave, ahimè
la sento ancora sulle labbra!
Orgoliosi! egli ripeteva fra sè, orgoliosi! gettare un fiore del
paradiso fra le braccia d'un vecchio consumato dagli stravizi,
soffocare le aspirazioni di quel cuore innocente per considerazioni
ambiziose!... No! essa non può essere rea d'un oblìo contro natura,
essa fu vittima d'un pregiudizio fatale!... — E la sua mente lottava
e si agitava fra l'amore e l'odio, fra l'affetto per Silvia, fra il
disprezzo pei nobili inumani, e quella violenta passione dominava
tutte le facoltà di quell'anima esaltata dalle aspirazioni del cuore e
amareggiata dai disinganni della vita!
Nelle ore della solitudine, Valdrigo viveva concentrato in sè stesso
coi pensieri condensati dall'affetto, evocava le immagini del passato,
riviveva nei giorni felici, conversava col suo idolo, lo circondava
d'un prestigio fantastico, lo adorava con tutte le forze del cuore.
Richiamato alla vita reale da qualche accidente volgare, chiudeva
nel cuore e nella mente le sensazioni e i pensieri reconditi, come
si chiudono le lettere d'una amante riamata entro ad una cassettina
segreta per rileggerle e ribaciarle a suo tempo; e usciva dalla sua
stanza col volto sereno, coll'aspetto tranquillo, avendo preso il
partito di dissimulare le interne agitazioni con una superficie calma,
di vivere con lei sola nella segreta intimità dell'anima, e di vivere
con tutti secondo le convenienze della comune esistenza.
La gratitudine che provava verso Maddalena per le cure ricevute lo
obbligava a mostrarsi cortese ed affettuoso, ed a renderle gradevole
e lieto il soggiorno di Saltore. Quindi scherzava con lei, e le
indirizzava sovente quei complimenti abituali, che i giovani usano
con le ragazze, e sono parole che spuntano spontanee sulle labbra
all'aspetto della gioventù e della bellezza. Ma essa le ascoltava con
grande attenzione, se le metteva da parte, le pesava colle bilancie
dell'oro, e se le teneva come tante dichiarazioni mascherate d'un amore
incipiente e forse troppo timido, per manifestarsi a volto scoperto. In
fondo non erano che paglia, ma vicino al fuoco del cuore, sollevavano
un incendio.
Ogni giorno egli la conduceva al passeggio, e le ingenue sorprese
della fanciulla alla quale tutto era nuovo, gli eccitavano una ilarità
superficiale e burlesca. Ella che lo vedeva sempre cupo, si attribuiva
il merito di scacciare le tetre nubi di quell'anima misteriosa, e di
ricondurre i giorni sereni.
Una mattina passeggiavano per le strade deserte di Vascon, e giunti
davanti al palazzo degli Orseolo, Maddalena voleva entrare per vedere
il giardino. Valdrigo le disse che dopo uscito da quella casa, non vi
aveva più riposto il piede, e non voleva rimetterlo, perchè l'orgoglio
di quei signori, rendeva amaro il beneficio ricevuto. Maddalena
guardava pei cancelli le statue e le ajuole fiorite, e Angelo Rotondo
fingendo di non vedere nessuno faceva segno col gomito a Fiorina,
dicendo: — Guarda un po' se l'ha trovata la sua veneziana, e più
bella della padroncina. Questa è proprio un bel pezzo di ragazza, un
bocconcino che mette in appetito.
— Taci su, birbonaccio, — rispondeva Fiorina, — sei proprio come il
lupo che perde prima il pelo che il vizio.
Maddalena ricondusse in campo la storia degli Orseolo, che Valdrigo
le aveva raccontata a suo modo sotto la cappa del camino a Venezia,
e volle sapere il nome d'ogni singolo individuo componente l'illustre
famiglia. Quando udì il nome di Silvia, sentì come una punta nel cuore,
e il suo volto espresse l'impressione dolorosa, ma Vittore non se ne
avvide, ed essa non osò spingere le ricerche più avanti; ma disse fra
sè: — Ecco trovata la Silvia, che Vittore invocava nei vaneggiamenti
della febbre.
Un'altra volta ritornando sullo stesso discorso, seppe che la nobile
fanciulla era andata a marito, ma questa notizia non valse gran fatto a
calmarla. Ne parlò alla Rosa con aria d'indifferenza, e i suoi sospetti
ebbero nuovo alimento dalle spiegazioni della buona donna che volendo
giustificare suo figlio lo accusava, ed imbrogliava l'intrigo.
Le cose erano a questo punto quando un giorno giunse Beppo da Venezia
all'improvviso. La cucina della Marta non gli andava troppo a sangue,
la buona vecchia gli aveva bruciata una frittura di sogliole, la casa
era in disordine, ed egli richiedeva sua sorella. Non ci fu caso di
protrarre il soggiorno della ragazza, Beppo doveva partire per la
pesca, la nonna Marta era sorda, e non si fidava di lasciarla sola a
Venezia. Maddalena dovette cedere, e lasciò i buoni coloni con dirotte
lagrime; essa sarebbe rimasta per sempre in quel beato soggiorno, Rosa
la baciò colla tenerezza d'una madre, la consolò con future speranze, e
la congedò colle dolci parole: — A rivederci presto.
Partì con Beppo, ma il suo cuore rimase a Saltore; l'ultimo sguardo
dato a Valdrigo avrebbe commosso una pietra: Vittore pensava fra sè: —
Potessi almeno rivedere Silvia, e disse ad alta voce alla fanciulla: —
Addio, buona Maddalena, a rivederci fra pochi giorni a Venezia, che qui
non ci posso più stare.
Queste parole, che essa interpretava a suo modo, furono la sola
consolazione della fanciulla durante il suo viaggio, nel quale
si sforzò a gran fatica di reprimere le lagrime e di soffocare i
singhiozzi.