Il giorno di tatti i Santi del 1757, la natura melanconica si
apparecchiava all'inverno, le foglie cadevano dagli alberi, l'erbe
ingiallivano. Nel piccolo villaggio di Possagno, i paesani si recavano
nella vecchia parrocchia di San Teonisto per ascoltare la messa.
Niente indicava un avvenimento rimarchevole pel modesto paesello, nè
il reverendo parroco che battezzava un neonato s'immaginava che il
nome impostogli al sacro fonte avrebbe fra pochi anni meritate le lodi
di tutto il mondo civile, e sarebbe divenuto la provvidenza del paese
nativo, cosicchè il buon sacerdote aprendo colla solita tranquillità
i registri parrocchiali, vi iscriveva colla massima indifferenza sotto
agli altri poveri nomi, il nome che doveva diventare famoso di Antonio
Canova, figlio legittimo di Pietro Canova di Possagno e di Angela Zardo
di Crespano.
Finita la cerimonia, il prezioso fanciullo veniva trasportato a casa
senza altre solennità, e colà pochi parenti ed amici celebravano
tranquillamente la sua nascita rompendo dei biscotti e assaporando
alcuni bicchieri di vino. E chi poteva leggere nel libro dell'avvenire?
Generalmente le madri coltivano i sogni più ridenti sulla culla dei
loro bambini; Angela Zardo avrà essa pure fatti i suoi sogni, ma questa
volta erano certo al di sotto della realtà.
La sua fantasia si sarà limitata alle comuni speranze, e se una voce
arcana le avesse profetizzato i grandi destini del figlio, essa non
avrebbe creduto alla profezia. Eppure egli doveva dar vita ad una serie
gloriosa di candide divinità, innalzare colossali mausolei a pontefici
e a principi, riprodurre col marmo i più illustri personaggi del suo
tempo, scolpire le statue di futuri eroi e di graziose principesse,
e con parte del denaro ricavato innalzare un tempio greco sui colli
di Possagno in luogo della povera chiesuola nella quale era stato
battezzato.
E chi poteva annunziare agli abitanti di Carrara che era nato un
fanciullo a Possagno che fra pochi anni avrebbe cavato dal marmo delle
loro cave una Psiche celeste, un gruppo delle Grazie veramente divino,
e un drappello di altre bellezze molli e quasi palpitanti di vita?
E pensare che un colpo d'aria, o qualunque minimo accidente sarebbe
bastato per spegnere quella vita, e togliere al mondo il lavoro di
quelle mani portentose che doveano secondare con tanta maestria le
creazioni del genio!...
E chi sa quanti genii nascono ogni giorno in Italia, e si spengono
senza aver dato il loro frutto! Chi sa quanti uomini di Stato, quanti
germi di generali e di magistrati muojono nelle fascie di spasmodia
o di morbillo! e chi sa quanti nascono con la scintilla del genio e
muojono nell'età senile senza lasciare una traccia del loro passaggio
nella vita, tutta trascorsa in vane contemplazioni, in sterili sogni,
in un perpetuo assopimento, in una molle apatia, in un dolce far
niente!
Mentre che a Possagno la nascita di Canova passava inosservata, a
Venezia si celebravano con gran rumore di campane e gran scialacquo
di versi, i natali degli illustri rampolli della veneta nobiltà. I
discendenti dei famosi dogi erano accolti in questo mondo coi più
solenni pronostici.
Circondati di trine e di giojelli venivano trasportati al sacro fonte
fra una folla d'amici e seguiti da un codazzo di servi in livree
ricamate colle armi gentilizie della casa. Al ritorno dalla chiesa si
facevano dispendiose feste e rinfreschi, ove si prodigavano i più fini
confetti e i vini più prelibati, e i poeti d'occasione andavano a gara
nel mettere in rime le geste gloriose del futuro eroe, annunziando a
Venezia la sua nuova fortuna. Ma pur troppo quei poeti furono falsi
profeti, ed alla caduta dell'antica repubblica gli eroi si nascondevano
in cantina esclamando coll'ultimo doge le memorabili parole: «questa
notte non saremo sicuri nemmeno in letto!» Ogni fanciullo che nasce è
un mistero!