Il programma pratico, in materia di laicità, deriva facilmente dalla
concezione di questa, che io ho esposto: lotta, con ogni mezzo
consentito dalle leggi, contro ogni forma di organizzazione
ecclesiastico-economica ed ecclesiastico-politica; obbligo alle
istituzioni di convivenza e di educazione clericale di rispettare le
leggi; uso consapevole dei mezzi e modi di intervento che, a sua
difesa, lo Stato volle conservare, negli affari ecclesiastici;
riordinamento della proprietà ecclesiastica¹, amministrata oggi dallo
Stato ma vuotata in gran parte di quei fini sociali utili che soli lo
Stato protegge; educazione di Stato, dalle elementari all'Università,
intieramente e sinceramente laica, abolizione della legge delle
guarentigie². Quanto al catechismo nelle scuole, noi non possiamo
consentire all'on. Giolitti che il pensiero e il programma dello Stato
moderno nella più delicata delle sue funzioni, che è la scuola
primaria, sia composto, luogo per luogo, dal sindaco, dal maestro e
dal ragazzetto; mirabile concilio di pedagoghi, contro la cui sentenza
non c'è appello.
¹ Nel «Patto di Roma», Cavallotti proponeva un prestito «garantito
sul residuo patrimonio ecclesiastico, del quale--_eccezione fatta
dei benefici parrocchiali_--e cioè delle rimanenti 336 mense
vescovili, dei 400 capitoli cattedrali e dei 286 seminari che
letificano l'Italia, sarebbe a decretarsi la conversione,
esercitandosi una buona volta il diritto conferito allo Stato
persino dallo stesso art. 18 della legge Bonghi sulle guarentigie.
Nella conversione avrebbero pure a comprendersi i beni di quelle
corporazioni religiose di Lombardia il cui incameramento venne
impedito dall'articolo II_j_, del trattato di Zurigo del 1859...
La conversione... permetterebbe di provvedere in pari tempo, con
un più equo riordinamento dell'ingente patrimonio, anche al
miglioramento delle condizioni veramente infelici del basso e
infimo clero, popolo e plebe anche esso; verso di questo sarebbe
giustizia; verso le intemperanze dell'alto clero, verso i semenzai
dell'oscurantismo, verso la propaganda insidiatrice della vita
sacra della patria sarebbe utile difesa dello Stato e della
civiltà.
Poichè se la democrazia non intende di offendere menomamente la
libertà del culto cattolico, come di qualsiasi altro culto, tutti
eguali innanzi a lei nel grande principio della libertà di
coscienza; se nemmeno è nei suoi metodi di combattere i principî
con rappresaglie personali, vi ha però un limite nella mente
segnato che ella non consente a nessuno di varcare; e lo segnano i
diritti degli altri cittadini ed i diritti della grande
collettività nazionale.
Del resto alla conversione del patrimonio ecclesiastico dovrà
provvedersi tosto o tardi in ogni modo, con una o con altra
soluzione qualsiasi».
Al criterio di colpire in alto, favorendo il basso clero, taluni
fecero opposizione allora, così come a un eguale programma
sostenuto dall'illustre prof. F. Scaduto al recente congresso
tenuto in Roma dal partito costituzionale democratico, taluni dei
congressisti si opposero. E nella relazione della Commissione
nominata per giudicare delle modificazioni ed aggiunte presentate
al Patto di Roma, relazione stesa da Enrico Ferri, si legge:
«I signori... vorrebbero tolte le proposte relative alla
distinzione fra basso e alto clero, pensando che al clericalismo
di ogni grado nulla si debba concedere mai. La Commissione, pur
consentendo nel principio generale, ritiene che nella attualità
pratica ed economica del nostro paese non si possano disconoscere
le diversissime condizioni dell'alto e del basso clero, e la
miseria, sempre dolorosa da chiunque sofferta, che a quest'ultimo
è inflitta dai preti più gaudenti perchè altolocati».
Ma non è questo il solo motivo della distinzione da fare; nel
basso clero noi possiamo rispettare una religione e una chiesa
popolare alla quale ancora molta parte del popolo aderisce, il cui
pensiero non può essere mutato chiudendo le chiese; mentre il
papato e l'alto clero fanno, imponendosi al basso clero e ai
fedeli, una politica di intolleranze e di dominio clericale e
mutano la chiesa in partito.
² Verrà giorno che il Paese, sinceramente rappresentato nei suoi
Consigli legislativi, casserà la legge delle guarentigie,
dichiarando:
«Che la Chiesa cattolica non è riconosciuta dallo Stato se non
come libera Associazione di credenti; che, come tale, è posta, nei
singoli sodalizi che la compongono, sotto gli auspici del Diritto
Comune, di cui gode, come ogni altra Associazione religiosa e
civile, tutte le libertà; sottostando nello stesso tempo, in caso
di abuso, alle sue sanzioni». (SAFFI, _Scritti_, XI, pag. 260).
Nell'opuscolo _L'Italia aspetta_, A. Bertani scriveva:
«E vogliate la liberazione sociale da ogni ingerenza del clero
nella pubblica istruzione. Generalizzate, vogliate, imponete la
scuola comune, laica, ed avrete debellato ogni influenza della
Chiesa nell'ordine civile. La legge comune basti per tutti, senza
guarentigie che stabiliscano due monarchi, due qualità di sudditi,
due poteri».
E nel 1875 egli aveva svolto alla Camera un suo ordine del giorno
chiedente l'abolizione della legge delle guarentigie, con sereno
spirito di libertà, ritenendo che la legge comune dovesse bastare
anche per il papa.
Al riordinamento della proprietà ecclesiastica lo Stato, come è noto,
aveva preso impegno di provvedere nella legge delle guarentigie. Esso
pareva allora urgente, ed oggi nessuno vi pensa, talmente si è
smarrito ogni desiderio di azione o criterio prammatico in tale
materia. Senza affrontar qui il complesso problema, sul quale dovrei
ripetere cose già scritte, mi basterà accennare ad un provvedimento
per il quale molte buone ragioni militano, contro il quale nessuna
difficoltà seria può essere addotta--salvo per quel che riguarda i
modi di esecuzione--e che le speciali condizioni dell'erario
renderebbero oggi opportunissimo: la alienazione e conversione in
rendita della proprietà terriera che è parte cospicua del patrimonio
degli enti conservati. Le parrocchie--per questa sola operazione--non
perderebbero economicamente nulla, poichè avrebbero in titoli di
rendita quel che oggi hanno in terre, e ne guadagnerebbe la
spiritualità del loro ministero, la quale è dalla Curia di Roma così
spesso e volentieri sacrificata ai suoi interessi di dominio terreno;
lo Stato intascherebbe il mezzo miliardo (certo non meno;
probabilmente assai più; e la colpa dell'incerta previsione non è
nostra, ma della scandalosa assenza di qualsiasi dato statistico
sicuro) che quei beni valgono, e potrebbe provvedere al gravoso onere
tributario lasciatoci dalla guerra libica senza altro peso che quello
dei diciassette milioni e mezzo annui di interesse; onere il quale
potrebbe essere notevolmente ridotto dalla soppressione economica di
talune categorie di beneficî maggiori e dalla perequazione delle
parrocchie.
Inutilmente io ho fatto la proposta alla Camera; inutilmente ho
pregato taluni dei maggiori uomini della democrazia di dare ad essa
l'appoggio della loro autorità. I tempi (cioè le volontà degli uomini)
non sono maturi, neanche per una così modesta operazione finanziaria,
della quale la vecchia Destra, quando ancora non c'era l'uso di
conteggiare nell'ombra i voti dei preti, non si sarebbe certamente
spaventata.