IX.

Mentre che Valdrigo fantasticava coi più strani paradossi, Canova

lavorava modestamente intorno due canestri di fiori e di frutta.

Col ricavato di questo primo lavoro, eseguito per commissione del

nobile Falier, il giovane scultore ebbe agio a procurarsi un locale

conveniente a studi più vasti. Egli cercava un luogo romito e

silenzioso, e lo trovò nell'antico monastero di San Stefano.[2]

Quel chiostro eretto sui disegni di frate Maestro Gabriele di Venezia

tornava perfettamente opportuno alla quiete dello studio. L'architetto

monaco e artista aveva creato un rifugio per le anime meditabonde e

pei pensieri elevati. Contribuivano ad ispirare la mente le memorie

del passato parlanti dalle tombe d'illustri antenati; perchè colà

riposavano nell'eterno sonno le ossa gloriose di Francesco Morosini,

di Andrea Contarini, e di tanti altri, magistrati e guerrieri. Quelle

mura solitarie rammentavano i pensieri, i dolori, le speranze dei

loro abitatori. Esse avevano raccolto le anime troppo timide per

affrontare i rischi della vita, o i cuori già offesi da insanabili

ferite riportate nella lotta di mondane passioni. La fede nei misteri

della religione consolava quelle anime meste o desolate che travedevano

dopo le pene della vita, i giorni sereni d'una esistenza immortale; la

fede nella potenza dell'arte consolava Canova delle privazioni continue

e delle difficoltà del lavoro, e lasciava travedere alla sua anima il

compenso d'ogni sofferenza e d'ogni fatica nell'immortalità del suo

nome.

Nei silenzii notturni di quel chiostro, che più non risuonavano di

lente salmodie, egli avrà veduto coll'ardente fantasia le pallide ombre

di quei frati, attraversare i lunghi corridoi, prosternarsi sulle tombe

degli antichi Veneziani, e coll'immagine della morte frenare i battiti

del cuore eccitati dalle tentazioni di mondane cupidigie.

Molti artefici insigni avevano illustrato quel convento colle loro

opere; e fra gli altri Giannantonio Regillo da Pordenone aveva

apportato in quella pacifica dimora il genio del pittore e le passioni

dell'uomo. Dipingendo nella corte alcune sacre storie, egli animava

il suo pennello col vigore della gelosia che lo rodeva, del grande

Tiziano. Ma il vento degli anni trasportò la polvere sollevata da' suoi

passi, e rese muto anche l'eco che ripeteva sotto agli archi la voce di

Canova.

Nella cella dell'ultimo frate disceso nella tomba, apportò il giovane

scultore il corpo nudo di Euridice; il cui modello in creta, eseguito a

Possagno, era il suo primo studio dal vero. Quivi poi scolpì in marmo

l'Orfeo, disperato d'aver perduto per sempre la sua donna, ma sotto

quella pietra parlante non scorreva il sangue del nume, e forse in

altri tempi, nella medesima cella, sotto allo scapolare d'un frate,

batteva il vero cuore d'Orfeo!

Il dolce far niente: Scene della vita veneziana del secolo passato · 第 12 / 46 题