XVI.

Vi sono dei giorni d'autunno ne' quali sembra che la natura si disponga

a dare un ultimo addio alla bella stagione, avanti il sonno delle

piante, avanti le brine del verno. Il sole risplende in un cielo

perfettamente sereno, l'aria è tranquilla, gli uccelli cantano sugli

alberi, i fiori emanano le più soavi esalazioni, tutta la campagna

presenta un aspetto di pace e di felicità. L'indomani dell'ultimo

incontro di Silvia e di Vittore era uno di quei giorni. Ogni volta

che i due giovani uscivano in giardino i loro passi si dirigevano

verso l'ombrose macchie del bosco, quasi vi fossero attirati da una

forza misteriosa; talvolta, appena entrati, Silvia voleva ritornare

in giardino, e sembrava dominata da due genii contrari, uno che la

invitava, l'altro che la respingeva da quel delizioso recesso. Quella

mattina pareva che i genii si fossero messi d'accordo, perchè i due

giovani entrarono francamente nel bosco, senza esitanza, e Silvia,

sedutasi ai piedi d'un albero, disse a Vittore: — Qui non saremo

disturbati, e la quiete che ne circonda in questo luogo romito, si

presta perfettamente all'intento. Leggete dunque i versi che avete

composti ier mattina passeggiando per la campagna, dopo la vostra

pretesa scoperta.

Vittore rispose: — Manterrò la promessa.... — e spiegando un foglietto

si mise a leggere una poesia che aveva per titolo: _Le lagrime d'una

fanciulla_.

Egli leggeva con una voce dolce e commossa, e la giovinetta

impallidiva, il suo seno si sollevava agitato, le labbra semichiuse

reprimevano invano i sospiri, e gli occhi umidetti non potevano

rattenere le stille che le irrigavano le guancie. Finita la lettura.

Vittore fece in mille brani il foglietto, e disperdendolo al vento,

esclamò: «Andate, poveri sogni, nel regno dei fantasmi, questa

vita non è fatta per la poesia!...» Silvia levatasi con un rapido

slancio voleva arrestare Valdrigo, ma troppo tardi, che già i piccoli

frammenti scendevano al suolo fra le foglie secche degli alberi. Allora

trapassando con repentino movimento dall'emozione alla collera: —

Ebbene, disse, addio!... mi avete dato una ferita mortale, e per voi

sono morta!... — e si mise in via per uscire.

Valdrigo sbalordito dalla sorpresa le corse presso, la ritenne per la

mano, la ricondusse sotto l'albero, la fece sedere nuovamente, ma essa

non lo guardava, e non rispondeva alle sue scuse. Allora, disperato

d'averla offesa, disperato d'aver perduto quello sguardo che gli

penetrava nell'anima come un raggio di luce divina, si gettò a' suoi

piedi in ginocchio, e colle mani giunte, e le lagrime del pentimento

sul ciglio, gli ripeteva: — Perdonate, Silvia, perdonate, io non

credeva quei versi degni di voi, la vostra collera mi uccide, ogni

vostro desiderio è sacro per me, voi avrete quei versi che io tengo

nella mente, ne avrete ancora degli altri, se non mi negate quello

sguardo che m'ispira i più sublimi pensieri. — Allora Silvia volgendo

lentamente la testa verso Vittore lo guardò e lo vide sconvolto

dal dolore, cogli occhi infuocati pieni di lagrime, che domandavano

pietà. Commossa fino al fondo del cuore, gli pose una mano sul capo,

e pronunciando la dolce parola: vi perdono, avvicinò il suo volto

a quello del giovane, ed entrambi, trasportati da quell'estasi che

inebbria le anime giovanili, suggellarono con un bacio reciproco la

pace, e rimasero un minuto fuori del mondo.

Ma ohimè! la realtà della vita li richiamava sulla terra per mezzo

d'un fastidioso accidente. Uno scroscio di risa ruppe istantaneamente

l'incanto, come lo scoppio di un fulmine che sveglia dal sonno e

disperde i sogni beati da soavi visioni. Don Lio aveva sorpreso i due

giovani nell'atto del bacio, e ne menava uno scalpore indiavolato.

— Bravi, ripeteva battendo le mani, bravissimi!... Brava la futura

sposa del conte Leoni, bravo il nemico delle muse, lo schernitore di

Cupido! Egli confida nel silenzio delle Amadriadi e simile a Prometeo

tenta la salita del cielo per rapire il fuoco divino!

Le sue declamazioni mitologiche attirarono servi, la confusione si

diffuse per la casa. Silvia umiliata si ritirò nella sua stanza,

Vittore tentò invano di giustificare la fanciulla. Don Lio fu

l'implacabile accusatore del delitto. Il nobile Almorò degli Orseolo,

intimò a Valdrigo lo sgombro immediato dalla casa. La nobildonna

Fulvia non poteva darsi pace d'un tale scandalo, il cavaliere

servente Partecipazio ne strabiliava. Don Lio accusava il seduttore

d'insaziabile ambizione, Partecipazio sosteneva che il popolo è

divenuto oltremodo vizioso, che non bisognava troppo proteggere la

gente bassa, e rimproverava alla nobildonna la sua debolezza, il suo

capriccio di tollerare in famiglia un villano, e dichiarava che tutti

devono rimanere al loro posto, i bifolchi alla marra, i nobili alla

toga. — Per quanto farete, egli andava ripetendo, i villani resteranno

sempre villani, il sangue non si cambia, la nobiltà dell'uomo scorre

nelle vene. Il mondo sarà sempre così! e Don Lio approvava abbassando

la testa, sollevando le braccia e agitandole in segno di profondo

convincimento.

La figlia colpevole dovette comparire davanti alla madre, alla quale

spiegò ingenuamente il motivo di quel bacio tanto fatale. La madre

la minacciò di rimetterla in convento fino al ritorno dello sposo,

al minimo indizio di civetteria; la ammonì a tenersi in riserva, e

soggiunse: — Se Valdrigo fosse stato un nostro pari, certo non avrei

permesso la vostra intimità, ma come poteva io sospettare che un uomo

senza nascita potesse farvi discendere sino a lui? Quando sarà finita

questa benedetta missione diplomatica del conte Leoni faremo subito

il matrimonio, ed allora sarete libera; ben inteso, sempre nei limiti

delle convenienze, scegliendo il vostro corteggio nel libro d'oro, e

possibilmente fra quelli di antica data.

Il dolce far niente: Scene della vita veneziana del secolo passato · 第 19 / 46 题