Ma più autorevole, in materia, sarà l'opinione dei radicali medesimi.
Gli avversari nostri ci chieggono, con ironia, se c'è un'opinione
radicale; comune, cioè, a tutti coloro i quali si sentono e si muovono
nell'ambito della politica radicale. L'on. Giolitti insinuava che no;
molti gridano, egualmente, che no. E pure, se io potessi porvi sotto
gli occhi le dimostrazioni più autorevoli, individuali o collettive,
degli uomini del partito, dal congresso del novembre scorso, per non
risalire più indietro, ad oggi, non vi sarebbe difficile discernere
alcune direttive costanti.
Due, almeno, sono evidentissime: la laicità, come difesa contro il
clericalismo e come concezione dello Stato e della sua attività nel
campo della cultura, e il pensiero che il radicalismo sia in potenza e
debba praticamente essere come il nucleo centrale di una nuova
coesione ed organizzazione politica delle forze democratiche¹.
¹ Nel celebre opuscolo _L'Italia aspetta_, (1878), A. Bertani,
chiestosi se esistesse una Estrema sinistra, e risposto che sì,
aggiungeva: «Ma questa Estrema sinistra non avrebbe ragione
d'essere se le mancasse l'appoggio della democrazia e se questa
non avesse propositi fermi per far accettare le sue idee ed
_arrivare con essa_, sia pure incerto il dì, al governo
d'Italia. E queste idee e questi propositi debbono manifestarsi
oggidì nella questione ecclesiastica, ecc.». E G. Bovio così
indicava la funzione dell'Estrema: «L'Estrema sinistra compie il
suo ufficio educando la coscienza nazionale, affinchè intenda la
parte sempre crescente che le è dovuta nella funzione della
sovranità. Tende al potere perchè non è ascetica, ma vi tende in
una rivoluzione più larga, cioè non puramente parlamentare, ma
nazionale». Ed ancora egli le attribuiva «le funzioni, così
feconde di ottimi risultati, di esploratrice di avanguardia del
grande partito di sinistra».
L'affermazione di laicità militante voi trovate nell'ordine del giorno
del congresso ricordato sulla tattica del partito, nel discorso
dell'onorevole Fera, nelle interviste di radicali autorevoli, nel
recente ordine del giorno della direzione del partito, nel programma
di recenti derivazioni del radicalismo, come sono le nuove
associazioni democratiche di Milano e di Cremona.
Documentare sarebbe lungo e poco utile. Uomini insigni della politica
e dell'università hanno partecipato a questi dibattiti. E
nell'incrociarsi di attacchi, di difese, di critiche, di proposte,
nella varietà delle opinioni intorno a ciò che il partito radicale
dovrebbe _fare_, il concetto dell'esistenza e della necessità di esso
si profilava nettamente come di un partito di _riforma_; ma di quelle
riforme che, esigendo una maggiore audacia di visione e di confidenza
nell'avvenire e spostando troppi interessi consolidati, sono dai
partiti unilaterali di estrema ritenute possibili solo mediante uno
sforzo rivoluzionario, dai conservatori avversate tenacemente, dai
radicali sostenute e volute come normale progresso; come esigenze dei
gruppi nuovi, delle energie giovani e in formazione, degli interessi
sino ad ora sacrificati ad altri politicamente più forti; e quindi
esigenze di tutta la società, considerata non staticamente ma nel
complessivo sviluppo suo, come giustizia e diritto che si realizzano.