humboldtiana, che dà tanto valore all'individualità, la questione non
è dopo tutto — ci si pensi bene — che una questione di più o di meno.
Nessuno suppone che la perfezione della natura umana sia di copiarsi
esattamente gli uni gli altri; nessuno afferma che il giudizio o il
carattere particolare di un uomo non debba entrar per nulla nella sua
maniera di vivere e di curare i suoi interessi. E d'altra parte sarebbe
assurdo pretendere che gli uomini dovessero vivere come se nulla fosse
stato al mondo prima della loro venuta, come se l'esperienza non avesse
ancora in nessun caso mostrato che un certo modo di comportarsi è
preferibile a un certo altro; nessuno contesta che si debba elevare
ed istruire la gioventù in modo da farla approfittare dei risultati
ottenuti dall'umana esperienza. Ma è privilegio e condizione propria
di un essere umano arrivato alla piena maturanza delle sue facoltà
il servirsi dell'esperienza e l'interpretarla a suo modo; tocca a lui
scoprire che cosa vi sia, nell'esperienza accumulata, di applicabile
alla sua condizione e al suo carattere. Le tradizioni e i costumi degli
altri individui sono, fino a un certo segno, delle testimonianze di
ciò che l'esperienza ha loro appreso, e questa testimonianza, questa
presunzione deve essere accolta con rispetto dall'adulto che noi
abbiamo supposto: ma, anzitutto, l'esperienza degli altri può essere
troppo limitata, o essi possono averla interpretata male; l'avessero
poi anche rettamente interpretata, la loro interpretazione può
benissimo non esser conveniente ad un individuo in particolare.
I costumi sono fatti pei caratteri e per le condizioni usuali; e il
suo carattere, la sua condizione posson bene non esser fra queste. E
quand'anche i costumi fossero buoni in sè stessi, e potessero convenire
a questo individuo, un uomo che si adatta al costume semplicemente
perchè è il costume non mantiene nè sviluppa in sè alcuna di quelle
qualità che sono l'attributo caratteristico di un essere umano. Le
facoltà umane di percezione, di giudizio, di discernimento, di attività
intellettuale ed anche di preferenza morale, si esercitano soltanto col
fare una scelta; chi agisce sempre in modo da seguire il costume non fa
scelta di sorta, e non impara a discernere o a desiderare il meglio.
La forza intellettuale e la forza morale, precisamente come la forza
muscolare, non fanno dei progressi se non in quanto sono esercitate;
e non si esercitano le proprie facoltà facendo una cosa semplicemente
perchè la fanno gli altri, più di quello che le si esercitino credendo
una cosa unicamente perchè la credono gli altri. Se alcuno adotta
un'opinione senza che i principî di questa opinione gli siano sembrati
concludenti, la sua ragione non ne sarà punto rafforzata, ma piuttosto
indebolita; e se esso commette un'azione i cui motivi determinanti
non sono conformi alle sue opinioni o al suo carattere (sempre dove
non si tratti di affetti nè di diritti altrui) esso riuscirà solamente
a snervare il suo carattere e le sue opinioni, che dovrebbero essere
attivi ed energici.
L'uomo il quale permette che il mondo, o almeno il suo mondo, scelga
anche per suo conto personale il modo di vivere non ha da invidiare
alle scimie se non la facoltà d'imitazione: l'uomo che sceglie egli
stesso la sua maniera di vivere fa uso di tutte le sue facoltà. Egli
deve usare l'osservazione per vedere, il ragionamento e il giudizio
per prevedere, l'attività per raccogliere i materiali necessarî alla
decisione, il discernimento per decidere; e, quando abbia deciso, la
fermezza e la padronanza di sè stesso per attenersi alla deliberazione
presa; — e quanto è maggiore la parte della sua condotta ch'egli
governa secondo il suo giudizio e i suoi sentimenti, tanto più
necessarie gli sono queste diverse qualità.
Egli può, all'occorrenza, esser guidato sul retto cammino e salvato
da qualunque influenza dannosa senza nulla di tutto ciò: ma quale
sarà il valore comparativo di lui come essere umano? Quello che è
veramente importante non è solo ciò che gli uomini fanno, ma altresì
ciò che sono. Fra le opere dell'uomo, cui la vita è legittimamente
chiamata a perfezionare e ad abbellire, la più importante è senza
dubbio l'uomo stesso. Supponendo che fosse possibile fabbricar delle
case, far crescere del grano, dare delle battaglie, giudicare delle
cause, ed anche erigere delle chiese e pronunciar delle preghiere,
meccanicamente, per mezzo di automi di forma umana, si perderebbe
molto ad accettare questi automi in cambio degli uomini e delle donne
che popolano oggidì le parti più civili del globo, benchè essi siano,
fuor d'ogni dubbio, degli esempî ben miseri di ciò che la natura può
produrre e produrrà un giorno. La natura umana non è una macchina che
si possa costruire secondo un modello per fare esattamente un'opera
designata, ma bensì è un albero che vuol crescere e svilupparsi da
tutti i lati seguendo la tendenza delle forze intime che fanno di lui
qualcosa di vivente.
Si riconoscerà senza dubbio che è desiderabile per gli uomini ch'essi
coltivino la loro intelligenza, e che val meglio seguire coscientemente
il costume od anche, all'occasione, coscientemente staccarsene, che
non conformarvisi ciecamente e macchinalmente. Si ammette fino ad un
certo punto che la nostra intelligenza ci deve appartenere; ma non si
ammette altrettanto facilmente che deve accadere lo stesso dei nostri
impulsi e dei nostri desiderî; si considera quasi come una pericolosa
insidia l'avere degli impulsi energici: tuttavia i desiderî e
gl'impulsi fanno parte altrettanto integrante di un essere umano nella
sua perfezione, quanto le credenze e le astinenze. Forti eccitamenti
non sono pericolosi se non quando non sono equilibrati; quando cioè un
complesso di vedute e di tendenze si è energicamente sviluppato mentre
altre vedute ed altre tendenze, che dovrebbero farsi sentire a lato
delle prime, restano deboli ed inattive. E gli uomini non agiscono
già male perchè i loro desiderî sono ardenti, ma perchè sono deboli le
loro coscienze: anzi non vi è una relazione naturale tra eccitamenti
energici e debole coscienza: la relazione naturale è in senso opposto.
Dire che i desiderî e i sentimenti di una persona sono più vivi e
numerosi di quelli d'un'altra è dire semplicemente che la dose di
materia bruta della natura umana è, in quella persona, più abbondante;
per conseguenza, essa è capace forse di far più male, ma senza dubbio
di far più bene. Insomma, gli impulsi potenti rappresentano, sott'altro
nome, dell'energia; ecco tutto. L'energia può essere mal impiegata:
ma una natura energica può far bene maggiore di una natura indolente
ed apatica. Quelli che hanno maggior quantità di sentimenti naturali
sono anche quelli in cui i sentimenti, per così dire, artificiali si
possono meglio sviluppare. L'ardente sensibilità che rende gl'impulsi
personali vivi e potenti è pure la sorgente da cui derivano l'amore
più appassionato della virtù, la più rigorosa padronanza di sè; — è
coltivando questa sensibilità che la società fa il suo dovere e tutela
i suoi interessi; non rifiutando la stoffa con cui si fanno gli eroi,
giacchè essa non è capace di crearli. Si dice di una persona ch'essa ha
del carattere, quando i suoi desiderî e i suoi impulsi appartengono in
tutto a lei sola e sono l'espressione della sua propria natura, così
come l'ha sviluppata e modificata la coltura sua propria; un essere
che non ha, per proprio conto, desiderî nè impulsi, non possiede più
carattere di una macchina a vapore. Se un uomo ha degl'impulsi non
solo suoi proprî, ma forti e posti sotto il controllo di una potente
volontà, esso ha un carattere energico. Chiunque pensi che non si debba
incoraggiare la manifestazione e lo sviluppo dell'individualità nei
desiderî e negl'impulsi, deve sostenere altresì che la società non
ha bisogno di nature forti, che essa non trae vantaggio alcuno dal
racchiudere un gran numero di uomini di carattere, e che infine non è
desiderabile di vedere la media degli uomini possedere molta energia.
Nelle società nascenti, queste forze sono forse senza proporzione col
potere che la società possiede di disciplinarle e di sorvegliarle: vi
fu un tempo in cui l'elemento di spontaneità e d'individualità dominava
in modo eccessivo, e in cui il principio sociale doveva con esso
sostenere delle fiere battaglie.
La difficoltà allora era condurre degli uomini potenti di corpo o
di spirito a subire delle regole che pretendevano controllare i loro
impulsi. Per vincere questa difficoltà, la legge e la disciplina (per
esempio, i papi in lotta cogl'imperatori) proclamarono il loro potere
su tutto quanto l'uomo, rivendicando il diritto di sorvegliarne tutta
intera la vita, allo scopo di poterne sorvegliare il carattere, per
frenare il quale la società non sapeva trovare altro mezzo. Ma la
società oggi ha piena ragione dell'individualità, e il pericolo che
minaccia la natura umana non è più l'eccesso, bensì il difetto di
impulsi e di gusti personali. Le cose sono ben mutate dal tempo in cui
le passioni degli uomini potenti per la loro condizione o per le loro
qualità personali erano in uno stato di abituale ribellione contro
le leggi e le ordinanze, e dovevano essere rigorosamente vincolate,
affinchè tutto quanto li circondava potesse godere di una certa
sicurezza; nell'epoca nostra, ogni uomo, dal più elevato al più basso
sulla scala sociale, vive sotto lo sguardo di una censura ostile e
temuta. Non soltanto per quel che riguarda gli altri, ma anche per quel
che tocca loro stessi esclusivamente, l'individuo o la famiglia non
si domandano già: «Che cosa preferisco io? Che cosa si attaglierebbe
all'indole mia e alle mie attitudini? Che cosa darebbe buon giuoco e
le massime probabilità di svolgersi alle nostre più elevate facoltà?»
— ma si domandano bensì: «Che cosa conviene alla mia condizione, e che
cosa fanno di solito le persone del mio stato e della mia fortuna,
o (peggio ancora) che cosa fanno di solito le persone d'uno stato
sociale e d'una fortuna al di sopra della mia?» Io non pretendo dire
ch'essi preferiscano ciò che il costume prescrive a ciò che loro piace:
non vien neppur loro in mente ch'essi possano aver un capriccio per
qualcosa che il costume non permetta. Così anche lo spirito è curvato
sotto il giogo; anche in quello che gli uomini fanno per loro svago,
la uniformità è il loro primo pensiero; essi amano in massa, non
fanno scelte se non in generale; evitano come un delitto qualunque
singolarità di gusto, quantunque, a forza di non seguire la loro
natura, essi non abbiano ormai più natura; le loro capacità umane sono
inaridite e ridotte a nulla; essi divengono incapaci di provare alcun
desiderio vivo, alcun piacere naturale; e non hanno, in generale, nè
opinioni nè sentimenti da essi elaborati, ad essi appartenenti. E tutto
questo può dunque esser ritenuto una sana condizione delle cose umane?
Sì, seguendo la teoria calvinista. Secondo questa teoria, la colpa
capitale dell'uomo è di avere una volontà indipendente; tutto il bene
di cui l'umanità è capace è compreso nell'obbedienza. Voi non avete
una scelta da fare; dovete agire così e non altrimenti; e tutto quanto
non è dovere è peccato. Dappoichè la natura umana è completamente
corrotta, non vi è redenzione per alcuno, finch'esso non abbia ucciso
in sè la natura umana. Per chi sostiene una simile teoria, non è un
male l'annullare tutte le facoltà, le capacità, le sensibilità umane;
l'uomo non ha bisogno d'altra capacità fuorchè quella di abbandonarsi
alla volontà di Dio, e s'egli si serve delle sue facoltà altrimenti
che per eseguire in un modo più efficace i decreti di questa supposta
volontà sarebbe meglio per lui che non le possedesse. Ecco la teoria
del calvinismo; molte persone che non si considerano come calviniste la
professano sotto un'altra forma più moderata; il temperamento consiste
nel dare una interpretazione meno ascetica alla volontà supposta
dell'Altissimo. Si afferma ch'egli vuole che gli uomini soddisfacciano
a qualcuno dei loro gusti; non già, certamente, nel modo ch'essi
preferirebbero, ma in una maniera obbediente, che è quanto dire nella
maniera prescritta dall'autorità, la qual maniera è necessariamente la
stessa per tutti.
Sotto una tal forma insidiosa, vi è ora una forte tendenza verso questa
angusta teoria della vita e verso questo tipo, ch'essa predica, di
carattere umano ristretto ed inflessibile.
Senza dubbio alcuno, molte persone credono sinceramente che gli uomini
così torturati e ridotti alla statura di nani, siano quali il loro
creatore li ha voluti; proprio come molta gente ha creduto che gli
alberi siano molto più belli tagliati a palla o in forme di animali che
lasciati nel loro stato naturale. Ma, se fa parte della religione il
credere che l'uomo sia stato creato da un essere buono, è in armonia
con questa tendenza pensare che questo essere abbia dato le facoltà
umane perch'esse siano coltivate e sviluppate, e non perchè le si
sradichino o le si distruggano. È ragionevole d'imaginare ch'egli goda,
tutte le volte che le sue creature fanno un passo verso l'ideale di
cui esse portano in sè la concezione, tutte le volte ch'esse aumentano
una delle loro facoltà di comprensione, di azione o di godimento.
Ecco un tipo di perfezione umana ben diverso dal tipo calvinista: qui
si suppone che l'umanità non riceva la sua natura per farne tantosto
sacrificio. La liberazione di sè stesso dei pagani è uno degli elementi
del merito umano, così come l'oblìo di sè stesso dei cristiani[7];
vi è un ideale greco di sviluppo di sè stesso, a cui si accompagna,
senza soppiantarlo, l'ideale platonico e cristiano d'impero su sè
stesso. Può sembrar preferibile essere Giovanni Knox ad Alcibiade; ma
vale ancora meglio essere Pericle, che l'uno o l'altro; e un Pericle,
s'esistesse oggidì, non sarebbe privo di qualcuna delle buone qualità
che appartenevano a Giovanni Knox.
Non è già indirizzando all'uniformità tutto ciò che in essi c'è
d'individuale, ma coltivandolo e sviluppandolo nei limiti imposti
dai diritti e dagli interessi altrui che gli esseri umani divengono
un bello e nobile oggetto di ammirazione; e, come l'opera si foggia
secondo il carattere di quelli che la compiono, così, per lo stesso
processo, la vita umana diviene essa pure ricca e svariata. Essa
produce e conserva con maggiore abbondanza i pensieri elevati, i
sentimenti che inalzano; rafforza il legame che congiunge gli individui
alla razza, dando alla razza stessa maggior valore. In ragione dello
sviluppo della sua individualità, ogni persona assume maggior pregio
agli occhî suoi propri, e per conseguenza è capace di assumerne uno
maggiore agli occhî degli altri: vi è una più grande pienezza di vita
in tutta la sua esistenza; e quando c'è maggior vita nell'unità, c'è
maggior vita anche nella massa, che è fatta di unità.
Non si può trascurare la costrizione necessaria per impedire agli
esemplari più energici della natura umana di invadere il campo dei
diritti degli altri; ma a questo c'è un ampio compenso, anche dal punto
di vista dello sviluppo umano. I mezzi di sviluppo che l'individuo
perde, se gli s'impedisce di soddisfare alle sue tendenze in modo agli
altri dannoso, non si otterrebbero che a spese degli altri uomini; ed
egli stesso vi trova un compenso, perchè la coazione imposta al suo
egoismo facilita lo sviluppo più elevato della parte sociale della sua
natura.
L'essere sottomessi pel bene degli altri alle strette norme della
giustizia sviluppa i sentimenti e le facoltà che pel bene degli altri
si esercitano; ma l'essere costretti nelle cose che non toccano punto
il bene degli altri, pel loro semplice dispiacere, non isviluppa altro
di buono se non la forza di carattere che si può, forse, spiegare
resistendo alla costrizione. Se ci si sottomette, questa costrizione
indebolisce ed appesantisce tutta la nostra natura. Per dar buon giuoco
alla natura di ciascuno bisogna che diverse persone possano seguire un
diverso tenor di vita; i secoli che hanno avuto in maggior quantità
questa larghezza sono quelli che più si raccomandano all'attenzione
dei posteri; il dispotismo stesso non produce i suoi peggiori effetti
finchè la individualità resiste sotto questo regime, e tutto ciò che
distrugge la individualità è dispotismo, qualunque sia il nome che
gli si possa dare, pretenda esso poi d'imporre la volontà di Dio o i
comandi degli uomini.
Avendo detto che individualità è sinonimo di sviluppo, e che solamente
la coltura dell'individualità produce o può produrre degli esseri umani
bene sviluppati, io potrei qui chiudere l'argomento. In favore d'una
data condizione delle cose umane che cosa si potrebbe dire meglio di
questo: che essa conduce gli uomini il più vicino possibile al loro
tipo ideale? E di un ostacolo al bene che cosa si potrebbe dire di
peggio, se non ch'esso impedisce un tale progresso? Tuttavia, senza
dubbio alcuno, queste considerazioni non basteranno a convincere quelli
che hanno maggior bisogno di essere convinti.
Ed è necessario inoltre di provare che questi esseri umani sviluppati
sono utili agli esseri non sviluppati; è necessario di mostrare
a quelli che non desiderano la libertà e che non se ne vorrebbero
servire, che, se permettono ad altri di farne uso senza ostacolo,
possono esserne in qualche modo apprezzabile ricompensati.
E prima di tutto, non potrebbero essi imparar qualche cosa da questi
individui lasciati liberi? Nessuno vorrà negare che l'originalità sia
un elemento prezioso nelle cose umane: vi è sempre bisogno di gente,
non soltanto per iscoprire verità nuove, non soltanto per indicare
il momento in cui quello che fu in altri tempi una verità cessa di
esserlo; ma anche per farsi iniziatori di nuove pratiche, per dar
l'esempio d'una condotta più illuminata, di maggior buon gusto e di
maggior buon senso nelle cose umane. Questo non può esser negato da
chiunque non creda che il mondo abbia raggiunto la perfezione in tutte
le sue abitudini e in tutti i suoi costumi.
È vero che un tal servigio non può esser reso da tutti quanti
senza distinzione: non vi sono che poche persone, in confronto di
tutto il genere umano, le esperienze delle quali, se generalmente
adottate, segnerebbero un progresso sul costume stabilito. Ma queste
poche persone sono il sale della terra; senza di esse la vita umana
diverrebbe un mare stagnante; e non soltanto introducono un bene
ignoto, ma conservano alla vita quello che essa già possedeva.
Se anche non ci fosse nulla di nuovo da fare, forse che la intelligenza
umana cesserebbe di essere necessaria? Sarebbe questa una ragione
perchè coloro che seguono una antica tradizione dimentichino perchè
la seguano, agiscano come bruti e non come esseri umani? Le migliori
credenze e le pratiche migliori hanno una eccessiva tendenza a
degenerare in qualcosa di macchinale; ed a meno che non vi sia una
serie di persone la cui originalità infaticabile conservi la vita in
queste credenze e in queste pratiche, un automatismo così morto non
resisterebbe punto all'urto più leggiero di qualcosa di realmente
vivente; non vi sarebbe ragione allora perchè la civiltà non isparisse,
come nell'impero d'Oriente. In verità gli uomini d'ingegno sono e
saranno sempre, probabilmente, una impercettibile minoranza; ma per
averne, bisogna conservare il suolo sul quale possono fiorire. E
l'ingegno non respira liberamente che in un'atmosfera di libertà; gli
uomini d'ingegno sono _ex vi termini_ più individuali degli altri, meno
capaci, per conseguenza, di modellarsi, senza una dannosa compressione,
in alcuno di quegli stampi poco numerosi che la società prepara per
risparmiare a' suoi membri la fatica di formarsi un carattere.
Se per timidità gli uomini d'ingegno consentono a sopportare uno di
questi modelli e a permettere che non si espanda quella parte di loro
stessi che non si può dilatare sotto una tale pressione, la società non
potrà approfittare del loro ingegno; ma se essi sono dotati di una gran
forza di carattere e spezzano i loro legami, divengono il punto di mira
della società; non essendo riuscita a ridurli alle proporzioni comuni,
essa li segna a dito come bizzarri, stravaganti ecc. Press'a poco come
se ci si lagnasse di non vedere il Niagara scorrere con la stessa calma
di un canale olandese.
Se io insisto con questa enfasi sulla importanza dell'ingegno e sulla
necessità di lasciare ch'esso liberamente si sviluppi, come pensiero e
come pratica, è perchè, se nessuno nega in teoria la cosa, il mondo in
realtà vi è del tutto indifferente. Gli uomini considerano l'ingegno
come una bella cosa, se esso rende un individuo capace di scrivere
un poema inspirato o di dipingere un bel quadro: ma dell'ingegno nel
vero senso della parola, cioè dell'originalità nel pensiero e nelle
azioni, sebbene ognuno in teoria ammetta che sia una cosa degna di
ammirazione — quasi tutti in fondo del cuore trovano che si potrebbe
benissimo fare a meno. Pur troppo questo è un sentimento ben naturale
perchè deva suscitar maraviglia. L'originalità è una cosa di cui gli
spiriti non originali non possono sentire la utilità; essi non possono
scorgere quello che l'originalità saprebbe far per loro: e come lo
potrebbero? Se lo potessero, non si tratterebbe più di originalità.
Il primo servigio che la originalità deve rendere a tali spiriti, è di
aprir loro gli occhî; e fatto questo, e fattolo bene, essi pure avran
qualche speranza di diventare originali. Frattanto, questi poveri di
spirito si ricordino che nulla ancora fu fatto senza che qualcuno abbia
cominciato, che tutto quanto esiste di bene è frutto dell'originalità;
e siano modesti abbastanza per credere ch'essa ha qualcosa ancora
da fare, e per convincersi che, quanto meno sentono il bisogno di
originalità, tanto più essa è loro necessaria.
La verità è che, per grandi che siano gli omaggi onde si pretenda
onorare, o si onori anche, la superiorità intellettuale, vera o
supposta, la tendenza generale delle cose nel mondo è di fare della
mediocrità la potenza dominante.
Nella storia antica, nel medio evo, e, in un grado minore, durante il
lungo passaggio dalla feudalità ai tempi moderni, l'individuo era per
sè stesso una potenza, e, s'egli aveva o un ingegno straordinario o
una condizione sociale elevata, la potenza era considerevole. Oggi,
gl'individui sono perduti nella folla. In politica, è quasi banale il
dire che oggi il mondo è governato dalla pubblica opinione; il solo
potere che merita davvero nome di potere è quello delle masse o quello
dei governi, che si fanno strumenti delle tendenze e degl'istinti
delle masse. Questo è così vero per le relazioni morali e sociali
della vita privata come per le pubbliche convenzioni. Quello che si
chiama opinione pubblica non è sempre l'opinione delle stesse specie
di pubblico: in America, il pubblico è tutta la popolazione bianca, in
Inghilterra, semplicemente la classe media; ma si tratta sempre di una
massa, vale a dire di una mediocrità collettiva.
E — novità ancora più grande — oggi la massa non si forma un'opinione
sull'autorità dei dignitari della Chiesa o dello Stato, di qualche
capo ostensibile o di qualche libro; la sua opinione è fatta da uomini
press'a poco della sua levatura, che, per mezzo dei giornali, si
rivolgono ad essa o parlano in suo nome sulla questione del momento.
Io non lamento tutto questo, non affermo che nulla di meglio sia
compatibile, come regola generale, coll'umile stato attuale dello
spirito umano. Ma questo però non toglie che il governò della
mediocrità sia un governo mediocre: mai il governo d'una democrazia
o d'un'aristocrazia numerosa è giunto ad elevarsi al di sopra della
mediocrità, sia pei suoi atti politici, sia per le opinioni, le
qualità, il genere di spirito pubblico a cui esso dà vita, tranne là
dove la folla sovrana (come ha fatto sempre nelle sue epoche migliori)
si è lasciata guidare dai consigli e dall'influenza d'una minoranza
o di un uomo più colto e più riccamente dotato. L'iniziativa di tutte
le cose saggie e nobili dee venir dagl'individui, e prima di tutto, in
generale, da qualche individuo isolato.
L'onore e la gloria della media degli uomini è di poter seguire questa
iniziativa, d'aver il senso di ciò che è saggio e nobile, e di farvisi
guidare ad occhi aperti.