VII.

Antonio Canova, entrato nello studio del Torretti a Venezia, si

esercitava a maneggiare i marmi, a trattare gli scalpelli, i trapani,

le scuffine e le raspe, ma non tardava ad accorgersi che i minuziosi

lavori del maestro mancavano d'ispirazione e di genio.

Il Torretti era seguace di quell'arte convenzionale che abbandonato

lo studio del vero, cercava gli effetti nelle movenze esagerate, e

negli adornamenti pomposi o bizzarri. Trascurava lo studio del nudo, e

non facea caso degli antichi modelli della Grecia, nei quali il genio

dell'artefice traducendo la natura nel marmo sapeva cogliere in un

punto il vero ed il bello, e creare delle opere divine.

Ma il giovane modesto e rispettoso lavorava in silenzio, aspettando

il tempo opportuno per spiegare il libero e sublime suo volo verso più

puri orizzonti.

Il suo vecchio nonno, il Pasino, vendeva per cento ducati l'unico

poderetto di famiglia con lo scopo di mantenere un anno a Venezia il

nipote, e il nobile Falier raccomandava il giovanetto al nobiluomo

Farsetti, che con patrizio splendore, aveva raccolto nelle sale del

suo palazzo di Venezia i migliori modelli antichi di scultura, e ne

lasciava libero l'ingresso agli studiosi. Canova profittando di tale

libertà, passava delle lunghe ore fra quelle statue, che parevano

svelargli con muti cenni, da lui solo compresi, gli arcani dell'antica

arte di Fidia, da tanti secoli smarriti.

In quel tempo due vivissime fiamme ardevano nel cuore del giovinetto

scultore, l'amore e l'arte, e si giovavano a vicenda. Una vezzosa

montanina di Possagno che egli aveva un giorno incontrata ad una festa

del villaggio, lo aveva ferito con un lampo degli occhi.

Nella sua patria si vedevano sovente, e si pascevano di sospiri, di

silenzii e di sguardi.

Nobile amore che ricercando le fibre più riposte del cuore lo rendeva

capace di generosi sentimenti, e disponeva la sua mente a concepire

sublimi pensieri, e a comprendere per intuizione i misteri del bello.

Elisabetta Biagi, e le statue del palazzo Farsetti, ebbero per Canova

una eguale influenza nelle prime rivelazioni dell'arte. Dagli occhi

della Lisa egli ricevette la scintilla che accende l'anima, e apporta

la luce necessaria alla comprensione delle linee greche, che svelano la

suprema venustà della forma negli antichi modelli.

Quella vita di studio e di affetto rendeva l'artista insensibile alle

seduzioni di Venezia.

Il dolce far niente: Scene della vita veneziana del secolo passato · 第 10 / 46 题