che può presentare un dilemma molto semplice proprio al procuratore
del Re della Corte d'Appello di Milano e al procuratore generale del
Re che in questi giorni hanno qui la tutela della pubblica moralità e
del pubblico pudore, allora ho trovato in Galleria Vittorio Emanuele
nella vetrina di un editore mio vecchio amico--vecchio assai più di
me, ma di castigati costumi, editore delle pubblicazioni meglio
destinate a rinforzare i presenti ordinamenti sociali e
politici--nella libreria del mio amico Emilio Treves ho trovato la
ventesima edizione del _Forse che sì, forse che no_ di Gabriele
d'Annunzio, pubblicata in questi giorni, non sequestrata dalla regia
procura. Ora, mi sia consentito, signor presidente, signori del
Tribunale, e sarà forse la sola lettura che io mi permetterò
svilupparvi, perchè qui forse siamo in termini e qui bisogna risolvere
se vi è una giustizia per F. T. Marinetti e una per Gabriele
d'Annunzio, mi permetterò di leggervi un brano di questo libro. Io non
ho bisogno di rifarvi la storia che è ormai forse nota a tutti. Si
tratta come ha detto il mio amico, di una complicazione di quello che
costituisce una delle note dell'arte del poeta abbruzzese: si tratta
di un signore che è anche un aviatore e ama una donna, e la sorella di
questa donna è innamorata di lui, e il fratello di questa sorella è
innamorato di questa sorella. Orbene in questo libro si legge questa
scena che io vi prego di tener presente quando dovrete giudicare.
Quando per l'ultima volta Paolo Tarsis si incontra con la donna ed ha
scoperto che essa è incestuosamente innamorata di suo fratello, si
scambiano queste dichiarazioni:--«Conoscimi, ella diceva, conoscimi
prima che io mi separi da te, prima che tu mi lasci...» ecc.
Ah! io preferisco Dante Alighieri; preferisco Dante Alighieri non per
ragioni di contenuto morale, ma per profonde ragioni di estetica.
«Soli eravamo (tu lo hai rievocato oggi) e senza alcun sospetto»...
«Quel giorno più non vi leggemmo innante».
Dante Alighieri non sente il bisogno della descrizione. Dante
Alighieri pensa che le ragioni dell'arte non domandano la vivisezione
dell'anima nè domandano la descrizione brutale dell'abbraccio. Dante
Alighieri è forse meno morale di Gabriele d'Annunzio, idealizza
l'adulterio incestuoso di Lanciotto e Francesca, ma non descrive:
lascia che il lettore, lascia che colui che ha seguito quelle due
terzine e visto e intuito da quelle terzine la piena dell'affetto che
ha travolto in un istante quei due, lascia le delizie di quell'ora non
descritte minutamente ma indovinate.
E se io fossi un letterato, me lo perdoni l'amico mio carissimo
Marinetti, sarei preferibilmente della scuola di Dante Alighieri. Cioè
se mi è permessa una dichiarazione a questo riguardo la quale deve
mettere la mia coscienza artistica, se così mi è lecito chiamarla, da
una parte e per modo che non sia confusa con la mia coscienza
giuridica, io credo che le ragioni dell'arte domandino brevità di
tocco, semplicità di note, domandino che qualche cosa sia lasciato da
scoprire, da determinare all'anima di chi legge! E ciò nell'arte come
nell'eloquenza del resto, perchè io penso questo, che quando si vuol
dare della bestia all'avversario non si dice: «sei una bestia», perchè
questo fa cattiva impressione in chi ascolta, questo fa credere che io
che queste parole pronunzio, abbia ragioni personali contro di lui; ma
bisogna narrare cose e fatti di quest'uomo per cui chi ascolta dica:
«ma quello è una bestia!» Questa parola sintetica sulle labbra di chi
ascolta è più efficace che non pronunziata da colui che descrive.
Ma se queste ragioni sono ragioni di arte e se è possibile dividersi
in due scuole a questo riguardo, però il Marinetti ha diritto di dire:
il mio libro non fu e non sarà mai galeotto ad alcuno. Il Marinetti ha
diritto di affermare che il suo libro potrà partire da criterî d'arte
mille volte discutibili, ma parte e procede da idee morali
incensurabili: vi giunge per vie che non sono le vie comuni e
conosciute, ma vi giunge senza avere intenzionalmente distrutto alcuno
dei ripari che la moralità vera, la coscienza vera, la pudicizia vera
hanno elevato come limite al campo dell'arte.
E allora quando questo io ho detto, che sarà come la premessa del mio
rapido discorso, io ho bisogno di indagare, onorevoli signori del
Tribunale, se nel caso che ci occupa, se nella pubblicazione sulla
quale è richiamata la vostra attenzione, se nel romanzo _Mafarka il
futurista_, si riscontrino quegli estremi verso i quali soltanto il
legislatore si è mostrato giustamente severo e che soltanto
costituiscono il reato di offesa al pudore.
Non sarà inutile io credo di intenderci subito sul valore della
parola, di domandarci subito quale difesa contro quale pericolo ha
inteso di levare il legislatore con gli art. 338 e 339 del codice
penale.
Signori del Tribunale, assai volte nelle discussioni di questo genere
si confonde il tentativo di corruzione--e lo ha confuso nella sua
arringa il Pubblico Ministero--col reato di offesa al pudore.
È necessario anzitutto per farci strada e chiarire le idee, stabilire
un punto di partenza nel quale tutti dovranno convenire. Il
legislatore, nell'articolo oggi invocata non ha inteso di sancire
disposizioni penali per la difesa dell'innocenza dei giovanetti, dei
minorenni, come è stato detto anche dalla pubblica accusa, per una
ragione molto semplice: perchè tra pudore e innocenza c'è una
antinomia assoluta. Si tratta di due criterî che sono soltanto in
rapporto di antitesi. Adamo ed Eva che si trovarono nudi nel paradiso
terrestre, si vergognarono; sentirono risvegliato il loro pudore solo
quando acquistarono la conoscenza del bene e del male. Cioè, il pudore
è qualche cosa di profondamente diverso dall'innocenza che il codice
tutela con particolari sanzioni ma la cui tutela è particolarmente
affidata a organi diversi da quelli che amministrano la giustizia. La
tutela dell'innocenza è affidata ai padri di famiglia, è affidata alla
coscienza morale di un paese, è affidata ad un complesso di tutele di
altra natura, che non sono quelle del codice penale. (_Attenzione
vivissima_).
Il pudore invece è un'altra cosa. Il pudore è il bisogno, il
desiderio, la necessità di una persona anche perfettamente cognita di
tutti i misteri e di tutte le complicazioni dell'amore, di non essere
obbligata ad assistere in pubblico alla rievocazione di questi
misteri.
_Pudet me_, mi vergogno, perchè questa rievocazione messa in rapporto
con la pubblicità porta precisamente a questo sentimento che ha
soprattutto un fondamento di incomodità, questo sentimento per cui io
che tutto ciò conosco, io che attraverso le vie dolorose o liete sono
passato, ho diritto di impedire che mi sia tutto questo ripetuto in
pubblico, perchè altri studî forse sulla mia fisonomia l'impressione
che questo racconto o questa rappresentazione mi andrà a fare, così da
farsi giudici del mio grado d'innocenza o di moralità. Io guardavo
l'altra sera in teatro, precisamente quando si rappresentava una di
quelle commedie che il mio amico ha raccontate stamane, e pensavo: ma
se ci fosse offesa al pudore qui dentro non verrebbe da ciò che si
rappresenta sul palcoscenico ma dal fatto che ci sono nelle poltrone
dei signori i quali amano studiare sulla fisonomia delle signore che
stanno nei palchetti le impressioni e le ripercussioni della
rappresentazione scenica...
E la signora (che in casa sua ha diritto di saper tutto) ha, fuori,
quello di non essere sottoposta a questa diagnosi, ha il diritto cioè
che questa rappresentazione di fatti che essa conosce, non costituisca
scandalo e non presenti per lei e non porti per lei questa offesa di
ciò che non è innocenza ma bisogno di un mistero che essa ha il
diritto di vedere tutelato.
Dunque, innocenza è una cosa e pudore è tutt'altra cosa.
Signori del Tribunale, io potrei confrontare le mie parole con qualche
cosa che ha una certa autorità: una relazione ministeriale pubblicata
sul codice penale, ove il legislatore ha detto che cosa voglia
ottenere con la sua sanzione. Se occorre da un lato--essa
recitava--reprimere severamente dei fatti dai quali può derivare alle
famiglie un danno evidente e apprezzabile e che sono contrarii alla
pubblica decenza, d'altra parte occorre altresì (guardi, Procuratore
del Re, questa è la linea) non invadere il campo riservato alla
morale. In conseguenza non si colpiscono tutti i fatti che offendono
il costume, ma quelli soltanto che si estrinsecano (tenga presenti
questi estremi e poi li applichi al caso) che si estrinsecano con i
caratteri della violenza, della ingiuria, della frode e dello scandalo
(_Applausi_).
Lo scandalo non si determina nella camera della persona che legge un
libro, lo scandalo avviene quando, ripeto, lo spettacolo erotico,
illecito, è portato in pubblico e questa persona risente nella sua
moralità e nella sua coscienza l'impressione di questo improvviso
spalancarsi del mistero che essa ha invece il diritto di vedere
tutelato. E meglio di questo, quando verremo fra pochi istanti a
discutere uno degli estremi essenziali del reato.
E allora, signori del Tribunale, quando ci siamo intesi un po' sul
valore di questa parola, quando non v'è pericolo che noi vogliamo
confondere il reato di offesa a questa esteriorità difensiva della
moralità che è il pudore, con l'offesa che va dentro la moralità della
persona, all'innocenza della persona, e che ha un altro nome e si
chiama corruzione, e che il legislatore sancisce e punisce solo quando
è fatta mediante atti di libidine, allora vediamo un po' se vi sono
gli estremi di questo reato nel romanzo del nostro amico Marinetti.
E cominciamo, se non vi dispiace, per quanto l'amico Cappa abbia
stamattina rievocato in una splendida sintesi il concetto ispiratore
di questo romanzo e abbia creduto lecito e onesto alle pagine nere del
Pubblico Ministero (il quale ha fatto proprio come quei fanciulli i
quali cercando nel vocabolario le parole lubriche non pensano se sotto
la parola che comincia per «c» e che non si ripete in pubblico c'è
un'altra parola che incomincia anche per «c» e che si chiama «cuore»,
e quindi dice che il dizionario è un libro osceno solo per questa
eletta ricerca di parole che riesce a fare), per quanto, dico, l'amico
Cappa stamattina abbia a questo riguardo contrapposto i brani
veramente lirici ed epici del romanzo del Marinetti, parlando assai
chiaramente e nobilmente, io debbo consultare questo romanzo e questi
brani incriminati che non ho paura di guardare in viso per quello che
sono, da un'altro lato, da un profilo, forse non diverso, ma da un
certo punto di vista non meno interessante.
Perchè a buon conto siamo d'accordo su questo, che per la esistenza
del reato occorre anzitutto l'elemento naturale del possibile
scandalo.
Ora credo che i brani che vi ho letto del D'Annunzio, a persona di noi
meno foderata contro queste forme di eccitamento possano precisamente
a qualche ora rappresentare le esteriorità di quel reato di lenocinio
disinteressato che Dante Alighieri e i suoi protagonisti del Canto V
imputavano al libro degli amori di Lanciotto.
Ma io alla vostra fede, alla vostra coscienza domando (e forse una
risposta anticipata l'avete data l'altro giorno quando sorridevate e
ridevate alla lettura delle immagini che all'ardente fantasia africana
dell'amico Marinetti ha suggerite, il desiderio di quella sincerità,
di quella libertà ad oltranza che ispira la sua arte e che non teme la
repulsione, come egli afferma, momentanea dello spettatore o del
lettore e spera anche da questa esagerazione di impressioni, da questa
profondità di ferite, di ricavare qualche cosa che sia segno di
risveglio, segno di rigenerazione) se il Marinetti nello scrivere
queste frasi e questi episodî ispirati a questi concetti avrebbe,
secondo afferma il Pubblico Ministero, suscitati i sentimenti erotici
del lettore.
E vediamo ciò sotto un doppio profilo. Vediamolo per la realtà, per
l'entità di queste parole e vediamolo anche per la posizione nella
quale sono messe e per i commenti che per esse a volta a volta sono
stati fatti. Io ometterò qualche parola in questa lettura, non perchè
costituisca offesa al pudore, ma perchè può costituire offesa alle
convenienze, perchè può sotto un certo aspetto e con un certo criterio
costituire offesa alla buona educazione, perchè può secondo alcuni
criterî miei costituire offesa a talune ragioni estetiche. Avreste
potuto anche ordinare la chiusura delle porte, signori magistrati,
senza che la chiusura avesse implicata la esistenza di un oltraggio al
pudore. Ci possono essere delle cose che non dirò mai; ci sono delle
parole che ho repugnanza profonda a pronunciare o anche a leggere dove
sono scritte; ma ciò perchè io temo di offendere un criterio mio
personale, sbagliato finchè volete, che posso avere del modo con cui
si possono comunicare più utilmente i proprii pensieri, i proprii
sentimenti agli ascoltatori. Io non credo alla teoria di violenze sul
viso, dirette ad inculcare un convincimento, un pensiero, una verità;
io credo, e qualche volta ho dovuto anche di questa mia credenza
abbastanza felicitarmi, che vi siano altre vie meglio conducenti allo
scopo o morale, o politico, o letterario che ci proponiamo.
Per questo posso anche saltare quelle parole, ma voi rivedrete
l'intelaiatura completa del romanzo e giudicherete sull'argomento che
nei riguardi del materiale del delitto io vi sottopongo.
Seguo i brani incriminati così come li ha letti il Pubblico Ministero
e il primo è questo, che comincia: «Costoro avevano steso nella melma
tutte le negre...»
Il bacio vi dà un senso di repulsione, nè più nè meno. Ma questa
repulsione è anche nell'animo dell'artista, anche nell'animo dello
scrittore! (_Bene! Applausi_).
Ed egli scrive quello che scrive col pensiero di ottenerla, questa
repulsione, perchè egli non tarda, dopo avere ancora in un'altra
pagina parlato dei remi i quali spingono le donne voluttuose, ad
invocare la punizione dell'eccidio e della strage, ed egli parla a
questa accolta di uomini i quali nella voluttà si imbragano, i quali
per tal via profanano il mistero della generazione, i quali confondono
l'allettamento barbarico della bestia con l'indefinibile piacere degli
uomini, e: «Siete voi i direttori di questo nobile spettacolo!... Vi
riconosco tutti, illustri generali di Bubassa, più che mai degni di
lui!... ecc., ecc.»
Non c'è bisogno del procuratore del re, quando è l'autore che bolla
così lo spettacolo con la suggestione della repugnanza che egli ha già
presentato all'animo dei lettori.
E ciò che dico per questo primo capitolo si può ripetere
invariabilmente per tutti gli altri. E siccome è sistema comodo quello
degli _eccetera_, quando si tratta di capi di imputazione ed occorre
essere analitici anzichè sintetici, anche più analitici di quello che
non sia stato il Pubblico Ministero, e poichè la camera di consiglio
del Tribunale dovrà riandare in base al libello di citazione tutti
questi brani, continuo e non mi appago di sintesi troppo rapide.
Siamo arrivati a pagina 79, e in questa pagina abbiamo un altro
fenomeno, abbiamo un'altra rappresentazione che non suscita questa
volta il disgusto, ma suscita semplicemente l'ilarità; abbiamo una
rappresentazione grottesca, abbiamo qualche cosa che è destinata a
mettere quasi una nota di buon umore in un libro molto tetro, in un
libro il quale per la sovrabbondanza della immaginazione del
Marinetti, per il barocchismo di taluna delle sue immagini raggiunge
l'effetto che due testimoni hanno descritto all'udienza. Ci vuole
della fede per amarlo, bisogna appartenere alla vostra scuola, bisogna
dividere i vostri ideali, Marinetti, per superare le difficoltà non
del vostro stile, ma della stessa vostra concezione artistica,
diretta, come voi nobilmente affermate, non a creare il trastullo e il
piacere transitorio di un lettore che vada a caccia di emozioni, ma a
combattere una battaglia la quale non può lasciare intorno che ferite,
ma ferite dalle quali voi sperate una risollevazione, una
rigenerazione della fibra letteraria, politica e morale del vostro
paese.
Ma, signori del Tribunale, Mafarka ha un membro lungo undici metri...
E pensate che questo faccia altro effetto che quello di far ridere? Ma
questo non è umano, con questo non può avvenire l'accoppiamento
sessuale, questo non rappresenta dell'erotismo. E quando questo sesso
interminabile è avvolto presso il letto del povero Mafarka, il
marinaio lo crede una gomena e lo attacca all'albero di trinchetto....
Voi mi parlate di rappresentazione erotica: eh! via! ma questa è
rappresentazione grottesca e barocca che voi ben potete combattere in
nome dell'arte, che voi non potete combattere in nome della morale
perchè nessun pudore si sente offeso da questo, perchè nessuna
immaginazione per quanto pudica si sente colpita da questo quadro, da
questa rappresentazione. (_Bene! Applausi_).
Andiamo avanti: al terzo e al quarto dei punti salienti più
direttamente incriminati di questo libro. E andiamo, signori,
precisamente al capitolo nel quale si parla del famoso convegno di
Libahbane e Babilli. Qui il Pubblico Ministero ha trovato che vi sono
delle cose veramente gravi perchè ha rilevato che si tratta di dare la
cantaride ad una fanciulla e di fare un giuoco divertente, e il giuoco
divertente si fa all'oscuro, per modo che sapete quale impressione fa
questo scherzo nel protagonista che è al tempo stesso autore del
fatto? Questa, e probabilmente la farà anche ai lettori:
«Ma la bocca ignota che si addormentava sulla sua era soave e sinuosa,
ed egli si sentì sconvolte le viscere dalla delizia e dal terrore». Ma
gli giunge subito questo dubbio, legittimato dell'oscurità: «Non era
il ventre squamoso di uno dei pescicani dell'acquario?» E allora,
vedete l'effetto ottico dell'oscurità, grida: «Basta, Vattene....
Vattene.... Vattene.... Olà! schiavi, accendete le torcie! Poi,
incatenate queste femmine e gettatele ai pesci!»
Rappresentazione erotica, questa? Rappresentazione, se volete, sotto
un certo rispetto strana intonata, alla mentalità complessiva di
questo protagonista arabo, ma Mafarka, nella cui anima parla il
Marinetti in sostanza, e in cui Marinetti ha posto i suoi sentimenti,
anche in questo momento sente repulsione di questo spettacolo e manda
queste donne nell'acquario per inesistenza di attitudine ad
oltraggiare il suo pudore.
Ma non basta, o signori, perchè egli assolutamente deve fare una
requisitoria ad ogni capitolo, anticipatamente, per quanto era lecito
e giusto; e infatti dopo la scena dell'orgia, egli dice:
«--Maledizione! Maledizione!... Come le farfalle e le mosche, voi
avete delle trombe, per pompare le forze e il profumo del maschio!...
Come i ragni, voi vi colorite così da somigliare a bocciuoli di rose,
ed esalate persino dei profumi inebbrianti per attirare insetti come
noi, ghiotti di fiori!... Vi coprite di squame, per somigliare al mare
imbrillantato dal sole, e la nostra sete di freschezza ci fa vostre
vittime! Vi coprite d'oggetti tintinnanti, perchè le tigri s'incantano
col suono di una campanella!... Tutto il veleno dell'inferno è nei
vostri sguardi, e la saliva sulle vostre labbra ha riflessi che
uccidono.... sì, che uccidono come pugnali!...» (_Applausi_).
Oh, qui vi è una reminiscenza di qualche cosa che non è lubrico: vi è
la parola che Amleto rivolge alla sua donna, vi è la parola di Amleto
che castiga i costumi, che rievoca il concetto alto della femminilità
che non si veste di questi abiti, che non si arma di questi
allettamenti, che non cerca questi piaceri; e dopo che un uomo vi fa
nello stesso suo libro, anche a questo punto, una requisitoria e
condanna questi sentimenti che egli presenta al lettore col bollo e
col crisma della sua maledizione e del suo biasimo, voi sentite ancora
il bisogno di venire a domandare per lui dei mesi di reclusione?
E dopo avere, in questo modo e per questa via, presentato ad ogni
punto il contravveleno a quello che potrebbe essere il veleno del suo
discorso, e dopo avere avuto cura di ripetere in parola ciò che era
già nel fatto, perchè i sentimenti che l'autore esprime sono gli
stessi sentimenti che sorgono nell'animo del lettore alla lettura
degli episodii senza bisogno di commenti... dopo aver fatto questo,
egli, ad una certa ora, ad un certo punto del suo romanzo, dice
qualche cosa che voi non potete trascurare: qualche cosa che non dice
Gabriele d'Annunzio dopo aver tracciato i suo idillii incestuosi, che
non ricorda Gabriele D'Annunzio dopo aver presentato i suoi aviatori
nell'abbracciamento da me riferito, qualche cosa che suona come alta e
nobile rivendicazione degli ideali della moralità dell'arte:
«Una sera, subitamente, mi domandai:--V'è forse bisogno di gnomi che
corrano sul mio petto, come marinai su una tolda, per sollevare le mie
braccia? E c'è forse un capitano, sul cassero della mia fronte, per
aprire i miei occhi come due bussole?--A queste due domande, il mio
spirito infallibile ha risposto: No!--Ed io ne ho concluso che è
possibile procreare dalla propria carne, senza il concorso della
donna, un gigante immortale dalle ali infallibili!» (_Applausi
fragorosi_).
Qui è l'epilogo, la rappresentazione sintetica degli intendimenti
dell'autore. Non occorre, non occorre a Marinetti, per esempio,
onorevole rappresentante dell'accusa, fare come già fece un poeta
accusato dai critici (meno male, anzichè dal Pubblico Ministero) un
poeta il quale aveva scritto cose molto simili a quelle che sono ora
rinfacciate al Marinetti, ma molte cose che erano presentate in modo
attraente, molto allettatore, e in quel libro non vi era del dualismo
tra il protagonista che agisce in un modo e l'autore il quale
stigmatizza... non occorre al Marinetti avvertire il pubblico che egli
è e resta--chiuso il libro--un buon padre di famiglia, un uomo di
incorrotti costumi.
No, Marinetti non ha bisogno di polemiche dichiarative, perchè il suo
libro è l'espressione dei suoi sentimenti e ripugna dalle scene, che
voi chiamate oscene, dei suoi protagonisti. Egli dice che l'amore del
fratello è la morale più possente del suo animo e delle sue azioni,
che il ricordo della sua madre è quanto lo sostiene nelle difficoltà
della vita, che il pensiero del figlio è la sua speranza e la sua
fede. Ed egli dice ciò nel suo libro e non ha bisogno di ricorrere ad
un supplemento per spiegare il suo ideale di moralità, il suo ideale
di arte: e voi di tutto questo non gli tenete conto e domandate per
lui quattro mesi di reclusione!
Onorevole rappresentante della pubblica accusa, quand'anche il diritto
positivo non facesse a pugni con la pedanteria delle parole della
vostra conclusione, solo per l'esame breve e rapido che ho fatto del
materiale di questo libro voi dovreste, signori del Tribunale,
dichiarare che esso è incensurato e incensurabile. (_Applausi_).
Domando ora cinque minuti di riposo, se mi si consentono, perchè ho
abusato un po' della vostra pazienza e della mia voce, per continuare
in questo mio esame.
_L'On. Barzilai riprende quindi così:_
Credo di avere dimostrato che la legge non tutela la innocenza delle
ragazze.
Ferdinando Martini diceva che era ora che queste ragazze prendessero
marito, non venissero a mendicare la tutela del codice per ciò che il
legislatore non ha creduto fosse nel suo àmbito, e credo anche nei
riguardi dei maggiorenni, che sono soltanto oggetto delle nostre
indagini, il libro _Mafarka_ di Marinetti si presenti come di nessun
danno. Ma anzi ove si ammetta nella pedagogia, la utilità di una forma
di educazione a base di sferzate, a base di revulsivi potenti, può
anche darsi che questo libro possa stare in quella biblioteca
scolastica educativa nella quale ho trovato un'ora fa il libro di
Paolo Mantegazza. E allora dell'arte di questo signore e del suo
futurismo si può dire quello che si vuole e che piace meglio.
Il futurismo c'entra in parte dei capi di imputazione perchè il
protagonista appartiene a questa scuola, non c'entrerebbe per tutto il
complesso dei programmi che furono pubblicati e propagandati nei
giornali e nei teatri. È lecito essere sinceri anche a questo
riguardo.
Noi certamente non pensiamo, egregio Marinetti, di distruggere le
biblioteche e i musei, e non soltanto perchè questo nuoce al movimento
dei forestieri. Crediamo che il presente sia figlio legittimo del
passato; che la nostra psicologia è quella che sia perchè ha al
disopra la storia che questo tentativo di svellere dal nostro animo il
passato, distruggendolo nelle gallerie, nelle biblioteche, sia un
tentativo che non risponde interamente ad una retta indagine
dell'animo umano.
Si tratta, bene inteso, di incendî verbali, di distruzioni letterarie,
ma anche sotto questo rispetto, all'arte di Marinetti io dico: andiamo
adagio, perchè è vero che si dicono beati i paesi senza storia, ma
anche è vero che qualche volta una parte delle nostre energie viene
dai nostri ricordi, una parte delle nostre iniziative viene dalle
nostre memorie, una parte della nostra forza di volontà viene
dall'esempio. Ora, quando voi distruggete tutto questo, forse voi
lasciereste i destini della patria in mano di una generazione la quale
non so se riuscirebbe a far meglio di quella che è passata.