Mentre che Valdrigo fantasticava coi più strani paradossi, Canova
lavorava modestamente intorno due canestri di fiori e di frutta.
Col ricavato di questo primo lavoro, eseguito per commissione del
nobile Falier, il giovane scultore ebbe agio a procurarsi un locale
conveniente a studi più vasti. Egli cercava un luogo romito e
silenzioso, e lo trovò nell'antico monastero di San Stefano.[2]
Quel chiostro eretto sui disegni di frate Maestro Gabriele di Venezia
tornava perfettamente opportuno alla quiete dello studio. L'architetto
monaco e artista aveva creato un rifugio per le anime meditabonde e
pei pensieri elevati. Contribuivano ad ispirare la mente le memorie
del passato parlanti dalle tombe d'illustri antenati; perchè colà
riposavano nell'eterno sonno le ossa gloriose di Francesco Morosini,
di Andrea Contarini, e di tanti altri, magistrati e guerrieri. Quelle
mura solitarie rammentavano i pensieri, i dolori, le speranze dei
loro abitatori. Esse avevano raccolto le anime troppo timide per
affrontare i rischi della vita, o i cuori già offesi da insanabili
ferite riportate nella lotta di mondane passioni. La fede nei misteri
della religione consolava quelle anime meste o desolate che travedevano
dopo le pene della vita, i giorni sereni d'una esistenza immortale; la
fede nella potenza dell'arte consolava Canova delle privazioni continue
e delle difficoltà del lavoro, e lasciava travedere alla sua anima il
compenso d'ogni sofferenza e d'ogni fatica nell'immortalità del suo
nome.
Nei silenzii notturni di quel chiostro, che più non risuonavano di
lente salmodie, egli avrà veduto coll'ardente fantasia le pallide ombre
di quei frati, attraversare i lunghi corridoi, prosternarsi sulle tombe
degli antichi Veneziani, e coll'immagine della morte frenare i battiti
del cuore eccitati dalle tentazioni di mondane cupidigie.
Molti artefici insigni avevano illustrato quel convento colle loro
opere; e fra gli altri Giannantonio Regillo da Pordenone aveva
apportato in quella pacifica dimora il genio del pittore e le passioni
dell'uomo. Dipingendo nella corte alcune sacre storie, egli animava
il suo pennello col vigore della gelosia che lo rodeva, del grande
Tiziano. Ma il vento degli anni trasportò la polvere sollevata da' suoi
passi, e rese muto anche l'eco che ripeteva sotto agli archi la voce di
Canova.
Nella cella dell'ultimo frate disceso nella tomba, apportò il giovane
scultore il corpo nudo di Euridice; il cui modello in creta, eseguito a
Possagno, era il suo primo studio dal vero. Quivi poi scolpì in marmo
l'Orfeo, disperato d'aver perduto per sempre la sua donna, ma sotto
quella pietra parlante non scorreva il sangue del nume, e forse in
altri tempi, nella medesima cella, sotto allo scapolare d'un frate,
batteva il vero cuore d'Orfeo!