Dell'appoggio dato a questo ministero il partito non deve in alcun
modo pentirsi, poichè non mancò il risultato in vista del quale
l'accordo fu stretto; e a due grandi riforme, il suffragio universale
e il monopolio delle assicurazioni sulla vita¹, per tacere del resto,
il partito potè legare l'opera e il nome.
¹ Di molte e severe critiche fu oggetto questo monopolio. Nè
venivano tutte e solo da parte de' liberali moderati, i quali
concepiscono lo Stato come un supremo moderatore di libertà o di
attività private e veggono nelle imprese industriali in cui si
mette falsato il suo carattere e degeneranti le sue funzioni.
E ciò è vero secondo l'antica e classica concezione dello Stato e
della sua sovranità.
Ma noi vediamo in questa iniziata nazionalizzazione del servizio
delle assicurazioni, come in altre iniziative industriali dello
Stato moderno, non un processo di assorbimento da parte del potere
pubblico e di limitazione delle attività libere e di
burocratizzazione; sì bene, al contrario, un interiore processo di
sviluppo della previdenza medesima e degli altri servizi sociali;
i quali si organizzano e costituiscono in grandi sindacati,
appropriandosi una parte delle attribuzioni dello Stato ed
incorporandole in sè. Con che esse lo diminuiscono e lo
modificano, nella sostanza, anche se pel momento sembrano subirne
l'invadenza ed annientarne la pletorica pesantezza. E un segno
evidente di ciò si ha nel nome; poichè non si parla di regie
ferrovie e di regie assicurazioni, ma di ferrovie e di
assicurazioni nazionali. Sono veri sindacati che, attraversando
l'atmosfera Stato, si fanno il corpo e le forme giuridiche nuove.
Ma l'accordo vincola la nostra azione parlamentare, non limita la
nostra propaganda. Io riconosco i meriti dell'on. Giolitti, i servigi
che egli ha reso al paese, la moderazione con la quale usò del potere,
il vantaggio della tregua interna che un periodo di gravi difficoltà
internazionali rese necessaria, la fiducia del paese nella abilità
dell'uomo, possibile. Posteriore a lui di una generazione, io ritengo
che nella generazione alla quale egli appartiene lo si debba
giudicare, tenendogli conto delle necessità di governo, e a questa
generazione opporre una diversa e più alta concezione che noi abbiamo
dei doveri dell'uomo di Stato e della democrazia, specialmente in quel
che riguarda la libertà del mandato elettorale, così nelle origini
come nell'esercizio.
Lottando per sè, per i suoi ideali, per una più chiara definizione dei
partiti, per una ripresa di attività rinnovatrice, il partito radicale
lotta per creare altre condizioni ed altri metodi alla attività dei
partiti e dei governi. E se i più e i maggiori dei radicali, uomini,
come Giulio Alessio, che non possono essere sospettati di
opportunismo, hanno giudicato che non conveniva, alla vigilia delle
elezioni, staccarsi dal governo, nè dar sì gran gioia a quelli che si
sarebbero affrettati a prendere la parte di potere lasciata dai
nostri, è dovere riconoscere la gravita delle ragioni che militano per
questa condotta. Non fare quello che l'avversario vostro vedrebbe
fatto con immenso piacere è ancora buona prudenza, quando un più
diretto e sicuro criterio non soccorra.
Del resto, lottiamo oggi per la conquista del corpo elettorale;
indichi esso le vie di domani.
Il radicalismo italiano fu adunque quello che doveva essere; la
tradizione gloriosa del più puro idealismo del partito d'azione, che
si fa via via politica positiva e realistica, secondo i tempi;
l'organo più sensibile delle necessità di una politica di difesa e di
sviluppi democratici; l'integrazione parlamentare dei partiti più
estremi e il vincolo di unione fra essi e le maggioranze.
Io non l'esalto con questo oltre misura. Ombre e incertezze e
transazioni e debolezze vi furono; ma la colpa fu innanzi tutto di
tempi singolarmente avversi a ogni salda e nitida coerenza e
continuità e personalità di partiti politici. Mancò alla vita italiana
la passione politica, vigorosa e veemente, mancò quella che è
condizione prima di ogni politica sana, la sincerità. La sincerità è
chiarezza e costanza del vincolo che lega gli uomini alle cose, in
politica. Poichè in questa l'individuo per sè non è molto; la pienezza
del significato e del valore dell'opera sua è data dai gruppi di
interessi, dalle tendenze e volontà di dominio alle quali serve. Ora
per molto tempo, in Italia, per l'opportunismo che ha invaso tutta la
nostra vita pubblica e per la difficoltà di distinguere e definire
interessi, correnti e tendenze, uomini e cose hanno, si direbbe,
seguito due vie diverse e ne è risultata una confusione
indescrivibile. Avvocati intimamente borghesi per coltura per
colleganze sociali per visione realistica della vita hanno preso, per
aprirsi la via, l'etichetta socialista o repubblicana. I maggiori
impulsi a riforme democratiche sono talora venuti da prudenti
conservatori. Viceversa, le necessità economiche del proletariato
giovano spesso ai fini di una politica reazionaria. Un deputato di
estrema sinistra, per opportunità elettorali, diviene strumento di
dominio politico nelle mani di un gruppo clericale o di un vescovo. Un
nazionalista tresca, per diventar deputato, col partito che, per
volontà del papa, è ostile, per definizione, alla patria. Il
socialismo, frutto mirabile di una critica poderosa di tutti i dogmi
del passato, diventa, nell'intransigenza, dogmatico e si chiude nelle
sue teorie e, per preparar la rivoluzione, facilita la via alla
reazione. Chi, in tali circostanze, ha il diritto di alzar la voce a
condannare?
Un partito politico, diceva G. Bovio, è una idea che ha la sua
antitesi. Dove l'antitesi langue, la tesi si attenua; dove gli animi
son fatti incapaci di posizioni vigorose, i partiti si fiaccano e
divengono imbelli; poichè una invincibile solidarietà li lega
all'intiero processo dello spirito e della coscienza di un paese.