X.

Valdrigo ammirava i progressi dell'amico, ma non aveva la forza

d'imitarlo nella assiduità al lavoro, nel disprezzo d'ogni piacere

che non venisse dall'arte. Sfuggiva la fatica, e appena prodotto

qualche saggio incompleto che rilevava il suo genio, lo distruggeva

malcontento, trovando l'opera mancata, confessando la sua impotenza

a dar vita al concetto sublime che gli balenava nello spirito e

scoraggiato si arrestava a maledire sè stesso, ad imprecare contro

le difficoltà materiali dell'arte, a bestemmiare contro al facile

contentamento dell'altrui dappocaggine. Egli sogghignava con

disprezzante cipiglio davanti alle opere manierate e convenzionali

degli artisti viventi; e comparandole alle opere antiche sentenziava la

generale decadenza delle arti, del costume e della patria.

Invano Canova gli ripeteva quelle massime che diressero sempre la sua

nobile vita. Lo consigliava amichevolmente ad essere più indulgente, ed

a correggere i difetti degli altri piuttosto coll'esempio del meglio

che con le acri invettive, e le critiche amare. E soggiungeva essere

più facile la critica d'un'opera insigne, che la produzione d'un

mediocre lavoro. Valdrigo voleva sostenere che il genio deve creare

senza fatica, e che il lungo studio è il retaggio dei mediocri. —

«Queste sono tutte ciarle,» rispondeva Canova, e annoverando gli uomini

illustri incominciando da Giotto e da Cimabue, gli dimostrava che le

loro opere erano il frutto della fatica e del lavoro.[3]

Sovente visitavano insieme gl'insigni monumenti delle arti che adornano

le chiese ed i palazzi di Venezia, e Canova arrestandosi davanti il

quadro d'un famoso pennello, esclamava: «Vedi quest'opera? chi l'ha

fatta non andava girando divertendosi come noi facciamo.»[4]

Le semplici e ragionevoli osservazioni dello scultore, calmavano i

sensi agitati del suo amico, il quale si proponeva mille stupendi

progetti di nuova vita, di lunga abnegazione, di ritiro completo, di

abbandono assoluto agli snervanti piaceri di Venezia, e deliberava

d'intraprendere lunghi e difficili studi, precursori di grandi lavori.

Ma ogni giorno trovava i più futili pretesti per rimandare ad altro

momento l'esecuzione de' suoi piani. Se brillava uno splendido sole,

egli usciva, per una passeggiata al lido in traccia d'ispirazioni, e

rientrava affaticato e distratto. Se il tempo nuvoloso si disponeva

alla pioggia, egli aspettava il sereno per mettersi al lavoro.

Finalmente un purissimo cielo, un'aria imbalsamata lo mettevano in

buone disposizioni quando la visita d'un amico, lo sguardo d'una

vicina, un rumore della strada mettevano in fuga l'occasione, ed il

principio degli studi veniva rimandato al domani.

Ma all'indomani era venerdì, giorno nefasto per principiare qualche

cosa; il sabato essendo l'ultimo giorno della settimana, gli sembrava

ridicolo che dovesse essere il primo d'una nuova esistenza. La domenica

è giorno di riposo, anche per quelli che non fanno mai niente ed egli

aspettava ansiosamente il lunedì, con fermo e tenace proposito.

Sventuratamente al lunedì si rinnovavano gli ostacoli per impreveduti

accidenti; e così passavano i giorni inerti, le settimane improduttive,

e fuggivano gli anni. La sua cameretta collocata al quarto piano

dell'antico palazzo degli Orseolo, portava tutte le traccie del suo

talento e della sua accidia. Il disordine d'una stanza di studio

indica sovente le prolungate veglie, o l'assiduo lavoro, ma il caos

sarà sempre l'indizio del perpetuo abbandono. Sul tavolo, sul sofà,

sulle sedie rovesciate e per terra giacevano confusi e sconvolti mille

oggetti diversi. Di qua libri aperti e chiusi fra i manoscritti, i

disegni, la musica, il tutto sovrapposto a dei vasi di majolica, a

delle vesti abbandonate, a dei pennelli sostenuti da frammenti di

stoviglie. Di là giubbe e pannilini accanto al calamajo, in fianco d'un

mazzolino di fiori inariditi e d'una spazzola. Sui muri si vedevano

appesi insieme il violino, uno spadone, il busto d'una Venere, una

corazza irrugginita, e una barbuta sostenente una vecchia parrucca

incipriata. Il cavalletto per dipingere era incoronato da un vecchio

cappello tricuspide, e sosteneva una tavolozza imbrattata da colori

confusi e disseccati, l'archetto del violino, e una pipa turca.

Parecchie tele appena sbozzate, o lasciate in abbandono a lavoro

avanzato, pendevano parimente dai muri, o si ammonticchiavano negli

angoli, fra le tele dei ragni, presso un armadio semichiuso dal quale

uscivano le falde o le maniche d'una veste. Un tale miscuglio d'oggetti

costituiva un completo labirinto, fra il quale bisognava raggirarsi

con infinite precauzioni per giungere al letto nel fondo della stanza,

ove il giovane artista meditava le sue opere future, fra mezzo ai saggi

dispersi del suo genio, del suo disordine e della sua infingardaggine.

Il dolce far niente: Scene della vita veneziana del secolo passato · 第 13 / 46 题