Saltore è una tranquilla e verdeggiante villetta, a poche miglia da
Treviso e dal Piave. La pittoresca catena di montagne che fiancheggia
la provincia forma una deliziosa prospettiva al villaggio. Queste
montagne che dominano i colli sottoposti, e il bosco del Montello,
ergono la cresta orgogliosa di nuda roccia, e sono incoronate sovente
di bianche nevi, che nelle serene aurore e nei dorati tramonti si
tingono d'una vaga luce rosea o violetta, e nei giorni più foschi
si velano di azzurre nebbie trasparenti, o si ascondono in parte fra
vapori fantastici che a poco a poco diventano nuvole e vengono poi ad
inaffiare la sottoposta pianura. Le falde verdeggianti dei monti sono
tutte seminate di paeselli, di casolari, di chiesette circondate di
macchie boscose, e di vigne che presentano alla vista un incantevole e
variato prospetto. Dalle gole ove discende il Piave, penetra quell'aria
pura ed elastica che conserva la salute, apporta l'appetito, e invita i
Veneziani a godere i piaceri campestri, per cui tutto il territorio è
sparso di palazzi e di case che abbelliscono l'antica Marca; la quale
per la sua amenità, meritò dai nostri antenati il lusinghiero epiteto
di Amorosa[1].
Sembra che anticamente Saltore sia stato un feudo o un'abazia dei conti
Collalto. Osservansi ancora in alcune case coloniche gli avanzi di
antichi conventi, e rimangono sui cadenti muraglioni le traccie delle
celle dei frati e gl'indizi non dubbi di religiosi istituti. In epoche
remote la nobile famiglia Sugana veniva a villeggiare nel paese, che fu
celebrato in quei tempi per i magnifici palazzi e i sontuosi giardini.
Avanzo di questa dimora dei Sugana, rimaneva ancora, sono parecchi
anni, una antica torre diroccata in fianco d'un ponte che cavalca la
Mignagola, modesto ruscello, ma limpido come il più terso cristallo.
Dai ruderi del palazzo signorile era sorta una rustica catapecchia,
composta di rottami di cornici di pietra, e di vecchi mattoni, coperta
di tegole e paglia. Una tettoja posta a ridosso della torre era
sostenuta da fusti infranti di colonne e da tronchi d'albero colla loro
corteccia, e da qualche ramo che faceva le funzioni d'architrave. Il
pianterreno della torre era divenuto una stalla, il primo piano una
camera da letto, alla quale si saliva da una scala esterna coperta,
e intorno della quale una vite vagabonda arrampicandosi ai pilastri
era andata a raggiungere il tetto e ricadeva in festoni. Un'adjacenza
conteneva la cucina, le altre stanze e il fienile, il tutto fabbricato
a varie riprese, con idee diverse, con materiali antichi o recenti, da
artisti che non conoscevano nè regolo, nè compasso, nè squadra. Sopra
la camera da letto la torre non aveva che tre lati che terminavano in
frastagli cadenti sopra qualche foro a sesto acuto, ove di giorno i
colombi stavano al sole a lisciarsi le penne. Il tetto aveva il suo
declivio dal lato mancante. Nelle fenditure dei vecchi muraglioni,
nei crepacci e nei fori, le civette e i pipistrelli facevano il nido,
e si erano accomodati a meraviglia fra una vegetazione fantastica di
fichi selvatici, di pruni e ligustri. L'edera correva su pei muri e
ne formava il più grazioso ornamento. In fianco alla bizzarra dimora
sorgeva un gruppo d'antichi olmi che rendeano completo il quadro. Il
cortile terminava al ruscello, tutto ricinto di siepi di biancospino,
di aceri, di evonimi e di sicomòri; era brulicante d'animali domestici,
che vivevano in perfetto accordo fra loro, e andavano beccando i
granelli sparsi sul terreno. Un superbo gallo razzolava il letame per
discoprire dei lombrici da regalarne le sue galline che gli stavano
d'intorno come tante odalische. I polli d'india facevano la ruota
colle penne della coda, una chioccia conduceva al passeggio i pulcini
pigolanti. Le anitre si diguazzavano nell'acqua, un grosso majale
grugniva in un canto, sdrajato sopra un mucchio di foglie. Il cane
vegliava alla porta, il gatto, ricoverato sulla sommità della scala,
stava contemplando la rustica scena, con una immobilità monsulmana.
Tutti erano felici, ciascheduno vivendo secondo le sue idee, in piena
libertà e sicurezza. Quel cortile presentava l'immagine di un perfetto
governo nel quale regnasse l'ordine, la pace, l'armonia. Le rondini,
innamorate del beato soggiorno, facevano il nido sotto ai tetti, ed
ogni primavera, reduci dai loro viaggi lontani, ritornavano ad abitare
le loro costruzioni, le quali non avevano bisogno che di qualche
leggiero restauro.
Dietro la corte c'era l'orto fornito a dovizia di erbaggi e di frutta,
e dopo l'orto vasti campi adorni di viti; ed estesi prati nei quali gli
armenti trovavano dei pingui pascoli, e una quiete beata.