Silvia, come tutte le ragazze della sua età, era un prodotto misto
della natura e della educazione. La natura l'aveva dotata di una
bellezza delicata, di forme snelle, di biondi capelli, d'occhi azzurri
e profondi, come le acque del mare, dal quale la sua famiglia aveva in
origine attinte le glorie e le ricchezze. La mente ed il cuore erano
l'opera delle istituzioni claustrali, nelle quali era stata allevata,
sotto la direzione d'una zia paterna, suor Maria Serafina, divenuta
monaca secondo gli usi del tempo, per conservare intatto l'avito
retaggio al fratello primogenito. L'affetto della zia alleviava alla
educanda le fatiche dello studio e le aumentava la porzione delle
ciambelle, che si distribuivano nei giorni solenni. La buona monaca
aveva consigliato la fanciulla a preferire il maritaggio imposto dai
parenti, alle eterne noie del chiostro. Negli anni d'istruzione essa
aveva assorbite tutte le superstizioni e tutti i pregiudizi del suo
tempo, ed aveva ignorato completamente le realtà della vita. Essa
usciva dunque nel mondo fidanzata al conte Leoni, prima che il suo
cuore avesse parlato, ed arrivava nella società, come i naviganti nelle
terre scoperte, cioè in paese ignoto, fra costumi bizzarri, colle idee
d'un altro mondo.
Ma gli uomini coraggiosi che intraprendono delle spedizioni per
scoprire nuove terre sono già avvezzi alle fortune di mare, esperti
nella nautica, accompagnati da arditi marinai, provveduti di armi e
munizioni. La povera fanciulla veleggiava sola per mari ignoti, non
coadiuvata dalla scienza, inesperta degli scogli nascosti sotto le
onde, e senza pilota.
In quei tempi le madri erano troppo occupate per potersi dedicare
all'educazione delle figlie. La mattina era tutta impiegata davanti la
sapiente tavoletta, segreto laboratorio dei donneschi artificii, ove la
crema d'alabastro e il rosso di serkis, componevano il roseo incarnato
delle guancie; il bianco di Sultana, il latte di cocomero, o l'acqua
d'Ispahan, servivano a nascondere le rughe, un neo ben collocato
attirava gli sguardi degli ammiratori, e metteva al bersaglio un occhio
languidetto, o una bocca lusinghiera. Poi l'acconciatura del capo
esigeva lunghe cure, ed esperte mani per sollevare i capelli ad altezze
meravigliose, sostenerli al loro posto, fissarli colla pomata circassa,
rivolgerli col ferro caldo, imbiancarli colla cipria.
Più tardi venivano le visite, le adorazioni dei cicisbei, il pranzo, il
teatro, il ballo; e in mezzo a tante brighe bisognava pure soddisfare
alle convenienze sociali, concedere qualche istante al riposo, qualche
abboccamento segreto, appagare il gusto del cavaliere servente,
riconoscere i suoi diritti, e qualche volta transigere colle esigenze
del marito.
È dunque evidente che i figli erano veri imbarazzi, importuni
testimoni, pericolosi confronti, certificati autentici dell'età
approssimativa dei genitori. Perciò la gentildonna Fulvia teneva sua
figlia a rispettosa distanza, limitandosi a raccomandarle la massima
semplicità nelle vesti, e un contegno riservato. Ma la giovanile
freschezza suppliva ad ogni ornamento, e una modesta gonnella, un
bruno zendaletto, una rosa sui biondi capelli, bastavano a farne una
deliziosa creatura. Silvia dunque viveva nell'isolamento, quantunque si
trovasse fra numerose persone, e si concentrava in sè stessa cercando
d'indovinare i misteri della vita, osservando ogni cosa, studiando e
meditando gli usi, le abitudini, gli individui. Guidata dall'istinto,
coadiuvata dalle circostanze, essa andava modificando le sue idee, e
arricchendo la sua mente di quelle cognizioni che il convento le aveva
nascoste, e che pure le sembravano necessarie per sapersi regolare
nel cammino della vita. I passeggi solitari in giardino erano il suo
principale diletto, l'innocenza ama la natura, le fanciulle amano i
fiori, gli alberi, il cielo aperto dei campi. Pensava al suo futuro
matrimonio col conte Leoni che avea veduto due volte nel parlatorio del
convento, il giorno della presentazione, e il giorno che venne fissato
il matrimonio. Il fidanzato dopo d'aver baciato la mano rispettosamente
alla promessa sposa, in presenza dei genitori e della badessa, era
ripartito per un paese lontano ove rappresentava la repubblica, dopo
d'aver convenuto che il matrimonio avrebbe luogo al termine della sua
missione diplomatica.
La fanciulla studiava i rapporti conjugali dall'esempio dei parenti,
e giudicava naturalmente che nella famiglia il marito è un essere
secondario che dà poca noia alla moglie, e richiamando alla memoria i
lineamenti del futuro suo sposo, trovava che per un semplice marito
non c'era troppo male. L'affare più grave le sembrava la scelta del
cavaliere servente; l'importanza della carica era evidente a' suoi
occhi, il marito, essa diceva fra sè, non sta insieme alla moglie
che le brevi ore della notte, quando si smorza il lume e si dorme,
ma il cavalier servente è il compagno inseparabile, l'ombra del
corpo. Se fosse una persona noiosa come Don Lio, o affettata come il
nobile Partecipazio!... Povera mamma, essa pensava, come deve pesarle
l'obbligo sociale che la tiene incatenata a un tal uomo, quanto sarebbe
stato meglio per lei se il papà fosse stato il suo cavaliere servente,
e Partecipazio suo marito!... Come si fa a trovare il cavaliere
servente? ho sempre udito dire che la scelta appartiene alla sposa.
Guai se anche questo mi venisse consegnato dai parenti, mi darebbero
certo il conte Mocenigo, un ganimede che tabacca; o l'Ambasciatore
Daniele Dolfin Savio del Consiglio, cavaliere della Stola d'oro,
noioso come le cerimonie, o il grave inquisitore Grimani che fa
paura a guardarlo, o il vecchio Senatore Foscari colla sua parrucca
per traverso!... Sarebbe meglio Ermolao Tiepolo, se non camminasse
saltellando, o Alvise Pisani se non fosse tanto languido, o Lodovico
Manin se si mostrasse meno timido e sospettoso... Oh! infatti è un
affar serio, e non vedo l'uomo secondo le mie idee.... Mi piacerebbe un
carattere franco, disinvolto, coraggioso senza burbanza, e poi di bella
presenza, buono, dolce, che odiasse il tresette, l'odore d'ambra, e il
tabacco di Spagna.... ove trovarlo?...
Mentre la fanciulla passeggiava con queste idee per la testa, vide da
lontano Valdrigo, e si mise a chiamarlo con tutta la forza della sua
voce argentina: — Vittore, Vittore, Vittore....
Il giovane accorse in tutta fretta, e le chiese in che cosa potesse
servirla. La fanciulla fattoselo sedere dirimpetto gli disse: — Voglio
domandarvi un consiglio.... ma in segreto. Credete voi ch'io possa
essere preoccupata da gravi pensieri?...
— Lo credo.
— Mi promettete il più profondo segreto delle mie confidenze?
— Lo prometto.
— Siete disposto a rendermi un segnalato servigio?
— Dispostissimo.
— E a rispondere francamente a tutte le mie domande?
— Dipende....
— Come dipende?
— Dipende dalle domande.
— Vi sono dunque delle domande alle quali non vorreste rispondere?
— Certamente!
— E perchè?...
— Perchè non potrei dirle la verità.
— Allora temo che la mia domanda sarà inutile!
— Si provi.
— Or bene, proverò.... Sappiate dunque che io vorrei ottenere un
consiglio da voi, intorno alla scelta del mio futuro cavaliere
servente.
— Sono dolentissimo di non poter soddisfare un tale desiderio....
— E perchè?...
— Perchè non ammetto i cavalieri serventi....
— Come?... Non ammettete nemmeno i cavalieri serventi!... Don Lio ha
dunque ragione, siete un vero originale!... e perchè non ammettete i
cavalieri serventi?...
— Perchè mi pare che debbano bastare i mariti!...
— Mio Dio! quali stranezze!... ma se i mariti non fanno mai nulla!...
— Bisogna farli fare!...
— Oh bella!... cosa direbbe il mondo, se vedesse una dama accompagnata
dal marito.... corteggiata dal marito.... non sono cose possibili....
sono idee che farebbero ridere.... la stessa cosa come se un gentiluomo
si presentasse in piazza senza coda e senza parrucca!... ma sapete che
siete un grande originale!...
— Lo so, e ci tengo, perchè il plurale è così melenso al dì d'oggi, che
preferisco il singolare.
E ridevano insieme, come di cose che non ammettono discussione,
entrambi perfettamente convinti delle proprie idee. Ma poi nella
solitudine Silvia ritornava col pensiero alle cose udite, e meditava a
fondo sulle discussioni tenute.
Una volta essa consegnò misteriosamente a Vittore un libriccino,
raccomandandogli di leggerlo con molta attenzione. Egli lo portò nella
sua stanza, gettandosi sul sofà, aperse il volume e si trovò fra le
mani: _Il giardino di poesie spirituali_, diviso in quattro parti, di
SUOR MARIA ALBERGHETTI, viniziana fondatrice delle Dimesse di Padova. —
Lesse per obbedienza, e dormì d'un sonno consolato di celesti visioni.
Era un dono della zia badessa.
Finiti i pochi libri che aveva portati dal convento, Silvia sentiva
il bisogno di nuove letture, e s'indirizzava alle amiche vicine, le
quali le consegnavano di soppiatto le opere in voga. — _La Marfisa
Bizzarra_, poema del conte CARLO GOZZI. — _II Tirsi e il Narciso_, di
APOSTOLO ZENO. — _Il Re Pastore_ e _L'Astrea placata_, di METASTASIO.
Questi libri accendevano il suo entusiasmo, allargavano il ristretto
orizzonte delle sue idee, le facevano battere il cuore, e versava
torrenti di lagrime. Nel bisogno di comunicare le sue emozioni ad un
amico, aspettava Valdrigo in giardino, lo invitava a seguirla sotto
l'ombre del boschetto, e colà narrava ingenuamente i suoi trasporti di
ammirazione per le pagine divorate nella cameretta solitaria.
Valdrigo ascoltava con un'aria di affettuosa compassione, o di muta
sorpresa; la giovinetta lo interrogava ansiosa:
— Cosa pensate di Carlo Gozzi?
— Scipito, rispondeva Vittore con un sospiro.
— E di Apostolo Zeno?
— Noioso.
— Ah! non potete negare che Metastasio non sia uno de' più grandi poeti?
— Lo nego!
— Come! avreste il coraggio di non piangere ai suoi drammi? di non
rimanere commosso alla lettura de' suoi versi?
— Ahimè! pur troppo debbo confessare che i suoi versi mi fanno
ridere....
— Basta.... Basta.... Non vi credeva un cuore di marmo, mi fate
compassione.... voi non sentite niente!... non amate niente!...
— Niente!... rispondeva Valdrigo con un sorriso affettuoso, e se ne
andava.
Silvia ritornava alle predilette letture, e mentre il suo cuore si
disponeva alla tenerezza, udiva una musica soave uscire da una stanza
del palazzo. Era Valdrigo che trasmetteva al suo violino un'espressione
della sua anima, un pensiero di sublime dolcezza. La giovinetta
ascoltava quella voce arcana che molceva le più riposte fibre del
cuore, e sospendeva la lettura, per non perdere una nota della lontana
melodia. Poi essa pensava: — quel giovane è un mistero!
Un giorno passeggiando in giardino con lui si mise a lodare l'elegante
forma dei carpini tagliati in vasi e piramidi, e ammirando l'arte del
giardiniere si rivolse al suo compagno, e con un'aria burlesca, gli
disse:
— Ci scommetto io, che voi non amate quest'arte!...
— Ma niente affatto! rispose tranquillamente Valdrigo, anzi la detesto.
Come vuole che io ammetta Angelo Rotondo censore della natura, l'opera
di Dio!...
E qui una lunga discussione, come al solito, sulla stupidità degli usi,
sulla corruzione del gusto, e sull'eccellenza della natura, e sempre
camminando e andando a finire sotto le ombre del prediletto boschetto.
Giunti colà, Silvia, incrociate al seno le braccia, e fissando in volto
Valdrigo collo sguardo scrutatore d'un inquisitore di Stato, gli disse:
— Voglio vedere fino a qual punto giunga il vostro superbo disprezzo
per le cose tenute in venerazione dal comune degli uomini. Da
quattordici secoli la repubblica di San Marco forma l'ammirazione del
mondo, orbene, qui nessuno ci ascolta, e potete parlare senza tema del
supremo tribunale; sareste voi capace di burlarvi del Doge, serenissimo
principe della repubblica, di ridere della maestà dell'Eccellentissimo
senato, di mancare di rispetto all'Eccelso consiglio dei Dieci? sareste
capace di dubitare dell'eterna durata d'un governo fondato dai nostri
padri, guidato dalla sapienza civile e politica dei secoli, sostenuto
da una nobiltà devota alle antiche istituzioni, e da un popolo
rispettoso e felice?... rispondete.
— Come mai possono venirvi in mente tali domande?... a che possono
servirvi i miei pensieri in proposito?...
— Il desiderio di conoscervi a fondo, mi spinse a cercare nella mia
mente qualche cosa di grande dopo Dio, per vedere ove si arresti la
vostra manìa di contraddire le idee generalmente adottate; i vostri
pensieri poi mi servono a pensare tutta sola, a ragionare fra me, a
discutere nel silenzio fra le idee comuni e le vostre, a distinguere il
pregiudizio dalla verità. Ditemi francamente, ve ne prego, credete voi
ad una lunga prosperità della repubblica?...
— Non ci credo.... la repubblica è vecchia, e piena di magagne, e i
vecchi devono morire!
— Mio Dio!... mi fate paura.... e sapete cosa penso qualche volta di
voi?... penso che siete pazzo!...
— Sicuro che sono pazzo.... egli rispose con un'aria naturale e
convinta. Esser pazzo significa vedere le cose in modo diverso dagli
altri.... Gl'inquisitori del Santo Ufficio giudicarono pazzo Galileo
Galilei, perchè sosteneva che la terra girava attorno al sole, e
l'obbligarono colla tortura a confessare la sua eresia.... Tutti i
dotti trapassati e viventi davano torto alle sue nuove teorie, ma il
dubbio era gettato, e la tortura non bastava a distruggerlo, bisognava
dimostrare il contrario con prove scientifiche.... le prove si fecero,
e dimostrarono ad evidenza che i dotti trapassati e viventi erano
asini.... compresi gl'inquisitori del Santo Uffizio.... e che Galileo
era un genio!... I Genovesi, i Portoghesi, gli Spagnuoli trattarono
da pazzo Cristoforo Colombo, che si era fissata in mente l'idea di
scoprire un nuovo continente oltre i mari conosciuti. Si figuri, se la
dotta antichità poteva ignorare qualche cosa! I dotti contemporanei
si burlavano di lui, la dotta Salamanca si sbellicava dalle risa,
egli vagava invano per l'Europa alla ricerca d'un pazzo suo pari, che
volesse aiutarlo procurandogli i mezzi di viaggiare in traccia delle
sue chimere. Finalmente la presa di Granata mise in possesso della
regina di Spagna tutte le provincie che si stendono dai Pirenei alle
frontiere del Portogallo, la buona regina Isabella trovandosi la borsa
ricolma ebbe il capriccio di gittare un poco di denaro dalla finestra,
e malgrado l'opposizione insistente del marito, mise a disposizione di
Colombo tre poveri vascelli, coi quali al dì d'oggi non si farebbe un
viaggio in Dalmazia. Ella sa il resto; l'ignoto continente esisteva,
Colombo lo ha scoperto; anche questa volta il creduto pazzo era un
genio, e gli asini si trovarono nella dotta Salamanca e nelle Accademie
scientifiche di quel tempo. Un altro pazzo era Torquato Tasso, l'autore
della _Gerusalemme liberata_, un poema che vostra eccellenza farebbe
bene di leggere, e che troverebbe certo migliore della _Marfisa
Bizzarra_ del conte Carlo Gozzi.
— E chi osò trattare da pazzo questo insigne poeta?
— Il Duca Alfonso di Ferrara, che lo tenne in prigione....
— E perchè?...
— Perchè il povero poeta aveva osato levare gli occhi alle stelle....
perchè aveva amato la Duchessa Eleonora, la sorella d'Alfonso....
— Oh ve ne prego, raccontatemi la storia degli amori del Tasso e di
Eleonora....
Vittore ignorava quasi intieramente quella storia, ma la sua fantasia
era abbastanza feconda per supplire ai documenti mancanti, e creò un
racconto interessante della fiamma del poeta per la bella duchessa,
e vi aggiunse le più tenere avventure, e le relative osservazioni
filosofiche e comparative fra la nobiltà dell'intelletto e la nobiltà
dei natali, e sul pregiudizio della nobiltà ereditaria.
Un altro giorno lesse a Silvia l'episodio d'Olindo e Sofronia,
spiegando alla fanciulla le allusioni del poeta, e disponendola
all'intelletto della vera poesia.
Tali frequenti ritrovi, resi interessanti dallo scambio reciproco
dei sentimenti e delle idee, strinsero la intimità dei due giovani,
e divennero oltremodo graditi al loro bisogno d'espansione. Silvia
andava colla cameriera Lucietta a trovare la Rosa, e colà si univano
a Vittore che le faceva correre attraverso la campagna. Osvaldo, un
fratello di Vittore, prendeva le reti, e andavano alla pesca portando
con loro delle frutta per una modesta colazione sull'erba. Talvolta
Lucietta si perdeva pei campi con uno sbarbatello dei contorni che
le prometteva di farla contessa, e allora Silvia e Vittore vagavano
solitari, conversando e questionando di mille cose diverse. Valdrigo
la proteggeva dall'ululato dei cani, dai pericoli provenienti dagli
animali pascolanti, dalle spine dei roveti. La portava attraverso
i ruscelli, la teneva per mano nelle salite più ardue, la difendeva
dal sole con dei rami degli alberi, e dal vento coprendola colla sua
giubba.
Dopo lungo cammino si siedevano a riprender lena sotto agli alberi, e
Silvia scherzando gli diceva: — Riposiamoci un poco, ma poi andiamo
avanti, avanti, sempre avanti fino a quei monti lontani, e dopo
varcheremo anche i monti, e sempre avanti....
Egli le prendeva la mano, e la guardava negli occhi tacendo. Tacendo
colla parola, perchè gli occhi parlavano abbastanza, e le anime si
trovavano in armonia, come due arpe che mandano il medesimo suono.
L'ingenuità della fanciulla la rendeva sacra a Valdrigo che la
circondava del rispetto dovuto dai mortali verso gli angeli. Quella
pura ammirazione era una sorgente d'ispirazioni novelle, di pensieri
elevati. Nella sua tranquilla cameretta egli tracciava delle immagini
celesti degne della matita di Raffaello; e traea dal violino dei
canti di suprema dolcezza, e sovente improvvisava dei versi sublimi
riboccanti d'entusiasmo e di gemiti, che si perdeano per l'aria, e
svaporavano come diamanti consumati dalla combustione. Cosicchè non
restava mai nulla di tante effimere creazioni. Nessuno era presente per
colpire sul fatto le idee del poeta o le note del suonatore, ed egli
stesso obliava ogni cosa quando cessata quella specie di ebbrezza che
agitava il suo spirito, si lasciava cadere sopra il letto, sfinito ed
esausto.
Anche gli abbozzi sparivano, nei momenti di scoramento, quando
misurando le difficoltà che avrebbe incontrate nella completa
esecuzione di pensieri appena accennati, egli distruggeva quelle forme
indeterminate, come aborti indegni dell'arte.
Una mattina d'ottobre uscì per tempo a respirare l'aria aperta.
Le foglie cadendo dagli alberi disponevano la mente ai pensieri
melanconici, entrò nel boschetto e si trovò dirimpetto di Silvia.
Una lagrima scendeva sulle guancie della fanciulla, che vedendosi
sorpresa si passò rapidamente una mano sul volto, e finse un sorriso.
Ma Valdrigo se n'era avveduto e fattosele incontro, le chiese
con affettuoso interesse il motivo della sua tristezza. Essa negò
fermamente d'aver pianto, e volle rassicurarlo che nulla agitava il suo
spirito. Passeggiarono insieme qualche tempo, in silenzio, poi Silvia
volle uscire dal boschetto, Valdrigo la pregava a rimanere, ma essa gli
rispose con aria risoluta:
— Usciamo, ve ne prego, non dite una parola di più....
Si separarono in giardino, Silvia, rientrò nel palazzo, Valdrigo uscì
alla campagna, in traccia di solitudine.