Antonio Canova, entrato nello studio del Torretti a Venezia, si
esercitava a maneggiare i marmi, a trattare gli scalpelli, i trapani,
le scuffine e le raspe, ma non tardava ad accorgersi che i minuziosi
lavori del maestro mancavano d'ispirazione e di genio.
Il Torretti era seguace di quell'arte convenzionale che abbandonato
lo studio del vero, cercava gli effetti nelle movenze esagerate, e
negli adornamenti pomposi o bizzarri. Trascurava lo studio del nudo, e
non facea caso degli antichi modelli della Grecia, nei quali il genio
dell'artefice traducendo la natura nel marmo sapeva cogliere in un
punto il vero ed il bello, e creare delle opere divine.
Ma il giovane modesto e rispettoso lavorava in silenzio, aspettando
il tempo opportuno per spiegare il libero e sublime suo volo verso più
puri orizzonti.
Il suo vecchio nonno, il Pasino, vendeva per cento ducati l'unico
poderetto di famiglia con lo scopo di mantenere un anno a Venezia il
nipote, e il nobile Falier raccomandava il giovanetto al nobiluomo
Farsetti, che con patrizio splendore, aveva raccolto nelle sale del
suo palazzo di Venezia i migliori modelli antichi di scultura, e ne
lasciava libero l'ingresso agli studiosi. Canova profittando di tale
libertà, passava delle lunghe ore fra quelle statue, che parevano
svelargli con muti cenni, da lui solo compresi, gli arcani dell'antica
arte di Fidia, da tanti secoli smarriti.
In quel tempo due vivissime fiamme ardevano nel cuore del giovinetto
scultore, l'amore e l'arte, e si giovavano a vicenda. Una vezzosa
montanina di Possagno che egli aveva un giorno incontrata ad una festa
del villaggio, lo aveva ferito con un lampo degli occhi.
Nella sua patria si vedevano sovente, e si pascevano di sospiri, di
silenzii e di sguardi.
Nobile amore che ricercando le fibre più riposte del cuore lo rendeva
capace di generosi sentimenti, e disponeva la sua mente a concepire
sublimi pensieri, e a comprendere per intuizione i misteri del bello.
Elisabetta Biagi, e le statue del palazzo Farsetti, ebbero per Canova
una eguale influenza nelle prime rivelazioni dell'arte. Dagli occhi
della Lisa egli ricevette la scintilla che accende l'anima, e apporta
la luce necessaria alla comprensione delle linee greche, che svelano la
suprema venustà della forma negli antichi modelli.
Quella vita di studio e di affetto rendeva l'artista insensibile alle
seduzioni di Venezia.