La vita di campagna dei nobili veneti di quel tempo si allontanava di
poco dalle abitudini cittadine, e poteva chiamarsi una variazione sullo
stesso motivo. Il dolce far niente di quelle esistenze senza scopo,
non veniva interrotto che dai lauti desinari, o dal giuoco. In città
passavano le ore in frivole occupazioni, o colle visite, o al teatro.
Alla villa il tresette della mattina teneva il luogo delle visite,
il tresette della sera suppliva al teatro. La coltura del suolo era
tenuta a vile e abbandonata ai bifolchi; l'aratro che onorava i consoli
romani, era disceso fra gl'istrumenti più umili della plebe rurale.
Le arti, le mode, la poesia, tutto tendeva a dissimulare la natura, e
la vita era ridotta un artifizio sostenuto da idee false, da pregiudizi
inveterati, da privilegi politici e civili, conservati da secolari
abitudini e da leggi severe.
Vittore Valdrigo amava la natura per istinto, e per l'influenza delle
sue memorie d'infanzia, amava l'arte come quella che gl'insegnava
a discernere il bello e ad elevare lo spirito, e disprezzava
l'arteficioso ed il falso di quelle esistenze signorili, delle quali
era divenuto testimonio quotidiano e attento osservatore. Ma legato
alla famiglia degli Orseolo per la riconoscenza dei beneficii ricevuti,
per la necessità de' suoi studi, per l'impossibilità di mantenersi
da sè, o di tornare nell'isolamento della rustica famiglia, egli
si lasciava andare per la china delle contratte abitudini, e viveva
all'ombra dei suoi protettori che amavano i suoi capricci, e gustavano
i paradossi del suo spirito, come fuochi d'artificio che svegliano
dall'assopimento, come il certo preludio d'un futuro grand'uomo.
Cosicchè le sue stranezze divertivano quei nobili signori, superbi
d'aver pescato ne' bassi fondi sociali un originale che poteva un
giorno far dire ai Veneziani: — La nobile famiglia degli Orseolo
protegge le arti! —
Rosa giudicando che i nobili e i signori venivano al mondo per far
niente, ringraziava la divina provvidenza d'aver collocato suo figlio
nella vera posizione che gli poteva convenire, essendo troppo molle di
fibra per sostenere l'aratro e i duri lavori della terra. Non è a dirsi
se quella tenera madre fosse felice vedendo il suo prediletto diventato
un lustrissimo; essa attribuiva quella sorte fortunata alla mistica
influenza delle candeline offerte alla Madonna della neve di Saltore,
alla quale porgeva continui voti, e indirizzava devoti rosari, per
ottenere al figlio più dilicato una facile esistenza come domestico o
poeta in una casa signorile, ciò che per la buona donna sembrava ad un
di presso la stessa cosa.
Nei mesi della villeggiatura Vittore visitava spesso i parenti, portava
qualche dono a sua madre e ai fratelli, e rifaceva solitario i passeggi
dell'infanzia. In quelle dolci solitudini tutto parlava al suo cuore;
l'aria emanava un profumo speciale, il mormorio dell'acqua aveva dei
significati reconditi ed eloquenti, lo stormire delle frondi era un
linguaggio inteso dalla sua anima, avvezza a conversare colla natura.
Coricato sotto le antiche piante che avevano consolata la sua infanzia
colle loro ombre, egli contemplava estatico le scene tranquille dei
campi, il pascolo dei buoi sul prato vicino, i progressi dell'edera
sugli avanzi della torre, le tinte rosseggianti della vite che faceva
cornice alla scala, il bacio dei colombi che da padre in figlio
ereditavano i nidi dei loro antenati.
Quante meditazioni in quella mente! quanti raffronti fra la semplicità
e il silenzio di quei campi, e il lusso romoroso di Venezia; fra la
vita primitiva e innocente de' suoi parenti, e le raffinatezze e la
corruzione d'una nobiltà decrepita; fra l'ignoranza delle classi rurali
e la scienza degli uomini illustri.
Chi più felice?... Arduo problema! Che cosa è la gloria? Chiedetelo
a Tiziano nella sua tomba. La vita e la morte saranno sempre i grandi
misteri!
Qualche volta sulla sera, quando stava per rientrare al palazzo,
scontrava per via la comitiva dei nobili villeggianti, e si univa con
loro per accompagnarli nel passeggio vespertino.
La nobildonna Fulvia camminava maestosamente in mezzo a' suoi cavalieri
serventi. Il nobile Partecipazio, discendente degli antichi dogi, era
onusto di scialli, di ombrellini e di ventagli, pronto a soddisfare
i bisogni della dama, a coprirla, a scoprirla, a ricoprirla secondo
gl'influssi della luna, e i capricci di zeffiro. Don Lio portava fra
le sue braccia la cagnolina Tisbe che ringhiava all'approssimarsi dei
profani, e sembrava riconoscente alle cure del poeta, che la celebrava
ne' suoi versi. Seguiva un codazzo d'ospiti, di nobili vicini, coi
figli e il marito. Il conte Orseolo corteggiava le dame, i cui mariti
corteggiavano le amiche delle mogli, essendo suprema legge del codice
elegante d'allora il cedere i propri diritti, l'invadere il terreno
degli altri. Il giovane Alvise provava le prime armi con una briosa
villeggiante di Lancenigo, che aveva dieci anni più di lui, molto
opportuni per le lezioni d'esperienza, che servono di guida agli
inesperti. Silvia restava indietro cogli invalidi, e i pensionati
del regno di Cupido, o si univa con Vittore quando faceva parte del
seguito.