In quello stesso mese un pesante carrozzone da viaggio, e un
barocchissimo biroccio, andavano barcollando per le strade rotte e
guazzose dei contorni di Treviso, trasportando la nobile famiglia degli
Orseolo che si recava a villeggiare nel suo palazzo di Vascon.
Vedevasi nel carrozzone principale la nobildonna Fulvia in gran
toppè seduta accanto del nobile Giuliano Partecipazio, suo cavaliere
servente di servizio, e dirimpetto a loro, Silvia ed Alvise. Sedevano
nel secondo biroccio il nobile marito conte Almorò degli Orseolo,
l'elegantissimo abate Don Lio, poeta arcade, membro dell'illustre
accademia dei Granelleschi, istitutore del giovane Alvise, e cavalier
servente onorario della contessa. In faccia a loro stavano Vittore
Valdrigo, e la cameriera Lucietta. Gli altri servitori e staffieri
camminavano in fianco alle carrozze per sostenerle quando minacciavano
di ribaltarsi, o per spingerle avanti, quando le ruote sprofondandosi
nel fango, si arrestavano. Erano partiti da Venezia avanti il levare
del sole colla speranza di giungere alla villa prima di notte. In due
ore si attraversava la laguna, ma ci voleva una intiera giornata a
percorrere le quindici miglia da Mestre a Vascon, ben fortunati quando
non si aveva bisogno di quattro buoi per rimorchiare i cavalli e le
carrozze attraverso i rompicolli, che allora si chiamavano strade.
Silvia era diventata una bella ragazza. Prima di ritirarla dal convento
era stata fidanzata al signor conte Alberto Leoni, che aveva vent'anni
più di lei, ma le era eguale in nobiltà e superiore in ricchezza,
perciò tutti trovavano il maritaggio perfettamente assortito, e la
ragazza non aveva nulla da dire, non potendosi ammettere in quei
tempi dalle famiglie dei nobili, che le fanciulle avessero un'opinione
qualunque sullo sposo a loro destinato dai genitori, secondo la nobiltà
del casato e le convenienze relative.
Avanti che i nobili viaggiatori giungano alla meta, possiamo a nostro
bell'agio visitare il loro palazzo di compagna e passeggiare il
giardino in compagnia del cortese lettore, o della graziosa leggitrice,
ciò che sarebbe per noi una maggiore fortuna.
Il castaldo Angelo Rotondo dà l'ultima spazzatura al selciato
davanti della casa, dopo aver messo in ordine l'interno, e fatte
sparire quelle cose che i padroni non devono vedere. Sua moglie
Fiorina è tutta in faccende per ripulire le stoviglie, spiumacciare i
materassi, dispiegare i coltroni, spazzare le stanze e spolverare le
suppellettili.
L'antico e vasto palazzo sorge maestoso in mezzo di spaziose adjacenze
che contengono una grande quantità di locali a diversi usi. Dall'ampia
sala del mezzo partono le larghe scale che conducono agli appartamenti
superiori. Altre scale segrete e secondarie mettono negli anditi, e
conducono alle stanze dei domestici.
Le ampie camere sono quasi tutte riquadrate di capricciosi stucchi alla
maniera di Carpofero, e si svolgono in curve barocche, chiudendo nel
mezzo antichi ritratti di famiglia un po' affumicati dal tempo, entro
a cornici d'intaglio bizzarramente accortocciate, e sormontate dagli
stemmi della famiglia, incoronati dal corno ducale.
Nelle sale di ricevimento pendono dal soffitto ricche lumiere di
cristallo, e graziose girandole di Venezia, con pendagli brillantati,
e goccie tagliate a faccette, e adorne di vasi di fiori e frutti in
vetro, maestrevolmente dipinti. Sopra ai grandi e profondi camini di
marmo, che possono contenere dei tronchi d'albero intieri, veggonsi
lucenti specchi di Murano entro a cornici dorate, con vaghi andari di
foglie che si aggirano fra i cartocci e le volute, condotte con arte
ingegnosa. Larghi e pesanti seggioloni di cuoio con borchie di metallo,
e tavoli a piedi ricurvi, ricoperti da ricchi tappeti di stoffe
pesanti, a grosse frangie d'intorno, e grandi armadi colle cornici
sostenute da cariatidi, con ampie invetriate entro alle quali fanno
bella mostra i vasi di Faenza e i bicchieri di cristallo di monte.
Il giardino è circondato da lunghi viali di carpini, tagliati
regolarmente ad arco. Le viuzze regolari e simmetriche, e le ajuole
dei fiori sono fiancheggiate da bossi ridotti in forma di verdi
muricciuoli. Gli alberi mozzicati e ritondati dalla forbice inesorabile
del castaldo, hanno perdute le loro belle forme naturali, e presentano
il monotono aspetto di vasi, piramidi e globi. Le piante dei cedri
che esalano un soave profumo, compiono l'ornamento del giardino,
unitamente alle statue, collocate ad eguali distanze, e riguardantisi
fra loro. Il dio Pane coi piedi caprini, con la testa cornuta, con la
zampogna nelle mani, fissa con stupido sguardo una Diana indifferente
che con una mano accarezza il suo levriere, e con l'altra prende dal
turcasso una freccia. Un Zeffiro enfia le gote, e sembra burlarsi d'una
Flora gentile che gli offre un canestrino di fiori. Vertunno fa degli
sberleffi a Pomona, che gli mostra ingenuamente delle frutta, senza
intendere le malizie del suo innamorato. Un grosso e allegro Bacco
incoronato di pampini leva in aria una tazza, e sorride bestialmente
a Cerere incoronata di spiche, la quale levando la falce sembra che
minacci di recidergli il capo.
Gli agricoltori romani si prosternavano riverenti davanti a questi
dèi, ai quali chiedevano quelle benedizioni e quelle grazie che
ora la castalda Fiorina domanda al vecchio curato trattando poi con
irrispettosa noncuranza gli antichi numi, alle sacre membra dei quali
attacca una corda, per distendere al sole il bucato.
Niente ricorderebbe la schietta natura in mezzo alla miseranda
accozzaglia delle piante frastagliate, se un rustico boschetto
sfuggito per miracolo alle cure micidiali del castaldo non fosse stato
abbandonato alla sua vegetazione naturale. Questi alberi dovettero
la loro salvezza al sito remoto, nel quale si ascondevano alla vista
degli uomini. Gli uccelli frequentavano quel delizioso boschetto
che stendeva le sue ombre ospitali sulle verdi erbe d'un prato, in
fianco d'un ruscello mormorante fra candide ghiaie, e in primavera vi
facevano il nido, e coi loro gorgheggi sembravano protestare contro le
forme artefatte degli alberi del giardino, che secondo Angelo Rotondo
erano la natura privilegiata, il boschetto rappresentando la natura
selvaggia; ma quell'animale ragionevole giudicava la qualità degli
uomini dalla forma della parrucca e il merito delle piante dal lavoro
della forbice, autorizzata dalla moda a commettere un delitto di lesa
natura. Eppure quel tranquillo recesso offriva un beato ricovero alle
persone modeste che amavano fuggire il sole, annoiate dalle importune
suggestioni di Bacco, e dalla immobile pantomima delle altre statue
dabbene.
Il giardino regolare formava naturalmente le delizie dell'istitutore
d'Alvise, che per dovere della carica, si teneva strettamente legato
ai precetti dell'estetica del giorno. Don Lio era uno dei più eleganti
abati di Venezia. Egli portava il collarino bianco, con lattughe
staccate sul petto, e manichini ai polsi artificiosamente elaborati;
anellini alle dita, orologio a pendagli, ferrajuolo di seta svolazzante
al vento, fibbie dorate alle scarpe, e il cappellino a tre punte
appoggiato sull'orecchio. E tuttociò secondo la tolleranza dell'epoca,
malgrado le severe proibizioni dei sinodi patriarcali.
Passeggiando fra i muri del giardino egli invocava le aonie muse,
delle quali era bigotto, e si sentiva trasportare sul Parnaso. Ad
ogni occasione d'inclite nozze egli rischiarava gli sposi colla face
d'Imeneo, e con un solenne epitalamio metteva in campo Apollo, Venere
e le Grazie. Per vestizioni di monache egli penetrava coll'audace
fantasia nel tempio di Vesta, ed animava il fuoco sacro, sordo alle
proteste di Cupido. Alla morte d'ogni illustre patrizio lo raccomandava
a Caronte, dopo un'apostrofe umiliante per l'ignaro Esculapio, e una
imprecazione alle Parche.
Col lodevole scopo di avvalorare i suoi precetti coll'esempio, egli
aveva adottato per sistema un linguaggio costantemente figurato. Alla
mattina egli vedeva la rosea Aurora sul risplendente suo carro, a
mezzogiorno egli usciva coll'ombrello per evitare i dardi di Febo,
alla sera egli salutava la bianca figlia di Giove e di Latona che
faceva capolino dalle nubi. Usciva a respirare i soffi di Zeffiro,
rientrava in casa incomodato dalle furie di Eolo, d'Austro o di
Borea. Nelle tazze del caffè egli assaporava il néttare, e a mensa
trangugiava l'ambrosia delle prelibate bottiglie. Finalmente alla notte
si abbandonava nelle braccia di Morfeo. Alvise trovava il suo maestro
eminentemente noioso; il conte Orseolo lo stimava un insigne poeta,
e Vittore Valdrigo sosteneva che Don Lio era un essere completamente
felice.
La religione cristiana gli prometteva il paradiso dopo la morte, la
religione pagana gli concedeva in vita l'uso degli Elisi, e l'abuso dei
suoi numi. Venezia gli offriva i suoi piaceri, l'Arcadia lo convitava
alle agresti sue gioie. Senza sudori sulla fronte egli coltivava il
Parnaso, e passava i giorni beati dalle più dolci visioni, accompagnate
dagli agi materiali. Smarrito in una selva selvaggia ove Dante avrebbe
incontrato una lonza, un leone ed una lupa, ove i pastori sarebbero
stati assaliti dagli orsi, egli non vedrebbe che le Driadi e le Napee
sorridenti e ben disposte in suo favore; e certo cadendo in acqua
sarebbe salvato dalle Najadi, o almeno ripescato da Nettuno.
Angelo Rotondo ascoltava a bocca spalancata gli squarci d'erudizione
coi quali Don Lio si degnava talvolta onorarlo; e strabiliava a tanta
sapienza, chiedendo spiegazioni e commenti. Durante la villeggiatura la
sua ammirazione riceveva continui alimenti dalle declamazioni serali
dell'arcade abate, e nei mesi d'inverno non dimenticava mai d'inviare
i suoi rispettosi inchini all'illustre poeta, nelle indecifrabili
epistole indirizzate all'agente generale di Venezia, nelle quali
ommettendo i punti e le virgole, parlava alla rinfusa degli animali e
dei padroni, dei polli, dei cavoli, e di Don Lio, chiudendo colla firma
paradossale dell'umilissimo e devotissimo servo _Angolo Rotondo_.
Ma ecco la rubiconda Fiorina che dai cancelli del giardino annunzia
l'arrivo degli illustrissimi padroni e del loro corteggio.