famiglia; un caso che, data la sua influenza diretta sul benessere
umano, è più importante di tutti gli altri presi insieme. Non
c'è bisogno d'insistere qui sul potere quasi dispotico dei mariti
sulle mogli, poichè per distruggere dalla radice questo male non
occorrerebbe altro se non accordare alle donne gli stessi diritti e
la stessa protezione da parte della legge, che si accorda a qualunque
altra persona, e poi perchè, in questo argomento, i difensori
dell'ingiustizia regnante non si servono della scusa della libertà,
ma si presentano, senza ambagi, come i campioni del potere. Ma è nel
caso dei figli che certi concetti di libertà applicati a sproposito
sono un ostacolo reale a che lo Stato adempia a' suoi doveri. Si
direbbe quasi che i figli di un uomo sieno letteralmente (e non per
metafora) parte di lui stesso, tanto l'opinione è gelosa del minimo
intervento della legge tra i ragazzi e l'autorità esclusiva ed assoluta
dei genitori. Gli uomini la vedono più di mal occhio della maggior
parte delle violazioni della loro propria libertà d'azione: tanto essi
danno generalmente più valore al potere che alla libertà. Vedete, per
esempio, che cosa accade per l'educazione. Non è, si può dire, evidente
che lo Stato dovrebbe esigere da tutti i cittadini, ed anche imporre
loro, una certa educazione?
Non di meno tutti temono di riconoscere e di proclamare questa verità.
A dire il vero, nessuno la nega: è uno dei più sacri doveri dei parenti
(o, secondo la legge e l'uso attuale, del padre), dopo aver messo
al mondo un essere umano, allevarlo in modo che esso sia capace di
adempiere a tutti i suoi obblighi e verso gli altri e verso sè stesso;
ma mentre tutti quanti riconoscono che tale è il dovere del padre,
nessuno in Inghilterra si adatterebbe all'idea che altri l'obbligasse
a compierlo. In luogo d'esigere che un uomo faccia qualche sforzo o
qualche sacrificio per assicurare a suo figlio un'educazione, lo si
lascia libero di accettare o di rifiutare questa educazione quando glie
la si procura gratis. Non è ancora riconosciuto che mettere al mondo un
ragazzo, quando non si abbia la fondata certezza di potere non soltanto
nutrirlo, ma anche istruirlo e formare il suo carattere, è un delitto
morale verso la società e verso gl'infelici rampolli, e che, se il
genitore non adempie a quest'obbligo, lo Stato dovrebbe vegliare per
farlo adempiere possibilmente a spese di lui.
Se l'obbligo d'imporre l'educazione universale fosse una buona volta
ammesso, si porrebbe fine alle difficoltà su ciò che lo Stato debba
insegnare e sul modo con cui debba insegnare; difficoltà che, per ora,
fanno dell'argomento un vero campo di battaglia pei partiti e per le
sette. Si perde così, a discutere sull'educazione, del tempo e della
fatica che andrebbero meglio impiegate a dare l'educazione stessa.
Se il governo si decidesse ad esigere per tutti i ragazzi una buona
educazione, si risparmierebbe l'incomodo di fornirne ad essi; potrebbe
lasciar liberi i parenti di fare allevare i figli dove e come loro
piacesse, e, secondo i bisogni di ciascuno, sia ajutare a pagare, sia
anche pagare interamente le spese. Le obbiezioni che si oppongono
giustamente all'educazione di Stato non sono già mosse al fatto
che lo Stato impone l'educazione, ma al fatto che esso s'incarica
di dirigerla: due cose affatto diverse. Io, più di chicchessia, mi
opporrei a che tutta la maggior parte dell'educazione di un popolo
fosse affidata allo Stato; tutto quel che si è detto sull'importanza
dell'individualità di carattere e della diversità di opinioni e
di tenor di vita implica una eguale importanza della diversità di
educazione.
Un'educazione generale fornita dallo Stato non è altro che un
meccanismo combinato per gettar tutti gli uomini nel medesimo
stampo; e poichè lo stampo in cui si gittano è quello che piace
al poter dominante (sia poi esso un monarca, un'aristocrazia, una
teocrazia o la maggioranza della generazione esistente) quanto più
questa autorità è efficace e potente, tanto più essa stabilisce
sullo spirito un dispotismo che tende naturalmente ad estendersi sul
corpo. Un'educazione stabilita e sorvegliata dallo Stato non dovrebbe
esistere, se non come esperimento, circondata da concorrenze e fatta
al solo scopo di stimolarle e di mantenerle a un certo grado di
perfezione; salvo quando la società in generale è così arretrata che
non potrebbe o anche non vorrebbe procurarsi dei mezzi convenienti
d'educazione: in tali casi, dovendo l'autorità pubblica scegliere
tra due mali, può provvedere alle scuole ed alle università, allo
stesso modo che essa può supplire le compagnie per azioni in un paese
dove l'iniziativa privata non esiste in forma tale da permetterle
d'intraprendere grandi opere industriali. Ma, in generale, se il paese
racchiude un numero sufficiente di persone capaci di dar l'educazione
sotto gli auspicî del governo, queste stesse persone potrebbero
e vorrebbero dare una educazione ugualmente buona sulla base del
principio volontario, se ad esse fosse assicurato un compenso stabilito
da una legge che rendesse obbligatoria l'educazione e garantisse
l'assistenza dello Stato agli incapaci di pagarsela.
Il solo modo di eseguir la legge sarebbe esaminare pubblicamente tutti
i ragazzi, dalla più tenera età in poi. Si potrebbe fissare un'età in
cui ogni ragazzo o ragazza sarebbe esaminato per verificare se sappia
leggere: e quando se ne mostrasse incapace, il padre, a meno che avesse
motivi sufficienti di scusa, potrebbe esser sottoposto ad una ammenda
moderata che, al bisogno, dovrebbe guadagnarsi col suo lavoro; e il
ragazzo potrebbe esser messo a scuola a sue spese.
Una volta l'anno, si potrebbe rinnovare la prova, ed estendere
gradatamente il soggetto, per rendere virtualmente obbligatoria e
conservare la conoscenza universale di un certo _minimum_ di scienza
generale. Oltre questo _minimum_, vi sarebbero degli esami volontari su
qualunque specie di soggetto, in seguito ai quali coloro che fossero
giunti a un certo progresso avrebbero diritto ad un certificato.
Per impedire allo Stato di esercitare con questi mezzi una influenza
dannosa sull'opinione, la scienza da esigersi (oltre le parti puramente
elementari del sapere, come le lingue e il loro uso) per superare un
esame anche di ordine elevatissimo dovrebbe consistere esclusivamente
in fatti ed in scienze positive. Gli esami sulla religione, la politica
o qualunque altro argomento di discussione non riguarderebbero la
verità o la falsità delle opinioni, ma il fatto che la tale opinione o
tal altra è professata per le tali ragioni, dai tali autori, o dalle
tali scuole o dalle tali chiese. Con questo sistema, la generazione
nascente non sarebbe peggio fornita, quanto alle verità discusse, di
quello che non sia oggi; si farebbe degli uomini quello che sono ora,
dei seguaci della religion dominante o dei dissidenti; soltanto lo
Stato prenderebbe cura che nell'un caso o nell'altro fossero istruiti.
Non vi sarebbe ostacolo a che si insegnasse ad essi la religione,
quando i genitori lo chiedessero, nella scuola dove loro s'insegna
tutto il resto.
Tutti gli sforzi dello Stato per influire sul giudizio dei cittadini
a proposito di soggetti discussi sono dannosi; ma lo Stato può
perfettamente offrirsi di assicurare e certificare che una persona
possiede le cognizioni necessarie per rendere degna d'attenzione la
opinione propria su un dato soggetto.
Sarebbe tanto di guadagnato per uno studente di filosofia di poter
sottoporsi ad un esame su Locke e su Kant — non importa quale dei due
egli adotti, e quando anche non dovesse adottare nè l'uno nè l'altro; e
non ci sono ragionevoli obbiezioni ad esaminare un ateo sulle prove del
cristianesimo, purchè esso non sia obbligato a farne una professione di
fede.
Tuttavia gli esami sui rami più elevati del sapere dovrebbero, a
mio avviso, essere affatto facoltativi; sarebbe accordare un troppo
pericoloso potere ai governi il permettere loro di chiudere il varco
a qualche carriera, anche dell'insegnamento, sotto il pretesto che non
si possiedono in un grado sufficiente le qualità richieste; ed io penso
con Guglielmo di Humboldt che i gradi o gli altri certificati pubblici
di cognizioni scientifiche o professionali dovrebbero essere accordati
a tutti quelli che si presentano all'esame e che lo sostengono con buon
esito, ma che tali certificati non dovrebbero dare altro vantaggio sui
rivali oltre al valore che loro attribuisce l'opinione del pubblico.
Si vede qui un caso in cui, per un mal inteso concetto di libertà,
non si riconoscono punto degli obblighi morali e non s'impongono
punto degli obblighi legali, mentre e gli uni e gli altri sarebbero
estremamente necessarî; ma questo caso non è isolato.
Il fatto stesso di dar l'esistenza ad un essere umano è una delle
azioni nel corso della vita che portano con sè la più grande
responsabilità.
Prendersi questa responsabilità di dare una vita che può essere
fonte di dolore o di gioja è un delitto verso l'essere a cui la
si dà quando non vi siano per lui le ordinarie probabilità di una
esistenza desiderabile. E in un paese troppo popolato o che minaccia di
diventarlo, mettere al mondo più di un piccolo numero di figli, cioè
ridurre con la concorrenza il valore del lavoro, è una seria colpa a
danno di tutti quelli che vivono di lavoro. Le leggi che, in un gran
numero di paesi del continente, proibiscono il matrimonio, a meno che
le parti non provino di poter mantenere una famiglia, non oltrepassano
i confini dei poteri legittimi dello Stato; e, siano esse utili o
no (cosa che specialmente dipende dalle circostanze e dai sentimenti
locali) non si può rimproverar loro di essere violazioni di libertà.
Con tali leggi, lo Stato interviene per impedire un atto funesto,
un atto dannoso agli altri e che dovrebbe essere l'oggetto della
riprovazione e dell'ignominia sociale, anche quando non si credesse
conveniente di aggiungervi i castighi legali. Non di meno, le idee di
libertà generalmente ammesse, che tanto facilmente si prestano a reali
violazioni della libertà dell'individuo per cose concernenti lui solo,
respingerebbero ogni tentativo fatto per frenare le sue inclinazioni,
quando, soddisfacendole, egli condanna uno o più esseri ad una vita
di miseria e di depravazione che eserciterà più d'una trista reazione
sull'ambiente. Quando si paragona lo strano rispetto della specie umana
per la libertà colla sua strana mancanza di rispetto per la libertà
stessa, si potrebbe pensare che un uomo abbia il diritto indispensabile
di nuocere agli altri e non il diritto di fare ciò che gli piace e che
non nuoce ad alcuno.
Io ho riservato per la fine tutta una serie di questioni sui limiti
dell'intervento del governo, le quali, sebbene si avvicinino assai al
soggetto di questo saggio, pure, a tutto rigore, non ne fanno parte.
Ci sono dei casi in cui le ragioni contro questo intervento non
discendono dal principio di libertà; la questione non è più di
sapere se bisogni frenare le azioni degli individui, ma se convenga
ajutarle: ci si chiede se il governo debba fare o ajutarli a fare
qualcosa pel loro bene, in luogo di lasciare che essi facciano questo
individualmente o per mezzo di associazione volontaria.
Le obbiezioni fatte all'intervento del governo, quando esso non
implichi una violazione di libertà, possono essere di tre sorta.
Si può dire anzitutto che la cosa da farsi sarà probabilmente fatta
meglio dagli individui che dal governo. Parlando in generale, non v'è
nessuno più capace di condurre un negozio, o di decidere come e da
chi esso debba esser condotto — di coloro che vi hanno un interesse
personale. Questo principio condanna un intervento, in altri tempi
così comune, della legislazione o dei funzionari del governo nelle
operazioni ordinarie della industria. Ma questa parte del soggetto è
stata sufficientemente sviluppata in opere di economia politica e non
ha speciali relazioni coi principî del nostro saggio.
La seconda obbiezione ha maggiori attinenze col nostro soggetto. In un
gran numero di casi, sebbene la media degli individui non possa fare
una data cosa altrettanto bene che i funzionarî governativi, è non di
meno desiderabile che questa cosa sia eseguita dagl'individui piuttosto
che dal governo. È un mezzo di fare la loro educazione individuale,
di rafforzare le loro facoltà attive, di fornir loro una famigliarità
coi soggetti che loro così si lasciano discutere; e la principale se
non l'unica raccomandazione del giurì (pei casi non politici) delle
instituzioni municipali e locali libere e popolari, della direzione
delle instituzioni industriali e filantropiche da parte di associazioni
volontarie. Queste non sono questioni di libertà e non toccano tale
argomento che da lontano; sono questioni di sviluppo. Non tocca a
noi d'insistere ora sull'utilità di tutte queste cose come parte
dell'educazione nazionale; ma esse in realtà formano l'educazione
particolare d'un cittadino, la parte pratica dell'educazione politica
di un popolo libero. Esse fanno uscir l'uomo dalla ristretta cerchia
in cui lo racchiude il suo egoismo, tutt'al più allargato ai suoi; esse
lo avvezzano a comprendere degl'interessi collettivi, a trattare degli
affari collettivi, ad agire per motivi pubblici o quasi pubblici ed a
lasciarsi guidare nella propria condotta da ragioni che lo avvicinano
agli altri in luogo di isolarlo.
Senza questi costumi e queste facoltà non si può nè stabilire nè
conservare una libera costituzione, come ci prova troppo spesso la
natura transitoria della libertà politica nei paesi dove essa non
riposa su di una base sufficiente di libertà locali. La direzione
degli affari puramente locali da parte delle località, e la direzione
delle grandi imprese industriali da parte della riunione di quelli che
volontariamente ne forniscono i fondi si raccomandano inoltre per tutti
i vantaggi che noi abbiamo additato come inerenti alla individualità di
sviluppo e alla diversità di modo d'agire. Le operazioni del governo
tendono dappertutto ad essere le stesse; all'incontro, grazie alle
associazioni individuali e spontanee, si fa una immensa e costante
varietà di esperienze. Lo Stato può poi essere utile come depositario
centrale e distributore attivo dell'esperienza che risulta da numerose
prove; il suo incarico è far sì che ogni esperimentatore profitti delle
prove altrui, in luogo di non voler vedere che le sue proprie.
L'ultima e più potente ragione per restringere l'intervento del
governo, è il male gravissimo che deriva dall'aumentare senza necessità
il suo potere. Ogni funzione aggiunta a quelle che già il governo
esercita, diffonde viepiù la sua influenza sui timori e sulle speranze
dei cittadini, e trasforma a mano a mano la parte attiva ed ambiziosa
del pubblico in parte dipendente dal governo o di qualche partito
che aspira a divenir tale. Se le strade, le ferrovie, le banche,
le compagnie di assicurazioni, le grandi compagnie per azioni, le
università e gl'instituti di beneficenza fossero altrettante branche
del governo; se, oltre a ciò, i consigli municipali e locali, con
tutte le loro attribuzioni, divenissero altrettanti dipartimenti
dell'amministrazione centrale; se gli impiegati di tutte queste imprese
diverse fossero nominati e pagati dal governo, e non attendessero
che da questo le loro promozioni — tutta la libertà della stampa e di
una costituzione popolare del potere legislativo, non impedirebbero
all'Inghilterra o a qualunque altro paese di esser libero soltanto di
nome.
E quanto più il meccanismo amministrativo fosse costrutto in modo
efficace e sapiente, quanto più gli accorgimenti per procurarsi le
mani e le intelligenze più atte a farlo funzionare fossero ingegnosi...
tanto più grave sarebbe il male.
In Inghilterra, è stato ultimamente proposto di scegliere tutti i
membri del servizio civile del governo dopo un concorso, allo scopo
di avere come impiegati le persone più intelligenti e colte che fosse
possibile: e molto si è detto e molto si è scritto pro e contro questa
proposta. Uno degli argomenti su cui gli avversarî di essa hanno
più insistito è che la condizione d'impiegato a vita dello Stato
non offre una prospettiva bastevole di stipendî o d'importanza per
attirare gl'ingegni più elevati, che troveranno sempre da far meglio
il loro cammino, sia nelle professioni liberali, sia al servizio
delle compagnie o degli altri enti pubblici. Non ci saremmo sorpresi
se questo argomento venisse dai partigiani della proposta come
risposta alla sua principale difficoltà; è abbastanza strano invece
che essa venga dagli avversarî: quella che si pone innanzi come una
obbiezione è invece la valvola di sicurezza del sistema in questione.
In realtà, se il governo potesse attirare al suo servizio tutti gli
ingegni elevati del paese, una proposta tendente a raggiungere questo
scopo potrebbe inspirare dell'inquietudine; se tutto il lavoro di una
società che esige un'organizzazione prestabilita, delle vedute larghe
e comprensive, fosse nelle mani dello Stato e tutti gli impieghi
del governo fossero occupati dagli uomini più capaci — tutta la
coltura, l'intelligenza esercitata del paese (salvo la parte puramente
speculativa) sarebbe concentrata in una burocrazia numerosa; da questa
burocrazia il resto della comunità attenderebbe tutto, l'impulso e la
direzione per le masse, il miglioramento personale per gli intelligenti
e per gli ambiziosi: essere ammessi nelle file di questa burocrazia,
e, una volta ammessi, crescervi di grado, sarebbero i soli obbietti
d'ambizione.
Sotto questo regime, non soltanto il pubblico non è capace di criticare
o di controllare l'azione della burocrazia, ma anche se i casi fortuiti
delle instituzioni dispotiche o il cammino naturale delle popolari
daranno al paese un capo o dei capi amici di riforme, non se ne potrà
effettuare alcuna che sia contraria agl'interessi della burocrazia.
Tale è la triste condizione dell'impero russo, come ci attestano i
racconti di quelli che l'hanno potuto osservare. Lo czar stesso è
impotente contro il corpo burocratico; egli può mandare in Siberia
ciascuno dei suoi membri, ma non governare senza di essi e contro la
loro volontà; essi possono mettere un tacito _veto_ su tutti i suoi
decreti, col semplice astenersi dall'eseguirli.
Nei paesi di civiltà più avanzata e di spirito più rivoluzionario,
il pubblico, avvezzo ad attendere che lo Stato faccia tutto per lui
o almeno a non far nulla da sè senza che lo Stato glie ne abbia non
soltanto accordato il permesso, ma anche indicato il modo, il pubblico,
diciamo, tiene naturalmente lo Stato responsabile di ciò che gli accade
di molesto, e se la sua pazienza un bel giorno si stanca, esso si
solleva contro il governo e fa ciò che si chiama una rivoluzione: dopo
di che qualcuno, con o senza il consenso della nazione, s'impadronisce
del trono, dà i suoi ordini alla burocrazia e tutto procede press'a
poco come prima, dappoichè la burocrazia non è mutata e nessuno è
capace di occuparne il posto.
Ben altro è lo spettacolo presso un popolo avvezzo a condurre da
sè i suoi affari. In Francia, avendo una gran parte della nazione
servito nell'esercito, dove molti hanno raggiunto almeno il grado di
sott'ufficiale, si trovano in tutte le insurrezioni popolari molte
persone capaci di assumere il comando e d'improvvisare qualche piano
d'azione non del tutto cattivo. Gli Americani sono, per gli affari
civili, quello che i Francesi pei militari: togliete loro il governo e
ogni congregazione d'America ve ne saprà organizzare uno immantinente,
e condurrà con un grado sufficiente d'intelligenza, di ordine,
d'energia un qualunque pubblico negozio. Così dovrebbe essere qualunque
popolo libero; un popolo capace di tanto è sicuro di conservare
la propria libertà: egli non si asservirà mai ad alcun uomo o ad
alcun corpo sociale, perchè questi soli siano capaci di tenere o di
maneggiare le redini dell'amministrazione centrale: nessuna burocrazia
può sperar di costringere un tal popolo a fare o a subire ciò che non
gli piace. Ma là dove la burocrazia fa tutto, nulla può esser fatto
di ciò a cui essa è realmente ostile; la costituzione di simili paesi
è un'organizzazione dell'esperienza e della pratica abilità della
nazione in un corpo disciplinato, destinato a governare il resto della
nazione; e quanto più questa organizzazione è perfetta in sè stessa,
tanto meglio essa riesce ad attirare a sè ed a plasmare a sua imagine
gl'ingegni della comunità, tanto più completo è l'asservimento di
tutti, compresi i membri della burocrazia; poichè i governanti sono
schiavi della loro organizzazione e della loro disciplina così come
i governati sono schiavi di essi. Un mandarino cinese è strumento e
schiavo del dispotismo quanto l'infimo dei coltivatori; un gesuita è,
in tutta la estensione della parola, lo schiavo del suo ordine, sebbene
l'ordine stesso esista a causa del potere collettivo e della importanza
dei suoi membri.
Non bisogna dimenticare poi che l'assorbimento di tutti gl'ingegni
elevati del paese da parte del corpo che governa è, tosto o tardi,
fatale all'attività e al progresso intellettuale di questo corpo
stesso. Legato in tutte le sue parti, seguendo un sistema che, come
tutti gli altri sistemi, procede quasi sempre dietro regole fisse,
il corpo ufficiale è costantemente tentato di addormentarsi in una
indolente _routine_; oppure, se esso esce talvolta da questo eterno
circolo, si appassionerà per qualche idea appena sbozzata che sarà
andata a genio di qualche membro importante del corpo; e perchè queste
tendenze che si toccano da vicino (sebbene sembrino opposte) possano
essere tenute in iscacco, perchè tutti gli ingegni che il corpo
racchiude si mantengano ad una certa altezza, bisogna che questo corpo
sia esposto ad una critica vigile, acuta e che venga da fuori. Perciò
è indispensabile che si possano formare degl'ingegni all'infuori dello
Stato colle occasioni e l'esperienza necessaria per giudicar sanamente
i grandi affari pratici. Se noi vogliamo possedere in perpetuo un corpo
di funzionarî abili, capace di rendere dei buoni servigi e inoltre
tutto un corpo che sappia creare il progresso o disporsi ad adottarlo,
se non vogliamo che la nostra burocrazia degeneri in _pedantocrazia_,
occorre che questo corpo non assorba tutte le occupazioni che formano e
coltivano le facoltà necessarie pel governo dell'umanità.
Dire dove comincino questi mali così terribili per la libertà e pel
progresso umano, o piuttosto dire dove essi comincino a superare il
bene che si può attendere dalle forze libere della società sotto i
loro capi riconosciuti — assicurare i vantaggi dell'accentramento
politico ed intellettuale fin che si può, senza attirare nelle vie
ufficiali una troppo gran parte dell'attività generale — è una delle
questioni più difficili e complicate nell'arte di governo; è una
questione sopratutto di particolari, dove non si possono dare delle
regole assolute e dove bisogna tener conto delle più numerose e varie
considerazioni, ma io credo che dal punto di vista pratico il principio
della salute, l'ideale da non perdersi di vista, il criterio secondo
il quale si debbono giudicare tutti i mutamenti proposti per vincere
la difficoltà, si possa esprimere così: la più gran disseminazione di
poteri, compatibile coll'azione utile del potere stesso; il massimo
accentramento possibile d'informazioni, diffuso poi il più che si può
dal centro alla periferia.