con uguale ingegno e con uguale energia tutte le opinioni che si
contendono il terreno della vita pratica, siano poi esse favorevoli
alla democrazia o all'aristocrazia, alla proprietà privata o
all'uguaglianza economica, alla cooperazione o alla concorrenza,
al lusso o all'astinenza, allo stato o all'individuo, alla libertà
o alla disciplina; — non v'è alcuna probabilità che i due elementi
ottengano ciò che loro è dovuto; è sicuro che uno dei piatti della
bilancia traboccherà. La verità, nei grandi interessi pratici della
vita, è sopratutto una questione di combinazione e di conciliazione
degli estremi; e poichè pochissimi uomini hanno abbastanza criterio ed
imparzialità sufficiente per fare questo accomodamento in modo più o
meno corretto, così talvolta esso deve compiersi col proceder violento
di una lotta tra combattenti sotto bandiere nemiche. Se, a proposito
d'una delle grandi questioni che abbiamo enumerato testè, un'opinione
ha maggior diritto dell'altra ad essere non soltanto tollerata, ma
anche incoraggiata e sostenuta, è la più debole. Ecco l'opinione che,
pel momento, rappresenta gl'interessi trascurati, il lato del benessere
umano che è in pericolo di ottener meno della parte che gli spetta.
Io so che tra noi son tollerate le opinioni più varie sulla maggior
parte di tali materie: e ciò prova con esempî numerosi e non equivoci
l'universalità di questo fatto: che nello stato attuale dello spirito
umano tutta la verità non può farsi strada che traverso la diversità
d'opinioni. Quando si trovano delle persone che non partecipano affatto
all'apparente unanimità del mondo su di un soggetto, è probabile che,
se anche il mondo avesse ragione, questi dissidenti abbiano a dire per
altro in loro favore qualcosa che merita d'essere ascoltato, e che pel
loro silenzio la verità ci rimetta qualcosa.
Si può fare l'obbiezione seguente: «Ma qualcuno dei principî
comunemente ammessi, sopratutto sui soggetti più elevati ed essenziali,
è qualcosa di meglio d'una mezza verità. La morale cristiana, per
esempio, contiene la verità tutta quanta, e se qualcuno insegna una
morale diversa, è completamente in errore.» Poichè questo è uno dei
casi più importanti in pratica, nulla di meglio per mettere alla prova
la massima generale. Ma, prima di decidere quello che sia o non sia la
morale cristiana, sarebbe desiderabile di fissare che cosa per morale
cristiana s'intenda. Se s'intende la morale del Nuovo Testamento,
io mi meraviglio che qualcuno che trae da questo stesso libro la sua
dottrina possa supporre che esso sia stato concepito od annunciato come
una dottrina completa di morale. L'Evangelo si riferisce sempre ad una
morale preesistente, e limita i suoi precetti ai punti particolari in
cui questa morale dev'esser corretta o sostituita da un'altra più vasta
ed elevata; inoltre, esso si esprime sempre nei termini più generali,
che bene spesso non si possono letteralmente interpretare ed hanno il
colore della poesia o dell'eloquenza piuttosto che la precisione della
legge. Non si è mai potuto estrarne un corpo di dottrina morale, senza
aggiungervi il Testamento Vecchio, un sistema cioè elaborato per dire
il vero, ma barbaro sotto molti rapporti, e fatto solamente per un
popolo barbaro. San Paolo, nemico dichiarato di questa maniera giudaica
d'interpretar la dottrina e di compiere lo schizzo dal suo maestro
abbozzato, ammette egli pure una morale preesistente, quella dei Greci
e dei Romani, e consiglia ai cristiani di venire con essa quasi ad un
accomodamento, fino al punto di sanzionare in apparenza la schiavitù.
Quel che si chiama morale cristiana, ma che si dovrebbe piuttosto
chiamare morale teologica, non è per nulla opera di Cristo nè degli
apostoli: essa ha una data più recente, è stata messa gradatamente
insieme dalla Chiesa cristiana dei primi cinque secoli; e, sebbene i
moderni e i protestanti non l'abbiano implicitamente accettata, pure
essi l'hanno modificata meno di quel che si sarebbe potuto aspettarsi.
A vero dire, la maggior parte si è contentata di rintracciare le
aggiunte che v'erano state fatte nel medio evo, e ciascuna setta le
sostituì con aggiunte nuove, più conformi al suo carattere e alle sue
tendenze. Io non pretendo punto di negare tutto quello che la specie
umana deve a questa morale e a coloro che pei primi la bandirono; ma
oso dire però che essa è in molti punti incompleta ed esclusiva e che,
se idee e sentimenti ch'essa non sanziona non avessero contribuito
alla formazione della vita e del carattere europeo, le cose umane
sarebbero ora a ben peggior partito di quel che sono. La così detta
morale cristiana ha tutti i caratteri d'una reazione; è in gran parte
una protesta contro il paganesimo. Il suo ideale è negativo piuttosto
che positivo, passivo piuttosto che attivo, l'innocenza piuttosto che
la grandezza, l'astensione dal male piuttosto che l'energica ricerca
del bene; nei suoi precetti, come è stato benissimo osservato, il: _tu
non farai_ domina eccessivamente sul: _tu farai_. Nel suo orrore per
la sensualità essa ha fatto un idolo dell'ascetismo, e quindi, per un
compromesso graduale, della legalità; essa considera la speranza del
cielo e il timor dell'inferno come le spinte di una vita virtuosa; e
restando in questo ben al di sotto dei saggi dell'antichità, fa ciò che
può per dare alla morale umana un carattere essenzialmente egoista,
separando i sentimenti di dovere presso ciascun uomo dagl'interessi
dei suoi simili, tranne che quando un motivo interessato lo conduca ad
avervi riguardo. È essenzialmente una dottrina di passiva obbedienza;
inculca la sommessione a tutte le autorità costituite; o cioè alle
autorità non vuole si obbedisca attivamente quando esse comandino ciò
che la religione proibisce; ma non si deve resister loro, meno ancora
ribellarsi, per ingiuste ch'esse siano. E mentre nella morale delle
migliori nazioni pagane i doveri del cittadino verso lo stato tengono
un posto sproporzionato ed usurpano il campo della libertà individuale,
nella morale puramente cristiana questa gran parte dei nostri doveri è
appena ricordata o riconosciuta. Nel Corano e non nel Nuovo Testamento
noi leggiamo questa massima: _Un governante che nomina un uomo ad un
impiego, quando c'è nei suoi stati un altr'uomo più degno di occuparlo,
pecca contro Dio e contro lo Stato_. Se l'idea d'obbligo verso il
pubblico è giunta a farsi strada nella morale moderna, essa è stata
attinta non al Cristianesimo, ma ai Greci ed ai Romani. Allo stesso
modo, quello che c'è nella morale privata di magnanimità, di elevazione
di spirito, di dignità personale, e direi anche di senso d'onore
proviene non dalla parte religiosa, ma dalla parte puramente umana
della nostra educazione, e non avrebbe mai potuto essere frutto di una
dottrina morale che non riconosce del merito se non nell'obbedienza.
Io sono ben lontano dall'affermare che questi difetti siano
necessariamente inerenti alla dottrina cristiana, qualunque sia la
forma in cui la si concepisce, o anche dall'affermare che quanto le
manca per essere una dottrina completa sia con essa inconciliabile;
e tanto meno pretendo d'insinuar questo a proposito delle dottrine
e dei precetti di Cristo stesso. Io penso che le parole di Cristo
sono chiaramente tutto quello che han voluto essere; ch'esse non sono
inconciliabili con nulla di quanto è richiesto da una morale completa;
che vi si può far rientrare tutto quanto v'è di eccellente in fatto
di dottrine morali senza violentarne il significato più di quello che
abbiano fatto quanti hanno tentato di dedurne un qualunque sistema di
pratica condotta. Ma credo nello stesso tempo — e non sono con questo
in contraddizione — ch'esse non contengano nè volessero contenere se
non una parte della verità.
Io credo che, nei suoi precetti, il fondatore del cristianesimo abbia
a bello studio trascurati molti elementi essenziali della più alta
morale, che la Chiesa cristiana ha completamente rifiutati, nel sistema
di morale ch'essa ha basato su queste stesse istruzioni; e, dato
questo, io considero un grande errore quello di voler trovare nella
dottrina cristiana una regola completa di condotta che il suo fondatore
non ha voluto particolareggiar tutta quanta, ma solamente sanzionare ed
appoggiare. Credo anche che questa angusta teoria divenga praticamente
un male gravissimo, diminuendo assai il valore della educazione e
della istruzione morale che tante persone ben intenzionate si sforzano
d'incoraggiare. Temo forte che — tentando di formare lo spirito e i
sentimenti su di un tipo esclusivamente religioso e lasciando da banda
quei modelli secolari (se l'espressione mi è permessa) che stavano a
lato della morale cristiana e la integravano mescolando il loro spirito
al suo — non ne sia per risultare un tipo di carattere basso, abbietto,
servile, capace forse di sottomettersi a quello ch'egli crede la
volontà divina, ma non di elevarsi alla concezione della divina bontà e
di provare per essa un'alta simpatia. Credo che un'altra morale oltre a
quella puramente cristiana debba esistere a lato di questa per produrre
la rigenerazione morale dello spirito umano; e, secondo me, il sistema
cristiano non fa eccezione alla regola generale che, dato uno stato
d'imperfezione dello spinto umano, gl'interessi della verità esigono la
diversità d'opinioni.
Non è necessario che, cessando d'ignorare le verità morali non
contenute nel cristianesimo, gli uomini debbano ignorare qualcuna di
quelle che esso contiene. Un tal pregiudizio o un tale errore, quando
si verifica, è senza dubbio un male; ma è un male da cui noi non
possiamo sperare d'essere sempre esenti, e che deve considerarsi come
il prezzo di un bene inestimabile. Si deve protestare contro la pretesa
esclusiva che una parte della verità eleva di essere la verità tutta
quanta; e se una reazione rendesse ingiusti alla lor volta quelli che
protestano, questo acciecamento può, come l'altro, esser deplorato, ma
deve esser tollerato.
Se i cristiani volevano insegnare ai pagani ad esser giusti verso
il cristianesimo dovevano cominciare essi pei primi ad esser giusti
verso il paganesimo. È un rendere dei cattivi servizî alla verità
il perder di vista questo fatto, ben noto a quanti hanno la minima
nozione di storia letteraria, che una gran parte dell'insegnamento
morale più nobile ed elevato è stata l'opera non già d'uomini che non
conoscevano, ma di uomini che conoscevano e non accettavano la fede
cristiana. Io non sostengo già che l'uso più illimitato della libertà
di esprimere tutte le opinioni possibili metterebbe fine ai mali dello
spirito settario in religione o in filosofia; tutte le volte che uomini
di mente angusta credono in buona fede una verità, si è sicuri di
vederli a proclamarla, inculcarla ed anche spesso agire secondo la loro
convinzione, come se al mondo non ci fossero altre verità, o almeno
nessun'altra che potesse limitare o modificare la prima. Io riconosco
che la più libera discussione non è un ostacolo alla tendenza, che ogni
opinione ha, di divenir settaria; che anzi, al contrario, essa spesse
volte l'aumenta, la fa più acre; perchè si respinge con violenza tanto
maggiore la verità fino allora inavvertita, in quanto essa è proclamata
da persone considerate avversarie.
Ma non è sul partigiano appassionato, è sullo spettatore più calmo e
disinteressato che questo cozzo delle opinioni produce il suo effetto
salutare. Non è la lotta violenta tra le parti diverse della verità il
male da temere; bensì la soppressione tranquilla d'una metà del vero.
Vi è sempre speranza quando gli uomini sono obbligati ad ascoltare le
due parti; è quando essi non s'occupano se non di una che i loro errori
si mutano in pregiudizi e la verità esagerata e falsata cessa di aver
gli effetti della verità. E poichè nulla in un giudice è tanto raro
quanto la facoltà di dare un giudizio sensato in una causa in cui egli
non ha sentito perorare che un avvocato, la verità non può sperar di
farsi strada che se ogni opinione, la quale racchiuda qualcuna delle
sue parti, trovi degli avvocati, e degli avvocati capaci di farsi
ascoltare.
Noi abbiamo dunque così riconosciuta la necessità pel benessere
intellettuale della specie umana (d'onde dipende il suo benessere
morale e materiale) della libertà di opinione e della libertà
di discussione: e questo per quattro distinte ragioni che ora
brevissimamente riassumeremo: 1.º una opinione che si ridurrebbe al
silenzio può benissimo essere vera: negare questo, è quanto affermare
la propria infallibilità; — 2.º quando anche l'opinione ridotta al
silenzio fosse un errore, essa potrebbe, come nella maggior parte
dei casi avviene, contenere una parte di verità: e poichè l'opinione
generale o dominante su qualsivoglia soggetto è raramente o non mai
tutta la verità, non v'è mezzo di conoscerla per intero se non col
cozzo delle opinioni avverse; — 3.º anche nel caso in cui l'opinione
dominante contenesse la verità e tutta la verità, essa sarà professata
come una specie di pregiudizio, senza comprendere o sentire i
suoi principî razionali, se non può esser discussa vigorosamente e
lealmente; — 4.º il significato stesso della dottrina sarà in pericolo
di perdersi o indebolirsi o vedersi privato del suo effetto vitale
sul carattere e sulla condotta; poichè il dogma diverrà una semplice
formula che, inefficace pel bene, ingombra il terreno e impedisce il
formarsi di qualunque convinzione reale fondata sulla ragione o sulla
personale esperienza.
Prima di lasciare questo soggetto della libertà di opinione è bene
prestare orecchio un istante a quelli che dicono: «Si può permettere
di esprimere liberamente qualunque opinione, purchè lo si faccia con
moderazione e non si passino i limiti della discussione leale.» Si
potrebbe parlare a lungo sulla impossibilità di fissare questi supposti
limiti. Non è affatto possibile dire: basta non offendere coloro di
cui si oppugna l'opinione, perchè — e l'esperienza lo prova — essi si
considereranno come offesi tutte le volte che l'attacco sarà potente,
ed accuseranno di mancar di moderazione tutti gli avversarî che daran
loro da pensare. Ma questa considerazione, per quanto importante sotto
l'aspetto pratico, sparisce davanti ad una obbiezione più fondamentale.
Senza dubbio alcuno, il modo di proclamare una opinione, anche giusta,
può essere molto riprovevole e provocare a giusta ragione una severa
censura; ma le principali offese di questo genere sono tali che il più
delle volte è impossibile, tranne che per una confessione accidentale,
giungere a dimostrarle.
La più grave di queste offese è discutere in una maniera sofistica,
sopprimere dei fatti o degli argomenti, esporre inesattamente gli
elementi di fatto o snaturare l'opinione avversaria. Ma persone che non
sono ritenute e che, sotto molti altri rispetti, non meritano punto
d'esser ritenute ignoranti o incompetenti, agiscono a questo modo,
magari con la massima gravità, così spesso e con tanta buona fede,
che è raramente possibile di potere, in coscienza e con sufficienti
ragioni, dichiarare moralmente colpevole una falsa esposizione; e
la legge potrebbe tanto meno tentar d'incriminare questo vizio di
polemica.
Quanto poi a ciò che s'intende comunemente per discussione
intemperante: le invettive, il sarcasmo, le personalità, ecc., ecc.,
la denuncia di questi modi di procedere meriterebbe più simpatia se
si pensasse almeno a proibirli ugualmente alle due parti; invece non
si desidera se non restringerne l'uso all'opinione dominante. Che un
uomo l'impieghi contro le altre opinioni, ed è sicuro non soltanto
di non esser biasimato, ma d'esser anche lodato pel suo onesto zelo e
per la sua giusta indignazione. Tuttavia il male che questi mezzi di
discussione possono produrre non è mai così grande come quando se ne fa
uso contro opinioni relativamente indifese; e l'ingiusto profitto che
un'opinione può trarre da questa maniera di affermarsi ridonda quasi
unicamente a vantaggio delle opinioni comunemente ammesse.
La peggior offesa di questo genere che in una polemica si possa
commettere è di vituperare come uomini pericolosi ed immorali quelli
che professano l'opinione contraria alla nostra. Gli uomini che
professano un'opinione impopolare sono specialmente esposti a tali
calunnie, perchè in generale sono poco numerosi e punto influenti e
nessuno s'interessa di veder loro resa giustizia; ma, per la natura
delle cose, di quest'arma non si possono valere quelli che dàn
l'assalto ad una opinione dominante; essi correrebbero un pericolo
personale a servirsene e, quand'anche pericolo non vi fosse, non
farebbero così se non screditare la loro causa. In generale le opinioni
opposte alle opinioni dominanti non giungono a farsi ascoltare che
usando un linguaggio studiatamente temperato, ed evitando con la
massima cura ogni inutile offesa: esse non possono, senza perder
terreno, menomamente deviare da questa linea di condotta; mentre al
contrario gl'insulti senza misura indirizzati dall'opinione dominante
alle opinioni contrarie allontanano realmente gli uomini da queste.
Perciò, nell'interesse della verità e della giustizia, è importante
sopratutto di proibire l'uso del linguaggio offensivo e, per esempio,
se si dovesse scegliere, sarebbe molto più necessario riprovare gli
attacchi insultanti contro le libere credenze che quelli contro la
religion di Stato. È tuttavia evidente che nè la legge nè l'autorità
non debbono occuparsi d'impedire gli uni o gli altri; e che il giudizio
dell'opinione deve determinarsi, in ogni occasione, colle contingenze
del caso particolare.
Si deve condannare ogni uomo, senza riguardo alla parte dell'argomento
da cui si metta, nelle cui parole faccia capolino o la mancanza di
buona fede, o la malignità, o la bigotteria, o l'intolleranza di
sentimento.
Ma non bisogna accusar di questi difetti i nostri avversarî perchè sono
i nostri avversarî; e si deve rendere onore a quella persona, qualunque
sia il partito cui essa appartiene, che ha la calma di scorgere e
l'onestà di riconoscere che cosa sono in realtà i suoi avversarî e le
loro opinioni, non esagerando nulla di ciò che li può danneggiare, non
nascondendo nulla di ciò che loro può riuscir di vantaggio.
Ecco la vera moralità della pubblica discussione, e, se essa è soventi
volte violata, io sono lieto di pensare che vi son molti polemisti che
la osservano a un grado altissimo, ed un numero più grande ancora che
coscienziosamente fanno ogni sforzo per giungere ad osservarla.
FINE DEL CAPITOLO SECONDO
CAPITOLO TERZO.
L'INDIVIDUALITÀ COME ELEMENTO DI BENESSERE.
Abbiamo vedute le ragioni che rendono assolutamente necessaria agli
uomini la libertà di formarsi delle opinioni e di esprimerle senza
tacite riserve; abbiamo pure veduto che, se questa libertà non è
riconosciuta o mantenuta a dispetto della proibizione, le conseguenze
per l'intelligenza e la natura morale dell'uomo sono funeste: —
ricerchiamo ora se le stesse ragioni non richiedano che gli uomini
siano liberi di contenersi nella vita secondo le loro opinioni senza
esserne impediti dai proprî simili, finchè, s'intende, essi agiscono
a loro rischio e pericolo. Questa ultima condizione è naturalmente
indispensabile. Nessuno sostiene che le azioni debbano essere così
libere come le opinioni; al contrario, le opinioni stesse perdono
la loro immunità, quando le si esprimono in circostanze tali, che la
loro espressione è un'instigazione positiva a qualche atto dannoso.
L'idea che i mercanti di grano fanno morire di fame i poveri o che la
proprietà privata è un furto, non deve essere perseguitata finchè si
limita a circolare nella stampa; ma essa può incorrere in una giusta
punizione se la si esprima oralmente, in mezzo ad un'assemblea di
violenti, agglomerati davanti alla porta di un mercante di grano, o
se la si diffonde sotto forma di avviso. Certe azioni, non importa di
qual genere, che senza causa giustificabile danneggiano altrui, possono
e, nei casi più importanti, devono assolutamente essere seguite dalla
disapprovazione e, quando ve ne sia bisogno, dall'intervento attivo del
genere umano. La libertà dell'individuo dev'esser limitata: egli non
deve rendersi dannoso agli altri; ma s'egli non ferisce gli altri in
ciò che li riguarda, e si contenta di agire secondo la sua inclinazione
e il suo giudizio nelle cose che riguardano lui stesso solamente, le
stesse ragioni le quali stabiliscono che l'opinione dev'esser libera
provano pure che il mettere, a proprio repentaglio, in pratica le
proprie opinioni deve essere perfettamente lecito.
La specie umana non è infallibile; le sue verità non sono, per la
maggior parte, se non delle mezze verità; l'unanimità delle opinioni
non è desiderabile, a meno ch'essa non risulti dal confronto più libero
e completo delle opinioni contrarie; la diversità di opinioni non è un
male ma un bene, finchè l'umanità non sarà molto più atta che oggi non
sia a riconoscere tutti i lati diversi del vero: — ecco dei principî
che si possono applicare così alle opinioni degli uomini come alla loro
maniera d'agire. Poichè è utile, finchè il genere umano è imperfetto,
che vi siano diverse opinioni, è buono nello stesso modo che si provino
delle differenti maniere di vivere; è vantaggioso concedere un libero
slancio ai diversi caratteri, impedendo tuttavia loro di essere gli
uni agli altri dannosi; e ciascuno deve potere, quando lo giudichi
conveniente, tentar la prova dei diversi generi di vita. Là dove la
norma della condotta è dettata non dal carattere di ciascuno, ma dalle
tradizioni o dai costumi degli altri, ivi manca completamente uno degli
elementi principali del benessere umano e l'elemento più essenziale del
progresso individuale e sociale.
Qui la più gran difficoltà non consiste nel valutare i mezzi che
conducono ad uno scopo riconosciuto, ma nell'indifferenza della
generalità a proposito dello scopo stesso.
Se si considerasse il libero sviluppo dell'individualità come uno dei
principî essenziali del benessere, se lo si tenesse non in conto di un
elemento che si coordina con tutto quanto vien designato dalle parole
d'incivilimento, di istruzione, di educazione, di coltura, ma bensì in
conto di una parte necessaria e d'una condizione perchè tutte queste
cose si ottengano, non vi sarebbe pericolo che la libertà non fosse
stimata al suo giusto valore; non si troverebbero delle difficoltà
enormi a tracciare la linea di demarcazione tra essa e la sorveglianza
sociale. Ma, pur troppo, alla spontaneità individuale si riconosce
soltanto, ed a fatica, qualche poco di valore intrinseco.
Dappoichè la maggioranza è soddisfatta dei costumi attuali dell'umanità
(i quali infatti sono opera sua) essa non può comprendere perchè questi
costumi non debbano bastare a tutti quanti. Vi è anche di peggio: la
spontaneità non entra nell'ideale della maggioranza dei riformatori
morali e sociali; essi la considerano piuttosto con gelosia, come
un ostacolo noioso e forse insuperabile all'accettazione generale
di quello che, secondo il giudizio di questi riformatori, sarebbe
il miglior partito per l'umanità. Poche persone, fuori di Germania,
comprendono il significato di quella dottrina sulla quale Guglielmo
Humboldt, uomo così notevole e come erudito e come politico, ha scritto
un trattato: la dottrina per cui «il fine dell'uomo, non quale lo
suggeriscono vaghi e fugaci desiderî, ma quale lo prescrivono gli
eterni ed immutabili decreti della ragione, è lo sviluppo più vasto
ed armonico di tutte le sue facoltà in un complesso sodo e completo»
e quindi «lo scopo a cui deve tendere incessantemente ogni essere
umano, e in particolare quelli che vogliono influire sui loro simili,
è l'individualità nel potere e nello sviluppo.» A questo due cose sono
necessarie: «La libertà e una varietà di condizioni». La loro unione
produce «il vigore individuale e la diversità multipla» che si fondono
nella «originalità»[6].