Il giorno della Ascensione del 1779 Venezia brillava di straordinario
splendore. Tutte le campane della città suonavano a festa, tuonavano
le artiglierie dalle navi e dai porti. L'aria che spirava dal mare
apportava di tratto in tratto il suono festoso di musicali concenti, la
folla accorreva premurosa sul molo zeppo di gente.
Era il giorno della gran festa nazionale, nella quale il Doge recavasi
in pompa solenne agli sponsali del mare. Venezia risplendeva di
tutta la sua antica potenza, l'amore e l'orgoglio della patria univa
tutti i cittadini in festosa concordia, ed eccitava negli stranieri
l'ammirazione e il rispetto. Il Bucintoro che solcava maestosamente
quelle onde coi suoi fianchi dorati, dirimpetto alla città
meravigliosa, era il simbolo della grandezza della antica repubblica.
La poppa raffigurava una Vittoria navale coi suoi trofei. Le pareti
esterne erano tutte adorne di bassorilievi dorati, rappresentanti le
virtù e le arti.
Il salone coperto di velluto cremisino, era ornato di frangia, galloni
e fiocchi d'oro. Verso la poppa s'innalzava sopra due gradini il seggio
ducale fiancheggiato da due figure rappresentanti la Prudenza e la
Forza; colle quali la politica Veneta seppe sostenere il governo pel
lungo corso di quattordici secoli.
Il Doge si presentava al pubblico in tutta la pompa delle sue vesti,
coperte d'oro e di gemme; accompagnato dalla Signoria, dal Senato,
dal Maggiore Consiglio, e dagli ambasciatori delle primarie Corti
d'Europa. Seguivano il ducale corteggio numerose galee, le barche
dorate del dominio, le lancie ed i caicchi degli ufficiali di mare, i
capi principali del commercio, fra i quali primeggiavano le eleganti
peote dell'arte Vetraia, e delle Conterie di Murano, e finalmente una
infinita quantità di gondole e di barchette che ricoprivano la laguna
da San Marco fino al lido, adorne di festoni di fiori, di rami di
lauro, rallegrate dalla musica e dalle canzoni d'un popolo soddisfatto.
I vascelli di guerra e le navi mercantili, ancorati lungo la riva degli
Schiavoni, salutavano il corteggio cogli spari delle loro artiglierie.
Fra i vortici del fumo, e le onde agitate, le belle Veneziane passavano
intrepide nell'agile gondoletta, e mollemente adagiate sui cuscini
di piume, sfoggiavano il lusso delle seriche vesti, la grazia dei
seducenti sorrisi, il fascino ammaliante degli occhi.
Il giorno ebbe termine col solenne banchetto del palazzo ducale, al
quale furono convitate le primarie autorità dello Stato e il Corpo
diplomatico. Sua Serenità sedeva sul seggio ducale circondato dagli
ambasciatori, dopo dei quali venivano in ordine i Consiglieri, i capi
del Consiglio dei Dieci, gli Avvogadori, i presidenti dei Tribunali
giudiziari, e gli alti Magistrati che avevano assistito dal Bucintoro
allo sposalizio del mare. Il pubblico, durante il primo servizio, aveva
libero l'ingresso nella sala, ove accorreva ad ammirare lo splendore
degli arredi, e il lusso delle laute imbandigioni. Uscito il pubblico,
entravano i musici della Cappella ducale che rallegravano il convitto
con armoniosi concerti.
Alla sera la piazza di San Marco offriva lo spettacolo meraviglioso
d'una folla brulicante, briosa, ma ordinata e cortese. Fra un bisbiglio
di voci liete e graziose, si vedevano i più bizzarri contrasti di
colori e di costumi. I nobili e i magistrati colle sfarzose loro vesti,
i cittadini coi mantelli bianchi o scarlatti, coi cappellini piumati
a tre spicchi, le gentildonne in guardinfante e collo strascico, gli
ambasciatori e i forestieri coi loro costumi nazionali, fra i quali
risaltavano particolarmente i Turchi, i Greci gli Armeni.
Le donne sciorinavano i più ricchi abbigliamenti, stoffe di raso
e di seta a larghe fioriture, con trapunti in oro, o ricami, con
maniche e collari di merletti e di pizzi di meravigliosa fattura. Le
alte pettinature brillavano di preziosi giojelli. Accanto alle gravi
e magnifiche matrone sfilavano le vezzose e vispe lustrissime dal
misterioso zendaletto, o dalla ricca bauta e offuscavano lo splendore
dei brillanti delle gentildonne colla luce degli occhi parlanti; e
una semplice rosa sul crine incipriato ornava talvolta quelle fronti
giovanili, con più effetto d'un diadema. Le livree dei domestici, i
costumi dei gondolieri e dei marinai, le donnicciuole del popolo di
Burano e di Chioggia con le gonnelle sul capo, formavano un quadro d'un
carattere originale, unico al mondo.
Venivano tutti col pretesto della Fiera dell'Ascensione, splendido
mercato che si teneva in piazza San Marco, ma l'ammirazione non era
esclusivamente concentrata sulle merci esposte in vendita, chè gli
avidi sguardi dei giovani miravano maggiormente gli oggetti che non
si potevano acquistare a denaro, ma che talvolta si conquistavano con
un assedio perseverante di sguardi pietosi, e con l'arcana potenza di
qualche parola furtiva.
Tutte le celebrità di quell'epoca intervenivano pompose nella piazza,
come in una meravigliosa sala, comune a tutti, cittadini o stranieri,
e passeggiavano lentamente fra gli sguardi rispettosi della folla, le
ripetute riverenze e i profondissimi inchini.
Per di qua si vedeva fra un corteggio di eleganti incipriati, la bella
e briosa gentildonna Giustina Renier, da quattro anni soltanto sposa
al patrizio Marcantonio Michiel. Tutti ammiravano il lusso e le grazie
della nipote del Doge, che rivolgeva la parola a suo zio materno
Lodovico Manin, predestinato dalla sorte a seppellire la repubblica.
Di là usciva dalla procurativa, seguita da un codazzo d'ossequiosi
cicisbei, e si pavoneggiava per la piazza la pomposa matrona Caterina
Dolfin Tron, sorridendo a diritta all'eccellentissimo Quirini,
giunto apposta per la festa dalla sua deliziosa villa d'Altichiero,
o scherzando alla sinistra col vecchio e curvo conte Gaspare Gozzi,
canzonandolo con un piglio fra l'indifferente e il geloso sulla sua
inclinazione per la francese Sara Cenet.
L'arguto poeta e gazzettiere, se ne scusava con motti piccanti e fini,
e si rivolgeva come ad un appello decisivo, al potente procuratore
marito, che li seguiva da vicino, corteggiato da una caterva di
adoratori della moglie.
Passava un altro gruppo d'eleganti, facendo gran chiasso per lo
splendore delle vesti, e il numeroso e scelto corteggio. Era la vezzosa
gentildonna Contarina Barbarigo, la potente ed ammirata veneziana, che
due anni prima aveva vinto l'Imperatore Giuseppe II in una graziosa
lotta di spirito e di galanteria. La circondavano il cavaliere
procuratore Alvise Pisani, Francesco Pesaro, e Nicolò Barbarigo, ed
altri, astri minori, ma tutti brillanti di quell'epoca.
La vecchia gentildonna poetessa Cornelia Barbaro Gritti camminava
cautamente, sostenendosi al braccio del figlio Francesco, parimenti
poeta; come una stanca musa che invoca l'ajuto d'Apollo per salire al
Parnaso. La vecchia musa in toppè era pastorella d'Arcadia, e veniva
conosciuta dai pastorelli suoi amici, Algarotti, Metastasio, Frugoni e
Goldoni, col dolce nome di Eurisbe Tarsense.
Ma in fianco a questi nobili avanzi di caduca poesia passeggiava un
uomo antico, che con la mano ferma sull'elsa della spada parea sfidare
i nemici della patria. Era l'illustre capitano Angelo Emo, ultima
gloria delle geste militari di San Marco.
Infatti tutti i più bei nomi di Venezia si incontravano in quel ricinto
di marmi, e spiccavano fra la folla mista d'ogni classe sociale.
Ma anche nel ceto cittadino e popolare non mancavano rimarchevoli
individui. Un grande originale era il burbero e sospettoso Carlo Gozzi,
che sfilava brontolando fra gli archi delle Procuratie, desolato da un
fatale contrattempo.
Il popolo indicava a dito il rivale di Goldoni, l'applaudito autore
delle favole drammatiche, il quale dopo le sventure del perseguitato
Gratariol, vittima delle _Droghe d'Amore_, sfuggiva gli sguardi della
Ricci, attrice di moda, e suo malgrado la scontrava a ogni svolta
di calle, accompagnata dal vecchio capocomico Sacchi, il più famoso
arlecchino di quei tempi.
In un angolo della piazza un cavadenti vantava ai curiosi i miracoli
d'un suo elisire, mentre dietro una colonna un individuo segnava in una
carta quel gruppo. Questi era il pittore Pietro Longhi che studiava dal
vero i costumi veneziani dell'epoca.
Il giovane Antonio Lamberti inseguiva da vicino la bionda Marina
Benzon, e ispirato dalle grazie dell'avvenente persona e da qualche
sguardo incoraggiante, andava componendo le strofe della canzonetta
veneziana, divenuta tanto popolare: _La biondina in gondoletta_.
Un altro giovane poeta, che viveva in quei tempi in Venezia di un
modestissimo impiego, andava in traccia d'Irene. Era il bassanese
Jacopo Vittorelli, già celebre pel suo poema sul Toppè, allora
innamorato d'Irene e dei maccheroni, che celebrava egualmente colle sue
rime. Ma Irene in bruno zendaletto si confondeva fra la gente, e cogli
occhi furbetti rispondeva ad altri sguardi. Noncurante della gloria
futura la vispa popolana, sedotta da un piattello di calde frittelle,
fuggiva con Fileno fra le braccia dell'Imeneo, lasciando che il poeta
abbandonato morisse d'amore in piazza San Marco, e dopo morto cantasse
a suo bell'agio:
Non t'accostare all'urna
Che il cener mio rinserra
e terminasse la sua funebre anacreontica prima di salire al letto
deserto, dicendo all'infida Irene:
Rispetta un'ombra mesta
E lasciala dormir!
La folla aumentava sotto le loggie della fiera, che si componevano di
vaste ed eleganti botteghe mobili, in legno, che venivano levate al
termine delle feste. Era una pubblica mostra delle merci più pregiate,
e delle migliori produzioni delle arti. Vi si vedevano a profusione i
prodotti naturali ed industriali dell'Oriente, accanto delle produzioni
nazionali. Abbondavano i broccati d'oro, le stoffe sontuose, i giojelli
e i merletti. Vi si ammiravano dei ricchi arredi, dei mobili e delle
cornici d'intaglio, l'arte vetraria spiegava tutto il lusso delle
varie sue opere, le perle, i lampadari di cristallo, gli specchi tanto
famosi.
Il gusto naturale dei Veneziani per le arti guidava ogni anno
gl'intelligenti nel riparto consacrato all'esposizione dei lavori
degli artisti viventi, ove si collocavano le incisioni, i quadri, le
statue. In quell'anno la folla che circondava il locale destinato alle
arti belle era talmente stipata ed incessante, che riusciva malagevole
avvicinarsi alla meta. Eppure un solo gruppo attirava tutti gli
sguardi, ed eclissava ogni altro lavoro. Questo gruppo rappresentava
Dedalo ed Icaro, scolpiti in marmo da Antonio Canova.
Era la natura riprodotta in plastica con verità impareggiabile. Pareva
che il sangue scorresse sotto la pelle rugosa del vecchio, il quale
adattando le ali alle membra giovanili del figlio, mostrava la sua
agitazione, colla contrazione delle linee del volto. Il fanciullo
Icaro colla sua ingenuità pareva lieto dell'idea paterna, e sorrideva
al pensiero di sciogliere il volo nelle regioni dell'aria. La folla
si accalcava intorno a quel gruppo, e ripeteva con rispetto il nome
dell'artefice insigne.
Filippo Farsetti, il fondatore della Galleria di Scultura nella
quale studiava il Canova, accorreva ad ammirare il lavoro, insieme
al Senatore Giovanni Falier, il protettore del giovane artista. Si
scontravano per via col Procuratore Pietro Vittore Pisani che aveva
allogato il bel gruppo, e che andava superbo di poter abbellire le sue
magnifiche sale di un'opera che otteneva gli applausi universali. E in
vero quelle due statue erano così superiori alle produzioni dell'epoca,
che la stessa invidia taceva, e gli artisti viventi confessavano il
rinnovamento dell'arte e volevano stringere la mano che sapeva così
bene trattare lo scalpello ed imitare la natura.
Il modesto Canova fuggiva le pubbliche ovazioni, e assaporava le intime
gioie del suo primo trionfo nella cella solitaria di san Stefano, già
adorna d'altri pregevoli lavori. Infatti prima del Dedalo ed Icaro
aveva condotto a termine il busto del Doge Renier per commissione del
nobile Angelo Quirini; aveva ripetuto l'Orfeo con modificazioni del
primo pel Senatore Grimani; aveva condotto in marmo un Esculapio e
modellato un gruppo d'Apollo e Dafne.
I giovani suoi amici ed ammiratori andavano a visitarlo, e lo trovavano
sempre intento al lavoro. Erano fra i più intimi il giovane scultore
veneziano Antonio d'Este, che gli fu fedelissimo e stretto amico sino
alla morte, il trivigiano Carlo Lasinio, incisore e pittore stimato, e
Vittore Valdrigo.
Costui uscendo a notte inoltrata dallo studio di Canova si aggirava
solitario per le calli deserte di Venezia, assorto nelle più gravi
meditazioni. Quel grande e nobile esempio agitava il suo spirito, egli
era costretto di confessare che le opere applaudite dell'amico erano
il risultato dei continui studi e delle perseveranti fatiche, egli
conveniva che il genio non fruttifica se non è fecondato dal lavoro, e
sentiva nel profondo dell'anima una voce misteriosa che gli prometteva
la gloria, qualora acconsentisse a consumare i pennelli sulla tela,
come Canova usava gli scalpelli sul marmo.
Passeggiando in fianco alle Chiese e ai Palazzi, egli si arrestava a
contemplare quei monumenti, e le forme fantastiche di quelle antiche
dimore in parte immerse nelle ombre della notte, in parte illuminate
dalla luna, secondavano le sue tendenze e lo trascinavano nel regno
dei sogni. Dimenticando affatto il presente, egli riviveva nei secoli
andati, e gli pareva che quelle mura gli rivelassero i segreti delle
arti e della politica; e cercando di penetrare nei misteri degli anni
svaniti, gli sembrava di vedere gli uomini delle morte generazioni
e ne studiava i caratteri, e voleva indovinarne i pensieri. Davanti
una maestosa basilica, che disegnava le sue cupole nel cielo sereno,
egli pensava: — Quivi Tiziano si sarà soffermato a contemplare questo
spettacolo sublime, e avrà meditato il pensiero dell'Assunta. — Poi
raggirandosi per le oscure vie, e pei ponti ricurvi che presentano alla
vista le case del popolo sporgenti o rientranti nell'acqua dei canali,
se un lumicino rischiarava una finestra, con una luce rossastra, gli
pareva di vedere coricata in quella stanza la più bella Venere uscita
dai pennelli del medesimo artefice, chiamato dal Buonarroti «il gran
confidente della natura, il maestro universale, e il solo degno del
nome di pittore». E seguitava il suo notturno pellegrinaggio attraverso
l'antica Venezia, evocando il passato. Sotto al campanile di san Marco
gli sembrava di riconoscere il vecchio Sansovino che si compiaceva
nella contemplazione della sua loggia; sulla riva degli Schiavoni,
s'immaginava di incontrarsi con Alessandro Vittoria che aveva dimorato
in calle della Pietà. Ora si arrestava a dialogizzare col Tintoretto,
ora chiedeva a Paolo Cagliari delle spiegazioni intorno ai suoi gruppi,
o domandava a Giorgio Barbarelli i segreti della sua tavolozza, e le
sue opinioni intorno alla maniera del maestro Giovanni Bellino.
Davanti l'ampia superficie della laguna pensava ai grandi capitani che
conquistarono il dominio dei mari, e piantarono l'onorato vessillo
di San Marco in lontane regioni. Si figurava i battiti del cuore di
Marco Polo nel giorno del suo arrivo a Venezia dopo la lunga assenza
dalla patria, e rammentava le glorie dei Morosini, dei Dandolo, dei
Foscari, dei Zeno, dei Mocenigo, dei Pesaro. Anime grandi! bei tempi
per Venezia! che ben a ragione andava superba de' suoi fasti politici,
della sua sapienza civile, delle sue glorie artistiche!...
Ma tutto ad un tratto un rumore dapprima indistinto e confuso, e poi
assordante e disgustoso, lo risvegliava da' suoi sogni. Era un nembo
di maschere sibilanti, accompagnate da stromenti scordati, rischiarate
da palloncini variopinti, seguite da una folla plaudente di curiosi
e di sfaccendati. Valdrigo ritirato nel vano di una porta lasciava
passare la valanga, e quando il silenzio della notte riprendeva il suo
dominio egli faceva il paragone della antica Venezia colla nuova, e
mettendo a riscontro le feste nazionali delle vittorie, coi baccanali
senza tregua, gli uomini d'una volta con quelli del giorno, il suo
cuore lagrimava di compassione. Allora rientrava in casa, abbattuto
e desolato d'esser nato troppo tardi, in un'epoca di corruzione e di
decadenza; e trovava miglior consiglio spegnere l'intelletto nello
stordimento delle feste, al tocco dei bicchieri, al suono d'una musica
festante, fra i baci voluttuosi dei facili amori!...
E così invaso dallo scoramento e prostrato dagli stravizi, dimenticava
il grande esempio dell'amico, il quale, modesto, laborioso e solitario,
si levava sempre più alto e dominava i tristi tempi, colla grandezza
del genio e coll'incanto delle divine creazioni.