Vi sono dei giorni d'autunno ne' quali sembra che la natura si disponga
a dare un ultimo addio alla bella stagione, avanti il sonno delle
piante, avanti le brine del verno. Il sole risplende in un cielo
perfettamente sereno, l'aria è tranquilla, gli uccelli cantano sugli
alberi, i fiori emanano le più soavi esalazioni, tutta la campagna
presenta un aspetto di pace e di felicità. L'indomani dell'ultimo
incontro di Silvia e di Vittore era uno di quei giorni. Ogni volta
che i due giovani uscivano in giardino i loro passi si dirigevano
verso l'ombrose macchie del bosco, quasi vi fossero attirati da una
forza misteriosa; talvolta, appena entrati, Silvia voleva ritornare
in giardino, e sembrava dominata da due genii contrari, uno che la
invitava, l'altro che la respingeva da quel delizioso recesso. Quella
mattina pareva che i genii si fossero messi d'accordo, perchè i due
giovani entrarono francamente nel bosco, senza esitanza, e Silvia,
sedutasi ai piedi d'un albero, disse a Vittore: — Qui non saremo
disturbati, e la quiete che ne circonda in questo luogo romito, si
presta perfettamente all'intento. Leggete dunque i versi che avete
composti ier mattina passeggiando per la campagna, dopo la vostra
pretesa scoperta.
Vittore rispose: — Manterrò la promessa.... — e spiegando un foglietto
si mise a leggere una poesia che aveva per titolo: _Le lagrime d'una
fanciulla_.
Egli leggeva con una voce dolce e commossa, e la giovinetta
impallidiva, il suo seno si sollevava agitato, le labbra semichiuse
reprimevano invano i sospiri, e gli occhi umidetti non potevano
rattenere le stille che le irrigavano le guancie. Finita la lettura.
Vittore fece in mille brani il foglietto, e disperdendolo al vento,
esclamò: «Andate, poveri sogni, nel regno dei fantasmi, questa
vita non è fatta per la poesia!...» Silvia levatasi con un rapido
slancio voleva arrestare Valdrigo, ma troppo tardi, che già i piccoli
frammenti scendevano al suolo fra le foglie secche degli alberi. Allora
trapassando con repentino movimento dall'emozione alla collera: —
Ebbene, disse, addio!... mi avete dato una ferita mortale, e per voi
sono morta!... — e si mise in via per uscire.
Valdrigo sbalordito dalla sorpresa le corse presso, la ritenne per la
mano, la ricondusse sotto l'albero, la fece sedere nuovamente, ma essa
non lo guardava, e non rispondeva alle sue scuse. Allora, disperato
d'averla offesa, disperato d'aver perduto quello sguardo che gli
penetrava nell'anima come un raggio di luce divina, si gettò a' suoi
piedi in ginocchio, e colle mani giunte, e le lagrime del pentimento
sul ciglio, gli ripeteva: — Perdonate, Silvia, perdonate, io non
credeva quei versi degni di voi, la vostra collera mi uccide, ogni
vostro desiderio è sacro per me, voi avrete quei versi che io tengo
nella mente, ne avrete ancora degli altri, se non mi negate quello
sguardo che m'ispira i più sublimi pensieri. — Allora Silvia volgendo
lentamente la testa verso Vittore lo guardò e lo vide sconvolto
dal dolore, cogli occhi infuocati pieni di lagrime, che domandavano
pietà. Commossa fino al fondo del cuore, gli pose una mano sul capo,
e pronunciando la dolce parola: vi perdono, avvicinò il suo volto
a quello del giovane, ed entrambi, trasportati da quell'estasi che
inebbria le anime giovanili, suggellarono con un bacio reciproco la
pace, e rimasero un minuto fuori del mondo.
Ma ohimè! la realtà della vita li richiamava sulla terra per mezzo
d'un fastidioso accidente. Uno scroscio di risa ruppe istantaneamente
l'incanto, come lo scoppio di un fulmine che sveglia dal sonno e
disperde i sogni beati da soavi visioni. Don Lio aveva sorpreso i due
giovani nell'atto del bacio, e ne menava uno scalpore indiavolato.
— Bravi, ripeteva battendo le mani, bravissimi!... Brava la futura
sposa del conte Leoni, bravo il nemico delle muse, lo schernitore di
Cupido! Egli confida nel silenzio delle Amadriadi e simile a Prometeo
tenta la salita del cielo per rapire il fuoco divino!
Le sue declamazioni mitologiche attirarono servi, la confusione si
diffuse per la casa. Silvia umiliata si ritirò nella sua stanza,
Vittore tentò invano di giustificare la fanciulla. Don Lio fu
l'implacabile accusatore del delitto. Il nobile Almorò degli Orseolo,
intimò a Valdrigo lo sgombro immediato dalla casa. La nobildonna
Fulvia non poteva darsi pace d'un tale scandalo, il cavaliere
servente Partecipazio ne strabiliava. Don Lio accusava il seduttore
d'insaziabile ambizione, Partecipazio sosteneva che il popolo è
divenuto oltremodo vizioso, che non bisognava troppo proteggere la
gente bassa, e rimproverava alla nobildonna la sua debolezza, il suo
capriccio di tollerare in famiglia un villano, e dichiarava che tutti
devono rimanere al loro posto, i bifolchi alla marra, i nobili alla
toga. — Per quanto farete, egli andava ripetendo, i villani resteranno
sempre villani, il sangue non si cambia, la nobiltà dell'uomo scorre
nelle vene. Il mondo sarà sempre così! e Don Lio approvava abbassando
la testa, sollevando le braccia e agitandole in segno di profondo
convincimento.
La figlia colpevole dovette comparire davanti alla madre, alla quale
spiegò ingenuamente il motivo di quel bacio tanto fatale. La madre
la minacciò di rimetterla in convento fino al ritorno dello sposo,
al minimo indizio di civetteria; la ammonì a tenersi in riserva, e
soggiunse: — Se Valdrigo fosse stato un nostro pari, certo non avrei
permesso la vostra intimità, ma come poteva io sospettare che un uomo
senza nascita potesse farvi discendere sino a lui? Quando sarà finita
questa benedetta missione diplomatica del conte Leoni faremo subito
il matrimonio, ed allora sarete libera; ben inteso, sempre nei limiti
delle convenienze, scegliendo il vostro corteggio nel libro d'oro, e
possibilmente fra quelli di antica data.