Madre, tu l'hai cullato tanto fra le tue braccia, tu hai pianto tanto,
madre, e te lo restituisco cadavere.--Io vorrei ricordare quanto la
madre risponde: Ho pregato tanto nel silenzio della tomba, per
vederti, Mafarka! Tu sei ritornato, figlio mio, figlio mio nutrito col
latte del mio seno!--C'è offesa! c'è il seno, si figuri e c'è anche il
latte! Orbene; io vorrei ricordare questo, quando dice al popolo:
Perchè vuoi soffrire, perchè hai bisogno dell'eterna dominazione?
Vattene in libertà e canta te stesso e canta la gloria della vita: non
c'è più bisogno di tiranni, lasciami al mio sogno. E vi vorrei
richiamare la pagina in cui parla a Gazurmah: «Figlio mio, ti do tutta
la mia vita, prima che sia infralita, prima che il fracidume
dell'egoismo sia penetrato nelle mie vene torbide. Sono ancora
giovane, sono ancora amante, sono ancora generoso, sono altruista.
Gazurmah, figlio mio, sgozzami e potrò provare la santità della
paternità nel dare la vita per il figlio.»
Questa è morale corrente. Ma lei no: lei va al Manzoni a vedere
_Angelo Custode_, ad ammirare gli stupri sulla scena; occhi ardenti,
membra che palpitano di desiderio e l'uomo che balza, afferra la
donna, la mette a letto, la bacia, ed ella che morde il fazzoletto e
continua: «uh! uh!... mi avete baciata!» C'è perfino sua moglie che
sta attenta se succede qualche cosa. E le signorine: «Dio mio, chi sa
come sarà quel bacio!» E non c'è bisogno di saper leggere, perchè lo
spettacolo drammatico vale anche per gli analfabeti, e non c'è bisogno
di pagare, perchè il teatro Manzoni, anche senza la repubblica, è
pieno di Portoghesi, e non c'è bisogno di una popolazione morale: si
entra e si esce come si vuole. Ma l'Angelo Custode c'è, almeno nel
titolo. (_Ilarità. Bravo!_)
E allora vado all'Olimpia: _cocottes_, cortigiane, giovinotti... c'è
l'amore dell'arte. E poi: ssst, sst, che vogliamo sentire: e si alza
il sipario. Il _Biglietto d'Alloggio_. Che cosa è? È una casa di
tolleranza. Ci sono donnine che hanno tuniche sciolte, fanno scherzi,
una offre un poncino in cui c'è un errore ortografico che nessuno
capisce. E non basta, signori del Tribunale, perchè c'è un uomo fra
gli altri, un uomo tutto sbarbato: il comico (io lo so perchè sono un
po' drammatico), il comico che deve fare questa parte è obbligato ad
essere sbarbato, a camminare ondeggiante e a mettersi molte mutande
per avere quelle tali natiche che lei ci ha concesse, molto rotonde, e
per offrirsi, e per muoversi: e si paga un franco quando si paga un
franco, ma se si è soci del Filologico, per l'aiuto della cultura
italiana si pagano soltanto 75 centesimi. Ma non è soltanto il
_Biglietto d'Alloggio_, signori del Tribunale: vi è anche l'_Albergo
del Libero Scambio_ e la _Dame de chez Maxim_ e perfino le _Pillole
d'Ercole_ di cui vi auguro di non aver mai bisogno... E c'è il _Bosco
Sacro_, dove la bellissima Borelli sviene tutte le volte che vede un
uomo nuovo, e quando sviene vuol dire che ha voglia di volargli fra le
braccia. E siccome c'è il busto di Voltaire che la guarda e par che le
sorrida, perchè il sorriso è il fondo estetico dell'anima volterriana,
dice: «Ah, tu sorridi, Voltaire, perchè io casco quando arrivano gli
uomini: ma tu non sei che un busto; se tu fossi quello che comincia
dopo la cintola, non sorrideresti più!»
Signori del Tribunale, questa è la morale corrente: sono le novellette
dei miei amici redattori giudiziarî... Vi ricordate di quel signor
Colombini che è stato assolto, di quella signora che aveva sentito
cantare sette volte il gallo e che ha intentato un processo di
diffamazione e ha dovuto pagare le spese...
Le signore ridevano e il _Corriere della Sera_ e il _Secolo_
riproducevano, e la mia bambina mi domandava col giornale fra le mani:
«Papà, cosa vuol dire: cantare sette volte il gallo?» E io ho detto:
«Aspetta: non è ancora la tua età.»
Morale corrente, morale passata, morale eterna, morale classica,
morale pagana, morale cristiana! Le chiese incrostate da mostri
osceni, San Marco che è tutto un'offerta all'amore, il nostro bel
Duomo di Milano, il quale fra breve avrà un gabinetto di decenza ai
piedi, per pregare la Madonnina d'oro, che ha l'esaltazione di Sodoma
e la rappresentazione precisa di ciò che è Sodoma, e la Bibbia con la
rappresentazione continua dei sessi. Ma lo vada a dire a San Gerolamo,
ai Santi Padri: «Era necessario?» E Shakespeare? E Ariosto? Era
necessario? «Fra le gambe di Fiammetta che supina giaceva» e «La baciò
stretta e sotto lei tutta notte si giacque»... E non posso dire il
resto perchè se no commetterei io l'oltraggio al pudore, e non il
letterato Marinetti.
Lei dice: «Morale corrente! Oggi è diverso, oggi non si stampano più
certe cose! Forse a teatro....» A teatro non si colpiscono: perchè?
Soprattutto perchè gli autori francesi, i comici italiani, il
presidente della società degli autori cav. Marco Praga, Re Riccardi
importatore, quello che fa le scene, Rovescalli, Caramba che fa i
costumi, Suvini e Zerboni che sono i medici di Milano, che governano
il buon gusto d'Italia, e il pubblico che ha bisogno di divertirsi, e
noi che se dovessimo fare la critica alle commedie per bene moriremmo
o daremmo le dimissioni, sono tutta gente interessata per danaro o per
curiosità. Ma Marinetti è solo. Neanche il tipografo! Solo! Neanche il
libro francese: quello italiano! E la Francia ha una morale, noi ne
abbiamo un'altra, signor Valenzano, e lei l'ha vista correre, e questa
morale che corre deve prendere quest'uomo che sta fermo! E allora la
morale corrente manca nel libro. Io potevo portarvi la nuovissima
edizione donatami da un amico, perchè io sono povero e non compero
libri, della traduzione di Aristofane fatta dal Romagnoli, e leggervi
quella _Lisistrata_, dove ci sono quegli spartani che parlano in
romanesco e dicono: «Stamo attenti, perchè se ce vedono co sti
manganelli, ce pijano pe' delle statue, pe' monumenti.»
(_Ilarità--Applausi_),
Ma rispettiamo Aristofane! E allora prendo questo: _Afrodite_, di
Pierre Louys, traduzione italiana: Milano, Casa Editrice Baldini e
Castoldi: la casa che pubblica le opere di Fogazzaro, di quello
scrittore che fa il giro del mondo intorno ai brevi genitali femminili
senza cascarci mai, che fa l'esaltazione dell'anticamera dell'amore,
con una bella lascivia cattolica, ipocrita, gesuitica, balorda, nella
quale c'è tutto il vizio possibile e immaginabile, ma non si può
afferrare. È un vecchio che ha la moglie giovane e una vecchia che ha
il marito giovane. Però è casto. (_Bene! Bene! Abbasso Fogazzaro!
Applausi prolungati_).
Ma qui, ripeto, abbiamo _Afrodite_; pagina 12. Si prepari a
rabbrividere signor rappresentante del P. M. Ma questo non è stato
sequestrato, perciò non c'è oltraggio al pudore:
«I tuoi occhi sono come gigli d'acqua azzurri senza stelo...», ecc.
Signori del Tribunale, e non ho letto tutto, potrei leggere a pagina
115 almeno: «O dolci mani, reni profonde, torsi rotondi...», ecc.
E poi c'è anche di peggio. Leggo a pagina 176: «Quel bacio non finirà
più. Sembra che vi sia....»
Ora io domando: Ma forse lei avrà ancora un piccolo dubbio. Infatti,
non le ho ancora letto quella tal parola... Ecco qua: pagina 204 di un
libro del grande poeta Gian Pietro Lucini pubblicato a Milano nel
1909, regnando Vittorio Emanuele III, essendo Procuratore del Re
quello che era, essendoci la moralità che corre come oggi. Ecco: ed
anche questo, Signori del Tribunale, è pubblicato e non è stato
sequestrato: dunque si può leggere.
Sono le prostitute che parlano:
_Sgroppiam le terga cavalline e seriche
che fremitano al pungolo. Sorelle,
al giuoco alterno galoppasi a battuta.
Stirinsi i muscoli ai balzi lussuriosi.
Danza de' fianchi, protendiamo il ventre:
assorba l'ingordigia de' fumanti amori.
Vibrin le coscie, ansino i fianchi,
e il corpo s'inrugiadi di sudore:
contraggansi le natiche; la vulva inghiotte!
La bocca sformata e bavosa mugula tronche voci:
al bel festino, Noi dispensiere,
ciascun uomo si serve di ruggiti,
non di parole--più._
E potrei leggere infinitamente, continuamente: libri che si stampano
ogni giorno, traduzioni, testi originali di cui tutta la nostra Italia
è piena. Fate una nuova legge se la legge vecchia non basta: fate una
nuova moralità se la moralità che corre non si ferma. Ma non venite ad
aggredire all'angolo della strada un uomo che non ha che l'usbergo di
sentirsi puro.
«Era necessario?» Già, quando si è procuratori del Re, per un libro,
si trova che per quel libro è necessario quello che non è necessario
per un altro.
In qualche libro, per esempio, vi è un passo che può essere
pornografico e più piace al P. M. inquantochè non è giustificato da un
intento falso o non falso, ma che è anzi esasperato da una prefazione
che è l'apologia della sensualità. Eppure questo libro si stampa e si
vende perchè non c'è di mezzo il futurismo, perchè non c'è di mezzo un
giovane ricco, dei comizi tumultuosi, perchè non è venuto
l'irredentismo, perchè non c'è a un certo momento la foglia di un
grande oratore veneto diventato presidente del Consiglio, perchè non
abbiamo i barbari alle porte, perchè non abbiamo le case invase da una
sorpresa nuova, da una nuova immoralità.
La verità, o Signori, come la sento debolissimamente, (e voglio
accostarmi al fine, per lasciar parlare chi parla molto meglio di me)
è forse questa: la sensualità è al fondo della vita ed al fondo perciò
delle lettere: ma vi è una letteratura che questa sensualità canta con
giocondità, una letteratura della sensualità sana, tranquilla, la
sensualità di Ser Giovanni Boccaccio quando mette una bella figliuola
in un orto in una notte di primavera per sentir cantare l'usignolo, e
poi la madre al mattino la scopre in braccio ad un uomo con le mani
dove il tacere è bello, e la madre dice al marito: «Vieni a vedere:
ancora ha preso l'usignolo e tienlosi in mano». Sensualità grassa,
licenziosa, ma che non conturba.
Ce n'è un'altra che tormenta la sensualità e la raffina, e le va in
fondo, e dà un senso estetico, ed è quella dell'_Afrodite_ di Pierre
Louys. Ce n'è un'altra infine che insegue la sensualità come per
schiacciarla, che la raffina ma per schiaffeggiarla meglio, che vuol
conoscerla tutta per poterla tutta vincere.
Voi ricorderete, Signori del Tribunale, quella che è la leggenda di
Rinaldo, che narra nel suo latino medioevale che un legnaiuolo era
sorpreso da un rumore e si svegliava e vedeva una donna fuggire ignuda
e un cavaliere a cavallo seguirla con la spada sguainata,
raggiungerla, trafiggerla, gettarla in un rogo, e poi così
ischeletrita metterla in groppa al suo nero cavallo, portandola seco
in furia di vittoria con dolore e trionfo. Al legnaiuolo turbato da
questa strana visione, il conte di Novac che lo amava e pel quale
lavorava, gli chiese se qualcuno gli facesse ingiustizia. No, rispose
il legnaiuolo; no, mio sire, alcuno non mi fa ingiustizia, ma la notte
sono tormentato da una spaventosa apparizione che non so se sia
visione o realtà. E allora il conte veglia col legnaiuolo: torna il
cavaliere, torna la dama, e allora il conte gli domanda: «Cavaliere,
t'ho conosciuto; tu fosti alla mia corte. Perchè strazi quella
donna?». «Perchè costei era moglie di un altro uomo e fu invece la mia
amante, perchè così ci castiga il buon Dio di lassù, ed io che l'ho
tanto amata in vita debbo darle strazio in morte e ogni notte la
uccido e ogni notte la riabbraccio e ogni notte la detesto, e ogni
notte l'amo di nuovo».
Questa novella è riportata dal Passavanti per dire che il diavolo
talvolta assume la forma di animale. Questa novella è riportata per
dire che il purgatorio si sconta talvolta sulla terra. Questa novella
è ricordata dal Boccaccio, questa novella è in fondo a tutte le
visioni, a tutti i tormenti, è in fondo alla _Francesca da Rimini_ di
Gabriele d'Annunzio, nell'ultimo atto dove la donna incestuosa,
adultera ha avuto il sogno non del cavaliere ma dei cani latranti, è
al fondo del _Trionfo della Morte_ dove l'amante deve uccidere; è al
fondo del _Piacere_ di Gabriele d'Annunzio dove tutto ciò che ci può
essere di osceno è detto, ma per portare alla espiazione; è al fondo
del _Fuoco_ di Gabriele d'Annunzio dove una divina attrice è denudata
per la vanità di un grande poeta, ma in fondo v'è un senso ancora di
tragedia e di espiazione; è in fondo al _Forse che sì forse che no_ e
di tutti i romanzi. È nei romanzi di Emilio Zola, nella _Voluttà_ e in
_Nanà_; è nei romanzi di Flaubert; è in quella _Madame Bovary_ che ha
trovato in Francia un imbecille che voleva condannarla, ma ha trovato
una posterità che ha detto che quei magistrati nulla comprendevano. È
in fondo a dei versi lussuriosi, e qualche volta a dei versi che
volevano essere casti e c'è anche in Antonio Fogazzaro per il quale
poco fa ho avuto parole che potevano sembrare poco rispettose.
Ma noi sentiamo il desiderio della dominazione, dell'arte, della
politica; vorremmo avere una vita multinoma, correre per le strade,
non essere fermati dalle femmine negli angiporti, non dover salire
certe scale, non sentir morire la nostra vita sotto delle bocche
sapienti, e ci ribelliamo, e ci ritorniamo.
Mafarka è strano, ed è per questo che queste immagini si alternano:
immagini di vittoria e di amore, di desiderio di castità e di bisogno
di lussuria, di dedizione e di ribellione: questa dialettica che rende
tragico questo poema, questo lirico poema, questa dialettica per cui
si comprende che l'animo del Marinetti era in esaltazione di
ispirazione quando scriveva.
Leggete le ultime settanta pagine, quando si incendia il bosco per
opera dell'eroe Mafarka, quando egli sradica trecento piante
fortissime dalla foresta per darle alle fiamme. Non sembra più nemmeno
un eroe, sembra quasi Orlando innamorato che è diventato Orlando
pazzo; ha la forza di una iperbole, ha la forza di un'ubbriachezza; in
fondo è un delirio, è un simbolo. L'arsione delle piante è una sfida
al vento. È la gioia dell'uragano che balza verde e livido fra gli
scogli della notte, la gioia di questo Gazurmah, l'aeroplano che è
uomo, l'eroe che è un simbolo, il figlio che è nato dalla monogenesi.
Oh! il gran sogno di fendere l'azzurro, di correre sopra gli uomini,
di dimenticare le basse contese, le contumelie, le invidie, i rancori,
di affermare la dignità della razza, la bellezza dell'umanità, di
scorgere le stelle da vicino, di insultare perfino il sole perchè è
troppo vecchio e troppo freddo! È un'esaltazione di vita, è un divino
delirio. Non fate come il cardinale che all'Ariosto diceva: «Dove le
ha prese tutte queste corbellerie?», non fate come il magistrato
accusatore di Flaubert che ha detto: «Dove ha preso queste
immoralità?» Fate come il cittadino italiano, il cittadino coraggioso
sotto la toga, coraggioso se avvocato, coraggioso se letterato,
coraggioso se magistrato, che non sente soffiare d'intorno il vento
della moda passeggera: oggi siamo più morali, ieri meno morali, oggi
vogliamo il carcere, ieri non lo volevamo, ieri applaudivamo alla
_Mandragora_, oggi uccideremmo il Macchiavelli. Ma facciamo di questo
un unico diritto e un'unica equità! E salutiamo questo giovane poeta e
diciamogli: «Forse al tuo animo manca una nota: la pietà definitiva;
forse alla tua virtù di futurista manca una sola visione, la pace del
futuro: tu sei probabilmente esaltato, fanatico, tu sei il sublime
ossesso della tua nuova religione. Ma non si condanna un sacerdote
davanti all'altare, non si condanna il poeta davanti al suo poema, non
si assassina il gentiluomo che dona il suo grande ingegno, la sua
giovinezza e il suo denaro per la gloria della letteratura italiana.»
(_Bene! Bene! Lunghissima ovazione. Il poeta Marinetti si alza e
abbraccia l'oratore_).
Arringa
dell'On. Salvatore Barzilai
Signori del Tribunale!
Quando stamane il mio amico Innocenzo Cappa vi disse nell'esordio del
suo meraviglioso discorso che egli non era un avvocato, il pubblico ha
ammirato la sua modestia; quando io esordendo dico oggi che non sono
un letterato, il pubblico non ha che da constatare la mia sincerità.
Egli è letterato, è giurista e certo egli ha saputo sposare nel suo
discorso le ragioni dell'arte alle ragioni del diritto, così da
esporvi la causa per tal modo, signori giudici, che se non fosse
l'obbligo--in questo caso obbligo gradito--dell'ufficio, avremmo
potuto noi rinunziare alla parola.
Ma i letterati sono anche ingenui qualche volta, e il mio amico
Innocenzo Cappa forse non previde tutte le eccezioni che alle sue
riesumazioni e ai suoi confronti potrebbe opporre e opporrà nella sua
coscienza e nella sua mente sagace il Pubblico Ministero. Il Pubblico
Ministero può opporre eccezioni di prescrizione, eccezioni di
giurisdizione, eccezioni di incompetenza. Tu hai alluso ai tempi
antichi, ai tempi di Babilonia, quando le prostitute erano adorate nei
templi, o a quell'Oriente ove il Fallo si portava in processione.
Tempi andati, tempi antichi, altri costumi, altre mentalità, altre
coscienze. Tu hai citato gli spettacoli teatrali: tu sei critico
d'arte, io lo fui venticinque anni or sono, e ho conservato anch'io
l'abitudine di andare a teatro.
Sono stato anch'io in questi giorni all'Olimpia e so perfettamente che
oltre ai lavori che tu hai raccontati ve ne furono rappresentati in
questa settimana degli altri, come per esempio lo _Chopin_, ove sono
illustrati i rapporti che corrono fra certe melodie e... la virilità.
E io sono stato anche ieri sera, per esempio, al Trianon, e al
Trianon--mi ricorderò sempre, signori del Tribunale, di parlare a
porte aperte--c'era una signora la quale era vestita, diremo così, con
un tal costume che rappresentava combinate la toilette di una gran
dama in una serata di gala con quella di una ballerina nelle serate
ordinarie... Orbene: in quelle condizioni di abbigliamento quella
signora si contorceva spasmodicamente in una danza che si diceva
essere una danza giavanese (costumi d'altri tempi e di altri paesi) e
il pubblico non rideva come voi ridevate alla lettura dei brani
incriminati del romanzo di F. T. Marinetti, ma guardava intento e
pensoso. E quel pubblico in cui era non soltanto gente della borghesia
di Milano, ma anche gente che all'abbigliamento pareva venuta dai
dintorni forse per questi giorni di corse, si beava alla vista di
questo spettacolo. (_Bene! Applausi_).
Ma, egregio amico Cappa, il Pubblico Ministero ci può rispondere: i
teatri e i _café chantants_ non sono sotto la mia giurisdizione, ma
sotto quella del prefetto (art. 40 della legge di P. S.) e io non
c'entro. Non c'è quindi contraddizione. Il prefetto non ha creduto di
proibire e forse il prefetto si è ricordato che quando l'art. 40 fu
discusso alla Camera, insorsero uomini che non appartenevano alle
falangi estreme a dire: sono arcaismi, residui dei tempi passati, il
miglior giudice dello spettacolo sarà il pubblico, sarà il padre di
famiglia se ha delle tenere giovanette da preservare dai pericolosi
contatti. Ma l'amico Cappa ha portato dei ricordi storici anche: ha
parlato di monumenti, della basilica di S. Marco, ha anche pensato
forse al David di Michelangelo, perchè verte in questo momento una
questione, se debbasi elevare un paravento botanico per chiudere agli
occhi del pubblico le sue nudità. Ma il Pubblico Ministero anche a
questo riguardo vi dice: io non ci posso far niente: la competenza è
del ministero della Pubblica Istruzione. E continuando Cappa ha
portato dei libri che non furono nè stampati nè pubblicati a Milano;
ma cosa c'entra il procuratore generale presso la Corte d'Appello di
Milano col modo nel quale interpreta la legge per esempio il suo
collega della Corte d'Appello di Firenze? Ma anche a Milano, dice
l'amico Cappa, si permettono certe cose più gravi di questa innocente
che è stata processata. E invero io sono entrato in questi giorni
qualche volta in taluni negozi librarî che veramente esercitano il
loro ufficio sotto la giurisdizione della R. Procura di Milano e
mettono in vendita libri che sono stampati a Milano. Per esempio, sono
entrato in una libreria che sta vicino a via S. Margherita e che ha un
insegna dove si dice: «Libreria scolastica educativa». L'insegna parla
chiaro. E nella libreria scolastica educativa ho comperato «_L'igiene
dell'amore_» di Paolo Mantegazza che fu rimesso in luce in questi
giorni per la, non dirò prematura, ma sempre rimpianta morte del suo
autore. Il Pubblico Ministero accenna di sì: «_L'igiene dell'amore_»
di Mantegazza è un libro di studio, un libro destinato a mettere la
gioventù in guardia contro i pericoli di certi eccessi. È verissimo,
sì: leggiamo un po' se vi piace soltanto l'indice di questo libro, nel
quale si spiegano quali siano i primi crepuscoli dell'amore della
donna, quale sia la misura lecita e quella vietata della voluttà,
quali gli afrodisiaci, dei quali però... non bisogna usare,
naturalmente; e parla poi delle debolezze dell'amore, delle ipocrisie
genitali, e si descrivono lucidamente tutti i pervertimenti
dell'amore, tutti gli artifici della lascivia per concludere che tutto
questo non va bene e non si deve fare. E si parla poi dei veleni
dell'amore, e si parla dell'igiene coniugale e si fa una statistica
della attitudine amatoria dei principali eroi dell'umanità, da Carlo V
a Caterina di Russia, e si descrivono quanti erano gli amplessi e come
questi amplessi si manifestavano. Dice bene il Pubblico Ministero: i
diritti della scienza non possono essere violati. La scienza va alla
conquista del vero, come noi diciamo, l'arte va alla conquista del
bello, e non è possibile per un inconveniente di questa natura
proibire i libri di questo genere. E allora io sono entrato in
un'altra libreria, nella libreria Ulrico Hoepli, che pubblica e vende
libri scolastici. Ho trovato che proprio ieri l'altro da Firenze è
arrivata la splendida edizione della giornata terza del _Decamerone_,
di Messer Giovanni Boccaccio. Ah, se si tratta onorevole
rappresentante della legge, della storia dell'arte e della
letteratura, se negli scaffali polverosi della biblioteca i libri di
Messer Giovanni Boccaccio si possono gelosamente conservare, io
domando: è lecito, è possibile che questi libri siano non solo
ristampati, ma ornati di splendide illustrazioni che Messer Boccaccio
non aveva messo nei suoi libri, nelle quali non solo si narra «come
Masetto si fa mutolo e diviene ortolano nel monastero, le donne del
quale concorrono tutte a giacere con lui», ma si mette il ritratto del
monaco, il ritratto del marito, il ritratto dell'amante e delle
converse. Tutta questa è sì storia antica, ma evidentemente
rinfrescata e illuminata da un soffio di arte moderna.