Vittore Valdrigo si rifugiò nel seno di sua madre. La povera donna
piangeva con lui, e si desolavano entrambi, non per la perduta
protezione, ma per le false accuse colle quali interpretavano uno
slancio di sentimento non disgiunto dal più profondo rispetto. La
povera Rosa consolava suo figlio con ingenue ma affettuose parole,
perchè il suo linguaggio era quello della semplice natura.
Dopo il primo sfogo violento dell'anima offesa, Valdrigo scrisse una
lettera ai nobili Orseolo nella quale giustificava la sua condotta,
e dichiarava la sua eterna riconoscenza dei benefici ricevuti.
Non risposero, ma gli fecero pervenire tutti gli oggetti che gli
appartenevano, come ultimo indizio di completo abbandono. Rosa sgombrò
la stanza della torre, la fece imbiancare, vi collocò un buon letto,
un tavolo, due sedie, e vi depose con religiosa attenzione tutte le
quisquiglie da rigattiere che costituivano il corredo del figlio.
Egli si abbandonò ad una profonda tristezza, ad un letargo che
pareva assopire il suo dolore, ma non era che l'effetto d'un vuoto
immenso che isolava la sua esistenza. La buona Rosa lo osservava di
sottovia, rispettava i suoi lunghi silenzi, lo serviva colla assiduità
instancabile dell'affetto materno. Alle sue parole di riconoscenza
rispondeva con un bacio, alle sue domande d'acqua gli portava del vino,
e gli metteva sul tavolo del pane caldo, dell'uva secca, delle frutta.
Per lui ci doveva essere ogni giorno la panna, il butirro fresco, e
si dovevano raccogliere nel pollajo le uova ancora tiepide. Zammaria
brontolava, ma Rosa levava la testa e gli faceva certi occhiacci che
dovevano significare una spaventosa minaccia, perchè a quel cenno
il marito cessava da ogni lamento ed usciva zufolando un'arietta
concitata, ma inoffensiva.
Quando le sembrava di poter parlare senza essere importuna, la Rosa
si studiava di consolare suo figlio, dicendo: — Fatti animo che non
siamo poi tanto poveretti, quantunque contadini. Gli animali della
stalla sono tutti nostri, e qualche bel zecchino l'ho messo da parte
colla mia economia. Nel fondo del cassone ho un involto di ducati
nascosto in un pajo di calze, e tu potrai disporne a tua voglia.
Zammaria ripete sempre al padrone che gli anni sono cattivi, ma non è
vero, naturalmente queste cose si debbono dire perchè non crescano gli
affitti, ma coll'ajuto del cielo, si vive, e si mette anche qualche
cosa da parte.
Egli ringraziava sua madre, e dichiarava non aver bisogno di nulla.
A poco a poco l'abitudine prese il suo dominio; e i giorni passavano
vuoti di opere ma ripieni di pensieri, di contemplazioni, di sogni.
I progetti tenevano luogo dei fatti, chè Valdrigo vedeva bene
gl'inconvenienti d'un ozio prolungato, e confessava a sè stesso che la
sua educazione, e il suo genio lo chiamavano altrove, che il momentaneo
ritiro nella solitudine doveva essere una specie di cura medica delle
ferite del cuore, non mai l'ultimo destino della sua vita. Ma la cura
era fallata e invece di sanare le piaghe inacerbiva le ferite. La
solitudine ingrandisce i fantasmi, stende un velo sul mondo positivo,
e dischiude l'adito al regno dei sogni. Nella solitudine Silvia gli
sembrava più bella, e nel vasto universo deserto, essa dominava con
tutta la forza del mistero. Agli occhi di Valdrigo essa non era più
donna, ma apparteneva alle fantastiche legioni degli angeli, anime
tutte divine, vestite di candide forme e di eterei sembianti. Nella
solitudine l'amore diventa una religione, e gli amanti simili ai devoti
eremiti si lasciano assorbire dalla adorazione degli idoli, ingranditi
ai loro sguardi per l'effetto dell'esaltazione mentale. Questa vita
di contemplazione bastava al suo spirito. Intanto venne l'inverno, e
sua madre tentava invano di fargli abbandonare la campagna deserta,
e invano ogni giorno gli offriva del denaro perchè potesse recarsi a
Venezia o almeno a Treviso per seguire il suo destino, e guadagnarsi
una vita onorata con un lavoro adeguato alla sua educazione ed alla sua
capacità. Egli le prometteva sempre di partire, ma rimaneva.
Le nostre cortesi leggitrici, se avremo l'alto onore di averne,
diranno: — Ma che cosa poteva fare un artista alla campagna, d'inverno
in una bicocca di contadini, nella più profonda solitudine?... —
Gentilissime signore, riflettete un momento che gl'innamorati non sono
mai soli, e gli artisti nemmeno. Valdrigo passeggiava in compagnia
d'una donna immaginaria, la più bella fra le belle, la più sommessa fra
le schiave. Ella era tutta sua, e gli teneva luogo d'un popolo: quelle
solitudini abbellite dalle sue chimere erano il suo dominio, e gli
tenevano luogo d'un regno. Egli faceva un sogno delizioso e non voleva
essere risvegliato. E quante volte, cortesi leggitrici, non avete
trovato voi stesse i vostri sogni segreti più belli della realtà!
Permettete dunque che Valdrigo rimanga qualche tempo in campagna,
malgrado la perversità della stagione, che egli però trovava secondo
i suoi gusti. I rami secchi degli alberi, le foglie cadute, il cielo
nebbioso, la natura morta convengono perfettamente a certe condizioni
dell'animo, quando un pensiero e un'immagine riempiono il cuore. Le
anime leggere e i cuori vuoti cercano avidamente i frivoli piaceri del
mondo, i balli, i teatri, le feste. Ciascheduno ha bisogno della folla
per cercare un compagno. Chi l'ha trovato, chi l'ha perduto per sempre
può vivere nella solitudine.
Valdrigo usciva a passeggiare pei campi deserti, quando l'aria gelata
aveva cristallizzata la nebbia sugli alberi. Quella scena era per lui
uno spettacolo fantastico, un mondo di cristallo. I rami delle piante,
le siepi, l'erba secca delle rive si trasformavano in lucidi brillanti,
i salici piangenti parevano diventati fiocchi giganteschi di candida
ciniglia, il ghiaccio dei fossi presentava l'apparenza dei moarri
di Lione che servono di veste alle regine, ma che sono una debole
imitazione della natura. E i giorni di neve le vaste campagne coperte
da un bianco tappeto mandavano dei riflessi azzurri, e presentavano
l'aspetto di quei deserti del polo, che ci vengono descritti dagli
arditi viaggiatori. E alla notte la luna battendo sulla neve i suoi
raggi raddoppiava la luce pel riflesso della bianca terra, e faceva
brillare uno strato infinito di diamanti. Chi non ha veduto la campagna
d'inverno non conosce uno spettacolo degno d'ammirazione.
Venne la primavera, coi fiori delle siepi, col canto degli uccelli,
cogli aliti imbalsamati pregni di amorose malìe. Chi avrebbe
abbandonata la natura nel momento incantevole che si desta dal sopore
del verno?... Non certo un innamorato, un poeta, un sognatore. L'estate
offriva al pittore i più vaghi motivi d'ombra e di luce. La falciatura
dei prati gli apportava il profumo dei fieni recenti, la mietitura
del frumento gli mostrava l'effetto della porpora sull'oro, per mezzo
dei rossi papaveri confusi ai covoni delle spiche mature. Il canto
dell'allodola pareva rispondere alla canzone della spigolatrice,
entrambe solitarie, e forse entrambe innamorate. L'autunno lo riteneva
col prestigio delle sue frutta, col gajo spettacolo dei pampini carichi
d'uve, colle tinte variopinte delle foglie.
Egli osservava e ammirava, voleva imitare le armonie della natura
col suono del violino, e colla matita disegnava i gruppi degli alberi
antichi, le movenze degli animali pascolanti, gli atteggiamenti delle
rustiche fanciulle che danzavano sul prato, o andavano alla pesca
lungo le rive, o nelle acque cristalline. Così passò il primo anno.
All'autunno i nobili Orseolo vennero a villeggiare senza Silvia. La
nobildonna Fulvia, per salvarla dalle supposte insidie dell'ambizioso
Valdrigo, l'aveva confidata ad una amica elegante che villeggiava sulla
Brenta in mezzo a numeroso corteggio di sdolcinati cicisbei.
Vittore si decise di ritornare a Venezia, terminato l'autunno, ma i
giorni di novembre erano così belli di tristezza che lo ritennero con
una forza insormontabile. Alla madre che gli chiedeva il giorno preciso
della partenza per le ultime disposizioni da prendersi egli rispondeva:
— Domani. — Domani! arcana parola, giorno indeterminato che esiste
ma non è iscritto precisamente in nessun mese dell'anno, in nessuna
divisione della settimana! Domani vuol dire il futuro misterioso,
l'avvenire che sta in mano di Dio! Tutti abbiamo un domani fatale; oggi
la vita, domani la morte! oggi i lampi del genio, domani le tenebre
della tomba!
Il domani di Valdrigo non arrivava mai. Oh! l'indolenza delle anime
quanti furti commette verso la patria. Quante opere insigni, non si
fecero per aspettare un domani il quale non giunse che per annunziare
la vanità degli umani progetti! — Domani diceva Valdrigo, e accendendo
la pipa si gettava sull'erba fra i vortici di fumo. L'indolenza
è una malattia dell'anima raramente acuta, quasi sempre cronica e
incurabile. Quando s'incomincia a far niente, non si esce dall'incanto
di quella dolcezza senza una scossa violenta. È la storia di Rinaldo
nei giardini di Armida. Chiunque avrà provato in sua vita la malattia
del far niente, non sarà punto sorpreso al nostro annunzio che Valdrigo
passò il secondo anno come il primo, sempre disposto a partire, sempre
ritenuto da una abituale indolenza.
Finalmente venne il secondo autunno, e come al solito ricomparve a
Vascon la famiglia degli Orseolo col consueto corteggio di Don Lio
innamorato fedele delle muse, e col nobile Partecipazio sempre più
ringiovanito dalle pomate e dai cosmetici coi quali cancellava le rughe
del suo volto, come i ristauratori dei quadri antichi riparano i guasti
del tempo. Questa volta poi c'era anche la Silvia, perchè l'esperienza
aveva insegnato a sua madre che amori della durata di due anni non
esistevano al mondo, e quindi secondo le sue massime ogni pericolo era
tolto.
L'arrivo della fanciulla scosse Valdrigo dal letargo; e indovinate che
cosa fece!
Valdrigo fuggì.
Cercando di vederla si sarebbe esposto a nuovi insulti, a nuove
calunnie, e il suo carattere non era tale da affrontare una seconda
volta l'alterigia patrizia. Averla vicina e non vederla era cosa
insopportabile al suo cuore, era lo stesso come il pretendere che il
ferro si allontanasse all'avvicinarsi della calamita.
Dalle lotte colla natura si fugge con energica risoluzione, ma non si
resiste nè si vince. Valdrigo dunque partì, ma non per Venezia che non
aveva per lui più attrattive, ma per un viaggio pedestre ed artistico
sulle Alpi che contemplava da lontano e non aveva mai vedute da presso.
Entrò nel Cadore, la Svizzera del Veneto, e costeggiando la Piave
visitò quei boschi antichi, e quei monti scoscesi che offrono tanti
spettacoli sublimi all'ammirazione di chi ama la natura, e la grande
poesia delle sue opere. La donna de' suoi pensieri lo seguiva dovunque,
e disponeva la sua mente alla contemplazione di quelle scene stupende
che le anime volgari guardano stupidamente senza gustarle.
In quelle solitudini alpestri egli meditava le grandezze delle opere
di Dio e la caducità delle umane produzioni. Quelle roccie sfidavano
gl'insulti dei secoli, e le opere più solide dell'uomo non potevano
sopravvivere alle spente generazioni. L'antico Egitto scomparve,
Gerusalemme non è che un mucchio di macerie, la divina Atene è caduta,
e di tanta scienza, e di tante arti gentili, e di tante sublimi o
graziose produzioni non ci restano che pochi frammenti che rendono più
amaro il tramonto di ogni grande civiltà.
Volle compiere un pio pellegrinaggio al paese che diede i natali al
grande Tiziano; e in quella valle pittoresca che fiancheggia la Piave
cercava i punti che avranno arrestati gli sguardi dell'immortale
pittore. Visitò la casa abitata dall'artista ancora fanciullo, e
baciò la parete ove appena decenne quella mano divina aveva dipinto
una Vergine col succo d'erbe spremute e di fiori. Era quello il
primo lavoro dell'uomo davanti al quale l'imperatore Carlo V, doveva
inchinarsi a raccogliere il pennello caduto, rispondendo alla sorpresa
di lui: — Tiziano è degno d'essere servito da Cesare.
Ritornò a Saltore in novembre, quando tutti i villeggianti erano
partiti, e rifece solitario i passeggi che doveva aver fatti la Silvia,
e seguiva le sue traccie coll'istinto, e gli sembrava di vederla.
Talvolta si arrestava dietro un albero ad osservare il giardino e il
palazzo. Ma le chiuse imposte gli pesavano sul cuore come le memorie
dei morti. Angelo Rotondo vangava la terra intorno agli dèi venerati
da Don Lio, Fiorina copriva i garofani per ripararli dal freddo, e il
boschetto era deserto.
Un giorno ritornando dal solito passeggio trovò sua madre sulla porta
che lo aspettava, tenendo fra le mani una lettera. Vittore riconobbe
sull'indirizzo il carattere di Antonio Canova. Il collega ed amico gli
scriveva da Roma la relazione del suo primo trionfo.
Il grande monumento del pontefice Ganganelli era stato scoperto al
pubblico nella chiesa dei santi Apostoli. Canova gli raccontava la
storia dei suoi lavori, degli studi intrapresi, delle fatiche sostenute
per superare le difficoltà dell'arte, e gli svelava ingenuamente le
gioje provate a lavoro compiuto, e le agitazioni sofferte davanti al
giudizio del pubblico, e accennando le lodi ricevute e le critiche
soggiungeva: «le critiche danno luogo a riflettere ed insegnano: le
lodi sovvertono ed addormentano; tolgono la smania di andare avanti, di
tenere in attività lo spirito per distinguersi»[5].
Ai discorsi dell'arte seguivano le confidenze del cuore; il quale
soffriva per un amore infelice. Lo scultore amava la figlia d'un altro
artista, Domenico Volpato. Erano stati fidanzati, ma inesplicabili
misteri aveano rotto quel nodo, e in luogo delle nozze era seguito
l'abbandono. Ma egli cercava nel lavoro un sollievo al dolore, e così
anche le ambascie d'un amore tradito divenivano fomite all'arte e
aggiungevano espressione alle opere.
Canova chiudeva la lettera eccitando l'amico a mettere a prova il suo
genio con qualche opera di lena, e lo invitava a dargli notizia dei
lavori compiuti.
Il rossore della vergogna coloriva le guancie del giovane, il rimorso
del tempo perduto gli lacerava la coscienza, l'esempio glorioso
dell'amico lo scoteva finalmente dal lungo letargo, e presa una
risoluzione irremovibile, si diede a raccogliere gli studi dispersi,
a mettere insieme i suoi libri, gli arredi, e gli utensili dell'arte
mentre che la madre gli apparecchiava il fardello delle vesti, per la
partenza.
All'indomani alzatosi per tempo abbracciava i parenti, stringeva al
seno sua madre che piangeva a calde lagrime, dalla gioja di vederlo
risoluto a lavorare e dal dolore di perderlo. La buona donna gli
metteva in mano le sue economie, gli raccomandava il coraggio, lo
accompagnava per un tratto di via. I suoi bagagli partivano sopra una
carretta condotta fino a Mestre da Osvaldo, egli se ne andava a piedi,
come la prima volta, ma con qualche anno di più con qualche illusione
di meno, con l'anima ferita, col rimorso del tempo perduto.
Per via sua madre gli prodigava i consigli dei cuori semplici, lo
pregava di conservarsi onesto, di meritarsi la stima di tutti, di non
lasciarsi invadere dall'ozio, di aver fede in Dio, di voler bene a
lei che pregava sempre per la sua felicità, e invocava sul suo capo le
benedizioni del cielo. A Lancenigo si separarono con nuove lagrime e
baci; la buona Rosa ritornò a Saltore col cuore stretto dall'affanno, e
Vittore giunto a Mestre, e preso posto in una barca, arrivava alla sera
in Venezia.