Stati della Nuova Inghilterra, una divisione accuratissima tra i
diversi funzionarî, scelti per le località, di tutti gli affari che
non è più conveniente di lasciar nelle mani delle persone interessate;
ma oltre a questo dovrebbe esserci in ciascuna divisione degli affari
locali una soprintendenza centrale, una diramazione del governo
generale. L'organo di questa soprintendenza concentrerebbe come in
un faro tutta la varietà d'_informazioni_ e d'esperienza tratta e
dalla direzione di questo ramo de' pubblici affari in tutti i luoghi,
e da ciò che accade di analogo nei paesi stranieri e dai principî
generali della scienza politica: ad esso dovrebbe spettare il diritto
di sapere tutto quello che si fa; suo speciale ufficio sarebbe rendere
utile dappertutto l'esperienza acquistata in un luogo. Essendo questo
organo al di sopra delle ristrette vedute e dei meschini pregiudizî di
una località, per la sua posizione elevata e l'estensione della sua
sfera di osservazione, il suo parere avrebbe naturalmente una grande
autorità; ma il suo massimo potere dovrebbe, secondo me, limitarsi ad
obbligare i funzionarî locali a seguire le leggi stabilite dal loro
speciale governo. Per tutto ciò che non è previsto da regole generali,
questi funzionarî dovrebbero essere abbandonati al loro giudizio
colla sanzione della responsabilità davanti ai loro mandanti. Della
violazione delle regole essi sarebbero responsabili davanti alla legge,
e le regole stesse sarebbero stabilite dall'assemblea legislativa:
l'autorità centrale amministrativa non farebbe che vegliare alla
loro esecuzione; e, se la esecuzione non fosse ciò che dev'essere,
l'autorità se ne appellerebbe, secondo i casi, o al tribunale per
imporre la legge, o ai corpi elettorali per deporre i funzionarî
che non l'avessero eseguita secondo il suo spirito. Tale è, nel suo
complesso, la sorveglianza centrale che l'_Ufficio della legge dei
poveri_ è destinato ad esercitare sugli amministratori della tassa dei
poveri in tutti i paesi.
Per quante usurpazioni di potere abbia commesso questo ufficio,
ciò era giusto e necessario in tal caso particolare, per tagliar
dalle radici degli abusi inveterati in materie che interessano
profondamente non solo le località varie, ma tutta la comunità.
In fatto, nessun paese ha moralmente il diritto di trasformarsi
per la sua cattiva amministrazione in un semenzajo di miserie, che
si diffondono necessariamente in altre località e peggiorano la
condizione morale e fisica di tutta la comunità operaja. I poteri di
coazione amministrativa e di legislazione subordinata che l'ufficio
della legge dei poveri possiede (ma che esercita assai debolmente a
cagione delle idee dominanti a questo proposito) sebbene perfettamente
giusti in un caso d'interesse nazionale di prim'ordine, sarebbero del
tutto fuor di posto se si trattasse della sorveglianza d'interessi
puramente locali. Ma un organo centrale d'informazioni e di istruzioni
per tutte le località sarebbe ugualmente prezioso in tutti i rami
dell'amministrazione.
Non sarà mai eccessiva per un governo questa attività che non arresta,
ma ajuta e stimola i moti e gli sviluppi individuali. Il male comincia
quando, invece di risvegliare l'attività e le forze degl'individui e
degli enti collettivi, il governo sostituisce alla loro la sua propria
attività; quando, invece d'istruirli, di consigliarli e all'occasione
di denunciarli ai tribunali, li sottomette, incatena il loro lavoro, o
li fa sparire, compiendo, al loro posto, l'ufficio ad essi spettante.
Il valore d'uno Stato, in fin dei conti, è il valore degl'individui
che lo compongono; e uno Stato che preferisce all'espansione e
all'elevazione intellettuale degli individui, una larva di abilità
amministrativa nelle particolarità degli affari; uno Stato che
impicciolisce gli uomini, affinchè essi possano essere nelle sue mani
docili strumenti dei suoi disegni (anche benefici), s'accorgerà che
grandi cose non si fanno con uomini piccoli, e che la perfezione del
meccanismo a cui esso tutto ha sacrificato finirà col non essergli
buona a nulla, per la mancanza della vitalità ch'egli ha voluto
allontanare per render più facile il funzionamento della macchina.
FINE DEL CAPITOLO QUINTO E DELL'OPERA
INDICE
GIOVANNI STUART MILL Pag. 3
Capitolo I. — Introduzione » 7
» II. — La libertà di pensiero e di discussione » 21
» III. — L'individualità come elemento di
benessere » 57
» IV. — Dei limiti al potere della società
sull'individuo » 77
» V. — Applicazioni » 95
NOTE:
[1] Queste parole erano appena scritte, quando, quasi per dar loro una
solenne smentita, sopravvennero le persecuzioni del governo contro la
stampa, nel 1858. Questo sconsigliato intervento nella libertà della
pubblica discussione non mi ha indotto a mutare una sola parola del
testo; e non ha punto affievolito la mia convinzione che — salvo nei
momenti di panico — l'epoca delle penalità per le discussioni politiche
era passata nel nostro paese. Infatti, anzitutto non si perseverò nelle
persecuzioni; e inoltre non si trattò mai di persecuzioni politiche,
nello stretto senso della parola: l'offesa rimproverata non era di aver
criticato le instituzioni, o gli atti, o le persone dei governanti: ma
bensì d'aver propagato una dottrina ritenuta immorale, la legittimità
del tirannicidio.
[2] Tommaso Pooltey, assise di Bodmin, 31 luglio 1857 nel seguente mese
di dicembre, ottenne la grazia sovrana.
[3] Giorgio Giacobbe Holyake, 17 agosto 1857; Edoardo Truelowe, luglio
1857.
[4] Barone di Gleichem, corte di polizia di Marlborough Street, 4
agosto 1857.
[5] Tutta la passione di persecuzione che si è mescolata, durante la
rivolta degli Indiani, al generale dispiegarsi delle parti più cattive
del nostro carattere nazionale, ci offre qui un grande insegnamento. I
furori dei fanatici e dei ciarlatani del pergamo non sono, forse, degni
di nota; ma i capi del partito evangelico hanno enunciato come loro
principio di governo per gli Indiani e per i Maomettani che nessuna
scuola in cui la Bibbia non sia insegnata deve essere sovvenzionata
dallo stato, e che nessun impiego pubblico deve essere accordato a chi
non è cristiano o non si dà per tale.
Un sotto-segretario di stato, in un discorso diretto ai suoi elettori,
il 22 novembre 1857, si esprimeva, stando ai resoconti, così: «Il
governo inglese, tollerando la loro fede (la fede di 100 milioni di
sudditi britannici), la superstizione ch'essi chiamano religione,
non ha ottenuto altro risultato che di ritardare la supremazia
crescente del nome inglese, e d'impedire la salutare diffusione del
cristianesimo.» La tolleranza è stata la pietra angolare delle libertà
del nostro paese: ma non bisogna ingannarsi su questa preziosa parola.
Nel modo con cui l'intendeva il sotto-segretario di stato, significava
la completa libertà per tutti, l'affrancamento del culto — _fra i
cristiani, che hanno un culto fondato sulle stesse basi_; significava
la tolleranza di tutte le diverse sette di cristiani che _credono però
in un solo mediatore_. Io desidero richiamare l'attenzione su questo
fatto, che un uomo stimato degno di occupare un impiego elevato nel
governo del nostro paese, sotto un ministero liberale, afferma questa
dottrina: che non si ha diritto alla tolleranza quando non si crede
alla divinità di Cristo.
Dopo lo sciocco discorso che abbiamo testè riportato, chi può credere
ancora che le persecuzioni religiose siano per sempre finite?
[6] _Della sfera e dei doveri del Governo_, di Guglielmo Humboldt.
[7] Saggio di Sterling.
[8] Vi è qualcosa di doloroso e di spregevole nel genere
di testimonianza sulla quale si può ai dì nostri dichiarare
giudiziariamente un uomo incapace di condurre i suoi affari e, dopo
la sua morte, tener per non avvenuta la disposizione ch'egli ha fatto
dei suoi beni, se vi si trova di che pagare le spese del processo, che
son prelevate sui beni stessi. Si fruga in tutti i minuti particolari
della sua vita quotidiana; e quello che i più poveri fra i poveri
di spirito vi scoprono, colle loro facoltà percettive e descrittive,
che non sia assolutamente comune, è portato avanti al giurì come una
prova di follia, e sovente con buon esito. I giurati sono appena meno
ignoranti dei testimoni, mentre i giudici, nulla sapendo della natura
e della vita umana — cosa che si nota con sorpresa ogni giorno presso
l'uomo di legge inglese — contribuiscono spesso ad indurli in errore.
Questi processi valgono dei volumi, come indizio del sentimento e
dell'opinione volgare sulla libertà umana. Lungi dall'attribuire
alcun valore all'individualità, lungi dal rispettare i diritti di
ogni individuo ad agire nelle cose indifferenti come il suo giudizio
e le sue tendenze lo guidano, giudici e giurati non riescono neppure
a concepire che una persona sana di mente possa desiderare una tale
libertà. In altri tempi, quando si proponeva di bruciare degli atei,
caritatevoli persone suggerivano volentieri che sarebbe stato meglio
di metterle in un manicomio. Nulla vi sarebbe da meravigliarsi
se lo stesso si facesse oggi; e se quelli che lo facessero si
congratulassero secostessi di avere adottato una maniera così umana e
cristiana di trattare questi sfortunati in luogo di perseguitarli per
causa religiosa, non senza, nel medesimo tempo, provare una segreta
soddisfazione per aver loro procurato una sorte corrispondente ai loro
meriti.
[9] Il caso dei Parsi di Bombay è un curioso esempio di questo fatto.
Quando questa tribù industriosa e intraprendente, che discendeva
dai Persiani, adoratori del fuoco, abbandonando il proprio paese
all'invasione musulmana, arrivò nell'ovest dell'India, vi fu tollerata
dai principi indiani a patto di non mangiare carne di bue. Quando,
in seguito, queste regioni caddero sotto il dominio dei conquistatori
maomettani, i Parsi ottennero che la tolleranza continuasse a patto di
astenersi dalla carne di majale. Ciò che in origine era sommessione
divenne una seconda natura; e i Parsi non mangiano, neppur oggi, nè
carne di bue, nè carne di majale. Sebbene la loro religione non lo
esiga, la doppia astinenza ha avuto il tempo di entrare nei costumi
della loro tribù, e in Oriente il costume è una religione.
[10] Il Maine è un paese del nord-est degli Stati Uniti, in cui vigeva
una legge del 1851, notissima, che proibiva la vendita dei liquori
fermentati. (_Il Trad._)
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
senza annotazione minimi errori tipografici.