Nel vicino paesetto di Vascon villeggiava in quel tempo l'antica e
nobile famiglia veneziana degli Orseolo. La pittoresca dimora dei
Valdrigo serviva spesso di meta alle passeggiate vespertine della
nobile famiglia, che si piaceva di quelle scene campestri, e si
arrestava volontieri alla rustica cucina all'ora della cena, ad
osservare la Rosa che distribuiva le parti alla nonna, a Zammaria, ai
fanciulli, dispersi qua e colà sopra una sedia, sul focolare, o sulla
soglia.
La fisonomia intelligente di Vittore piacque alla nobildonna Fulvia
che s'intratteneva con piacere a conversare con lui, ed egli divenne
ben presto il compagno inseparabile d'Alvise e di Silvia, nobili
rampolli dell'illustre casato. Silvia era una bambina di quadro anni,
suo fratello ne aveva due di più, la medesima età di Vittore. Ogni
autunno Alvise e Silvia appena giunti a Vascon correvano in traccia di
Vittore, lo regalavano di vesti, lo conducevano a casa con loro, ed
egli passava tutta la stagione cogli Orseolo dividendo coi fanciulli
i giuochi, i balocchi, i bomboni, i piaceri e gli studi. Quando Silvia
entrò in convento, ed Alvise ebbe un istitutore, la nobil donna Fulvia
raccomandò Vittore al parroco di Varago, affinchè gl'insegnasse
a leggere e a scrivere; e poco tempo dopo, ottenne dai parenti di
lasciarlo continuare gli studi presso un prete di Treviso che teneva
alcuni ragazzi in pensione. Gli Orseolo pagavano la spesa, Zammaria
brontolava, ma la Rosa era contenta; e ogni autunno Alvise e Vittore
ricominciavano le loro escursioni e i soliti diletti campestri.
Il giovine Valdrigo fece in pochi anni rapidi e portentosi progressi, e
mostrò una straordinaria inclinazione per la poesia e per le arti. Egli
disegnava con rara maestria, e riteneva a memoria i motivi musicali,
uditi anche solo una volta. La vita contemplativa dell'infanzia aveva
certamente predisposte le sue facoltà ad una intensa osservazione, che
gli rendeva più facile la riproduzione delle impressioni ricevute.
La contessa Fulvia degli Orseolo parlò del suo protetto al senatore
Giovanni Falier, grande amatore delle arti belle, e mecenate degli
artisti, il quale sapendo che lo scultore Torretti doveva recarsi
a Treviso, lo incaricò di esaminare le tendenze del fanciullo. Il
Torretti lo trovò degno delle sue cure, e lo condusse seco a Pagnano
ove compiva dei lavori per le chiese dei paesi vicini.
La nobile famiglia Falier villeggiava allora nel suo principesco podere
di Pradazzi, nelle vicinanze di Pagnano e di Possagno. In quella nobile
dimora il vecchio e burbero Pasino presentava a Giovanni Falier il suo
timido nipote Antonio Canova, il quale rimasto orfano del padre, era
stato allevato dall'avolo a trattare il marmo, professione di famiglia,
nella quale i suoi parenti lavoravano con discreta abilità.
Il benefico Falier raccomandava anche il giovine artefice al Torretti,
nel cui studio di Pagnano si conobbero e si amarono Antonio Canova e
Vittore Valdrigo.
Finiti i lavori che lo tenevano occupato nei contorni di Asola, il
maestro scultore ritornò alla sua residenza di Venezia, invitando
i suoi giovani allievi a seguirlo nella artistica città, ove fra
le meraviglie delle arti avrebbero sviluppata la mente all'amore e
all'intelletto del bello.
Con questo scopo si recavano a Venezia i due modesti viaggiatori, dopo
di aver abbracciato i parenti, e dato un addio al nativo villaggio.