Ma giova tentare oramai questa «pericolosa» definizione del
radicalismo. Il radicalismo è la politica del _dover essere_ contro la
politica stazionaria; è la democrazia che si fa, che diviene, la
liberazione di quelli che sono ancora servi, una coscienza data alle
forze sociali che non hanno ancora la loro espressione politica, la
conquista dell'autonomia. Autonomia è la parola che potremmo oramai
sostituire a quella vecchia e abusata di libertà; tanto vecchia e
tanto abusata, che il partito moderato-clericale, in questo tentativo
di ricostituzione che affatica anche esso, l'ha presa quasi a sua
parola d'ordine, auspice e interprete recente l'on. Salandra.
La libertà era un programma radicale, quando appariva manifesto il
nemico contro il quale, nell'ordine politico o economico o sociale,
bisognava condurre la lotta per la liberazione degli oppressi. La
Chiesa, organismo politico privilegiato, la mano morta, i piccoli
sovrani per diritto divino, il potere politico patrimonio di una
classe e chiuso alle categorie più umili e numerose, il potere
esecutivo esorbitante dal suo ufficio nelle prevenzioni e repressioni
poliziesche, questo il tiranno; e contro di esso si predicava e si
promoveva la libertà. Vigili, per ogni conquista nuova, contro ogni
insidia rinascente, i radicali. Esecutori, sotto la pressione delle
forze nuove e di necessità politiche impellenti, i liberali di destra
e di sinistra; fuori dell'agone, torbidi e minacciosi, nel nome del
Sillabo, i clericali, aspettanti la vendetta divina e la restituzione
del potere temporale al papato.
Oggi quei nemici, esterni, visibili, quei limiti imposti dal di fuori,
quei poteri reclamanti una origine altra che la sovranità popolare non
esistono più. C'è, sola, come vedremo, la Chiesa; ma con tattica
mutata.
Eppure chi oserebbe dire che la libertà è conquistata per tutti, se
essa è possesso di sè e se tanti sono posti dalla superstizione,
dall'ignoranza, dalla miseria, in balia di chi ne ha in mano le
coscienze, l'opera, il voto? Chi non vede che, dove ogni potere
dispotico e dominio sui servi è abolito legalmente, esso ripullula
spontaneo nella esorbitanza della forza dello Stato, nel giuoco delle
camarille e clientele, nella stessa intolleranza dogmatica dei
partiti, là dove sono turbe di uomini incapaci di autonomia,
spiritualmente estranee ed inferiori ad ogni opera, di governo
autonomo, e quindi bisognose di padroni, per muoversi ed agire? La
libertà è spiritualità che opera sulle forme e sugli istituti sociali;
e questi son sempre in arretrato per le coscienze più generose, in
anticipazione per le coscienze pigre e sonnolente e servili. E dove la
libertà è raggiunta e signoreggia da tempo, chi oserebbe dire che alla
sola nozione di diritto che essa suggerisce ed integra, non se ne
debba oramai aggiungere un'altra, quella di dovere, di responsabilità,
di funzione utile, di coesioni sociali più vaste e più salde?
Vi ho detto che radicalismo è la democrazia come _farsi_, non come
_fatto_. La democrazia, come fatto, è il partito liberale, equilibrio
instabile, opportunità, trasformismo: che qui ricalcitra, là concede,
che oscilla fra il passato e il da fare, fra il vecchio e il nuovo. La
negazione immanente della democrazia, nel mondo moderno, è la chiesa e
il clericalismo. L'affermazione, egualmente immanente, pungente,
assillante, è il radicalismo¹.
¹ Nella sua «teoria dei partiti», G. Bovio caratterizzava i momenti
storici e ideali dello sviluppo democratico nei termini seguenti:
1° C'è una filosofia della evoluzione ed una filosofia della
rivoluzione: la vera filosofia le comprende entrambe, perchè, a
determinato tempo, l'evoluzione esplode e la rivoluzione si
evolve;
2° la rivoluzione intera procede per tre periodi: prima è
rivoluzione religiosa, poi è politica, poi è sociale, perchè il
pensiero prima si ribella contro il dogma, poi contro lo Stato,
poi contro la casta;
3° nessuna ribellione è vera, se non comincia contro il dogma,
fondamento di ogni vecchio ordine sociale;
4° essendo stata europea la rivoluzione religiosa, tale fu la
rivoluzione politica e tale dev'essere la rivoluzione sociale;
5° i partiti radicali devono essere studiati tra la rivoluzione
politica che è fatta e la sociale che si annuncia; i partiti
conservatori debbono essere studiati fra la Chiesa che tramonta, e
lo Stato che le si sostituisce.
Ricordate le origini della democrazia e il suo sviluppo. Essa
rumoreggia nel medio evo con l'eresia, utopia libertaria e
comunistica, affranca le coscienze della teologia medioevale con
l'umanismo e col Dio immanente di Bruno, si svincola dal papato con la
riforma, si costituisce un sapere autonomo con la scienza positiva,
elabora lentamente, da Bruno a Hegel e ai continuatori di lui, la
concezione nuova della vita sociale: la dottrina dell'umanità, e delle
sue esigenze insopprimibili in ciascun uomo, della relatività delle
leggi o delle istituzioni sociali, della sovranità dello spirito umano
sulla sua storia, della attività creatrice dell'autocoscienza. L'uomo
moderno non accetta, non subisce, ma fa e pone; le leggi e gli
istituti sociali sono condizioni date non norme; la norma egli la
porta con sè nel suo spirito, e alla scorta di essa fa, o meglio rifà
perennemente, nelle condizioni date, la sua storia.
Questa è la sovranità democratica, sovranità non di molti o di tutti,
non del numero, ma dello spirito, della ragione, della volontà
consapevole; in una parola, dell'autocoscienza. La sete, che è in
tutti, di riforme, l'incessante estendersi delle facoltà e delle
attività politiche, individuali ed organizzate, sono appunto dovute a
questo senso acquisito che la società e la storia sono perennemente da
fare e da rifare. Il farsi della democrazia è in queste due forze:
l'ascensione di ogni individuo umano alla pienezza della personalità
umana, la collaborazione, la coesione, l'unità sociale affidata
all'efficacia spontanea di interessi consaputi, di tendenze
spirituali, di norme accettate con libera adesione interiore.
Questa concezione fondamentale vi permette di interpretare e di
graduare nella loro successione dialettica e storica tutte le dottrine
e tutti gli sforzi democratici. La proclamazione del diritto dei
singoli, delle libertà, dà il primo periodo storico e costituisce il
primo momento della democrazia; ma questo, non corretto da un pensiero
ulteriore, finisce nell'individualismo sfrenato e nelle rinascenti
tendenze egoarchiche ed autoritarie. La proclamazione del dovere,
delle responsabilità e degli uffici sociali, integra il concetto di
libertà, con quello di funzione e apre il passo a una concezione nuova
e più intima delle autonomie collettive, della organizzazione dei
fini, dello Stato medesimo.
Da questa posizione di criterî direttivi emergono chiare alcune
conseguenze che è opportuno ribadire. Il liberalismo, la destra
e la sinistra che, perduto il loro primo significato, divengono
aggruppamenti mutevoli per la conquista del potere, la democrazia
come _fatto_, vi danno una situazione ambigua, un oscurarsi delle
differenze sostanziali, una contraddizione permanente e affannosa,
un tentativo assiduo ed opportunistico di equilibrio; vi danno il
trasformismo e il giolittismo, gli ultimi quaranta anni di politica
italiana. Con la democrazia sono accettati i principî che la fecero,
ma viceversa essi son negati quando se ne nega l'ulteriore sviluppo.
E poichè il corpo sociale non si arresta, e una logica delle cose,
più forte delle volontà degli uomini, pone problemi nuovi e ne
matura le soluzioni, si accettano le soluzioni mature, ma come
necessità, per istinto di difesa più che di progresso, e quindi con
il concorso promiscuo di democratici, accettanti il progresso, di
conservatori, mossi dall'istinto della difesa. Dai principî
accettati, per es. da quello dello Stato laico, si è indotti a
prender posizione contro i clericali; ma, viceversa, dalla
ripugnanza ad applicare quei principî alle necessità e ai doveri
emergenti si è indotti ad appoggiarsi ai clericali, a lasciarne
ricostituire l'organizzazione politico-ecclesiastica e ad
assecondarne le pretese. Per governare, si ricorre volta a volta
agli uni e agli altri, coltivando amicizie nei campi opposti,
stemperando i partiti nell'opportunismo, impedendo alle tendenze
politiche opposte di polarizzarsi e di scendere in campo ad armi
aperte.
Di qui le tentazioni e l'opportunità per il partito radicale, di
profittare, a volte, di questa tendenza dei partiti medi verso riforme
ritenute necessarie per governare; ma insieme il dovere di non
esaurire nelle opportunità la sua azione, di non ucciderla
nell'opportunismo; di opporre ai facili doveri degli adempimenti
l'austero dovere della preparazione per i compiti di domani. Il senso
vigile di questo rompe gli accordi degeneranti in rinuncia e rinnova i
contrasti.