È teoria e fatto e proposito del partito radicale, in questi ultimi
anni di vita italiana e per i prossimi, la politica dei cosidetti
blocchi. I socialisti e i repubblicani, dopo averla largamente
favorita negli anni nei quali c'era da impiegare la somma mirabile di
energie popolari liberate e fatte erompere da quella riconquista della
libertà che si ebbe nella memorabile lotta del 1900, se ne sono
stancati e ne sono divenuti oggi i critici più aspri; effetto, questo,
in parte della pertinace ideologia rivoluzionaria e di una febbre di
riforme che fanno parer lento ogni moto sociale normale, ed in parte
del successo medesimo della politica dei blocchi, che deluse quelle
frazioni le quali non tanto desideravano i progressi della democrazia,
realisticamente intesa, quanto quello delle loro pregiudiziali e del
loro sistema.
E si è voluto vedere nei blocchi come l'ultima fase del trasformismo
politico, e il partito radicale, assunto prima dall'on. Luzzatti poi
dall'on. Giolitti al potere, affogare in quel trasformismo. Sicchè
oggi, all'infuori delle due pregiudiziali, la repubblicana e quella
della lotta di classe, non ci sarebbe più che confusionismo e
arrivismo; quello causa insieme ed effetto di questo. Anche i
socialisti riformisti, appunto perchè non accettano nè l'una nè
l'altra pregiudiziale, son dichiarati dai loro compagni di ieri
transfughi e traditori e arrivisti; e soffia allegramente sul fuoco la
destra.
L'ampiezza stessa e l'esagerazione della condanna, debbono avvertirvi
che un grosso equivoco si nasconde in essa. Io non saprei spiegarvelo
meglio che rifacendo, brevissimamente, la storia del partito radicale
italiano.
La democrazia radicale italiana ebbe da principio tradizioni, intenti,
animo repubblicano. Ma rivelatasi nel 1848-49 l'insufficienza di moti
popolari a costituire l'unità italiana, e avendo la monarchia di
Savoia fatta sua questa causa, il pensiero della repubblica fu messo
da parte per costituire intanto l'unità. Raggiunta questa, incominciò
il distacco del radicalismo dall'idea repubblicana, fra il 1870 e il
1876, quando, nelle prime lotte fra i mazziniani puri ed altri che
facevano capo a Giuseppe Garibaldi, all'idea di un'azione direttamente
rivoluzionaria, volta a rovesciare la monarchia, o all'astensionismo
di altri che vedevano l'inanità di questo sforzo e suggerivano di
attendere tempi migliori, accelerando intanto l'educazione delle
masse, si sostituì il criterio di esplicare, pur nell'orbita delle
istituzioni e dell'attività parlamentare, un'opera positiva diretta al
raggiungimento delle conquiste democratiche compatibili con il
monarcato; prima fra queste il suffragio universale, per il quale
furono più tardi tenuti i cento comizi del 1880, ed il comizio de'
comizi in Roma, nel febbraio 1881.
Per la prima volta il radicalismo ebbe forma e veste concreta di
organizzazione nazionale nella «Lega della democrazia» costituita in
Roma, sotto l'egida del prestigio di G. Garibaldi, il 21 aprile 1879,
e da Garibaldi stesso annunziata all'Italia con un manifesto in data
26 aprile¹.
¹ Giova riprodurre questa pagina, memoranda nella storia del
radicalismo:
«Agli italiani,
Il fascio della democrazia è formato.
Mi glorio che questo fatto importante, lungamente desiderato e
studiato, e prima invano tentato, siasi compiuto sotto gli occhi
miei, il 21 aprile.
Cospicui patrioti di ogni classe, nobili ingegni--decoro del
nostro, paese--i quali si illustrarono nel preparare e nel
comporre ad unità di nazione l'Italia, dal 1821 in poi, militano
nel campo della Democrazia e vi milita la gioventù generosa.
E come alla Democrazia riescirà fatto di spandere la sua
influenza con l'agitazione che essa verrà promuovendo per la
rivendicazione o l'esercizio effettivo della sovranità
nazionale, per il men aspro vivere dei diseredati dalla fortuna,
per la giustizia sociale, per la libertà inviolabile, una
moltitudine di cittadini egregi, che assistono sfiduciati e
increduli al governo delle minorità, le quali si succedettero e
si esaurirono durante venti anni, s'aggiungerà certamente e
rapidamente alle sue schiere.
Oggimai la Democrazia, è un valore di prim'ordine fra i valori
costituenti la nazione, è una potenza con cui quelle minorità,
di buon grado o di mala voglia, hanno da fare i conti. Le sue
varie scuole sonsi collegate e affermate in un ordine di idee e
di fini comuni e convennero nell'adozione dell'istesso metodo di
apostolato e degli stessi mezzi di agitazione palesi e sinceri
dentro l'orbita giuridica--da cui la loro forza--e fondarono la
Lega della Democrazia.....
Ogni scuola della Democrazia serba la individualità propria
nello svolgimento e nella propaganda delle rispettive dottrine,
e ad ognuna appartiene l'arbitrio delle inerenti iniziative, ma
ognuna altresì ne risponde. Pur sono sicuro che tutte, animate
da un elevato sentimento di carità di patria e guidate da quella
sapienza civile che anche le altre genti riconoscono negli
italiani, vorranno coordinare la loro opera particolare e
specifica, e contemperarla a quella generale del Comitato della
Lega».
Il manifesto fu, dicesi, scritto da A. Bertani: del quale
giustamente scrive L. Fera (l. c.) «Egli seppe e volle raccogliere
l'impeto rivoluzionario popolare delle tradizioni mazziniane e
garibaldine per disciplinarlo nel regime normale di libertà e per
regolarne il moto traverso un sistema di istituti che
progressivamente traducono i nuovi rapporti sociali ed economici».
Un comitato fu costituito nel quale figuravano i migliori nomi della
democrazia militante: e della Commissione esecutiva, residente in
Roma, nominata da esso, fecero parte: Bertani, Bovio, Campanella,
Canzio, Cavallotti, Fratti, Lemmi, Mario, Saffi ed altri, oltre lo
stesso Garibaldi.
Repubblicani, come il lettore vede, molti di essi; ma giudicavano
dover oramai la repubblica, non essere imposta da faziosi artifici di
rivoluzionari, sibbene esser gradualmente preparata, perchè potesse
più tardi fiorire spontanea dallo sviluppo stesso delle istituzioni
democratiche e della nuova coscienza di popolo che le andava facendo e
vi si andava facendo dentro¹. Quindi collaborazione con uomini
politici di altri partiti, di Destra anche, per il raggiungimento, via
via, di queste riforme, e per assicurarne, contro pericoli varî, le
condizioni essenziali. La tutela delle libertà, la difesa delle forze
economiche del paese, alle quali bisognavano raccoglimento e
parsimonia nelle spese pubbliche, contro i pericoli dell'espansionismo
megalomane, gli inizi di una legislazione protettrice del lavoro,
quando ancora il socialismo non era entrato nel giuoco dei dibattiti
parlamentari, alcune poche riforme democratiche nell'amministrazione,
furono il compito del partito radicale in quegli anni.
¹ Scriveva G. Bovio nel 1878: «Cominciamo dal troncare un'ultima
illusione: l'E. S. non è repubblicana... (Essa) va fino al
suffragio universale. Questa è l'estrema delle riforme delle quali
si estima fecondo il principato quando si disposi con la
libertà. Estrema delle riforme monarchiche vuoi dire E. S.».
E Bertani, in quello stesso anno (op. cit.):
«Finchè la monarchia mostra di comprendere di essere stata per
l'Italia quello che realmente fu, mezzo, cioè, alla sua
ricostituzione, epperò dura nell'attitudine passiva che le
conviene, non opponendosi al progressivo affermarsi della
coscienza nazionale, nè si adombra della espressione che deve man
mano acquistare quella sovranità, io non vedo ancora che gli
interessi della patria esigano di staccarsene».
E ancora, G. Bovio:
«L'Estrema compie il suo ufficio: educando la coscienza nazionale,
affinchè intenda la parte sempre crescente che le è dovuta nella
funzione della sovranità. Tende al potere, perchè non è ascetica;
ma vi tende in una evoluzione più larga, cioè non puramente
parlamentare ma nazionale».
Ma la «Lega della Democrazia» ebbe breve vita. Il radicalismo era
insidiato da due lati; dal fascino che conservava l'idea repubblicana
verso la quale le delusioni amare che si ebbero dal passaggio del
potere alla Sinistra storica risospingevano molti; e, dalla parte
opposta, dalla conversione di molti--tipiche quelle di Giosuè Carducci
e di A. Fortis--alla monarchia, reputata necessaria al consolidamento
delle libertà e all'opera di riforma.
Nel celebre _patto di Roma_, del Congresso del maggio 1890, fu
elaborato da Cavallotti e approvato dai convenuti un vasto programma
di riforme immediate da propugnare: delle quali poi talune furono
abbandonate, altre ebbero sanzione legislativa, altre, infine, e le
più essenziali, rimangono come programma di domani.
Certo c'è qualche cosa di triste per i partiti di avanguardia, cioè
idealisti, in questa degradazione storica degli ideali che si
realizzano; e le ore meno liete nella vita di un partito e di un
popolo sono quelle nelle quali consumano, senza rinnovarli, gli
impulsi e le energie ideali del momento anteriore.
Ma questa è dura legge della vita. Chi vorrebbe amare l'idea solo
perchè essa rimanesse nella chiusa bellezza della sua pura verginità?
Grande è il desiderio umano e raramente uno scopo, che pur merita di
esser raggiunto, solleverebbe gli entusiasmi e spingerebbe ai
sacrifici che la lotta richiede se esso fosse sin dal principio veduto
nella concreta limitazione che gli eventi gli assegneranno. Ma della
modestia dei risultati l'animo forte prende le sue vendette
raccogliendosi e disciplinandosi per il compimento del dovere nuovo
che emerge dal dovere compiuto.
Se, dopo la magnifica lotta dell'ostruzionismo, nella quale la
Sinistra parve riacquistare coscienza di sè, il partito radicale cerca
invano, ripetutamente, di riorganizzarsi e di avere una parte decisiva
nella politica del paese, non per questo vien meno la sua importanza.
L'_Estrema sinistra_, attraverso alla quale il gruppo crescente dei
socialisti e il repubblicano intervengono, con una politica positiva e
fattiva, nel giuoco delle forze parlamentari, fronteggiano i moderati
ed impongono ai governi una politica democratica, è essenzialmente
opera radicale. E ai radicali l'on. Giolitti sente il bisogno di
rivolgersi quando vuol fare accettare dalla Camera riforme
democratiche. E le vicende del ministero Giolitti provano come sia
inefficace e quasi nulla l'opposizione dei due gruppi estremi, quando
essi si scindono dal radicalismo o fanno da sè.