VIII.

Nello studio del Torretti, e nelle sale Farsetti frequentava pure

Vittore Valdrigo, ma in altre condizioni di vita. Un casto affetto non

custodiva il suo cuore, e i lunghi ozii dell'infanzia lo avevano reso

inetto alle occupazioni laboriose.

Il suo spirito si evaporava in infiniti e chimerici progetti, i quali

poi si dileguavano al primo soffio di vento. Il suo ingegno versatile

lo spingeva ad abbracciare troppe cose, che abbandonava al primo

ostacolo, scoraggiato, avvilito.

La famiglia degli Orseolo lo teneva presso di sè. La munificenza

di quella casa gli largiva una pensione, e dandogli una stanza nel

palazzo, lo lasciava libero di seguire i suoi studi, e gli schiudeva

gli aditi alla vita di Venezia, alle distrazioni, agli stravizi, e

la imperiosa voce della necessità non batteva mai alla sua porta per

eccitarlo ad affrettare il lavoro.

Ciò nonostante, la feconda natura del suo ingegno lo rendeva atto ad

ogni cosa.

Disegnava con grazia e maestria, ed incominciava a dipingere con

franchezza e con forza. I suoi pennelli scorrevano sulla tela colla

arditezza d'un artista provetto, e la sua tavolozza s'impastava coi

colori della famosa scuola veneziana. Con poche linee segnate con

rimarchevole talento egli tracciava un somigliante ritratto, con pochi

tocchi di pennello lo dotava di anima e di vita.

Amante passionato della musica, aveva imparato a suonare il violino, e

lo maneggiava con destrezza e con passione, ma piuttosto per natura che

per arte, non avendo la pazienza di attendere a lunghi e severi studi,

e così mancante della istruzione necessaria per suonare un pezzo di

musica completo, egli abbandonava il suo arco sulle corde in traccia

di scucite e vaghe fantasie, di modulazioni capricciose e improvvise.

Leggeva rapidamente ogni volume che gli cadesse fra le mani, e passava

le intiere notti intorno alla lettura d'un libro che consonasse col suo

cuore, o dilettasse il suo spirito. Ogni libro grave o noioso gettava

con disprezzo, e condannava con inappellabile giudizio.

Egli sapeva a mente i più bei versi dei migliori poeti, e li declamava

con maschia energia, e con intelligente espressione. La sua infanzia

quasi selvaggia lo aveva reso indipendente dall'influenza del gusto

corrotto del giorno, ed aveva predisposto il suo cure al sentimento

della natura e del vero, cosicchè egli sentiva tutto il falso della

poesia dominante, e ne parlava con ironia e con disprezzo. E sovente

improvvisava dei versi e delle strofe ispirate che si perdeano per

l'aria, e non lasciavano che una dolce e confusa rimembranza a' suoi

amici che lo eccitavano invano a scrivere ed a pubblicare le sue

poesie.

Ma ogni suo lavoro rimaneva incompleto, non perchè gli mancasse

l'ingegno per compierlo, ma per colpevole indolenza. Le sue

ispirazioni, i suoi slanci erano fantasie passeggiere. Ad un tratto

il suo volto s'irraggiava d'un'estasi sublime, i suoi muscoli si

agitavano, i suoi occhi vibravano lampi di luce. Allora la sua mente

cercava splendide immagini, e nuovi concetti, le sue labbra proferivano

parole strane e concitate, se prendeva la matita tracciava lo schizzo

d'un quadro, che rivelava un pensiero stupendo, o se afferrava il

violino ne traeva delle note soavi, dei sospiri armoniosi, degli

accenti melodiosi che rapivano i sensi. Gli astanti rimanevano

stupefatti e commossi, ed egli si arrestava come il viandante spossato

dopo l'erta salita d'un monte, e si sedeva sfinito ed esausto.

In quei momenti d'esaltazione, quando gli si risvegliava nell'anima la

potenza creatrice, se egli avesse potuto disporre di tutte le ricchezze

del mondo, non avrebbero bastato a soddisfare gl'immensi capricci

del suo pensiero. Egli concepiva dei piani giganteschi di nuove città

meravigliose, e dava vita a nuovi mondi, a nuovi universi!... Ricaduto

nella calma trovava tutto superfluo nella vita, meno la pipa e il sofà

sul quale passava delle lunghe ore solitarie, mandando delle boccate

di fumo, e contemplando dalla aperta finestra una nuvola che passava, o

una stella che brillava nel cielo.

A' suoi amici che gli rimproveravano il vergognoso letargo egli

rispondeva: «Le delizie del dolce far niente sono un dono prezioso

impartito dal Creatore alle creature privilegiate. I sogni dell'anima

sono più belli delle prosaiche realtà della vita, come la Venere greca

è più bella della donna; e la contemplazione delle opere di Dio è

un omaggio alla divinità, superiore ad ogni più fervente preghiera.

Lasciate che io preghi ed ami secondo il mio istinto.... Ascoltate una

storia del millecinquecento:

Un muratore innalzava un muro in Val d'Arno, assistito dal suo

manovale. Uno portava i mattoni, i sassi e la calce, l'altro andava

avanti col muro. Sapete che fa caldo in Toscana! orbene, era appunto

il mese di luglio, il sudore grondava dalle fronti abbronzate dei due

lavoranti, mentre un uomo stava tranquillamente sdraiato al rezzo d'una

pianta fronzuta, e li guardava. Il muratore vide l'ozioso, e disse

sdegnato al manovale: — Guarda un po' il fannullone, che mentre noi

sudiamo al lavoro, egli si gode a far niente! — Ora sono tre secoli

che il muratore e il manovale son morti e dimenticati, il muro è

caduto, e non ne restano nemmeno le traccie, è morto anche colui che li

stava osservando senza far niente, ma è rimasto il suo nome, egli era

Michelangelo Buonarroti, che meditava una delle sue opere.

Fra gli antichi ruderi della Campagna Romana, un capraio osservava

un bel giovine seduto a fianco d'una vaga fanciulla, e lo credeva un

ozioso; era Raffaello che studiava le pose delle sue Vergini, e le

pieghe delle vesti della Fornarina.

Il dolce far niente per le anime dei poeti e degli artisti è il

preludio delle sublimi creazioni, è la contemplazione che genera

l'ispirazione, è il sogno sublime che apparecchia l'opera divina del

genio.

E in queste stesse lagune, quanti ozii, quante ore beate di riposo

trascorsero nella tranquilla barchetta, i nostri grandi artisti

veneziani, Giorgione, Paolo Veronese, Tiziano, e tutta la gloriosa

coorte; e mentre solcavano l'onde coricati sui molli origlieri della

gondola che cullava i loro sogni, parevano assopiti da un dolce far

niente, e invece meditavano quelle stupende creazioni che sono adesso i

tesori dell'arte, ed una delle più belle glorie di Venezia.

Ed io, povero insetto della terra, nel dolce far niente dell'infanzia

ho imparato ad ammirare la potenza di Dio che faceva germogliare il

germe confidato alla terra, che provvedeva il nutrimento al falco

che mi passava sul capo nelle alte regioni dell'aria, ed all'insetto

impercettibile che faceva un lungo viaggio sopra un filo di musco. Ed

ora appoggiato al balcone, e contemplando questa azzurra laguna che si

perde nei lontani orizzonti, ora io sento...... e s'arrestava tutto

d'un tratto dando in un solenne scroscio di riso, e lasciando gli

astanti nella sorpresa e nel dubbio se avesse parlato da senno o da

burla, e staccando il violino dal muro improvvisava mille capricciose

melodie che ora imitavano i gemiti del dolore, ora il canto di

un'allegra canzone, e finivano colle note affettate d'un mellifluo

minuetto, sospeso poi da un'altra solenne risata.

Il dolce far niente: Scene della vita veneziana del secolo passato · 第 11 / 46 题