Nello studio del Torretti, e nelle sale Farsetti frequentava pure
Vittore Valdrigo, ma in altre condizioni di vita. Un casto affetto non
custodiva il suo cuore, e i lunghi ozii dell'infanzia lo avevano reso
inetto alle occupazioni laboriose.
Il suo spirito si evaporava in infiniti e chimerici progetti, i quali
poi si dileguavano al primo soffio di vento. Il suo ingegno versatile
lo spingeva ad abbracciare troppe cose, che abbandonava al primo
ostacolo, scoraggiato, avvilito.
La famiglia degli Orseolo lo teneva presso di sè. La munificenza
di quella casa gli largiva una pensione, e dandogli una stanza nel
palazzo, lo lasciava libero di seguire i suoi studi, e gli schiudeva
gli aditi alla vita di Venezia, alle distrazioni, agli stravizi, e
la imperiosa voce della necessità non batteva mai alla sua porta per
eccitarlo ad affrettare il lavoro.
Ciò nonostante, la feconda natura del suo ingegno lo rendeva atto ad
ogni cosa.
Disegnava con grazia e maestria, ed incominciava a dipingere con
franchezza e con forza. I suoi pennelli scorrevano sulla tela colla
arditezza d'un artista provetto, e la sua tavolozza s'impastava coi
colori della famosa scuola veneziana. Con poche linee segnate con
rimarchevole talento egli tracciava un somigliante ritratto, con pochi
tocchi di pennello lo dotava di anima e di vita.
Amante passionato della musica, aveva imparato a suonare il violino, e
lo maneggiava con destrezza e con passione, ma piuttosto per natura che
per arte, non avendo la pazienza di attendere a lunghi e severi studi,
e così mancante della istruzione necessaria per suonare un pezzo di
musica completo, egli abbandonava il suo arco sulle corde in traccia
di scucite e vaghe fantasie, di modulazioni capricciose e improvvise.
Leggeva rapidamente ogni volume che gli cadesse fra le mani, e passava
le intiere notti intorno alla lettura d'un libro che consonasse col suo
cuore, o dilettasse il suo spirito. Ogni libro grave o noioso gettava
con disprezzo, e condannava con inappellabile giudizio.
Egli sapeva a mente i più bei versi dei migliori poeti, e li declamava
con maschia energia, e con intelligente espressione. La sua infanzia
quasi selvaggia lo aveva reso indipendente dall'influenza del gusto
corrotto del giorno, ed aveva predisposto il suo cure al sentimento
della natura e del vero, cosicchè egli sentiva tutto il falso della
poesia dominante, e ne parlava con ironia e con disprezzo. E sovente
improvvisava dei versi e delle strofe ispirate che si perdeano per
l'aria, e non lasciavano che una dolce e confusa rimembranza a' suoi
amici che lo eccitavano invano a scrivere ed a pubblicare le sue
poesie.
Ma ogni suo lavoro rimaneva incompleto, non perchè gli mancasse
l'ingegno per compierlo, ma per colpevole indolenza. Le sue
ispirazioni, i suoi slanci erano fantasie passeggiere. Ad un tratto
il suo volto s'irraggiava d'un'estasi sublime, i suoi muscoli si
agitavano, i suoi occhi vibravano lampi di luce. Allora la sua mente
cercava splendide immagini, e nuovi concetti, le sue labbra proferivano
parole strane e concitate, se prendeva la matita tracciava lo schizzo
d'un quadro, che rivelava un pensiero stupendo, o se afferrava il
violino ne traeva delle note soavi, dei sospiri armoniosi, degli
accenti melodiosi che rapivano i sensi. Gli astanti rimanevano
stupefatti e commossi, ed egli si arrestava come il viandante spossato
dopo l'erta salita d'un monte, e si sedeva sfinito ed esausto.
In quei momenti d'esaltazione, quando gli si risvegliava nell'anima la
potenza creatrice, se egli avesse potuto disporre di tutte le ricchezze
del mondo, non avrebbero bastato a soddisfare gl'immensi capricci
del suo pensiero. Egli concepiva dei piani giganteschi di nuove città
meravigliose, e dava vita a nuovi mondi, a nuovi universi!... Ricaduto
nella calma trovava tutto superfluo nella vita, meno la pipa e il sofà
sul quale passava delle lunghe ore solitarie, mandando delle boccate
di fumo, e contemplando dalla aperta finestra una nuvola che passava, o
una stella che brillava nel cielo.
A' suoi amici che gli rimproveravano il vergognoso letargo egli
rispondeva: «Le delizie del dolce far niente sono un dono prezioso
impartito dal Creatore alle creature privilegiate. I sogni dell'anima
sono più belli delle prosaiche realtà della vita, come la Venere greca
è più bella della donna; e la contemplazione delle opere di Dio è
un omaggio alla divinità, superiore ad ogni più fervente preghiera.
Lasciate che io preghi ed ami secondo il mio istinto.... Ascoltate una
storia del millecinquecento:
Un muratore innalzava un muro in Val d'Arno, assistito dal suo
manovale. Uno portava i mattoni, i sassi e la calce, l'altro andava
avanti col muro. Sapete che fa caldo in Toscana! orbene, era appunto
il mese di luglio, il sudore grondava dalle fronti abbronzate dei due
lavoranti, mentre un uomo stava tranquillamente sdraiato al rezzo d'una
pianta fronzuta, e li guardava. Il muratore vide l'ozioso, e disse
sdegnato al manovale: — Guarda un po' il fannullone, che mentre noi
sudiamo al lavoro, egli si gode a far niente! — Ora sono tre secoli
che il muratore e il manovale son morti e dimenticati, il muro è
caduto, e non ne restano nemmeno le traccie, è morto anche colui che li
stava osservando senza far niente, ma è rimasto il suo nome, egli era
Michelangelo Buonarroti, che meditava una delle sue opere.
Fra gli antichi ruderi della Campagna Romana, un capraio osservava
un bel giovine seduto a fianco d'una vaga fanciulla, e lo credeva un
ozioso; era Raffaello che studiava le pose delle sue Vergini, e le
pieghe delle vesti della Fornarina.
Il dolce far niente per le anime dei poeti e degli artisti è il
preludio delle sublimi creazioni, è la contemplazione che genera
l'ispirazione, è il sogno sublime che apparecchia l'opera divina del
genio.
E in queste stesse lagune, quanti ozii, quante ore beate di riposo
trascorsero nella tranquilla barchetta, i nostri grandi artisti
veneziani, Giorgione, Paolo Veronese, Tiziano, e tutta la gloriosa
coorte; e mentre solcavano l'onde coricati sui molli origlieri della
gondola che cullava i loro sogni, parevano assopiti da un dolce far
niente, e invece meditavano quelle stupende creazioni che sono adesso i
tesori dell'arte, ed una delle più belle glorie di Venezia.
Ed io, povero insetto della terra, nel dolce far niente dell'infanzia
ho imparato ad ammirare la potenza di Dio che faceva germogliare il
germe confidato alla terra, che provvedeva il nutrimento al falco
che mi passava sul capo nelle alte regioni dell'aria, ed all'insetto
impercettibile che faceva un lungo viaggio sopra un filo di musco. Ed
ora appoggiato al balcone, e contemplando questa azzurra laguna che si
perde nei lontani orizzonti, ora io sento...... e s'arrestava tutto
d'un tratto dando in un solenne scroscio di riso, e lasciando gli
astanti nella sorpresa e nel dubbio se avesse parlato da senno o da
burla, e staccando il violino dal muro improvvisava mille capricciose
melodie che ora imitavano i gemiti del dolore, ora il canto di
un'allegra canzone, e finivano colle note affettate d'un mellifluo
minuetto, sospeso poi da un'altra solenne risata.