III.

Saltore è una tranquilla e verdeggiante villetta, a poche miglia da

Treviso e dal Piave. La pittoresca catena di montagne che fiancheggia

la provincia forma una deliziosa prospettiva al villaggio. Queste

montagne che dominano i colli sottoposti, e il bosco del Montello,

ergono la cresta orgogliosa di nuda roccia, e sono incoronate sovente

di bianche nevi, che nelle serene aurore e nei dorati tramonti si

tingono d'una vaga luce rosea o violetta, e nei giorni più foschi

si velano di azzurre nebbie trasparenti, o si ascondono in parte fra

vapori fantastici che a poco a poco diventano nuvole e vengono poi ad

inaffiare la sottoposta pianura. Le falde verdeggianti dei monti sono

tutte seminate di paeselli, di casolari, di chiesette circondate di

macchie boscose, e di vigne che presentano alla vista un incantevole e

variato prospetto. Dalle gole ove discende il Piave, penetra quell'aria

pura ed elastica che conserva la salute, apporta l'appetito, e invita i

Veneziani a godere i piaceri campestri, per cui tutto il territorio è

sparso di palazzi e di case che abbelliscono l'antica Marca; la quale

per la sua amenità, meritò dai nostri antenati il lusinghiero epiteto

di Amorosa[1].

Sembra che anticamente Saltore sia stato un feudo o un'abazia dei conti

Collalto. Osservansi ancora in alcune case coloniche gli avanzi di

antichi conventi, e rimangono sui cadenti muraglioni le traccie delle

celle dei frati e gl'indizi non dubbi di religiosi istituti. In epoche

remote la nobile famiglia Sugana veniva a villeggiare nel paese, che fu

celebrato in quei tempi per i magnifici palazzi e i sontuosi giardini.

Avanzo di questa dimora dei Sugana, rimaneva ancora, sono parecchi

anni, una antica torre diroccata in fianco d'un ponte che cavalca la

Mignagola, modesto ruscello, ma limpido come il più terso cristallo.

Dai ruderi del palazzo signorile era sorta una rustica catapecchia,

composta di rottami di cornici di pietra, e di vecchi mattoni, coperta

di tegole e paglia. Una tettoja posta a ridosso della torre era

sostenuta da fusti infranti di colonne e da tronchi d'albero colla loro

corteccia, e da qualche ramo che faceva le funzioni d'architrave. Il

pianterreno della torre era divenuto una stalla, il primo piano una

camera da letto, alla quale si saliva da una scala esterna coperta,

e intorno della quale una vite vagabonda arrampicandosi ai pilastri

era andata a raggiungere il tetto e ricadeva in festoni. Un'adjacenza

conteneva la cucina, le altre stanze e il fienile, il tutto fabbricato

a varie riprese, con idee diverse, con materiali antichi o recenti, da

artisti che non conoscevano nè regolo, nè compasso, nè squadra. Sopra

la camera da letto la torre non aveva che tre lati che terminavano in

frastagli cadenti sopra qualche foro a sesto acuto, ove di giorno i

colombi stavano al sole a lisciarsi le penne. Il tetto aveva il suo

declivio dal lato mancante. Nelle fenditure dei vecchi muraglioni,

nei crepacci e nei fori, le civette e i pipistrelli facevano il nido,

e si erano accomodati a meraviglia fra una vegetazione fantastica di

fichi selvatici, di pruni e ligustri. L'edera correva su pei muri e

ne formava il più grazioso ornamento. In fianco alla bizzarra dimora

sorgeva un gruppo d'antichi olmi che rendeano completo il quadro. Il

cortile terminava al ruscello, tutto ricinto di siepi di biancospino,

di aceri, di evonimi e di sicomòri; era brulicante d'animali domestici,

che vivevano in perfetto accordo fra loro, e andavano beccando i

granelli sparsi sul terreno. Un superbo gallo razzolava il letame per

discoprire dei lombrici da regalarne le sue galline che gli stavano

d'intorno come tante odalische. I polli d'india facevano la ruota

colle penne della coda, una chioccia conduceva al passeggio i pulcini

pigolanti. Le anitre si diguazzavano nell'acqua, un grosso majale

grugniva in un canto, sdrajato sopra un mucchio di foglie. Il cane

vegliava alla porta, il gatto, ricoverato sulla sommità della scala,

stava contemplando la rustica scena, con una immobilità monsulmana.

Tutti erano felici, ciascheduno vivendo secondo le sue idee, in piena

libertà e sicurezza. Quel cortile presentava l'immagine di un perfetto

governo nel quale regnasse l'ordine, la pace, l'armonia. Le rondini,

innamorate del beato soggiorno, facevano il nido sotto ai tetti, ed

ogni primavera, reduci dai loro viaggi lontani, ritornavano ad abitare

le loro costruzioni, le quali non avevano bisogno che di qualche

leggiero restauro.

Dietro la corte c'era l'orto fornito a dovizia di erbaggi e di frutta,

e dopo l'orto vasti campi adorni di viti; ed estesi prati nei quali gli

armenti trovavano dei pingui pascoli, e una quiete beata.

Il dolce far niente: Scene della vita veneziana del secolo passato · 第 6 / 46 题