C'era però una eccezione. Vittore era nato con una fibra più molle
degli altri fratelli, ed aveva sofferto alla prima infanzia alcune
malattie che lo lasciarono più delicato e più debole. La buona madre
sentiva il bisogno di distinguerlo dagli altri, riparandolo con cura
dalle intemperie, rinforzandolo con cibi migliori, sorvegliandolo ad
ogni istante perchè non si esponesse ad esercizii violenti e dannosi.
Le sofferenze fisiche lo rendevano più sensibile alle impressioni, e le
abitudini calme e tranquille introducevano nel suo cervello il dominio
delle idee, ed una naturale tendenza alla osservazione minuziosa degli
oggetti che gli stavano intorno. Seduto sotto gli olmi che sorgevano
fra la casa e il ruscello, egli contemplava e comparava ogni cosa.
Seguiva il volo della rondine che sfiorando l'acqua cristallina
coglieva la preda, l'apportava al nido ove i neonati l'aspettavano
col becco dischiuso, e con allegro garrito ritornava alla caccia per i
prati e pei campi. Osservava il bacio dei colombi, le collere del gallo
contro i tacchini, ammirava i vaghi colori delle farfalle, e le ali
dorate degli insetti che passeggiavano sotto ai muschi crescenti sulle
corteccie degli alberi; e ascoltava attentamente i varii mormorii della
campagna, che con un'armonia indefinita rompevano i silenzii della
tranquilla dimora.
Turco, il cane da guardia, era il fido compagno delle sue escursioni
vagabonde, e con lui faceva lunghe peregrinazioni attraverso i
vicini paesi e fino alle ghiaie del Piave, ove si arrestava davanti
l'impetuoso torrente, a contemplare quelle vaste solitudini, e il
lontano prospetto del castello di San Salvatore, e la catena dei monti.
E nelle lunghe sere d'inverno, rannicchiato in un angolo del focolare,
o seduto accanto dei buoi, ascoltava le fiabe della nonna, che
popolavano la sua mente di bizzarre avventure, e conducevano il suo
spirito nella regione dei sogni.