Io non incoraggio con queste parole quella specie di culto dell'eroe,

che applaudisce un uomo di genio potente perchè esso s'impadronisce

colla forza del governo del mondo, e gl'impone, buono o malgrado

suo, i proprî voleri. Tutto ciò che un tal uomo può pretendere, è la

libertà d'indicare il cammino; quanto al potere di costringere gli

altri a seguirlo, non solo esso è incompatibile colla libertà e lo

sviluppo del resto dell'umanità, ma corrompe lo stesso uomo di genio.

Sembra tuttavia che, quando le opinioni delle masse composte di uomini

ordinarî, son divenute o divengono dappertutto il poter dominante,

contrappeso e correttivo della loro tendenza sarebbe l'individualità

sempre più spiccata de' più eminenti pensatori.

Sopratutto in tali contingenze gl'individui eccezionali dovrebbero

essere incoraggiati ad agir diversamente dalla massa, in vece d'esserne

impediti. In altri tempi, non c'era vantaggio in questo, a meno che

essi non avessero agito non solo diversamente, ma meglio; oggi, il

semplice esempio della non uniformità, il semplice rifiuto di mettersi

in ginocchio davanti al costume è per sè stesso un fatto benefico.

Appunto perchè la tirannia dell'opinione è tale, ch'essa fa

dell'_eccentricità_ un delitto, è desiderabile, per ispezzare questa

tirannia, che gli uomini siano eccentrici. L'eccentricità e la forza di

carattere camminano sempre di pari passo; e la somma di eccentricità

che una società contiene è generalmente in ragione diretta della

somma d'ingegno, di vigore intellettuale e di coraggio morale ch'essa

racchiude. Ciò che davvero ci addita il principal pericolo dell'età

nostra è il vedere così pochi uomini osare d'essere eccentrici.

Io ho detto che è importante di dare il più libero sfogo a quello che

non è nell'uso, affinchè si possa a tempo opportuno vedere che cosa

meriti di passarvi; ma la indipendenza d'azione e lo sdegno del costume

non meritano d'essere incoraggiati soltanto come quelli che presentano

la probabilità di creare dei modi d'agire migliori e dei costumi più

meritevoli d'esser da tutti adottati; non sono più soltanto le persone

di una superiorità intellettuale ben evidente che abbiano un giusto

diritto a condurre la vita che loro aggrada.

Non v'è ragione perchè tutte le esistenze umane siano costruite su di

un unico modello, o su di un piccolo numero di modelli: se una persona

possiede una sufficiente quantità di senso comune e d'esperienza, il

suo proprio modo di condurre l'esistenza è il migliore; non perchè sia

il migliore in sè, ma perchè è il suo proprio. Gli esseri umani non

sono dei montoni: e gli stessi montoni non si somigliano tutti così

da non potersi distinguere l'uno dall'altro; un uomo non può avere un

abito o un pajo di scarpe che gli stiano bene se non le fa fare apposta

o se non le sceglie tra tutte quelle di un magazzino. È dunque più

facile di fornirgli una vita che un abito, o la conformazione fisica

e morale degli esseri umani è più uniforme di quella dei loro piedi?

Se questo fosse soltanto perchè gli uomini non hanno tutti lo stesso

gusto, già non occorrerebbe assolutamente di tentare di modellarli

tutti ad una stessa maniera; ma, oltre a questo, le diverse persone

vogliono differenti condizioni pel loro sviluppo intellettuale, e non

possono mantenersi sane nella stessa atmosfera morale più di quello che

tutte le varietà di piante possano fiorire sotto lo stesso clima. Le

stesse cose che ajutano una persona a coltivare la sua natura superiore

sono di ostacolo per un'altra.

La stessa maniera di vivere è per l'uno un salutare eccitamento che

conserva nelle migliori condizioni le sue facoltà di godimento e

d'azione, mentre per l'altro è un carico spaventevole che sospende o

distrugge la vita interiore. Vi sono tali differenze fra gli uomini,

nella loro maniera di godere, di soffrire, di soggiacere all'opera

delle diverse influenze fisiche e morali, che se non vi è una simile

diversità nella loro maniera di vivere, essi non sapranno nè ottenere

tutta la loro parte di bene, nè giungere all'altezza intellettuale,

morale ed estetica di cui la loro natura è capace. Perchè dunque

la tolleranza, se si tratta di sentimento pubblico, si estenderebbe

solamente ai gusti e alle maniere di vivere che si fanno accettare

dalla moltitudine dei partigiani di esse? In nessun luogo (salvo nelle

istituzioni monastiche) si nega la diversità di gusto: una persona

può, senza esser biasimata, amare o non amare il sigaro, la musica,

gli esercizî del corpo, gli scacchi, le carte o lo studio, perchè i

partigiani e i nemici di tutte queste cose son troppo numerosi per

esser ridotti al silenzio; ma l'uomo e, anche più, la donna che può

essere accusata di fare ciò che nessuno fa o di non fare ciò che fanno

tutti, è oggetto di un biasimo pari a quello in cui incorrerebbe per

aver commesso qualche grave delitto morale.

Bisogna possedere un titolo o qualche altra ragione che ci elevi

nell'opinione dei concittadini al livello della gente d'importanza,

perchè ci si possa permettere un po' il lusso di fare quel che ci

garba, senza nuocere alla nostra riputazione. Permettere un poco

— ho detto, e lo ripeto; perchè chiunque si permettesse largamente

questo lusso correrebbe il rischio di qualcosa di peggio che discorsi

maldicenti; sarebbe in pericolo di esser sottoposto ad una commissione

_de lunatico_ e di vedersi togliere la proprietà a profitto della sua

famiglia[8].

V'è un tratto caratteristico nelle attuali tendenze della pubblica

opinione, che è proprio fatto per renderla intollerante contro

qualunque spiccata dimostrazione d'individualità. In generale gli

uomini non soltanto mancano di intelligenza, ma anche hanno delle

inclinazioni temperate; non hanno gusti nè desiderî abbastanza vivi per

esser condotti a far qualcosa di straordinario, e, per conseguenza, non

comprendono punto chi ha tutt'altre doti: lo classificano fra quegli

esseri stravaganti e disordinati cui sono avvezzi a disprezzare. Oltre

questo fatto, che è generale, noi dobbiamo tener conto che oggidì si

è manifestato un potente progresso morale; e si sa che cosa se ne può

attendere. Questo movimento si è manifestato a' dì nostri: si è fatto

molto per accrescere la regolarità di condotta e sconsigliare gli

eccessi, e v'è dappertutto uno spirito filantropico che trova la sua

più gradita applicazione nel miglioramento dei nostri simili, in fatto

di morale e di prudenza. Per effetto di queste tendenze, il pubblico

è più disposto che in altri tempi a prescrivere delle regole generali

di condotta ed a studiarsi di ricondurre tutti al tipo normale. E

questo tipo, lo si confessi o no sinceramente, è di nulla desiderare

con vivacità. Il suo ideale di carattere è di non averne alcuno bene

spiccato; qualunque parte saliente della natura umana, che tenda a

rendere una persona esteriormente diversa dalla comune degli uomini, si

deve mutilare colla compressione, come il piede di un chinese.

È lo stesso qui, che per qualunque ideale il quale escluda la metà

di ciò che è desiderabile; il tipo attualmente dominante non produce

che una imitazione inferiore dell'altra metà. In luogo di una grande

energia guidata da una ragione vigorosa e di sentimenti potenti

potentemente guidati da una coscienziosa volontà, non si ottengono che

una scarsa energia e dei sentimenti deboli, che per conseguenza possono

conformarsi alla regola, almeno nell'apparenza, senza richiedere un

grande sforzo nè di volontà nè di ragione. Già i caratteri energici

su larga scala van diventando puramente leggendarî. Oggi, nel nostro

paese, l'energia non trova modo di applicarsi se non negli affari;

l'energia che vi si spende può ancora essere ritenuta considerevole; e

il poco che ne sopravanza è impiegato a cercar di soddisfare qualche

passione, che può essere una passione utile, magari filantropica: ma

che si restringe ad una cosa sola, e, in generale, poco importante.

La grandezza d'Inghilterra è oggi tutta collettiva: piccoli

individualmente, noi sembriamo capaci di qualcosa di grande solo per

la nostra abitudine dell'associazione; e di questo i nostri filantropi

morali e religiosi sono perfettamente soddisfatti.

Ma uomini di un'altra tempra hanno fatto l'Inghilterra ciò che essa

è stata; uomini d'altra tempra saranno necessarî per impedirne la

decadenza.

Il dispotismo del costume è dappertutto l'ostacolo perpetuo al

progresso umano, perchè esso combatte una lotta incessante contro

quella disposizione a tendere a qualcosa di meglio del costume, che si

chiama, secondo i casi, spirito di libertà o spirito di progresso e di

miglioramento. Lo spirito di progresso non è sempre spirito di libertà,

perchè può volersi imporre a gente che non se ne cura; e lo spirito

di libertà, quando resiste a simili sforzi, può allearsi, per un dato

luogo o per un dato tempo, cogli avversarî del progresso; ma l'unica

sorgente infallibile e perenne del progresso è la libertà, perchè solo

per suo mezzo si possono avere tanti centri indipendenti di progresso

quanti sono gl'individui.

Tuttavia il principio progressivo, sia sotto la forma dell'amore

di libertà, sia sotto quella dell'amor di miglioramento, è nemico

dell'impero del costume; perchè esso implica per lo meno la liberazione

da questo giogo e la lotta tra queste due forze forma il principale

interesse della storia dell'umanità. La più gran parte del mondo, nel

preciso senso della frase, non ha storia, perchè ivi è assoluto il

dispotismo del costume. È il caso di tutto l'Oriente: là il costume

regna sovrano ed arbitro su tutte le cose; giustizia e diritto

significano conformarsi ad esso; nessuno, salvo qualche tiranno

ubbriacato dal potere, pensa a resistervi: — e noi vediamo gli effetti

di tutto questo. Queste nazioni debbono, in altri tempi, aver avuto

dell'originalità; esse non sono uscite dalla terra popolose, colte in

letteratura, e profondamente versate in certe arti della vita; sotto

tutti questi rapporti debbono a sè stesse la loro esistenza ed erano

un tempo le più grandi e potenti nazioni del mondo. Che cosa sono esse

ora? sono suddite o dipendenti di tribù i cui antenati erravano nella

foresta, mentre i loro avevano dei magnifici palazzi e degli splendidi

templi; ma su questi barbari il costume divideva il suo impero con

la libertà e col progresso. Un popolo, a quel che sembra, può essere,

durante un certo lasso di tempo, progressivo e poi fermarsi: e quando?

Quando cessa di possedere l'Individualità. Se un simile cambiamento

dovesse accadere anche nelle nazioni d'Europa, non sarebbe precisamente

cogli stessi caratteri. Il dispotismo del costume, che minaccia queste

nazioni, non è precisamente l'immobilità; esso condanna la singolarità,

ma non pone ostacolo al mutamento purchè tutto muti nello stesso tempo.

Noi abbiamo abbandonati i costumi immobili da cui i nostri avi non si

allontanavano: bisogna bene ancora vestirsi come tutti gli altri: ma

la moda può mutare una o due volte per anno. Con questo, noi facciamo

in modo di cambiare per amor del mutamento, non per alcun concetto

di estetica o di comodità; perchè lo stesso concetto di estetica o

di comodità non verrebbe in testa a tutti nello stesso punto e non

sarebbe, ad un altro punto, abbandonato da tutti. Noi siamo progressivi

così come siamo mutevoli: facciamo continuamente delle nuove invenzioni

in meccanica e le conserviamo finchè non le si possano sostituire con

invenzioni migliori; siamo pronti a migliorare in fatto di politica, di

educazione, di costumi, sebbene in quell'ultimo caso la nostra idea di

miglioramento consista sopratutto nel rendere gli altri, o colle buone

o colle brusche, buoni come siamo noi.

Non ci opponiamo al progresso; anzi, ci lusinghiamo di essere la

gente più progressiva che mai si sia vista. Contro l'individualità noi

combattiamo; e crederemmo d'aver compiuta un'opera meravigliosa, se

ci fossimo resi tutti gli uni agli altri identici, dimenticando che la

dissomiglianza tra due persone è la prima cosa che attira l'attenzione,

sia per l'imperfezione d'uno di questi tipi e per la superiorità

dell'altro, sia per la possibilità di produrre qualcosa di meglio di

ciascuno dei due, combinandone i pregi.

Un esempio ed un avvertimento ci è qui fornito dalla China — una

nazione molto ingegnosa e, sotto certi rispetti, dotata di molta

saggezza, grazie alla rara fortuna d'aver di buon'ora ottenuto un

complesso soddisfacentissimo di costumi: opera, fino a un certo segno,

d'uomini che gli Europei più illuminati debbono riconoscere, salvo

qualche riserva, per saggi e filosofi.

Questi costumi sono pure notevoli come quelli che assai bene si

prestano per imprimere il più profondamente possibile i loro migliori

precetti in tutti gli spiriti della collettività, e come quelli che

attribuiscono i posti d'onore e di potere a coloro che di essi sono

meglio penetrati. Senza dubbio il popolo che così agisce deve avere

scoperto il segreto dell'umana perfettibilità e marciare sovranamente

in testa al progresso universale. Ebbene, no. I Chinesi son divenuti

stazionarî; essi da migliaja d'anni sono quali noi ora li vediamo e,

se sono destinati a qualche miglioramento, questo verrà loro da fuori.

Essi sono riusciti in modo da superare ogni aspettazione all'opera di

cui tanto faticosamente si occupano i filantropi inglesi: — rendere

tutto il mondo uniforme, far sì che ciascuno governi i suoi pensieri

e la sua condotta colle stesse massime e colle stesse regole — con

quali frutti, lo vediamo! Il regime della pubblica opinione è, sotto

una forma inorganica, quello che sono i sistemi chinesi d'educazione e

di politica sotto una forma organizzata: e, a meno che l'individualità

(minacciata da questo giogo) non sappia vittoriosamente rivendicare i

suoi diritti, l'Europa, nonostante i suoi nobili precedenti storici e

il cristianesimo che professa, tenderà a diventare un'altra China.

E, fino ad oggi, che cosa ha salvato l'Europa da questa sorte? Che cosa

ha fatto delle nazioni europee una parte progressiva e non stazionaria

dell'umanità? Non è la loro perfezione superiore che, quando esiste, è

un effetto e non una causa, ma le loro notevoli differenze di carattere

e di coltura. In Europa, gl'individui, le classi, le nazioni sono state

estremamente dissimili: esse si sono tracciata una grande varietà

di strade, ciascuna delle quali conduceva a qualcosa di preciso; e

sebbene a ciascun'epoca quelli che seguivano le diverse vie siano stati

intolleranti gli uni verso gli altri, e ciascuno abbia considerato

una cosa eccellente poter obbligare tutti gli altri a seguire il

proprio cammino, nondimeno i reciproci sforzi per impedire il loro

sviluppo hanno avuto ben di rado un successo duraturo e, ciascuno

alla sua volta, tutti hanno dovuto risentire il vantaggio dagli altri

apportato. Secondo me, l'Europa deve soltanto a questa pluralità

di vie il suo vario e progressivo sviluppo; ma già essa comincia a

possedere questo vantaggio in un grado molto meno considerevole, essa

cammina direttamente verso l'ideale Chinese di rendere tutto il mondo

uniforme. Il Tocqueville, nel suo ultimo ed importante lavoro, osserva

quanto i Francesi d'oggi si rassomiglino più di quelli della stessa

ultima generazione: la stessa osservazione, a molto maggior ragione, si

potrebbe fare sugl'Inglesi.

In un passo già citato, Guglielmo di Humboldt indicò due cose come

condizioni necessarie dello sviluppo umano perchè esse sono necessarie

per rendere gli uomini diversi gli uni dagli altri: la libertà e

la varietà di condizione; la seconda si va ogni giorno perdendo in

Inghilterra. Le contingenze che circondano le diverse classi e i

diversi individui, e che plasmano il loro carattere, si vengono ogni dì

più rassomigliando.

In altri tempi, le diverse classi, i diversi ceti, i diversi mestieri

e le professioni diverse vivevano — si poteva dire — in mondi

differenti; oggi, in modo assoluto, vivono tutti nello stesso mondo.

Oggi, relativamente parlando, leggono tutti le stesse cose, ascoltano

le stesse cose, vedono le stesse cose, vanno negli stessi luoghi;

hanno le loro speranze e i loro timori diretti verso gli stessi

obbiettivi, gli stessi diritti, le stesse libertà, e i medesimi mezzi

per rivendicarle. Per grandi che siano le differenze di condizione

sopravvissute, non sono nulla a confronto di quelle che sono scomparse.

E l'assimilazione procede continuamente: tutti i mutamenti politici

la facilitano, poichè tendono tutti ad elevare le classi inferiori e

ad abbassar le elevate; ogni estensione dell'educazione la facilita,

perchè l'educazione riunisce gli uomini sotto influenze comuni e dà a

tutti adito di arrivare al fondo generale dei fatti e dei sentimenti

universali; ogni progresso nei mezzi di comunicazione la facilita,

mettendo a contatto personale gli abitanti di luoghi lontani, e

promovendo una rapida successione di mutamenti di residenza di città

in città; ogni accrescimento di commerci e d'industrie facilita ancora

quest'assimilazione estendendo la fortuna e ponendo alla portata di

tutti i più grandi oggetti di ambizione, cosicchè il desiderio di

elevarsi non appartiene più ad una sola classe, ma a tutte. Ma una

influenza più potente di tutte queste per apportare una generale

somiglianza fra gli uomini è lo stabilirsi completo, in questo o

in altri paesi, dell'influenza dell'opinione pubblica nello stato.

Poichè le numerose preminenze sociali, che permettevano alle persone

trincerate dietro di esse di sprezzare l'opinione pubblica, si vengono

grado grado livellando, poichè la stessa idea di resistere alla volontà

del pubblico, quando si sa con certezza ch'esso ha una volontà, vien

sempre più scomparendo dallo spirito degli uomini politici pratici,

cessa di esservi alcun sostegno sociale per la non conformità. Non vi

è più nella società un potere indipendente, che, opposto all'influenza

della maggioranza, sia interessato a prendere sotto la sua protezione

delle opinioni e delle tendenze contrarie a quelle del pubblico.

La riunione di tutte queste cause forma una così gran massa d'influenze

ostili all'Individualità, che non si può ormai intravvedere come

essa sarà capace di difendere il suo terreno. Essa vi troverà una

difficoltà sempre crescente, a meno che la parte intelligente del

pubblico non impari a valutare questo elemento, a tener per necessarie

le differenze, quand'anche esse non siano in meglio, quand'anche,

nell'opinione di qualcuno, esse siano in peggio. Se i diritti della

individualità devono mai essere rivendicati, è venuto il momento di

farlo, finchè molte cose ancora mancano per completare l'assimilazione

imposta: — è soltanto sui principî che ci si può, con buon esito,

difendere contro l'usurpazione. La generale pretesa di rendere gli

altri simili a noi cresce quanto più è soddisfatta; se si attende, per

resisterle, che la vita sia ridotta quasi ad un tipo unico, tutto ciò

che da questo tipo si stacca sarà allora considerato come cosa empia,

immorale ed anche mostruosa e contro natura; e la specie umana diverrà

ben presto incapace di comprendere la varietà, quando ne avrà da

qualche tempo perduto lo spettacolo.

FINE DEL CAPITOLO TERZO

CAPITOLO QUARTO.

DEI LIMITI AL POTERE DELLA SOCIETÀ SULL'INDIVIDUO.

Dove sono dunque i giusti limiti della sovranità dell'individuo su sè

stesso? Dove incomincia il potere della società? Quanta parte della

vita umana dev'essere attribuita all'individualità e quanta alla

società? Ciascuna di esse riceverà la parte che le spetta, se avrà

quella che la tocca più da vicino: la individualità deve governar la

parte della vita che interessa specialmente l'individuo, e la società

la parte che interessa specialmente il corpo sociale.

Sebbene, a base della società, non istia un contratto, e sebbene non

serva a nulla d'imaginarlo per dedurne degli obblighi sociali, non

di meno tutti quelli che ricevono la protezione dalla società debbono

ripagarle questo beneficio: il fatto solo di vivere in società impone a

ciascuno una certa linea di condotta verso gli altri.

Questa condotta consiste: 1.º nel non danneggiare gl'interessi altrui o

piuttosto certi fra questi interessi che, sia per espressa disposizione

di legge, sia per un tacito accordo, devono essere considerati come

diritti; 2.º nell'assumersi ciascuno la propria parte (che dev'esser

fissata secondo qualche equo principio) delle fatiche e dei sacrificî

necessarî a difendere la società o i suoi membri contro qualunque

danno o vessazione. La società ha l'assoluto diritto d'imporre questi

obblighi a quelli che se ne vorrebbero esimere. E non si riduce a

questo ciò che la società può fare: gli atti di un individuo possono

essere dannosi agli altri, o non dare una sufficiente importanza al

loro benessere, senza giungere fino a violare alcuno dei loro diritti

costituiti; il colpevole può allora esser punito dall'opinione, sebbene

non lo sia dalla legge. Dal momento che la condotta d'una persona è

dannosa agli interessi altrui, la società ha diritto di giudicarla,

e la questione di sapere se questo intervento sarà o no un ajuto al

benessere generale, diviene argomento di discussione. Ma non è il caso

di discutere una questione simile, finchè la condotta di una persona

non tocca che i suoi proprî interessi o non riguarda gl'interessi degli

altri se non col loro pieno consenso (e tutte le persone interessate

sono di età matura e dotate della intelligenza normale). In casi

simili, si dovrebbe avere libertà completa, legale e sociale, di fare

qualunque cosa, a qualunque rischio.

Si fraintenderebbero queste idee, se vi si vedesse una dottrina di

indifferentismo egoistico, la quale pretendesse che gli esseri umani

non debbano aver mutui riguardi nella loro condotta nè occuparsi del

benessere e delle azioni altrui, se non quando il loro interesse è

in giuoco: — in luogo di una diminuzione, ciò che occorre è un grande

aumento degli sforzi disinteressati per favorire il bene altrui. Ma la

benevolenza disinteressata può trovare un altro mezzo di persuasione

che non sia lo staffile, figurato o anche reale. Io non voglio per

nulla toglier pregio alle virtù personali: soltanto, esse vengono dopo

le sociali: tocca all'educazione di coltivarle tutte allo stesso modo.

Ma l'educazione stessa procede per mezzo della convinzione e della

persuasione, così come per mezzo della coazione: ed è soltanto coi due

primi mezzi che, una volta finita l'educazione, si dovrebbero inculcare

le virtù individuali. Gli uomini debbono vicendevolmente ajutarsi a

distinguere il meglio dal peggio, e incitarsi a preferire il primo e

ad evitare il secondo; essi dovrebbero stimolarsi continuamente ad un

esercizio crescente delle loro più nobili facoltà, ad una direzione

crescente dei loro sentimenti e delle loro vedute verso scopi, non

più sciocchi ma saggi, non più bassi ma elevati. Ma una persona, o

un certo numero di persone, non hanno diritto di dire ad un uomo di

età matura che egli non saprà regolarsi nella vita secondo il proprio

interesse, come meglio gli conviene. Il suo benessere riguarda, più

di tutti, lui stesso; l'interesse che vi può porre un estraneo, non

è nulla (tranne il caso di un vivo affetto personale) a confronto di

quello ch'egli stesso vi pone; la maniera con cui egli interessa la

società (salvo quanto alla sua condotta verso gli altri) è parziale e

indiretta: mentre per tutto quanto spetta ai suoi sentimenti o alla sua

condizione, l'uomo o la donna più comune sanno infinitamente meglio di

chiunque altro come comportarsi.

La libertà · 第 7 / 12 段