persecuzione; se essa non è soppressa per sempre, può essere ricacciata
indietro di secoli.
Per non parlar che di opinioni religiose, la riforma tentò di
scoppiare per lo meno venti volte prima di Lutero, e fu ridotta
al silenzio. Arnaldo da Brescia, fra Dolcino, Girolamo Savonarola
subirono l'estremo supplizio; gli Albigesi, i Valdesi, i Lollardisti,
gli Hussiti furono distrutti; anche dopo Lutero, dovunque si seppe
persistere nella persecuzione, questa fu vittoriosa; in Ispagna, in
Italia, in Fiandra, in Austria il protestantesimo fu estirpato; e
probabilissimamente sarebbe accaduto lo stesso in Inghilterra, se la
regina Maria avesse vissuto di più, o se la regina Elisabetta fosse
morta prima. La persecuzione raggiunse sempre lo scopo, tranne dove gli
eretici formavano un partito troppo potente per essere perseguitato
con efficacia: Il cristianesimo — nessuna persona ragionevole può
dubitarne — avrebbe potuto essere estirpato dall'impero romano; e
se esso si diffuse e divenne predominante fu perchè le persecuzioni
erano solamente accidentali, non duravano che poco tempo, ed erano
separate da lunghi intervalli di propaganda, possiamo dire libera. È
pura retorica il dire che la verità, unicamente come tale, possiede
una forza intima, che l'errore non ha, di prevalere contro le prigioni
e il rogo; gli uomini non hanno più zelo per la verità di quello
che, spesso, abbiano per l'errore; ed una sufficiente applicazione
di penalità legali o anche soltanto sociali riuscirà il più delle
volte ad arrestare il propagarsi sia dell'una sia dell'altro. Il
vantaggio reale che la verità possiede consiste in questo: che, quando
un'opinione è vera, si può ben soffocarla più volte; essa riappare di
continuo nel corso dei secoli, fin quando una delle sue riapparizioni
cade in un'epoca in cui, per una serie di circostanze favorevoli, essa
sfugge alla persecuzione, per tanto tempo almeno, quanto le basti ad
acquistare la forza di poterle resistere più tardi.
Ci si dirà che noi ora non condanniamo più a morte quelli che
introducono delle nuove opinioni; non siamo come i nostri padri,
che massacravano i profeti: anzi, fabbrichiamo loro dei sepolcri.
È vero, noi non mettiamo a morte gli eretici, e tutte le pene che
il sentimento moderno potrebbe tollerare, anche contro le opinioni
più odiose, non basterebbero ad estirparle. Ma non ci lusinghiamo
di essere già sfuggiti all'onta della persecuzione legale! La legge
permette ancora delle penalità contro le opinioni o per lo meno contro
la loro espressione, e l'applicazione di queste penalità non è una
cosa talmente senza esempio che si possa far conto con certezza di non
vederle mai rivivere in tutto il loro vigore.
L'anno 1857, alle Assise d'estate della Contea di Cornovaglia, un
uomo disgraziato ma di condotta irriprovevole, si dice, in tutte le
relazioni della vita fu condannato a venti mesi di carcere per aver
pronunciato e scritto su di una porta alcune parole offensive pel
cristianesimo[2]. Un mese dopo, a Old-Bailey, due persone in due
occasioni separate, furono rifiutate come giurati[3] ed una di esse fu
grossolanamente insultata dal giudice e da uno degli avvocati, perchè
dichiarò onestamente di non aver alcuna fede religiosa. Per la stessa
ragione si rifiutò a una terza persona, uno straniero[4], di fargli
giustizia contro un ladro. Questo rifiuto di riparazione ebbe luogo in
virtù della dottrina legale che una persona la quale non crede in Dio
(non importa in qual Dio) e in una vita futura non può esser ammessa a
prestare testimonianza in giudizio; ciò è quanto dichiarare che queste
persone sono fuori della legge, private della protezione dei tribunali,
e che non soltanto si può farne impunemente la vittima di furti o di
vie di fatto, se esse non hanno altri testimoni che se stessi o gente
della loro opinione; ma che anche tutto il mondo deve subire di questi
attentati, dal momento che la prova dipende unicamente dalla loro
testimonianza. Questo è fondato sulla presunzione che il giuramento
di una persona che non crede a una vita futura è senza valore;
proposizione che mostra una ignoranza grande della storia in quelli
che lo ammettono (poichè è storicamente provato che a tutte le epoche
una grande quantità di miscredenti furono uomini di rara integrità ed
onorabilità); e per sostener la quale bisognerebbe non sapere neppur
lontanamente quante persone riputate nel mondo per le loro virtù e pel
loro ingegno siano ben conosciute, almeno dai loro intimi amici, come
non aventi alcuna credenza. Questa regola inoltre si distrugge da sè;
sotto pretesto che gli atei debbono essere mentitori, essa ammette la
testimonianza di tutti gli atei capaci di mentire, e rifiuta soltanto
quelli che sfidano la disgrazia di confessare pubblicamente una
opinione detestata piuttosto che affermare una menzogna.
Una regola che si abbatte così da sè, dal punto di vista dello scopo
che si propone, non può essere mantenuta che come un tributo d'odio,
un resto di persecuzione: con questa particolarità, che la ragione per
incorrervi è la prova ben certa che non la si merita punto. Questa
regola e la teoria ch'essa implica non sono meno offensive per i
credenti che pei miscredenti; poichè se colui che non crede ad una
vita futura è necessariamente un mentitore, naturalmente quelli che
ci credono non sono trattenuti dal mentire — se pure lo sono — che dal
timore dell'inferno. Noi non faremo agli autori e ai seguaci di questa
regola l'ingiuria di supporre che l'idea ch'essi si sono formata della
virtù cristiana sia tratta dalla loro propria coscienza.
In verità, questi non sono che dei lembi e dei resti di persecuzione e
si può considerarli non come un indizio del desiderio di perseguitare,
ma piuttosto come esempî di una infermità molto frequente negli spiriti
inglesi, che fa provare ad essi un piacere assurdo ad affermare un
cattivo principio, anche quando non siano più abbastanza malvagi per
desiderare realmente di metterlo in pratica. Ma pur troppo non si può
esser sicuri se continuerà o no, nello stato dello spirito pubblico,
questa sospensione delle più odiose forme di persecuzione legale, che
dura da circa sessant'anni: nel nostro secolo, la quieta superficie
della _routine_ è turbata da tentativi fatti altrettanto spesso per
risuscitare dei mali passati che per introdurre dei beni nuovi.
Quello di cui ora ci si vanta come del rinascere della religione,
è sempre almeno altrettanto, negli spiriti angusti ed incolti, il
rinascere del fanatismo; e quando c'è nel sentimento di un popolo il
lievito permanente e potente d'intolleranza che fermentò in ogni tempo
in mezzo alle classi medie del nostro paese, non occorre molto per
sospingerlo a perseguitare attivamente quelli ch'essi non hanno mai
cessato di considerare degni di persecuzione[5].
Poichè sono proprio le opinioni dagli uomini professate e i sentimenti
ch'essi nutrono a proposito dei dissidenti, quanto alle credenze
stimate importanti, che fanno di questo paese un luogo dove la libertà
del pensiero non esiste. Già da molto tempo, l'unico torto delle
penalità legali è quello di sostenere e di rafforzare lo stigmate
sociale. Questo stigmate soltanto è veramente efficace; e lo è
talmente, che in Inghilterra assai meno di frequente si professano
le opinioni messe al bando della società, di quello che in altri
paesi si confessino le opinioni che portano per conseguenza punizioni
legali. Per tutte le persone, eccettuate quelle che la fortuna ha reso
indipendenti dal giudizio degli altri, l'opinione è su questo soggetto
altrettanto efficace quanto la legge: gli uomini potrebbero allo
stesso modo essere imprigionati che privati dei mezzi di guadagnarsi
il pane. Coloro che hanno il pane assicurato, e che non attendono il
favore, nè degli uomini al potere, nè di alcun corpo, nè del pubblico,
non hanno nulla a temere per una dichiarazione franca di non importa
quale opinione — salvo che di essere un po' bistrattati nel pensiero e
nelle parole degli altri: per sopportar la qual cosa non occorre loro
un grande eroismo: non c'è alcun appello _ad misericordiam_ in favore
di tali persone. Ma, sebbene noi non infliggiamo dei mali così grandi
come un tempo a quelli che come noi non pensano, pure danneggiamo
noi stessi come, forse, non abbiamo mai fatto, col nostro modo di
trattarli. Socrate fu condannato a morte, ma la sua filosofia si elevò
come il sole nei cieli e diffuse la sua luce per tutto il firmamento
intellettuale; i cristiani furono dati in pasto a' leoni, ma la chiesa
cristiana divenne un albero magnifico, che superò gli alberi più vecchi
e meno vigorosi e li soffocò dell'ombra sua. La nostra intolleranza,
puramente sociale, non uccide alcuno, non estirpa alcuna opinione, ma
costringe gli uomini a nascondere le loro opinioni o ad astenersi da
qualunque sforzo efficace per diffonderle.
Con noi, le opinioni eretiche non guadagnano e neppure perdono molto
terreno a ciascuna dècade o a ciascuna generazione; ma non brillano mai
di vivo splendore, e continuano a covare in quella ristretta cerchia
di pensatori e sapienti d'onde esse sono uscite, senza mai proiettare
sulle cose umane una luce, sia vera, sia falsa. E così si mantiene uno
stato di cose soddisfacentissimo per una certa qualità di spiriti,
perchè esso conserva tutte le opinioni preponderanti in una calma
apparente, senza la spiacevole formalità di condannare alcuno alla
multa o alla prigione, mentre non proibisce assolutamente l'uso della
ragione ai dissidenti afflitti dalla malattia del pensiero: sistema
ottimo per mantener la pace nel mondo intellettuale, e per lasciar che
le cose vadano press'a poco col: _così faceva mio padre._ Ma il prezzo
di questo modo di pacificazione è il sacrificio completo di tutto il
coraggio morale dello spirito umano: uno stato di cose in conseguenza
del quale la maggior parte degli spiriti attivi ed investigatori
trovano utile di tenere per sè i veri motivi delle loro convinzioni,
e si sforzano, parlando in pubblico, di adattare quel che possono del
loro modo di pensare a premesse che, nel loro interno, essi negano, non
può produrre di quei caratteri franchi e arditi, di quelle intelligenze
logiche e sode che in altri tempi ornarono il mondo dei pensatori.
La specie d'uomini che si può attendere sotto questo regime presenta
o dei semplici schiavi del luogo comune o dei servitori guardinghi
della verità, i cui argomenti sopra tutti i grandi soggetti sono
proporzionati al loro uditorio, e non sono quelli di cui essi stessi
si appaghino. Gli uomini che evitano questa alternativa ci riescono
limitando il loro pensiero e il loro interessamento a quelle cose
di cui si può parlare senza arrischiarsi nella region dei principî;
cioè ad un piccolo numero di materie pratiche che riescirebbero a
grandi cose per sè stesse, se l'intelligenza umana acquistasse forza
e vastità, e che non vi riusciranno mai fintanto che quello che
rafforzerebbe ed estenderebbe lo spirito umano — un libero ed audace
esame dei soggetti più elevati — è lasciato in abbandono.
Gli uomini agli occhi dei quali questo silenzio degli eretici non è
un male dovrebbero considerare anzitutto che, in conseguenza di un tal
silenzio, le opinioni eterodosse non sono mai discusse e approfondite
in modo leale, cosicchè quelle fra esse che non potrebbero sostenere
una tale discussione non iscompajono, per quanto forse s'impedisca ad
esse di estendersi. Ma non è allo spirito degli eretici che nuoce di
più la proibizione di tutte le ricerche le cui conclusioni non sono
ortodosse; quelli che ne soffrono di più sono gli ortodossi stessi, il
cui sviluppo intellettuale è impacciato e la cui ragione è raffrenata
dal timor dell'eresìa. Chi può calcolare tutto ciò che il mondo perde
con una tale quantità di belle intelligenze alleate a caratteri timidi,
che non osano abbandonarsi a un modo di pensare ardito, vigoroso,
indipendente, per paura di giungere ad una conclusione irreligiosa o
immorale agli occhi di qualcuno? E voi vedete qualche volta un uomo
profondamente coscienzioso, d'un'intelligenza sottile e raffinata,
che passa la vita a sofisticare colla intelligenza, che egli non può
ridurre al silenzio, e che esaurisce tutte le qualità dello spirito per
conciliare le inspirazioni della sua coscienza e della sua ragione con
l'ortodossia, cosa a cui, dopo tutto, egli forse non riesce.
Nessuno può essere grande pensatore se non considera come suo primo
dovere, in qualità di pensatore, di seguire la sua intelligenza
dovunque essa lo possa condurre; la società guadagna sempre di più
anche dagli errori d'un uomo il quale, dopo lo studio e la preparazione
voluta, pensa con la sua testa, che dalle opinioni giuste di quelli
che le professano soltanto perchè non si permettono di pensare. Non già
che la libertà di pensiero sia necessaria unicamente o principalmente
per formare dei grandi pensatori; anzi, essa è altrettanto ed anche più
indispensabile per rendere la media degli uomini capace di raggiungere
l'altezza intellettuale che la loro attitudine comporta. Ci sono
stati, ci potranno essere ancora dei grandi pensatori individuali
in un'atmosfera di generale schiavitù dell'intelligenza; ma non
c'è mai stato e non ci sarà mai, in questa atmosfera, un popolo
intellettualmente attivo.
Dovunque un popolo ha posseduto temporaneamente questa attività,
ciò avvenne perchè il timore delle speculazioni eterodosse era, per
qualche poco, sospeso; ma dove è sottinteso tacitamente che i principî
non devono essere discussi, dove la discussione sulle più grandi
questioni che possano occupare l'umanità è considerata come chiusa,
non si può certo aspettarsi di trovare quel livello elevato d'attività
intellettuale che ha reso così notevoli certe epoche della storia. Mai
lo spirito di un popolo fu rinnovato fino dai fondamenti, mai fu dato
l'impulso che eleva anche gli uomini dell'intelligenza più ordinaria
alla dignità di esseri pensanti, là dove la discussione evitava gli
argomenti vasti ed importanti abbastanza per suscitar l'entusiasmo.
L'Europa ne ha viste parecchie, di queste epoche brillanti: la prima,
subito dopo la Riforma; un'altra, sebbene limitata al continente
ed alla classe più colta, durante il movimento speculativo della
seconda metà del secolo decimottavo, ed una terza, di durata ancora
più corta, nel fermento intellettuale di Germania, al tempo di Goethe
e di Fichte. Queste tre epoche differiscono enormemente quanto alle
opinioni particolari ch'esse svilupparono, ma si rassomigliano in
questo: che, durante tutte e tre, il giogo dell'autorità fu spezzato;
durante ciascuna di esse, un vecchio dispotismo intellettuale era stato
detronizzato e non era ancora stato sostituito da uno nuovo. L'impulso
dato da ciascuna di queste tre epoche ha fatto dell'Europa ciò ch'essa
è ora; qualunque progresso si è prodotto, sia nello spirito, sia
nelle instituzioni umane, risale in modo evidente all'una o all'altra
di queste epoche; ma tutto, da qualche tempo, accenna a dimostrare
che questi tre impulsi hanno quasi perduta la forza loro e che noi
non possiamo attenderci un nuovo slancio, prima di aver di bel nuovo
conquistata la nostra libertà intellettuale.
Passiamo ora alla seconda parte dell'argomento. Abbandonando l'ipotesi
che le opinioni comunemente accettate possano essere false, ammettiamo
ch'esse siano vere, ed esaminiamo che cosa valga la maniera in cui
probabilmente saranno professate, se la loro verità non è liberamente
ed apertamente combattuta.
Per quante difficoltà abbia una persona a riconoscere la possibilità
che un'opinione a cui essa è fortemente attaccata sia falsa, dovrebbe
però esser colpita dall'idea che, per vera che sia quest'opinione, la
si considererà come un dogma morto e non come una verità viva e vitale,
se non la si può discutere completamente, arditamente e di spesso.
C'è una classe di persone (fortunatamente non proprio così numerosa
come un tempo) a cui basta che gli altri si schierino fra i loro
seguaci, anche quando essi non conoscano punto i motivi di questa
opinione e siano incapaci di difenderla contro le obbiezioni più
superficiali. Quando tali persone sono giunte a far insegnare
dall'autorità il loro _credo_, esse pensano naturalmente che dal
permetterne la discussione non può derivare che male. Dovunque
domina la loro influenza, rendono quasi impossibile di confutare
con saggezza e cognizione di causa l'opinione comune, sebbene si
possa ancora confutarla inconsideratamente e con ignoranza, poichè
impedire completamente la discussione è impossibile; e se essa giunge
a farsi strada, alcune credenze che non sono fondate sulla persuasione
cederanno facilmente davanti alla più leggiera parvenza d'argomento.
Ora, pure escludendo anche questa possibilità, pure ammettendo che
l'opinione vera rimanga nello spirito; se essa vi rimane allo stato
di pregiudizio, di credenza che non iscaturisce da un'argomentazione
nè dalla prova di una argomentazione, non è questo il modo con cui un
essere ragionevole deve professare la verità. La verità così professata
non è che una superstizione di più che per caso si appiccica a parole
enuncianti una verità.
Se l'intelligenza e il giudizio della specie umana debbono essere
coltivati — una cosa che almeno i protestanti non negano — queste
facoltà non si possono meglio esercitare che su argomenti i quali
interessano l'uomo tanto da vicino, da ritenersi necessario per lui di
avere delle opinioni in proposito. Se la coltura del nostro giudizio
deve preferire l'una piuttosto che l'altra cosa, preferirà sopratutto
di conoscere i motivi delle nostre opinioni. Tutto quel che si pensa
sopra argomenti intorno ai quali il pensar giusto è della massima
importanza, si dovrebbe almeno saper difendere contro le obbiezioni
comuni. Qualcuno per altro ci dirà forse: «S'insegnino pure agli
uomini i motivi delle loro opinioni. Poichè non si sono mai sentite
discutere, non se ne può dedurre che esse saranno nella memoria
soltanto e non nell'intelligenza. Coloro che imparano la geometria
non fanno che imparare i teoremi, ma comprendono ed imparano al tempo
istesso le dimostrazioni: e sarebbe assurdo dire che essi rimangono
ignoranti dei principi delle verità geometriche perchè non li sentono
mai negati e neppure discussi.» Senza dubbio alcuno, un insegnamento
di questo genere basta per un argomento come le scienze matematiche,
in cui nulla affatto vi è a dire sul lato falso della questione.
Quello che ha di particolare l'evidenza delle verità matematiche è
che gli argomenti sono tutti da una parte; non v'è obbiezioni, non
v'è risposta alle obbiezioni. Ma in qualunque soggetto sul quale è
possibile una divergenza di opinioni, la verità esce da un equilibrio,
che si dee conservare, tra due sistemi di ragioni contraddittorie.
Anche nella filosofia naturale c'è sempre qualche diversa spiegazione
possibile dei medesimi fatti; qualche teoria geocentrica in luogo
di una teoria eliocentrica, la teoria del flogistico in luogo della
teoria dell'ossigeno; e bisogna dimostrare perchè quest'altra teoria
non possa esser la buona, e, finchè non sappiamo come ciò si dimostri,
noi non intendiamo i motivi della nostra opinione. Ma se poi ci
volgiamo a soggetti infinitamente più complicati, alla morale, alla
religione, alla politica, alle relazioni sociali e agli affari della
vita — tre quarti degli argomenti in favore di ciascuna opinione
discussa consistono nel distruggere le apparenze che militano per
l'opinione opposta. Secondo la sua testimonianza, il secondo fra
i grandi oratori dell'antichità studiava sempre la causa del suo
avversario con attenzione uguale, se non maggiore, di quella con cui
studiava la propria: ciò che Cicerone faceva per ottenere un successo
nel foro, deve essere imitato da quanti studiano un argomento, a fine
di arrivare alla verità. L'uomo che non conosce se non il suo proprio
parere, conosce ben poco; le sue ragioni possono anche esser buone, e
può darsi che nessuno sia capace di confutarle: ma se egli è ugualmente
incapace di confutare le ragioni della parte avversaria, s'egli non le
conosce neppure, non ha motivo per preferire un'opinione all'altra.
La sola cosa razionale che quest'uomo possa fare è di sospendere
il suo giudizio; ove non si contenti di questo, egli o è guidato
dall'autorità, o adotta, come accade in generale, la parte verso cui si
sente più inclinato. E non basta che un uomo ascolti gli argomenti dei
suoi avversarî dalla bocca dei proprî maestri, presentati e posti come
vogliono costoro e accompagnati da ciò ch'essi dànno per confutazione;
non è questo il modo di dar buon giuoco a questi argomenti o di mettere
il proprio spirito in vero contatto con essi. Si devono ascoltare dalla
bocca di quelle stesse persone che ci credono, che li difendono in
buona fede e con tutte le loro forze: si devono conoscere sotto le loro
forme più plausibili e più persuasive; si deve sentire in tutta la sua
forza la difficoltà che rende complicato, arruffato il soggetto messo
in tutta la sua luce. Altrimenti facendo, mai un uomo possiederà quella
parte di vero che sola è capace di affrontare e vincere le difficoltà.
Il novanta per cento dei così detti uomini colti, anche di quelli che
possono correntemente discutere delle loro idee, si trovano in questa
bizzarra condizione. La loro conclusione può esser vera, ma potrebbe
anche esser falsa senza ch'essi lo sospettassero; essi non si sono
messi mai nella posizione mentale di quelli che pensano altrimenti
da loro e non hanno mai meditato ciò che tali persone avrebbero a
dire: di conseguenza essi non conoscono, nel vero senso di questa
parola, la dottrina che professano; non conoscono le parti della loro
dottrina che spiegano e giustificano il resto, le considerazioni che
mostrano come due fatti in apparenza contraddittori siano conciliabili,
o come di due ragioni che sembrano fortissime ambedue, l'una debba
esser preferita all'altra. Tali uomini sono estranei a tutta quella
parte di verità che, per uno spirito davvero illuminato, è quella che
grava sulla bilancia e decide il giudizio. Del resto, quelli soltanto
conoscono realmente, che hanno ascoltato le due parti con imparzialità
e che si son provati a vederne le ragioni sotto la forma più evidente.
Questa disciplina è tanto essenziale ad una giusta comprensione dei
soggetti morali ed umani, che, se per le verità importanti non esistono
avversari, si devono imaginare e fornir loro gli argomenti più forti
che mai possa trovare il più abile «avvocato del diavolo».
Per diminuire la forza di queste considerazioni, forse un nemico della
libera discussione dirà: «Non è necessario per l'umanità in generale
di conoscere e di comprendere tutto quello che può esser detto pro e
contro le sue opinioni dai filosofi e dai teologi; non è indispensabile
per la comune degli uomini di poter confutare tutti gli errori e tutti
i sofismi d'un abile avversario: basta che vi sia sempre qualcuno
capace di rispondere affinchè sia confutato tutto quello che potrebbe
ingannare le persone incolte. Gli spiriti ordinari, conoscendo i
principi evidenti delle verità ch'essi professano, possono, pel resto,
fidarsi dell'autorità; essi non hanno punto — e lo sanno bene — la
scienza e l'ingegno necessari a risolvere tutte le difficoltà che si
potrebbero elevare: e la sicurezza che queste possono esser risolte
da coloro che se ne occupano di proposito deve bastare alla loro
tranquillità.»