Io sono un avvocato più teorico che pratico; assumo le difes

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Il processo e l'assoluzione

di "Mafarka il Futurista"

col discorso

di F. T. MARINETTI

la perizia di LUIGI CAPUANA

e le arringhe

dell'on. SALVATORE BARZILAI, di INNOCENZO CAPPA

e dell'Avv. CESARE SARFATTI

PRIMA GIORNATA

Il giorno 8 ottobre 1910 la grande aula della 3.a Sezione del

Tribunale di Milano era gremita di una enorme folla, accorsavi pel

processo di oltraggio al pudore intentato al poeta Marinetti pel suo

romanzo _Mafarka il futurista_.

Erano presenti numerosissimi futuristi, venuti da ogni parte d'Italia,

schiera di giovani gagliardi e risoluti, che affrontavano come sempre

la battaglia con la loro spavalderia divenuta leggendaria. Notammo i

pittori Boccioni, Russolo, Carrà, e i poeti Paolo Buzzi, Cavacchioli,

Palazzeschi, Armando Mazza, ecc. Spiccavano inoltre, nel pubblico,

moltissime signore della società elegante milanese e tutti i

rappresentanti della critica italiana.

Difensori di Marinetti erano l'on. Barzilai, l'avv. Sarfatti,

Innocenzo Cappa e l'avv. Brusorio.

All'inizio dell'udienza, il Pubblico Ministero domandò subito che il

processo si svolgesse a porte chiuse, dovendosi dar lettura dei brani

incriminati. Sorse allora l'avv. Brusorio, che con una brillante e

sottile disquisizione giuridica dimostrò lucidamente come un simile

provvedimento si dovesse ritenere assurdo. Incalzò l'avv. Sarfatti,

sostenendo vittoriosamente questa tesi, e il Tribunale deliberò poco

dopo che il dibattimento si svolgesse alla presenza del pubblico.

Cominciò poi l'interrogatorio di F. T. Marinetti, che con una

sfolgorante, vivace e sincera eloquenza difese sè stesso e l'opera

sua, prendendo a parlare così:

Interrogatorio

di F. T. Marinetti

Ebbi la fortuna di ereditare da mio padre una discreta sostanza, ma

non me ne sono mai servito in modo basso e banale. Mi sono valso,

anzi, della mia posizione indipendente per attuare un mio vasto e

audace progetto di rinnovamento intellettuale ed artistico in Italia:

quello di proteggere, incoraggiare ed aiutare materialmente i giovani

ingegni novatori e ribelli che quotidianamente vengono soffocati

dall'indifferenza, dall'avarizia o dalla miopia degli editori.

Questi, naturalmente, tutto sacrificando ai morti illustri, agli

opportunisti, o ai gloriosi moribondi, professano un profondo

disprezzo per la gioventù, specialmente quando essa esplica la sua

attività in modo temerario e innovatore.

Per purificare quest'atmosfera di vecchiume, dove imperano il culto

maniaco dell'antico e il più pedantesco accademismo, un immondo

opportunismo affaristico e una grande vigliaccheria morale e fisica,

ho creato il vasto e coraggioso movimento futurista, iniziato a Parigi

nelle colonne del _Figaro_ e continuato nella mia rivista

internazionale _Poesia_, che dirigo da cinque anni con enorme

sacrificio di denaro e col lavoro accanito dei miei giorni e delle mie

notti.

Così venni raggruppando intorno alla mia rivista futurista una schiera

di poeti e di pittori giovanissimi, ma dotati di una ispirazione

formidabile e di un disprezzo assoluto pei facili successi mercantili

e le banali consacrazioni ufficiali. Ne conoscete già i nomi. Sono i

poeti futuristi G. P. Lucini, Paolo Buzzi, Cavacchioli, Palazzeschi,

Govoni, De Maria, Armando Mazza, Folgore, Libero Altomare, Mario

Betuda, e i pittori futuristi Boccioni, Russolo, Carrà, Balla,

Severini e molti altri. Ed ora è con noi anche il giovane e grande

musicista Balilla Pratella, autore della _Sina d' Vargoün_.

Il nostro movimento è fatale. Noi siamo attesi dall'Italia morente...

Ma disgraziatamente le mie parole sono rotte da un'eccessiva

emozione... E mi ripeto sovente!... Tanto meglio!... Non mi

stancherò... Opportunismo affaristico, disprezzo della gioventù,

vigliaccheria morale e fisica: ecco ciò che combattiamo!... Ecco, ciò

che combatte in Italia il pornografo da voi incriminato! (_Applausi_),

Tengo inoltre a dichiarare che io non sono un dilettante di

letteratura il quale consideri i suoi versi come dei fiori

all'occhiello, nè uno spirito bizzarro che abbia scelto per capriccio

snobistico una lingua straniera come la francese, per sedurre le belle

dame e distrarre i suoi ozi eleganti.

Vi darò in proposito, alcune spiegazioni:

Nacqui in Alessandria d'Egitto di padre piemontese e di madre

milanese. La mancanza, in quella città, di un insegnamento classico

italiano fece sì che io dovetti entrare in un collegio francese, dove

fui preparato al diploma di _bachelier ès lettres_, da me conquistato,

in seguito, alla Sorbonne di Parigi. Con questo diploma entrai poi

nell'università di Pavia ed in quella di Genova, dove mi addottorai in

legge.

Diventato così, per un concorso di circostanze involontarie, scrittore

francese, pure essendo di anima e di nazionalità italiana, divido la

mia attività letteraria tra Parigi e Milano, dove ho i miei editori

francesi ed italiani.

A Parigi, nelle Edizioni della _Plume_, apparve precisamente il mio

primo poema epico: _La Conquête des Etoiles_, enorme visione oceanica

in cui si svolge una lotta fantastica fra le onde in tempesta e le

irraggiungibili stelle.

Questo poema, di un simbolismo idealistico trascendentale, non ha

assolutamente nessun dettaglio erotico o sentimentale. La donna, dirò

anzi, ne è assolutamente esclusa, come è pure esclusa dalla mia

tragedia satirica _Le Roi Bombance_, apparsa a Parigi nelle edizioni

del «_Mercure de France_», rappresentata con grandissimo clamore al

Théâtre de l'Oeuvre e recentemente pubblicata in italiano dagli

editori Fratelli Treves, col titolo di _Re Baldoria_.

Aggiungerò in proposito che il pubblico parigino ebbe un grido di

stupore, all'alzarsi del sipario, nell'assistere all'esodo immediato

di tutte le donne del paese fantastico da me ideato, le quali,

indignate contro la bassa e volgare sensualità degli uomini, li

abbandonano ai loro destini con una vivace protesta ultra-idealistica.

Dopo parecchi altri volumi di versi e di prosa, pubblicai un anno fa,

a Parigi, il romanzo _Mafarka le futuriste_, opera che amo più di

tutte le altre mie e nella quale sono riuscito ad esprimere il mio

gran sogno futurista.

Vi ho descritto l'ascensione impressionante di un eroe africano, fatto

di temerità e di scaltrezza, che, dopo aver manifestata la più

irruente volontà di vivere e di dominare in battaglie ed in avventure

molteplici, sbaragliando gli eserciti dei negri e conquistando lo

scettro della sua città liberata, non sazio ancora di aver foggiato il

mondo a suo piacimento, si innalza subitamente dall'eroismo guerresco

a quello filosofico ed artistico. Egli vuol creare e crea, in una

lotta sovrumana contro la materia e le leggi meccaniche, il suo figlio

ideale, capolavoro di vitalità, eroe alato a cui trasfonde la vita in

un bacio supremo, senza il concorso della donna, che assiste al

tragico parto sovrumano.

Io volli, con questo romanzo, dare all'uomo una speranza illimitata

nel suo perfezionamento spirituale e fisico, svincolandolo dalle

ventose della lussuria e assicurandogli la sua prossima liberazione

dal sonno, dalla stanchezza e dalla morte.

Volli descrivere l'elevazione gloriosa della vita, che fu vegetale,

animale e umana e che si manifesterà presto in un prodigioso essere

alato ed immortale. Volli sconfinare il divenire dell'uomo in una

moltiplicazione infinita di forze e di splendore.

Questo grande poema, a volta a volta epico, lirico e drammatico, parte

da un primo capitolo costruito coll'equilibrio e la precisione di

particolari che il romanzo esige.

È questo primo capitolo il capitolo incriminato.

Nello scriverlo, io naturalmente obbedii ai principî dell'alta

letteratura, i quali si riassumono nell'esprimere il proprio sogno con

la massima efficacia, considerando le immagini non già come fronzoli o

gemme decorative, ma come elementi essenziali dell'espressione,

istrumenti incoscienti per fissare l'inafferrabile verità e per

precisare l'indefinito e l'indefinibile.

Scrissi dunque _Lo stupro delle negre_ perchè da una gran fornace

torrida di lussuria e di abbrutimento potesse balzar fuori la grande

volontà eroica di Mafarka.

La descrizione cruda e i particolari osceni, le parole che possono

suscitare disgusto sono di una necessità assoluta nel mio poema.

Ho potuto, così, produrre secondo una legge di contrasto e direi quasi

«di trampolini», il balzo dello spirito umano, che, svincolato dalla

tirannide dell'amore e dall'ossessione della donna, si stacca

finalmente dalla terra e schiude le grandi ali che dormono nella carne

dell'uomo. (_Applausi fragorosi_).

Mi si dirà, con una soverchia miopia critica, che avrei potuto

trascurare questo o quel particolare, usando palliativi, velature,

maschere e sottintesi a base di puntini...

Mi permetterete di dichiararvi che uno scrittore non può avere altro

metodo che la più assoluta sincerità, poichè l'angoscia della

creazione non ha nulla a che fare con la civetteria e i falsi pudori

di una fredda cortigiana.

Vi farò notare inoltre che per quanto vi è di mostruoso nella leggenda

narrata da Mafarka sotto la tenda, nel secondo capitolo, bisogna

considerare anzitutto che l'Africa può essere sintetizzata con tre

parole: calore, sudiciume e lussuria. Non parlo dell'Africa di Pierre

Loti, stilizzata e profumata appositamente pei grandi salotti

accademici di Parigi.

Voi sapete, d'altronde, che il membro virile, mostruosamente

sviluppato e incessantemente operoso, costituisce il motivo centrale e

ossessionante della letteratura e della vita africana. (_Ilarità

vivissima_).

Citerò ad esempio una delle commedie recitate nei teatri arabi e

turchi: la commedia del Saggio e dell'Almea, nella quale un vecchio,

chino sui papiri, si commuove all'apparire di una donna velata che si

denuda gradatamente, mentre egli inalbera a poco a poco un mostruoso

membro virile di cartone, che suscita la più viva allegria ed il

massimo compiacimento negli spettatori. Uno spettacolo consimile

appare sulla scena nella famosa commedia turca:_ Il Trionfo

dell'Amicizia, o Caraguez_.

Concluderò facendo osservare che un pornografo avrebbe scelto un

soggetto ben diverso, voglio dire un soggetto europeo, anzi cittadino,

e avrebbe scritto per esempio un romanzo sui bassifondi milanesi,

invece di un poema africano, acceso di una sbrigliata fantasia,

concepito e scritto per pochi intenditori e assolutamente precluso

alla maggioranza delle intelligenze, che disgraziatamente non hanno

alcuna dimestichezza con la poesia.

_Una grande ovazione a stento repressa dal presidente chiuse il

discorso del poeta Marinetti. Ebbe poi la parola l'illustre romanziere

Luigi Capuana, professore all'Università di Catania, venuto

appositamente dalla Sicilia quale perito di difesa del fondatore del

futurismo. Egli lesse in un silenzio di religiosa attenzione una sua

lunga, profonda ed esauriente perizia, che resterà documento prezioso

nella nostra letteratura._

La Perizia

di Luigi Capuana

Nelle questioni intorno alla difesa morale contro l'opera d'arte, si

sa donde si comincia e non si sa mai dove si andrà a finire.

Si comincia dalle pubblicazioni di quei poco coscienziosi editori,

speculanti su la malsana curiosità della più bassa sfera della gente

che legge; ed è bene d'impedire che quella malsana curiosità sia

alimentata e aumentata da libri e libercoli i quali non hanno mai

avuto niente che vedere con l'arte. Si può giungere poi agli scrupoli

di non ricordo quale scrittore francese, di cui, anni fa, lessi nella

cattolica rivista _Polibiblion_, che aveva creduto opportuno di

pubblicare una traduzione... espurgata... dei _Promessi Sposi_!

(_Applausi_).

Costui aveva voluto mostrarsi più manzoniano dello stesso Manzoni. La

glaciale figura di Lucia e la mirabile analisi del cuore della monaca

di Monza (già così attenuata--com'è noto--dal grande romanziere

milanese per la sua strana convinzione che nel mondo si fa troppo

amore e troppo se ne parla, da non essere conveniente di ragionarne

anche nei libri) avevano spinto quel traduttore a castrare un romanzo

che è il colmo della purità, tanto da non esser mai passato pel capo a

nessuno dei nostri più rigidi Procuratori del Re di procedere a

sequestri e d'incriminarne i mille editori.

Quei poveri diavoli che tentano di far quattrini stampando e

spacciando la loro sudicia merce, forse si credono autorizzati a far

questo dall'esempio del Governo che permette e copre con la sua

protezione legale certe istituzioni dove non si danno certamente

lezioni di morale, e, quel che è peggio, s'insidia l'igiene pubblica.

Ma il Governo ha paternamente pensato di istituire una legione di

sanitarî incaricati di garantire, per quanto si può, la salute dei

frequentatori delle case da the, come le chiamano nel Giappone, e la

igiene pubblica si sente pienamente tranquilla. Gli spacciatori di

libri pornografici non hanno fatto nulla di simile, ed è giusto perciò

che, di tanto in tanto, intervengano uno zelante Procuratore del Re o

un generoso Presidente dei ministri a levar la voce contro lo scandalo

dilagante e a porvi rimedio.

Confesso, con mio rossore, che non ho letto la famosa circolare di S.

E. Luzzatti; ma veggo dagli effetti, che essa rispetta l'arte classica

e che i magistrati esecutori mostrano quasi tutti di averne un uguale

lodevolissimo rispetto.

Non ho sentito, per esempio, che la stupenda recente traduzione delle

commedie di Aristofane, regalata all'Italia dal mio carissimo amico

Ettore Romagnoli, sia stata colpita, finora, da nessun fulmine penale:

e bastava una sola scena della _Lisistrata_ (se mai uno scrittore

moderno si fosse indotto imprudentemente a scriverla) per richiamare

su di lui l'indignazione di tutti i nostri Procuratori del Re. S. E.

Luzzatti e i magistrati incaricati di far rispettare le prescrizioni

del Codice hanno immensa ammirazione e, senza dubbio, quella

dell'innumerevole schiera degli studiosi, per questo omaggio di

venerazione classica. Si capisce che la stimano compiutamente, come

oggi si dice, sterilizzata dalla azione del tempo e resa inoffensiva

anche quando, nel concetto e nella parola, si mostra assai più

libertina di qualunque produzione moderna.

Probabilmente S. E. Luzzatti e i Procuratori del Re hanno anche

riflettuto che nel caso contrario, bisognerebbe proscrivere, per lo

meno, tre quarti della letteratura universale: impresa non molto

facile, oltrechè estremamente ridicola.

Aristofane, Luciano, Catullo, Giovenale, Petronio, il Boccaccio, il

Bandello, Rabelais--cito pochi nomi che mi vengono primi alla

memoria--sono dunque, per fortuna, liberissimi di andar per le mani

della gente e deliziarla senza paura di sentirsi accusati di

solleticarne le viziose inclinazioni e di indurla a peccare.

Perchè non si vuole usare lo stesso trattamento per l'opera d'arte

moderna? Si noti bene che dico: opera d'arte. Per quanto vi abbia

pensato su, non sono riuscito a spiegarmi questa mostruosa differenza.

Così oggi non so nascondere lo stupore di vedermi chiamato a

manifestare il mio parere intorno alla moralità di un lavoro di alta

poesia, non destinato, appunto per la sua elevata concezione, per la

sua impetuosa ed esuberante ricchezza di immagini e di vocaboli, a

quella maggioranza di lettori che chiedono al libro, più che altro,

uno svago, una diversione alle molteplici noie della vita o al loro

invidiabile sfaccendamento.

Avrei amato meglio di sapere che l'incriminante Procuratore del Re si

fosse ricordato di S. Girolamo--il richiamo non può offenderlo--che

mentre era occupato a tradurre la _Bibbia_, teneva sotto il capezzale

le commedie di Aristofane, niente scandalizzato dalle grasse arditezze

del grande ateniese: e non intendo adulare bassamente il Marinetti,

ricordando Aristofane a proposito del suo _Mafarka il futurista_.

Voglio far osservare semplicemente che l'Italia ha, in questo momento,

un Procuratore del Re più intransigente del Santo traduttore della

_Bibbia_.

Mi si potrebbe rispondere che, forse, quando S. Girolamo si beava

della notturna lettura delle commedie di Aristofane, era occupato a

tradurre quei capitoli del Libro dei Re dove si racconta--con

particolari da dar dei punti agli odiati veristi futuristi--la brutale

storia di quel principe (figlio del David, se non sbaglio), che,

innamoratosi perdutamente della propria sorella Tamar si finge malato

per averla come infermiera e con questo stratagemma riesce a farle

violenza, e a soddisfare la incestuosa voglia; o, forse, il santo era

intento a tradurre l'idilliaco libro di Ruth, dove questa si concede,

con un poco lodevole inganno, al suo vecchio parente Booz e lo

costringe a sposarla. Mi si potrebbe rispondere che in quell'occasione

S. Girolamo era suggestionato dalle vivacissime pagine bibliche, e

perciò indifeso contro le seduzioni del poeta greco pagano.

Senonchè, v'è da opporre che il paziente traduttore probabilmente

pensava che se lo Spirito Santo, inspiratore, secondo la Chiesa, dei

libri sacri, non credeva sconveniente diffondersi in quegli audaci

particolari, tanto più ciò poteva essere permesso ad un poeta pagano

che voleva fare soltanto opera di poesia, e non collaborare ad una

raccolta destinata ad essere il testo sacro della religione ebraica e

del futuro cristianesimo.

Ora nel romanzo futurista del Marinetti, non si descrivono, coi più

smaglianti colori, un incesto nè la interessata seduzione di un povero

vecchio.

Il Marinetti è semplicemente un artista, e non si crede sotto la

influenza dettatrice dello Spirito Santo. Suo Spirito Santo è il

pensiero, è il sentimento di elevazione umana verso un nobilissimo, e

forse irraggiungibile ideale: e questo pensiero, questo sentimento,

egli artista, non può ragionarli, discuterli per via di sillogismi, di

deduzioni filosofiche e scientifiche, ma esprimerli con la

rappresentazione, con la creazione immaginativa, che ha le sue leggi

fisse, di proporzioni, di armonie, di colorito, alle quali nessun

artista che voglia esser tale può sottrarsi.

E il giorno che gli si presenta alla mente la fosca visione di quel

mondo barbarico che poteva rendere artisticamente il contrasto fra la

brutalità degli istinti e la spiritualità dell'aspirazione verso una

regione più umana, anzi divina, non ha esitato di cedere alle

imposizioni del soggetto, nè ha tentato di sottrarsi a nessuna delle

esigenze che potevano rendere più evidente il concetto del suo poema,

cioè: il disprezzo della parte moralmente animale degli istinti, e

l'entusiasmo per la liberazione della parte più nobile dell'uomo che

le carnali passioni diminuiscono, quando non giungono ad annullare.

_Mafarka_ non è altro. È precisamente il poema, non il romanzo, della

conquista del pieno possesso della libertà spirituale dell'individuo;

poema, che è quanto dire (non bisogna dimenticarlo) rappresentazione

fantastica che deve colpire l'immaginazione, rendere evidente, solido,

reale il mondo destinato ad adombrare il concetto. L'artista è più

logico della natura: non divaga, non si lascia trascinare, com'essa,

dagli accidenti che spesso ne intralciano l'opera. Nel mondo

dell'Arte, il caso cieco e importuno non esiste: ripeto cose

vecchissime, ma non fuori di luogo. L'artista, infine, è nello stesso

tempo egualmente pregiudicato quanto la Natura: non deve avere

esitanze, pentimenti, ed essere onnipotente al pari di lei.

In _Mafarka_ la forza di creazione è veramente straordinaria. Quel

mondo--uomini e paesaggio--gigantescamente barbarico vi si afferma

come realtà, si spiega senza reticenze, senza quegli sciocchi pudori

che diventano, se si guarda bene, ipocrite e vigliacche spudoratezze.

(_Applausi fragorosi_).

Per questo mi sembra, che stia bene al suo posto l'episodio

fondamentale dello _Stupro delle negre_ che ha eccitato soprattutto la

magistrativa coscienza del Procuratore del Re, impedendogli di vedere

che l'artista aveva bisogno della base di quel sostrato schifoso per

mostrare la sua violenta indignazione contro la bassezza degli

istinti. Si è scandolezzato della necessaria brutalità della

rappresentazione, della crudezza del vocabolo preciso; ha attribuito

una deplorevole compiacenza di vizio alla prodigiosa evidenza di

quell'orgia nefanda e non ha più badato al resto: non ha pensato che

lo spirito dell'autore parla, proprio colà, per bocca di Mafarka el

Bar, quando lo fa irrompere in mezzo a tutta quella putredine umana,

con la scimitarra--cito le stesse parole del Poeta--folgoreggiante e

ricurva sul suo capo come un'aureola.

_--Cani rognosi! rozze pustolose! Cuori di lepri! Orecchie di conigli!

Razza di scorpioni! Non avete altro che un'ulcera fetente al posto del

cervello, sotto le vostre fronti schiacciate...._ ecc.

E interrompo la citazione, per non abusare della pazienza del

Tribunale. L'intimo concetto del poema del Marinetti è condensato

interamente là. Si vede che i sensi del Procuratore del Re dovettero

essere più eccitati dalla potenza artistica della rappresentazione di

quell'orgia, se gli impedirono di comprendere la profonda ragione,

anzi la necessità artistica di essa, e fargli supporre una vilissima

speculazione libraria in quelle pagine che formano parte integrale

dell'organismo del poema, e non si possono scindere, senza distruggere

la vita della vigorosissima opera d'arte, di cui Marinetti è

certamente orgoglioso, come di un'opera grande, di altissima moralità.

Questo, con piena, libera e serena coscienza, è il mio parere intorno

al poema _Mafarka il futurista_.

=Luigi Capuana.=

_Scoppia nella sala un lungo, clamorosissimo applauso. Tutti gli

avvocati e tutti i giornalisti presenti accorrono a stringere la mano

all'illustre romanziere e a felicitarlo._

_La prima giornata del processo si chiuse con la requisitoria del P. M.

che mal riuscì a sostenere l'assurda imputazione fatta a Marinetti.

Non la riproduciamo qui, poichè il pudibondo P. M. domandò e ottenne

per sè stesso il provvedimento delle porte chiuse._

SECONDA GIORNATA

_Nella seconda giornata, il pubblico, ancora più folto che il primo

giorno, era composto di letterati, di giornalisti e di artisti, di

signore e di studenti. L'intellettualità milanese vi era largamente

rappresentata. Innocenzo Cappa fu il primo oratore, e tenne un'arringa

smagliante, affascinante, meravigliosa nella forma e nelle

argomentazioni eleganti e sottili. Possiamo aggiungere che il grande

oratore repubblicano non fu mai tanto eloquente come in questa sua

veemente difesa di Marinetti e del futurismo._

L'arringa

di Innocenzo Cappa

Io sono un avvocato più teorico che pratico; assumo le difese più per

gusto intellettuale e sentimentale che con la speranza di lucro; ho

un'assoluta tranquilla ignoranza di quasi tutte le cose che si

riferiscono al giure; mi trovo dunque in questa causa all'atto sì di

un cliente, ma all'atto soprattutto di un amico, come uomo che ha un

piacere morboso, qualche volta una passione delle lettere, vicino a un

altr'uomo il quale mi ha dichiarato di essere un ammalato di

letteratura. Il mio discorso sarà dunque disordinato, poco conclusivo:

discorso di sensibilità, discorso di solidarietà estetica, ma credo

che ce ne sia bisogno, soprattutto perchè, sia detto con ogni

rispetto, il rappresentante dell'accusa pubblica, sabato, non ha dato

prova di quelle virtù di serenità e di bontà che egli ha lodato

spontaneamente in sè stesso. Egli ha rivelato una strana antipatia per

colui che è un prevenuto; egli che deve essere un uomo mite, uno

spirito indulgente e generoso, era evidentemente attraversato da una

passione di dissomiglianza estetica. Non so se l'offendo, ma mi pare

di capire che se l'amico Marinetti è il capo ardente, appassionato,

convulsivo quasi, del Futurismo, il sig. avv. Valenzano è un

passatista della più bell'acqua. Egli ha un'antipatia formidabile per

il piacere dello stile singolare; egli ha un disgusto che lo ferma

quasi quasi in un dissidio morale davanti a un'immagine insolita,

davanti ad un aggettivo eccessivo, davanti a un periodo composto di

nuovi elementi.

Noi ci troviamo di fronte non a uno dei soliti o prevenuti o imputati,

ma a un gentiluomo--perchè Marinetti è sì futurista, è sì letterato, è

sì uomo di discussioni pubbliche accese, è l'inventore se vogliamo di un

genere di comizi di battaglia che possono avergli suscitato contro le

antipatie dell'infinita bestialità collettiva che regna e governa il

dolce nostro paese, ma è anche e soprattutto un gentiluomo.--Abbiamo

udito qui la parola di tale uomo che non si sarebbe mosso con una

preoccupazione soltanto letteraria se la solidarietà non potesse essere

anche morale: Luigi Capuana. Egli è abbastanza innanzi con l'età, è

abbastanza alto nella nominanza, è abbastanza sicuro della sua coscienza

e della sua vita per non aver bisogno che io attesti di lui in questo

momento. Ma certo quando Luigi Capuana che non è uno dei soliti

professionisti della parola o un medico legale disposto a sostenere la

delinquenza congenita sì e no a seconda che sia pagato da una o

dall'altra parte, ma che è insegnante in un ateneo, amico della

gioventù, spirito austero; quando Luigi Capuana viene e pone la sua mano

nella mano incriminata dello scrittore di _Mafarka_, allora mi domando

come sia possibile, equo, elegante, che il rappresentante dell'accusa

pubblica cominci, continui e termini in tono aspro e ostile che mostra

essere la sua anima turbata, non essere il suo spirito sereno.

Ecco dunque la mia solidarietà per la sua antipatia e la mia

solidarietà forse sarà più utile che non l'antipatia del

rappresentante del Pubblico Ministero, perchè io non so se saprò

leggere quest'oggi--di solito non si riesce a far quel che si vuole

quando si è molto innamorati della propria impresa--ma di solito io

capisco di più i volumi di letteratura che non mostri di capirli il

rappresentante del Pubblico Ministero, e di solito io leggo meglio la

prosa italiana che non abbia mostrato di saperla leggere, quando è

prosa italiana futurista, l'accusatore.

Egli ci ha detto: «_Mafarka il futurista_, romanzo. Signori del

Tribunale, state in guardia. Io sono un pover'uomo, ma io voglio

leggervelo e riassumervelo. Mafarka è un re africano, re di non so

quale paese perchè il nome io non lo saprei pronunciare, ma sta il

fatto ad ogni modo che egli è nipote di uno zio il cui nome non mi

sovviene ma è senza dubbio nipote di uno zio che c'è, perchè non si

può essere nipote senza avere uno zio. Questo nipote di uno zio ha

vinto una battaglia e ha detronizzato il proprio parente. Siamo

nell'ora della vittoria. Si portano i prigionieri, le vettovaglie, il

bottino e poi avviene uno stupro di negre. Signori del Tribunale,

pagina tale... Io ho fatto chiudere le porte per potervi leggere con

un'antipatia piena di compiacenza, con una compiacenza piena di

antipatia, queste pagine, queste righe orribili, che mi danno un po'

del piacere che forse ai ragazzi danno le righe orribili del

vocabolario, quando sono fra le loro mani per la prima volta, in cui

si definiscono i genitali del maschio e della femmina: righe orribili

che non si capisce perchè siano stampate in libri che vanno per le

scuole, in cui si definisce quella parte deliziosa che non voglio

nominare e la seconda parte che non posso nominare, e la terza parte

che è deliziosa in Germania ma che non voglio nominare e che riesce

deliziosa anche in Italia».

Detto ciò, il rappresentante del P. M. vi ha guardati, signori del

Tribunale, e ha detto: «Era necessario? Ecco la mia domanda, ecco

tutta l'imputazione: ecco che mi frappongo fra Marinetti letterato, io

che non sono letterato e la sua letteratura, io che non capisco e che

non amo la sua opera letteraria. Era necessario? Vi ho detto in

quattro parole che cosa è un capitolo di parecchie pagine, di queste

parecchie pagine vi ho lette alcune righe, e poi vi ho chiamati a

giudici». Signori del Tribunale, io non so, voi potete farlo, tutto si

può fare, anche il miracolo, si può anche intuire ciò che non si

legge; ma quando si vuol accusare con rettitudine, con serenità

d'animo, con profonda sincerità umana, allora si danno tutti gli

elementi dell'accusa, e allora si legge completamente il capitolo e si

pongono in rapporto le parole incriminate e allora si domanda: È

necessario?

Senza di ciò non è più l'accusa, ma è la pugnalata nella schiena. Io

mi posso salvare dal ladro, ma non dal Procuratore del Re, se mi ruba

la mia fama! (_Applausi_).

«Capitolo secondo. Lo stratagemma vizioso è questo, signori del

Tribunale: Mafarka va, e va sotto la tenda del re nemico (il nome non

me lo ricordo). Egli che si è vestito da mendicante racconta una

storia.--Il signor Marinetti sa molte storie.--La storia si riferisce

a un cavallo venduto al demonio: quel cavallo aveva una parte virile,

questa parte virile era smisurata: questo cavallo era feroce: il

demonio lo ha montato, poi è caduto, si è rotto un braccio. E allora

il demonio si è voluto vendicare, ha preso questo membro, lo ha

cucinato, l'ha dato in pasto a Mafarka. Mafarka ha sentito il furore

della libidine, ha conquistato tutte le domestiche (qui il P. M. ci ha

fatto una confidenza: ci ha detto che le domestiche non sono così

facili; non so se sia specialista) e poi si è addormentato e voi

sapete il resto».

Ma bene: ma e la poesia di quella parte del volume, e il colore, e il

cielo, e la sabbia ardente, e le tende, e gli scudi, e i tatuaggi, e

la ferocia, e la semplicità, e l'ignoranza, e il feticismo, e la

rabbia, e la grazia, e l'eroismo, e tutto ciò che può contenere di

carne, di sangue, di immagini, di entusiasmo, di febbre, di delirio,

di estetica il grande capitolo di un grande romanzo, ce l'ha detto?

No. E continua: «Era necessario? Era necessario?»

Terzo capitolo; quarto capitolo. Le belle offerte al vincitore, le

mani, le ànche, il ventre piatto... Era necessario? I seni, persino i

seni--questi si possono nominare senza nessuna offesa al pudore--i

seni, i capezzoli, signori del Tribunale, queste punte rosse

deliziose... So anch'io qualche storiella; so di un volume di Catullo

Mendès che non è mai stato sequestrato, in cui si narra d'un duello di

donne. Queste sono gelose perchè amano lo stesso uomo e l'una si

slancia contro l'altra che è la più timida e con la spada le straccia

la veste, e vede il sangue, e allora si precipita, presa da una grande

pietà e bacia quel sangue. Ma non è sangue: è un capezzolo, signor

rappresentante del pubblico Ministero. E allora il bacio si prolunga e

allora le due donne si perdonano e una dice all'altra: «Se noi ci

sapevamo! Ma licenziamo l'amico. C'è bisogno di uomini dove le donne

sono belle?».

Signori del Tribunale, questo non è stato sequestrato, questo non

offende il pudore, neppure quello del Procurator generale del Re.

Ebbene: Marinetti ha detto _i seni_! «Era necessario? Era necessario?»

Poi il P. M. ha proseguito. A un certo punto ci ha concesso il

contrario delle guance: ci ha concesso le natiche, poi le ha

ritirate... In ogni modo c'è stata un'alternativa, un dubbio, e poi è

arrivata la nascita di Gazurmah, e ha tentato di descrivere...

«Sapete: è un aeroplano! No, deve essere un monoplano, forse un

biplano, ma c'è una gabbia: non si capisce bene... Certo ci sono delle

ali». Per disgrazia, o Signori del Tribunale, vedete l'inconseguenza

di questo prevenuto disgraziatissimo, questo Gazurmah, il quale è

generato, voi lo sapete, dall'eroe Mafarka senza l'intervento

piacevole della signora donna, il quale nasce da un re eroe senza il

mistero eterno, immutabile dell'amore, questo Gazurmah ha ancora

quelle tali famose parti che sembrerebbero non più necessarie alla

generazione dell'eroe. «Perchè?»

Ma perchè, per Bacco, o signor rappresentante del P. M., ma perchè voi

che avete saltato tutto ciò che poteva dar senso a quest'opera, perchè

vi siete dimenticato di un'altra antitesi che alla vostra intelligenza

non può essere sfuggita, in quel capitolo in cui si parla--e voi lo

avete accennato troppo rapidamente--del viaggio dell'eroe Mafarka agli

Ipogei, dove va a trovare la madre e le parla, e le dice: «Ti porto il

cadavere di mio fratello Magamal, che è morto di idrofobia per aver

combattuto eroicamente: io non l'ho ucciso, madre; non domandare

perchè non ho potuto salvarlo, io non sono che io, io sono il fratello

che l'amavo e non ho combattuto per la mia ambizione, madre, ho

combattuto anche per lui. Un regno, gli volevo dare, e la più bella

fanciulla del regno! L'ho difeso sempre, ma egli è morto! Madre,

perdonami perchè io soffro, perchè io genererò chi ti compensi di

questo strazio.» E allora, signor rappresentante del P. M., giacchè

facciamo i miopi, giacchè ci mettiamo gli occhiali della diffidenza e

dell'odio, fermiamoci. Ma non c'è antitesi anche qui? E allora, se si

vuol distruggere la donna, come, nel momento supremo di questa

generazione senza intervento femminile, come ricordarsi della madre e

perchè far omaggio alla madre? Ma non è invece da questa antitesi

straziante, da questa dialettica eterna che nasce la grande bellezza?

Ma l'eroe non è eroe appunto perchè afferma e nega sè stesso: ma non è

lo strazio, l'inquietudine, la febbre, il delirio, l'estasi che

afferma ciò che è l'eroe? Gli uomini conseguenti, gli uomini precisi,

assoluti, sono impiegati di banca, droghieri sentimentali; ma non

diventeranno mai dei condottieri di popolo o dei grandi letterati.

Allora io sono costretto, non è vero, e domando scusa al Tribunale

illustrissimo, sono costretto a far ciò che il P. M. non ha voluto

fare. (_Applausi_).

Ma siamo in questa situazione. È facile avvelenare il giudizio degli

uomini, non è facile dare l'antidoto; è facile, Signori del Tribunale,

sceverare pagina da pagina e dare di un volume un'impressione che

possa anche sembrare di disgusto: non è facile in altrettanto pochi

minuti ricostruire il volume. Se io volessi fare il malvagio, vi

direi: che cosa sono i _Promessi Sposi_?

Primo Capitolo: c'è un prete vigliacco il quale è un porco idiota e

pauroso, che cammina con il suo breviario ed è fermato da due bravacci

che gli proibiscono di unire in matrimonio la signorina Lucia con il

contadino Renzo. Il prete dice di sì! Signori del Tribunale, era

necessaria questa constatazione della vigliaccheria del prete, questa

esaltazione della prepotenza dei bravacci? Ma c'è di peggio, Signori

del Tribunale. Il povero amante Renzo va per le sue nozze con Lucia ed

è respinto col latino, il latino dolce, santo, il bel latino della

nostra fede infantile, quello che ha accompagnata la grandezza

cattolica del popolo italiano: eccolo, questo latino, maculato sul

labbro di un vile parroco. Era necessario in uno scrittore cattolico

questa profanazione del latino, della santità religiosa? Ma c'è di

peggio. Si continua: Renzo si ribella, si ribella e cerca per frode di

avere in moglie la sua donna. E c'è persino il consiglio di un frate:

fra Cristoforo. Era necessaria, Signori del Tribunale, questa

complicità di un frate, di un contadino, di una madre, per la frode al

prete? Ma bisognava invece andare a Milano, parlare col vescovo, col

cardinale: questo era l'insegnamento di un sant'uomo. Fama usurpata

anche quella del cattolico Manzoni! Ma c'è di peggio, Signori del

Tribunale. La monaca di Monza, una triste donna, signora del peccato,

amante di Egidio, l'assassina della conversa, colei che porta la sua

sensualità tormentosa là dove dovrebbe essere precetto la macerazione

dello spirito e della carne, l'elevazione nella grande speranza

dell'al di là. Ed era necessario che questo martirio dei sensi ci

fosse definito in venti, in trenta ed in quaranta pagine, sospendendo

l'azione ed allontanando il romanzo dalla sua economia generale,

creando quello strano senso di stanchezza di cui vi ha parlato del

resto un grande poeta e critico: Vincenzo Monti. Quello sì che era uno

spirito acuto, il quale, appena usciti i _Promessi Sposi_, disse: _Non

avrà fortuna questo libro, perchè troppo dotto per gli umili e troppo_

_umile per i dotti; è di moralità ipocrita, e perciò non potrà

vivere._

Vincenzo Monti, grande poeta, l'avv. Valenzano, futuro grande

procuratore del Re, fanno egualmente.

Invece è difficile prendere l'opera di Marinetti e da pover'uomo come

sono io cercare di ricostruirla. Come farò? Io ho segnato molte

pagine; prendiamone qualcuna a caso: 107. La città del Re Mafarka è

assalita ancora dagli eserciti nemici. Ma in qual modo? Hanno mandato

innanzi non gli uomini, ma i cani arsi dalla siccità, idrofobi, che

hanno la paralisi negli occhi e che corrono all'assalto con la bava

alla bocca. Leggiamo (pag. 107-108).

--«Sì è vero...--dice Mafarka--Le sentinelle non si sono

ingannate!...», ecc.

O Signori del Tribunale, siamo in piena epopea, anche se non piace al

Procuratore del Re.

(_Continua a leggere_).

Io temo di annoiare, se qui ci sia qualcuno dei fischiatori nei comizî

dei colleghi futuristi, o qualche mio collega di giornale. Io non sono

futurista, nè figlio di futurista, nè solidale in pieno coi futuristi,

ma io sento una grande bellezza in tutte le ribellioni, in tutte le

audacie, in tutte le novità impensate; sento una grande bellezza nella

ricchezza che si dà alla letteratura, non al piacere; sento una grande

bellezza in questo giovane signore che esce dai salotti dei

commendatori, delle belle dame, che affronta le piazze, che va nei

teatri, che si batte, che urla e piange e ride; sento una grande

bellezza, in tutto ciò, ed è una grande tristezza che nel regno

d'Italia con tanti milioni di analfabeti e di delinquenti, il

delinquente che si vuol condannare, si chiami Marinetti! (_Bene!

Applausi fragorosi_).

Ora, quante altre cose e tutte belle, tutte strane, tutte diverse,

tutte insolite, multiformi, deliranti!... Ma io l'avrei capita

un'elegante ferocia del Pubblico Ministero: me l'aspettavo anzi,

perchè mi hanno detto ed è certo che è un uomo di ingegno e di cuore.

Mi aspettavo, Signori del Tribunale, l'art. 46: pazzia, pazzia

letteraria: ma non mi aspettavo, Signori del Tribunale, l'articolo

solito: oltraggio al pudore, offerta in vendita.

Chissà che cosa ha offerto in vendita il nostro buon amico Marinetti.

Egli non è autore di _Mafarka il futurista romanzo_, ma è autore di

_Mafarka le futuriste_, romanzo africano, scritto a Parigi, pubblicato

a Parigi; libro che fu pensato in un'atmosfera di libertà diversa

dalla nostra, non perchè repubblicana, poichè non voglio fare il

portoghese, ma diversa dalla nostra perchè secolare, perchè nutrita,

perchè sincera; una bella grande civiltà e una bella grande libertà.

Egli l'ha pensato a Milano e l'ha scritto a Parigi, e lo ha stampato a

Parigi, nella bellissima e sonante lingua francese. Questa è la

traduzione del sig. Decio Cinti. Guardate: siamo così fuori del

normale che non abbiamo neppure imputato il traduttore; non si è visto

se egli ha alterato il testo. Avete fatto il confronto? C'è una

mutazione fin nella prima pagina: nel testo originale è scritto:

«Romanzo Africano», nella traduzione italiana è scritto solamente:

_Mafarka il Futurista_, Romanzo. Cosa è questo avvenimento? Eh! io lo

so che cosa è... Quando sorse l'accusa contro Marinetti egli era

reduce dai suoi comizî. Al Lirico l'avevano fischiato, come non sono

stato fischiato io neppure dai cugini socialisti. Egli era buttato

fuori.

La sera dopo va a sentire la lettura di un bel poema, fatta da un uomo

biondo, grasso, lento, con voce pastosa, piena di erre e di vocali, e

sente un po' di stanchezza, e grida, e lo mandano via un'altra volta.

Egli dice: «Io vi piglio a schiaffi tutti!» E il pubblico ride. Gli

schiaffi collettivi non offendono l'onore.... E uno solo gli parla, a

questo solo per combinazione è sovversivo, e Marinetti dice: «Ebbene,

io voglio rendere lo schiaffo, da collettivo, individuale.» E gli dà

lo schiaffo, e allora l'altro se ne va perchè ha capito che Marinetti

faceva proprio sul serio. (_Applausi_).

Egli va a Trieste: a Trieste ha coperto di fiori non una prostituta,

non una dama, ma la madre di Oberdan!... Ed è ritornato con una grande

nostalgia dei sentimenti vecchi e passati, questo futurista che non sa

forse cosa sia il futurismo; è tornato con l'amore della patria, col

desiderio della razza, con la nostalgia delle vittorie italiane. Ha

sentito la bellezza del mare veneto, ha ripetuto parole che non sono

più dette che dal mio povero e grande amico Barzilai e da qualche mio

amico che non sarà mai deputato; egli ha detto un sentimento di

riconoscenza che doveva essere un sentimento di gloria, ma ha irritato

borghesi, prostitute, donnicciuole, impotenti della vita, povere

donne, vecchi cisposi, presidenti delle leghe di moralità, tutta

questa gente viscida, bavosa come i cani intorno alla città africana,

tutta questa gente che non combatte, che non osa, gente della sesta

giornata quando sono cinque, dell'undicesima quando sono dieci,

patrioti dell'indomani, patrioti alla conquista del 48, austriacanti

per il 1910. Era il furore nel cielo, nell'aria. Il _Corriere_ era

d'accordo col _Secolo_, il _Secolo_ d'accordo con la _Sera_, io ero

d'accordo coi miei amici, i miei amici erano d'accordo con me, tutti

eravamo avvelenati. Egli ci dava noia. Noi non ne vogliamo di questi

ingegni: io sono applaudito, ma se parla lui, non mi applaudisce più

nessuno. C'è bisogno del grigio, dell'incomposto, del lento. Egli è

accusato da solo, prevenuto da solo, trascinato da solo, e deve

rispondere in Italia di un libro francese, di cui la traduzione non

sappiamo se sia fedele. E questo in Italia, perchè il senso della

giustizia non è esatto.

Ma io devo leggere ancora, non più allo scopo di dimostrarvi la

bellezza, ma allo scopo di rispondere ad altri: «Era necessario?» Già

tutta l'arringa del Pubblico Ministero è stata questa: Era necessario?

Il resto, lo lascerò distruggere dalla sapienza del dire dei miei

colleghi e maestri, lascerò che domandino al Tribunale, per esempio,

cosa vuol dire il lucro, perchè io credevo che ci fosse solo una cosa

indistruttibile: il dogma, il pontefice, l'infallibilità e la

santissima trinità. E il dogma non si discute. Ma il lucro

intangibile, il lucro dogmatico? Ma come! Vi portiamo dei testimoni i

quali dicono: Egli non solo non guadagna, ma spende: questa è la

dissipazione della sua vita, ma anche del suo denaro. Ma invece no, il

lucro c'è, dal momento che lo ha supposto il Pubblico Ministero. «Io

sono indulgente--egli dice--me ne appello a tutti: ho sempre domandato

l'assoluzione tutte le volte che non ero in udienza: domani io faccio

credito, oggi voglio la condanna: quattro mesi di reclusione e il

libro rovinato».

Ah, no! Dategli 12 mesi di reclusione, ma non rovinate il libro. Io

credo di conoscere l'animo del mio amico: non gliene importa niente

della condanna, purchè la sua opera sia salva. (_Applausi fragorosi_).

Ma continuiamo a leggere per dimostrare che non c'è oltraggio al

pudore...

«Era necessario?»

Prendo un'altra pagina. (Non c'è nessuna parte genitale; è Mafarka che

va sotto la tenda del re nemico vestito da mendicante):

«La geometria irritata e forcuta di quella tenda regale frastagliava

il turchino incandescente del cielo, e i panneggiamenti color marrone,

sovraccarichi di conterie verdastre e gonfiati dal vento del deserto,

somigliavano, in certi momenti, a vecchie carene coperte d'alghe e di

muschi. Sulla soglia stava ritto un negro colossale, completamente

nudo, dalla testa massiccia ai larghi piedi. La sua folta capigliatura

faceva fluttuare con grazia tutto un giardino multicolore di penne di

struzzo e di pavone, ed egli aveva, nello sguardo e negli

atteggiamenti, un'aria di eleganza disinvolta, ad un tempo

aristocratica e zingaresca, che seduceva immediatamente. Nei lobi

delle sue orecchie, erano inseriti due dischetti di legno odoroso. Era

costui Brafane-el-Kibir, il capo supremo, che sorvegliava in persona

il lavoro di una ventina di soldati seduti in terra e intenti a

spalmare di veleni gialli i ferri delle lancie».

È bellissimo, ma non continuo. Credo di avere sottolineato abbastanza

questo bisogno di insistenza, questa compiacenza del minuto, questo

strazio di rappresentazione esatta, minuta, che qualche volta esaspera

l'immagine, che l'insegue perfino e la soffoca talvolta nei

particolari. Perchè Benedetto Croce, parlando di Gabriele d'Annunzio,

il più grande dilettante di incesti che ci sia in Italia senza

sequestri della procura di Milano, di d'Annunzio il quale ha scritto

un libro di esaltazione al volo, ma passando attraverso la

contaminazione dei fanciulli e delle fanciulle, ha detto, senza

sequestro del procuratore del re di Milano, ha detto: Due sono le

grandi categorie dei letterati: letterati sintetici e letterati

analitici. I letterati sintetici dànno una sola parola per ogni

immagine e per ogni sentimento, Dante il più grande: «Quel giorno più

non vi leggemmo avante». Mettete qualunque letterato, anche l'immenso

Shakespeare, davanti ad un'ora d'amore, ad un bacio di due cognati

adulteri e incestuosi, sentirà il bisogno di dirvelo, questo bacio:

Dante sosta. Prendete d'Annunzio e troverete la compiacenza

perfettamente contraria. Egli deve parlarvi di un bambino che muore?

Ebbene: si ferma ad enumerare le piaghe, le rughe, a descrivere gli

occhi, la bava: c'è in lui un grande dilettante estetico, un sensibile

dell'immagine, e questo piacere rallenta l'ispirazione poetica, ma è

la grandezza come la condanna del suo spirito.

Orbene: se vi leggessi non le venti righe apparentemente oscene, con

le quali si domanda la condanna di Marinetti, ma le duecento, trecento

e più pagine con cui si può, si deve assolutamente domandare

l'assoluzione, voi sentireste come questo piacere della complicazione,

dell'insistenza, questo piacere, come lo aveva un altro, Alfonso

Daudet, che guardava tutto da vicino, come lo ha un altro, Giovanni

Pascoli, che sente il giardino, il fiorellino, il canterino, il

rosmarino, il frin-frino, finchè si fa cogliere dal _Guerin

Meschino_... ebbene: se vi dicessi tutto questo, voi sentireste che

non è la compiacenza isolata, non è il vizio, non è il desiderio di

complicare l'immagine lussuriosa proprio quando si capita all'immagine

lussuriosa, ma è l'evidenza pittorica, è la complicazione dello

spirito, è il delirio ispirato, è la sua natura d'artista. Condannate

un uomo, ammazzatelo, fate quello che vi piace, tornate alla pena di

morte, ma non è lecito diminuirlo: è lecito uccidere ma non diffamare,

neppure sotto la toga del magistrato. (_Bene!_).

E allora dovrei leggere dell'altro. Ma lei, Pubblico Ministero, vive a

Milano. Ma insomma, lei dice, questo libro offende la morale corrente.

Ma essa corre tanto, che non so dove sia; io non l'ho mai raggiunta.

Ma se a porte chiuse lei, che è una simpatica e degna persona, in un

certo momento ha sentito il bisogno di fare omaggio alla morale

corrente raccontandoci l'episodio di quel professore, che domandava se

un certo gesto era riflesso o volontario!...

Era necessario? Aveva bisogno di dirlo?

Lei stesso ci ha detto che le domestiche non sono facili. Ma l'abbiamo

sulle labbra, nelle mani, negli occhi, l'istinto. Ma come: l'Italia ha

una morale corrente che lei ha acchiappato? Ha una morale di castità?

Ma lei li conosce, i casti in Italia? I vecchi, si sa, sono onesti, e

io ho un grande rispetto per gli uomini di settant'anni, quando non

vogliono ammazzare i giovani di trenta. Ma la morale corrente in che

modo si offende? Io dovrei leggere, ma richiamo il Tribunale alle

pagine 216, 170, 288, 228, 271... Lo richiamo al grande dolore

dell'eroe Mafarka quando è ferito presso di lui il fratello Magamal:

il fratello che ama il fratello. Ma ad ogni modo potrebbe essere la

morale corrente (mettiti adagio chè ti voglio raggiungere), perchè non

c'è fratello che non odî il fratello, come giornalista che non odî il

giornalista, come avvocato che non odî l'avvocato.

Il processo e l'assoluzione di "Mafarka il Futurista" · 第 1 / 7 段